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Il libro di Domenico Parrella: “La Basilicata sui giornali. Cronache di guerra, di politica e di vita quotidiana”

in Cultura

Sarà presentato a Savoia di Lucania domenica 9 agosto alle 19.00 in piazza Plebiscito (simbolicamente davanti al Monumento ai Caduti) il libro del giornalista Mimmo Parrella “La Basilicata sui giornali. Cronache di guerra, di politica e di vita quotidiana (1911-1915)”. L’iniziativa è stata organizzata da Unitre di Savoia e dalla locale Pro loco con la collaborazione dell’Amministrazione comunale. Alla serata, moderata dalla giornalista Mariolina Notargiacomo, interverranno il sindaco, Rosina Ricciardi, il presidente della locale Pro loco, Domenico Petrullo, il presidente dell’Unitre, Michele Parrella, il professore dell’Unibas ed editore del volume, Lucio Attorre,  il presidente regionale dell’Unpli, Rocco Franciosa, il presidente dell’associazione nazionale Reduci e Combattenti, Rocco Galasso, il capo redattore del Tg3 Basilicata, Oreste Lo Pomo,  e l’autore Mimmo Parrella.

 

Di seguito la PREFAZIONE DEL LIBRO:

Il lavoro in corso di elaborazione comprende dieci anni di storia della Basilicata: dall’avventura libica (novembre 1911) alla Prima Guerra Mondiale (maggio 1915), fino all’avvento del fascismo (ottobre 1922), riassunti attraverso i giornali dell’epoca. Periodo tra i più drammatici e cruenti, non solo per l’Italia, che porta in sé i germi del Ventennio, del secondo conflitto mondiale e della stessa Costituzione repubblicana.  La Basilicata, riflessa sui numerosi settimanali, quotidiani e periodici che si pubblicavano tra Potenza, Melfi, Matera, Lauria e Viggiano, era tra le regioni più povere e degradate del Paese, eppure leggendo i suoi fogli non appariva per nulla tagliata fuori dai movimenti ideali e culturali che infiammavano la Penisola. La legge speciale del 1904, scaturita dalla visita fatta a dorso di mulo appena due anni prima in regione dall’allora Presidente del Consiglio, Giuseppe Zanardelli, stentava a dare i risultati sperati. Per buona parte inapplicata per questioni burocratiche e per mancanza dei relativi fondi rappresentava, pur tra luci e ombre, l’ennesimo banco di prova di una classe dirigente post unitaria che con il varo del suffragio universale maschile vedeva erodersi credibilità e consensi.  L’emigrazione svuotava i Comuni delle energie più dinamiche, nel mentre la guerra rappresentava l’ultimo macigno sulla stretta via dell’emancipazione.  La prima Guerra Mondiale non produsse solo un’ecatombe di giovani militari o il sacrificio di interi popoli per quattro lunghi anni, ma fu anche un periodo segnato da significative lotte politiche ed ideali, scontri amministrativi e personali per il predominio nelle civiche assisi. Nei paesi lontani dal fronte non mancarono episodi cruenti di cronaca nera e sprazzi culturali mischiati a propaganda patriottica e beneficenza per i soldati in trincea e le famiglie rimaste a soffrire nei campi in attesa del rientro del coniuge o del figlio. Dal periodo giolittiano all’avvento del fascismo, passando per l’ascesa ai vertici del governo nazionale del melfitano Francesco Saverio Nitti (eletto per la prima volta alla Camera nel 1904, nel collegio di Muro Lucano, e nominato presidente del Consiglio dei ministri nel 1919), anche la Provincia di Potenza si caratterizzava attraverso la veicolazione delle ideologie prevalenti a livello europeo o per la netta contrapposizione tra le forze politiche liberali, nazionaliste, cattoliche, radicali e socialiste (massimalisti e riformisti).  Sui fogli lucani non si era ancora spenta l’eco dell’impresa libica, che alimentava le speranze e le relative illusioni di aver scoperto un’America più vicina e fertile, pronta ad accogliere gli italiani in esubero, garantendo loro terra coltivabile e commerci da intraprendere, che l’attentato di Sarajevo all’arciduca Ferdinando

Il presente volume costituisce il primo resoconto di questa ampia ricostruzione, che, progressivamente sarà data alle stampe.

D’Austria faceva piombare di nuovo la popolazione lucana e il mondo nel terrore di una conflagrazione generale.  Fare una guerra al fianco degli alleati della Triplice Alleanza (Germania e Austria) oppure rovesciare il tavolo apparecchiato da oltre trent’anni – ma senza pietanze per il nostro Paese – e schierarsi con le più “democratiche” e “affini” Inghilterra e Francia? Il dibattito, sulla possibilità di continuare in un neutralismo assoluto o vigile e armato, si delineava in modo palese anche in Basilicata. I giornali, quasi tutti riconducibili alle scuole di pensiero e partiti politico-amministrativi locali, rafforzati e cresciuti anche in termini di tiratura dopo le cronache dalla  Tripolitania e dalla Cirenaica, continuavano a seguire i dibattiti nazionali, pur con qualche specificità. Le diverse testate, sostanzialmente favorevoli all’intervento espansionistico in Nord Africa (eccetto quelle edite dai socialisti), si ritrovarono a discutere – inizialmente – contro il possibile intervento “irredentista” di pochi anni dopo. Già nell’estate del 1914, infatti, i fogli lucani riportano nei dettagli il dibattito nazionale e locale sull’entrata in guerra dell’Italia, senza, però, trascurare le vicende ben più profane e terrene delle elezioni amministrative, le denunce al veleno tra i candidati bocciati e quelli eletti, le querele tra giornali, giornalisti e parlamentari.  I cittadini, secondo i rapporti prefettizi inoltrati al Governo, sarebbero stati indifferenti alla partecipazione alla guerra perché il loro spirito “è passivo e sordo” alle aspirazioni nazionali, pur non omettendo di riferire delle tante “donne raccolte in preghiera nelle chiese ad invocare il mantenimento della pace”.  Si poteva stare tranquilli – aggiungevano i funzionari governativi – che (tanto) nessuno si sarebbe opposto alle scelte ministeriali: “La grandissima parte dei cittadini di questa Provincia è devota alle istituzioni e fieramente attaccata alla persona di S.M il Re”.  Il quadro era un po’ più complesso delle informative tranquillizzanti che il prefetto Cotta inviava al ministero dell’Interno, pur se, nell’immediata vigilia dell’entrata in guerra del Paese, in Basilicata non si registrarono tumulti o veementi contestazioni. Le “radiose giornate di maggio”, se svuotarono oltremodo di giovani richiamati al fronte la piccola provincia, contribuirono, ad ogni modo, a creare un clima di maggiore concordia generale.  I giornali locali invitavano tutti alla moderazione e a spegnere immediatamente le polemiche politico-amministrative locali per creare un clima favorevole e ottimistico intorno alla patria.  Si crearono comitati di assistenza per le famiglie dei militari deceduti, feriti o in difficoltà economiche. In quasi tutti i Comuni era pressoché impossibile, però, eliminare del tutto le piccole frizioni, gelosie personali ed amministrative. I socialisti, ma anche settori moderati, evidenziarono a più riprese l’assenza di impegno dell’amministrazione comunale liberale potentina nell’assistenza alle famiglie indigenti con coniugi al fronte, mentre anche nelle manifestazioni per la raccolta di fondi andarono in scena piccoli dispetti e ostracismi.

Intanto, erano tanti, troppi, i giovani che non facevano più ritorno a casa. I paesi si stringevano intorno alle famiglie dei defunti e dai giornali era possibile conoscere i loro nomi, la storia, il curriculum e le aspettative di neo laureati e giovani professionisti. Prime pagine tutte dedicate agli “eroi lucani” con tanto di foto e necrologio.  Per la maggior parte si trattava di ufficiali e figli di buona famiglia, ma anche di fanti e persone umili. Tra i più poveri e analfabeti, i militari lucani furono arruolati soprattutto nella fanteria. La guerra, per alcuni, rappresentò il primo vero momento dell’unificazione del Paese.  Alla fine del conflitto oltre settemila lucani non fecero più ritorno a casa. Tre anni di guerra che devastarono l’economia e la società. Anche i giornali ne subirono le conseguenze. A mitigare i contraccolpi negativi, intervenne uno smisurato spirito solidaristico. Ci si organizzò per garantire i generi di prima necessità, così come per sostituire le braccia dei contadini sotto le armi nei periodi di semina e raccolta del grano. Si assistevano i feriti trasportati nei locali ospedali, evitando rappresaglie verso i nemici austriaci prigionieri a Potenza e Melfi. Qualcuno – con poco spirito di moderazione – pensò di organizzare una “gita di piacere” per gli ospiti stranieri a Muro Lucano, proprio nello stesso giorno in cui si celebravano i funerali di un eroe murese ucciso dai nemici sull’Altopiano di Asiago. La polemica politico-giornalistica fu furibonda. Nel frattempo, su accorato suggerimento dello stesso presidente del Consiglio Antonio Salandra, anche i parlamentari lucani, con pubbliche conferenze, si impegnarono a convincere i lucani a resistere alle atrocità del conflitto e partecipare senza parsimonia ai prestiti di guerra.  Dopo un primo momento in cui le vendite volavano e i giornali si rafforzavano editorialmente e finanziariamente, successivamente molti fogli ridussero le pubblicazioni, si trasformarono in periodici o, peggio, furono costretti a chiudere. I prezzi della carta salirono alle stelle. Tanti finanziatori, pur benestanti, smisero di pagare gli abbonamenti, cosi che sulla prima pagina molti giornali decisero di pubblicare i nomi dei morosi. A differenza di quanto accadeva al Nord, in assenza di grandi imprese e di istituti bancari a supporto, per le testate locali la guerra rappresentò una vera e propria ecatombe editoriale che finì per quasi desertificare il panorama editoriale locale. Il ritorno dal fronte dopo tre anni di guerra e le speranze per una vita migliore con lavoro e terra promessi ai soldati dai superiori durante i sacrifici nelle trincee, innescarono la miccia per un dopoguerra burrascoso e foriero di nuove divisioni, ma nello stesso tempo alimentò anche la rinascita di diverse testate rimaste “congelate” dai costi e dai sacrifici degli ultimi anni. Eppure, le prime elezioni politiche post guerra consacrarono a primo Ministro il lucano Francesco Saverio Nitti. Si formarono nuove alleanze e lo stesso sistema elettorale contribuì alla modifica di uno status quo che già la guerra aveva contribuito a far implodere. Dal 1919 al 1921, furono anni di aspre battaglie che portarono all’ascesa, anche in Basilicata, di un nazionalismo sempre più determinato e aggressivo, primo apripista all’avvento del fascismo.

Questo lavoro, non intende ripercorrere la storia dei giornali lucani, bensì solo di riportare la loro interpretazione sulla Basilicata durante il periodo bellico e della non meno tormentata fase che anticipa il fascismo, è diviso in più volumi. Il primo, che ora si accinge a vedere la luce, va dal 1911 alla fine del 1915, protraendosi dall’avventura libica fino alla fine del primo anno di guerra. I successivi raccoglieranno i contributi dei giornali sulla fine della guerra, da Nitti alla guida del governo e fino alla marcia su Roma.

 

 

 

 

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