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Quattro Chiacchiere

Malattie invisibili: l’intervista a Eleonora che è andata oltre “la stomia”

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IL REEL

Eleonora si è misurata con una malattia terribile, cattiva, spietata: la rettocolite ulcerosa.
È una di quelle patologie identificate spesso con la sigla M.I.C.I. (malattie infiammatorie croniche dell’intestino), della stessa categoria della malattia di Crohn.

Eleonora ha subito due interventi pesantissimi, ora vive grazie a una stomia permanente, un’apertura sull’addome a cui segue il “sacchetto” di raccolta, anch’esso posto sulla pancia.

L’intervento chirurgico per mettere una stomia è necessario quando a causa di alcune malattie si è obbligati a togliere organi come il colon o il retto e assicurare quindi le normali funzioni digestive dell’organismo.

Il sacchetto di Eleonora è permanente, non è stato facile accogliere la notizia. Eleonora ha affrontato due interventi molto complessi e delicati, ha sofferto tanto.
Ha lasciato nelle sale operatorie le cause del suo malessere e si è risvegliata col “sacchetto”: ha recuperato la sua voglia di vivere, il suo entusiamo, la sua bellezza.

“Ago e filo: cucire speranza e vite”

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“Ago e filo: cucire speranza e vite”

 

REEL: KIMBERLITE IL PROGETTO DI VERONICA SCARDILLO

A Matera, Veronica Scardillo unisce sartoria e creatività per restituire dignità a chi ha conosciuto l’errore, la detenzione e ha voglia  di “riqualificarsi”.

Con il Progetto Kimberlite guida ex detenuti, persone in recupero da dipendenze, dopo periodi di ricovero, e donne vittime di violenza, costrette a rifugiarsi in centri specifici per essere messe al sicuro.
Ogni capo cucito diventa strumento di rigenerazione sociale: qui l’artigianato è rinascita, resilienza e nuove possibilità di vita. Nel laboratorio si ricuce, su misura, la riqualificazione di chi ha voglia di riscatto e ci mette a sua volta impegno per ottenerlo.

Quattro chiacchiere con Raffaella Puce: dalla Corea del Sud al sogno america a New York con Seul nel cuore

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Quattro Chiacchiere con Raffaella Puce, originaria di Scanzano Jonico, innamorata della Corea del Sud, ora a New York per un tirocinio all’Istituto Italiano della Cultura di New York. Negli Stati Uniti, Raffaella ha incontrato il ministro Tajani e altre personalità. Sogna di fare la professoressa di coreano all’Università. “Non arrendersi mai e puntare sempre in alto. Perseverare è la chiave, ci vogliono molti sacrifici. Non bisogna lasciarsi influenzare da ciò che vogliono gli atri. Andare avanti anche se gli altri remano contro”. Con queste motivazioni Raffaella, partita da da Scanzano Jonico, ora vive il sogno americano, con il cuore rivolto a Seul. Contattata, ha raccontato la sua esperienza con la bellissima leggerezza dei 24 anni e la grande consapevolezza di chi ha sete, voglia e curiosità di conoscere, conoscere, conoscere..

 

Quattro chiacchiere con Antonio Fittipaldi ideatore del Podcast “10 minuti di Basilicata”

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Un podcast per raccontare in dieci minuti storie della Basilicata. Cultura, innovazione, “semplici cittadini”, le cui storie comporranno un’immagine realistica di una regione che sa essere magica, melanconica e sorprendente.

L’idea di un podcast tante voci è stata sviluppata da Antonio Fittipaldi che da poco più di 20 anni si occupa di didattica dell’informatica, “principalmente come insegnante in scuola pubblica, attualmente presso all’I.I.S. “Policoro-Tursi”.

“Provo sempre a comprendere quale sia il modo migliore di utilizzare la tecnologia senza subirla in assuefazione, provando a condividere quanto scopro con i miei studenti. Mi piacerebbe intraprendere studi di psicologia, per provare a scoprire un po’ più degli altri e un po’ più di me”, ha spiegato.

Cosa ti ha spinto ad avviare questo progetto?

L’idea che la nostra terra sia piena di persone con storie che meritano di essere raccontate, e ascoltate. Mi piacerebbe, nel mio piccolo, dare l’opportunità agli ospiti (studenti, imprenditori, custodi delle tradizioni e innovatori, operatori della cultura, semplici cittadini) di fornire la loro visione della Basilicata attraverso la lente delle proprie esperienze, del proprio vissuto, delle proprie prospettive.

Lo strumento podcast mi è sembrato il più adatto, nel tentativo di realizzare un’esperienza conversazionale informale, “protetta” e ragionevolmente breve, al riparo dalle solite dinamiche social. E poi sì, perché si può ascoltare mentre si fa altro!

Uno strumento “giovane”, il podcast, per raccontare una regione che sta facendo i conti con l’invecchiamento, lo spopolamento. Ecco, i mezzi di comunicazione in questo contesto che ruolo hanno secondo te?

Spopolamento, invecchiamento e povertà educativa sono stati i temi della prima puntata del podcast. In quella sede il sociologo della salute Rocco Di Santo, ospite dell’episodio, indicava nella realizzazione di “comunità educanti” un tentativo di contrapporsi a quella che sembrerebbe, dati alla mano, una prospettiva demografica e sociale inevitabilmente negativa per la nostra regione.

Solo ponendo (seriamente) le istanze e il futuro delle giovani generazioni al centro di tutte le misure sociopolitiche potremmo consentire loro di esprimere appieno il loro potenziale, spesso depresso, diluito o ignorato da un mondo adulto che ormai non sa più ascoltare.

In tutto ciò i mezzi di comunicazione hanno chiaramente un ruolo essenziale, avendo il potenziale di creare comunità avvicinando persone e idee. Ne osservo però un uso distorto, che più che provare a costruire ponti mira ad “abbattere” l’interlocutore: da questo punto di vista, il “Manifesto della Comunicazione non Ostile” (https://www.paroleostili.it/manifesto-della-comunicazione-non-ostile) andrebbe stampato e appeso in ogni aula o ufficio. Noi adulti, in qualche modo ancora modelli, non diamo affatto il buon esempio.

Oltre al tuo quali podcast consiglieresti?

Ammettendo un mio recente avvicinamento al mondo dei podcast, consiglierei “Sigmund” e “Comodino”, entrambi editi da ilPost (https://www.ilpost.it/podcasts/). Un invito a provare a capire (e capirsi) meglio gli altri e ad aprire la mente con un inaspettato viaggio tra le pagine di un romanzo o di un saggio scientifico.

Qualche anticipazione sulle prossime puntate?

Il format quindicinale del podcast (una nuova puntata ogni due martedì, con la prossima in programma il 1° aprile) mi consente di pianificare con cura la scelta degli ospiti, cercando di alternare le due province per coprire (è nelle mie intenzioni) tutti i 131 comuni della regione.

In coerenza con “spazio ai giovani!”, la prossima puntata vedrà una studentessa del quinto anno di scuola superiore discutere delle dinamiche adolescenziali, dell’avvicinarsi dell’esame di stato, di cosa voglia dire vivere in un piccolo comune della Basilicata per una 18enne, dei propri progetti per il futuro.

La puntata successiva è ancora da definire, ma mi piacerebbe ospitare chi lavora per diffondere cultura, chi ne ha visto il potenziale economico, di cambiamento, di riscatto e crescita per i nostri luoghi.

Ultima domanda al professore. Si discute di come i professori debbano comportarsi sui social. Il Ministero dell’Istruzione sta valutando l’introduzione di un “codice etico” per i dipendenti pubblici ma con una certa attenzione ai “professionisti della scuola” con regole più stringenti. Cosa ne pensi?

Personalmente ritengo che ognuno abbia il diritto di esprimere la propria opinione, se lo fa con onestà intellettuale e nel rispetto dell’interlocutore. Penso che i docenti possano portare avanti le proprie idee o critiche anche online e nel migliore dei modi, in virtù di un profilo (e di un “ruolo” pubblico) che dovrebbe collocarli come esperti (anche) della comunicazione, facendone uso efficace e con senso di responsabilità.

Ciò detto e confidando nella maturità di ognuno, non penso che la stesura di un nuovo “codice etico” che normi la comunicazione di noi docenti online rientri tra gli interventi urgenti che possano curare i mali della scuola pubblica, che per me sono (tra gli altri): l’abbandono scolastico, lo scollamento fra una realtà che muta a tassi velocissimi e ciò che viene proposto in aule e laboratori, lo smarrimento tangibile dei giovanissimi che ormai conoscono il mondo e cercano i propri modelli e riferimenti su web, tra un video su TikTok, una sessione di gaming e la scoperta della sessualità.

 

La prossima puntata è in programma il 1 Aprile.

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Quattro chiacchiere con Pasquale Rimoli. “Il peso del peccato” il suo nuovo libro

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Pasquale Rimoli, 34 anni, è un docente di Lettere della scuola secondaria di I grado dell’Istituto Comprensivo Statale “Scanzano Jonico – Montalbano Jonico”, filologo classico, autore della trilogia de “I Demoni di Urbino” (La Ruota Edizioni), di poesie e racconti brevi, inseriti in diverse raccolte.
Ha raccontato la sua nuova opera e la voglia di esplorare con essa “gli aspetti più oscuri dell’animo umano”.

Il peso del peccato”: cosa ha ispirato quest’opera?

Questo romanzo è il punto di incontro tra la mia passione per la Storia e il mio amore per la narrazione. Dopo essermi cimentato con il giallo e il noir, ho investito sugli aspetti più oscuri dell’animo umano, elaborando dunque un racconto che, chissà, potrebbe non far chiudere occhio a qualche lettore di notte! Ancora una volta, racconto del Bene e del Male, di quell’eterna battaglia che potrebbe coinvolgere anche un luogo remoto quale può essere il villaggio di Dalmally nella contea di Argyll in Scozia. Siamo nel 1439 e l’arrivo della giovane Emlyn mette in crisi i cuori di tanti, innescando allo stesso tempo i dubbi di tutti: sarà facile puntare il dito contro di lei, accusandola di nefandezze che solo una strega sarebbe capace di fare.

Premio letterario nazionale Streghe e vampiri: una bella soddisfazione per te. Raccontaci come è andata…

Devo ringraziare la Giuria di questo premio indetto dalla casa editrice Giovane Holden per aver notato qualcosa in questo romanzo. La premiazione si è tenuta a Viareggio a dicembre 2023. È stata un’esperienza unica perché, per la prima volta, sapendo soltanto di essere tra i 25 finalisti, ho visto scorrere uno dopo l’altro gli ex aequo del quarto posto, fino all’annuncio del premio speciale. Davvero un’emozione come poche nella vita.

In 10 parole, non di più, perché leggere Il peso del peccato?

Per ricordarci che si giudica solo ciò che si conosce

Hai tre copie da regalare e hai la possibilità di farle recapitare a tre personalità del panorama sociale, culturale o politico. A chi le manderesti?

A Maurizio De Giovanni, a mio parere uno dei migliori se non il migliore autore italiano dei giorni nostri; a Christopher Nolan, che magari potrebbe trarre ispirazione per una sceneggiatura; ad Azar Nafisi, scrittrice iraniana, che ci ha insegnato e continua a insegnare la grandezza dei libri contro l’oscurantismo dei regimi.

La frase o il commento su un tuo lavoro letterario che detesti?
“Questa cosa mi è sembrata troppo irreale”. Restando nella verosimiglianza delle vicende narrate, cosa posso farci se i miei personaggi mi hanno raccontato le vicende in uno specifico modo.

La cosa che invece ti piace sentirti dire rispetto ad un’opera da te scritta?

Penso che per un autore la soddisfazione maggiore sia sentirsi dire che le proprie pagine hanno tenuto compagnia ai lettori, che questi, per un certo periodo di tempo, hanno trovato rifugio e ristoro in quelle storie, affezionandosi ai personaggi e arrivando a chiedere un seguito.

 

Il libro è uscito lo scorso 12 marzo, è ordinabile in libreria, sui bookstores online e sul sito de La Ruota Edizioni (https://www.laruotaedizioni.it/). Al momento, non c’è una versione digitale, “ma sicuramente ci lavoreremo”, ha assicurato Rimoli.

Appuntamento al 27 marzo 2025 nel Salone delle Feste del Palazzo Baronale di Scanzano Jonico, ore 19.00, per la presentazione de “Il peso del peccato”.

“Quattro chiacchiere” con il cavalier Silvio De Marco

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Silvio De Marco agente di Polizia e Cavaliere della Repubblica. In servizio al comando di Ginosa dal novembre 2021 e residente a Scanzano Jonico.

La chiacchierata con Silvio è avvenuta nel Dicembre del 2024, appena appresa la notizia straordinaria della sua “nomination” a cui ha fatto seguito la cerimonia di consegna delle onorificenze.

IL REEL

All’agente De Marco son arrivate numerose attestazioni di stima, da quella del sindaco di Ginosa, Vito Parisi, città in cui opera, a quelle di Pasquale Cariello, sindaco della sua città d’origine, Scanzano Jonico.

Nella lettura delle motivazioni che hanno determinato il riconoscimento,  nei passaggi principali è riportato: “Svolge la professione con indiscussa diligenza ed alto senso del dovere, spirito di sacrificio e dedizione tanto da risultare un punto di riferimento per i cittadini, i colleghi e le altre Forze di Polizia impegnate nella gestione del territorio“.

E, ancora “Si è distinto per le qualità umane e le capacità di mediazione nella risoluzione di situazioni sociali molto delicate

Silvio ha raccontato la sua storia legata a questo traguardo e ha fatto la sua riflessione sulla “sostanza” del suo impegno che è la legalità, come modo di essere e di fare. Come valore che risiede nelle piccole cose.

La tua reazione quando hai appreso la notizia?

“Incredulo e sorpreso. Poi un’esplosione di gioia perché per me è il massimo essere nominato Cavaliere della Repubblica; mi fa sentire ancora di più un uomo delle istituzioni.

Ricordo sempre a me stesso che non è necessario indossare una divisa o ricoprire cariche pubbliche per amare le istituzioni. Ci dobbiamo sentire tutti e sempre uomini delle stesse. Penso che l’Italia sia il Paese più bello del mondo”

Un’ onorificenza prestigiosa che è legata a qualcosa di specifico?

“Non saprei. Non credo sia legata a qualcosa di preciso. Penso sia stato osservato il mio percorso in generale con indagini sul mio conto per mezzo della Prefettura competente.

Una cosa che ami del tuo lavoro?

Sicuramente il fatto che ogni giorno è diverso dal precedente e ti mette davanti nuove sfide, in molti casi anche parecchio delicate. Ogni giorno ho la possibilità di crescere professionalmente e umanamente e per questo ringrazio il mio comandante, commissario capo Costantino della Polizia Locale di Ginosa. Mi ha sempre dato fiducia anche affidandomi a volte incarichi per cui non mi sentivo all’altezza, ma lui ha creduto in me. Tutto ciò mi ha responsabilizzato e mi ha consentito di conseguire risultati importanti.

Educazione civica”, ecco su questo fronte per il mestiere che fai, possiamo dire che hai a disposizione un osservatorio privilegiato. Ce n’è tanto bisogno, vero?

“Il rispetto della legalità, delle regole, il rispetto delle Istituzioni, qualsiasi esse siano. Penso che la legalità sia una questione culturale e vada insegnata e praticata a casa e fuori. I bambini osservano i grandi e da loro prendono esempio”.

Gli agenti della polizia locale sono spesso associati alle multe. Qualche episodio che t’è rimasto impresso dopo aver somministrato una sanzione amministrativa?

“Dico la verità, reazioni cattive non ne ho da raccontare per fortuna. Molto dipende da come ti poni con il cittadino. Se gli fai capire di aver sbagliato e che dal punto di vista dell’agente è questione di fare bene il proprio dovere, il cittadino comprende. Anzi, a volte apprezza l’atteggiamento nel senso che capisce l’utilità di avere regole e persone che le rispettano. Ecco, quando al cittadino si fa comprendere l’importanza della legalità come valore che migliora la vita di tutti, allora è fatta, nel senso che anche professionalmente senti di aver raggiunto appieno il risultato. La cosa più brutta in assoluto invece è quando in seguito a un sinistro stradale devi comunicare la terribile notizia della morte alla famiglia”.

Questo traguardo umano, civico e professionale a chi lo dedichi?

“A mio padre che non c’è più e che ringrazio ogni giorno per i valori che mi ha trasmesso, a mia zia Egidia (De Marco) scomparsa da pochissimo, ai vari colleghi con cui ho lavorato nei rispettivi Comandi; al mio Comandante attuale e a quelli avuti nei Comandi precedenti a Ginosa, alla mia ex dirigente Dott.ssa Ferretti. Infine la mia famiglia, mia madre, mio fratello e i miei amici più stretti, che sanno che per me questo non è un lavoro ma passione”.

Quattro Chiacchiere. Gaya testimonial della Body Positivity: oltre il Crohn e la “ileostomia” c’è la felicità di vivere.

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 Body Positivity: oltre il Crohn e la “ileostomia” c’è la felicità di vivere. La storia di Gaya,: “valore alle cose belle”

MILANO. Gaya ha 23 anni, vive a Novara e lavora in amministrazione per una importante azienda operante nel settore moda. Come secondo lavoro fa la modella, testimonial della body positivity, vale a dire l’accettazione di tutti gli aspetti fisici a prescindere da “cliché estetici”, taglia, forma, , cicatrici e colore della pelle, genere e abilità fisica.

Il video REEL su Instagram

Gaya ha una malattia cronica molto seria che coinvolge l’intero organismo e in particolare l’apparato digerente: è la malattia di “Crohn”. In molti casi colpisce duro i pazienti compromettendone la qualità della vita e obbligandoli a terapie pesanti e interventi chirurgici anche radicali, come quello che porta alla creazione della “stomia”. Infatti, capita che alcuni tratti dell’intestino risultino così compromessi che è necessario eliminarli chirurgicamente in blocco.

Spesso si è obbligati a rimuovere la parte terminale del tubo digerente – il colon o il retto – e creare sull’addome del paziente un’apertura chirurgica che assicuri la fuoriuscita degli effluenti e quindi il funzionamento del processo di digestione. Ovviamente, si tratta di un intervento che lascia segni ben visibili sull’addome perché ci sarà un presidio formato da una placca e da un sacchetto di raccolta.

La malattia in questione purtroppo non risparmia i pazienti in età pediatrica e adolescenziale, anzi sembra prediligere quelle fasce d’età. Quando si dovrebbe pensare ai giochi, alla scuola, agli amici, ai primi amori adolescenziali anziché ai dolori articolari e addominali, alle corse in bagno, alle terapie, agli screening endoscopici e ai tanti interventi chirurgici a cui molto spesso si è costretti.

Nel corso della chiacchierata con Gaya è sgorgato, sospinto dalla gioia di vivere, il racconto leggero di una malattia pesante.

Bella, soave, generosa e radiosa, Gaya ha raccontato la sua vita e il suo approccio alla malattia.

Ad un certo punto della tua vita viene a farti visita un “mostro”, la malattia di Crohn. Com’è stato?

“Ho la malattia di Crohn da quando avevo dieci anni. È arrivata abbastanza presto. Sono stomizzata da quando ne ho 18. A 10 anni quando mi è stata fatta la diagnosi è stata una liberazione perché stavo male da tanto tempo e nessuno riusciva a dare una risposta al mio stare male, tanto a me, quanto ai miei genitori. Da un lato ero contenta perché mi era stata data una diagnosi certa.

A 18 anni la necessità di fare una ileostomia?

Sì, anche in quella circostanza ero contenta perché stavo veramente tanto male e mi sarebbe andata bene qualsiasi cosa pur di ritornare a fare le solite cose: uscire con i miei amici, tornare a lavoro come prima. In realtà ho preso le due fasi, la diagnosi e il ricorso alla ilestomia, in maniera positiva perché il pregresso era negativo. Non mi sono posta problemi su cosa avrei dovuto affrontare, sulle difficoltà, ma sui vantaggi che potevo avere sia dalla diagnosi certa di Malattia di Crohn e sia dal fatto che mi avrebbero messo una stomia definitiva”.

Hai reagito positivamente e non ti sei abbattuta. Non hai mai avvertito come un limite ciò che ti è capitato…

“Sono molto pratica. Cerco di semplificare i problemi alla base. Non si può decidere se ammalarsi o meno, quindi assodato questo ho ragionato in maniera molto schematica: c’è una diagnosi, si fa una cura e si sta meglio. Oppure: si sta male e c’è da togliere la parte di intestino compromessa? Va bene, facciamolo. Di certo non avrò la stessa vita di prima ma sicuramente sarà meglio che soffrire tutti i giorni perché con il Crohn si hanno dolori, si corre in bagno di continuo, diventa difficile o impossibile andare in giro, dormire bene, avere una vita”.

Agli altri che messaggio arriva di te?

“Dipende molto da come ti poni. Se sei una persona spaventata, che ha paura della malattia e della stomia gli altri lo percepiscono e di conseguenza avranno un occhio di riguardo. Ma se ti poni in maniera naturale le persone non ci fanno nemmeno caso al fatto che tu abbia una malattia e una stomia”.

Parliamo un po’ dei tuoi lavori: quello nel settore moda e poi raccontaci qualcosa della body positivity che è la tua seconda occupazione.

“In ufficio mi occupo di conti, registrazioni di dati. Nel lavoro che ha a che fare con la body positivity sono una modella. Faccio un sacco di iniziative interessanti e divertenti perché non c’è soltanto lo stare davanti a una telecamera o a un obbiettivo: io con il mio corpo racconto la mia storia nei diversi contesti, da quelli mediatici come sui giornali o in tv, e fuori dai riflettori. Inoltre, ho la possibilità di conoscere molta gente, cosa che a me piace un sacco. Parliamo sia di persone che condividono la mia stessa malattia, sia di persone semplicemente interessate all’argomento. In tanti mi scrivono sui social. Persone che hanno difficoltà ad accettare la malattia e anche la stessa stomia. O ancora persone che hanno altri generi di problemi di salute e con la stessa difficoltà di accettare la condizione imposta dalla malattia. Mi scrivono per capire e per avere un confronto e conforto”.

Ecco, tu cosa dici a chi scopre di avere una malattia cronica che dovrà portarsi per tutta la vita?

“Semplificare il problema, di non stare troppo a pensarci. Purtroppo capita spesso di dare più attenzione alle cose negative che a quelle positive”.

Per la serie: “quando siete felici fateci caso”?

“Esatto. A volte bisogna resettare il modo di pensare abituale e focalizzarsi sulle cose belle che si possono avere anche da situazioni difficili come avere una diagnosi o la necessità di dover ricorrere a terapie e interventi radicali come spesso accade con una stomia.

Dare valore alle cose belle”.

Quattro chiacchiere con Ippolita Curto, architetta e fondatrice di Alima Studio

in Quattro Chiacchiere

Lucana, nata a Policoro, architetta e fondatrice di Alima Studio. Ippolita Curto vive e lavora nel Lazio e ha fatto della creatività, della tecnica e dell’ascolto gli elementi strutturali del suo spazio professionale.
Ha scelto un mondo fatto di ricerca, di confronto, di bellezza e pragmatismo, ma anche di competizione, un settore in cui il disequilibrio di genere è macroscopico. Ma gli ostacoli – proprio come i vincoli imposti a volte dal mestiere – sono spesso il giusto slancio per vincere le sfide più audaci.
Ama la musica, che occupa un posto speciale nel suo cuore, influenzando il suo modo di vedere e interpretare il mondo, “arricchisce le creazioni di ritmo, armonia e dinamismo”.

Ippolita Curto è presente sui social e più in generale sul web dove svolge attività di affiancamento e mentoring per i professionisti e progettisti, a dicembre riapriranno le iscrizioni.

 

Facendo un giro su Google, a livello mondiale, quando si prova a cercare l’ipotetica “top ten” degli architetti, trovare una donna in lista è difficile, se non fosse per Zaha Hadid. Ecco, viste le premesse, quando hai scelto “cosa fare da grande” cosa ti ha ispirata: perché l’architetto?

Quando ho scelto di diventare architetto, non ho pensato alle classifiche o a quante donne fossero rappresentate nelle ‘top ten’. Ho scelto questa strada perché l’architettura mi ha sempre parlato come un linguaggio universale, capace di unire bellezza, funzionalità e creatività. Quello che mi ha ispirata è stata la possibilità di trasformare spazi e dare forma a luoghi che migliorano la vita delle persone, integrandosi armoniosamente con il contesto.
Essere una donna in un campo tradizionalmente dominato da uomini è certamente una sfida, ma anche un’opportunità per portare nuove sensibilità e punti di vista. La figura di Zaha Hadid è senz’altro iconica e rappresenta un punto di riferimento, ma ogni giorno traggo ispirazione anche da tante donne, spesso meno note, che lavorano con passione e talento dietro le quinte del mondo dell’architettura.
Per me, fare l’architetto è una vocazione, non una competizione. È un modo per connettere sogni e realtà, creare spazi che raccontano storie e rispondono alle esigenze del presente.

Zoom sull’Italia: qui pare che gli architetti siano poco più di 150mila. Il 40% è fatto da donne.
Francamente pensavo peggio in termini percentuali: tu che ci stai dentro alla professione e alle sue dinamiche cosa sai dirci di più? Mi spiego: è più difficile per una donna crescere professionalmente fra cantieri, calcoli, progetti, ponteggi, uffici tecnici, mastri, muratori, cartongessisti, idraulici ecc…?

Certo, i numeri sull’Italia ci raccontano una situazione che, se guardata superficialmente, sembra più incoraggiante rispetto a quanto si potrebbe immaginare. Il 40% di donne nella professione è un dato significativo dovremmo, però, andare oltre le percentuali e guardare alle reali dinamiche della crescita professionale.
La verità è che le difficoltà esistono. L’architettura è un mondo complesso, fatto di creatività ma anche di tecnica, pragmatismo e una buona dose di negoziazione e leadership, soprattutto in cantiere. Per una donna, può essere inizialmente difficile essere riconosciuta e rispettata in ambienti che, per tradizione e mentalità, sono ancora dominati da uomini. All’inizio capita spesso di dover “dimostrare” il proprio valore più di quanto non debba fare un collega uomo: essere preparate, ferme nelle decisioni e capaci di gestire le relazioni con i diversi attori è fondamentale. La sfida più grande, però, è rompere i pregiudizi impliciti, quelli che associano la donna a un ruolo più estetico nella progettazione e meno tecnico.

Personalmente, ho trovato che lavorare nei cantieri o confrontarmi con muratori e artigiani sia anche una straordinaria occasione di crescita. Dimostrare? Sì, ma solo a se stesse.
È più difficile? Si, ma questo non deve essere un ostacolo.

Come ogni cosa, l’architettura ha grandi maestri: c’è qualche architetto, nella storia o contemporaneo, a cui ti ispiri?

Due figure che mi ispirano profondamente sono Claude Parent e Jean Nouvel, ciascuno per motivi diversi ma complementari.

Claude Parent, con la sua teoria della ‘funzione obliqua’, ha rivoluzionato il modo di concepire lo spazio architettonico. Mi affascina il suo coraggio nel rompere con la tradizione delle superfici orizzontali e verticali, proponendo invece inclinazioni che invitano il corpo a interagire con lo spazio in modi nuovi. Il suo lavoro mi ricorda che l’architettura non è solo un insieme di volumi statici, ma un’esperienza fisica e dinamica, capace di influenzare il modo in cui viviamo e percepiamo il mondo.
Dall’altra parte, Jean Nouvel è un maestro nell’arte di dialogare con i contesti, di creare opere uniche che non si impongono, ma si integrano, trasformandosi insieme al paesaggio e alle persone. Amo il modo in cui utilizza la luce come materiale, rendendola parte integrante del progetto, e il suo approccio sempre sperimentale, che non si ripete mai ma trova soluzioni specifiche per ogni luogo e ogni cultura.
Ciò che mi ispira in entrambi è la loro capacità di reinventare il linguaggio architettonico, ognuno a suo modo, spingendo i limiti della creatività e portando sempre una dimensione poetica nei loro progetti. Quando progetto, cerco di portare con me questi insegnamenti: il coraggio di pensare oltre le convenzioni e la sensibilità di creare spazi che dialoghino con chi li vive e con ciò che li circonda.

Quando progetti qual è la prima cosa a cui pensi?

La prima cosa a cui penso quando progetto è la persona che vivrà lo spazio. Mi chiedo: come deve sentirsi qui? Quali emozioni voglio suscitare? Che esigenze devono essere soddisfatte?
L’architettura, per me, nasce sempre dall’ascolto: delle persone, del luogo, della luce e del contesto. Ogni progetto ha una storia unica, e il mio obiettivo è tradurla in uno spazio che non sia solo funzionale ed esteticamente bello, ma che diventi un’estensione dell’identità e dei sogni di chi lo abiterà. Allo stesso tempo, penso al rapporto con l’ambiente: come lo spazio dialoga con l’esterno, come la luce entra e si muove, quali materiali possono raccontare una storia coerente e sostenibile. In definitiva, ogni progetto inizia da una visione che unisce umanità e contesto. È come un viaggio: la prima cosa è immaginare la destinazione, il modo in cui le persone e lo spazio potranno trovare un’armonia che sia concreta e al tempo stesso emozionante.

“Alima” Studio, piccola curiosità, cosa c’è dietro la scelta del nome Alima?

Il nome ‘Alima’ è stato scelto con grande attenzione perché racchiude il senso più profondo di ciò che facciamo e di come lo facciamo. È un acronimo di ‘A Little of My Architecture’, e rappresenta l’idea che ogni progetto è un frammento di me, della mia visione e del mio modo di concepire lo spazio. Ogni volta che lavoro a un progetto, cerco di lasciare un’impronta personale, un piccolo pezzo di ciò che credo sia essenziale nell’architettura: armonia.
Ma il nome ha anche un’altra dimensione: richiama la parola ‘anima’. Questo legame non è casuale, perché per me l’architettura non è solo tecnica o design, ma è qualcosa che deve avere profondità, un senso, un respiro. Ogni spazio deve avere un’anima, deve saper raccontare una storia e connettersi con chi lo vive.

La cosa che da architetto ti piace sentirti dire?

La cosa che più mi piace sentirmi dire è: “Questo spazio mi rappresenta, è come l’ho sempre immaginato, ma non avrei mai saputo descriverlo così.” Per me, questa frase racchiude tutto ciò che significa essere un architetto: riuscire a trasformare i desideri, spesso non espressi o difficili da definire, in spazi concreti che risuonano con chi li vive. Amo sapere che sono riuscita a interpretare le esigenze, le emozioni e i sogni delle persone, andando magari anche oltre le loro aspettative.

La cosa che invece professionalmente detesti ascoltare?

Detesto quando qualcuno dice: ‘Questo non si può fare’

, senza nemmeno considerare alternative o nuove possibilità. L’architettura è fatta di sfide, ed è proprio nei vincoli che spesso si trovano le idee migliori. Per me, il dialogo e la collaborazione con clienti e professionisti sono fondamentali, e un atteggiamento chiuso spegne il potenziale di un progetto.

Non mi riconosco nella figura dell’architetto distante o snob, che impone le sue idee senza considerare i desideri o le intuizioni del cliente. Credo fortemente in un rapporto lavorativo fatto di dialogo, contaminazione e capacità di mettersi in discussione per trovare la soluzione inaspettata.

 

C’è chi progetta e costruisce la propria vita lontano dal luogo natio, ecco immagina che nel tuo paese di origine, Scanzano Jonico, ci fosse un concorso di idee volto a promuovere la “socialità” su come riqualificare un’area: cosa proporresti?

Domanda complessa. Riflettendoci, immagino una piazza che non sia solo un luogo di passaggio, ma un vero e proprio polo di aggregazione, dove si mescolano tradizione e innovazione. Una piazza viva, multifunzionale, pensata per tutte le generazioni.
Potrebbe essere articolata in diversi spazi:
Un’area verde con alberi da frutta, ombreggiata e accogliente, per incentivare la sosta e il relax, ma anche per raccontare il legame con il territorio. Spazi polifunzionali flessibili, come una pedana o una struttura leggera, che possano ospitare mercatini, eventi culturali, spettacoli e incontri.
Percorsi e sedute ‘smart’ che incoraggino la socializzazione: panchine integrate con tavolini, magari posizionate lungo una pavimentazione che racconta la storia del luogo attraverso incisioni o giochi grafici. Un’area dedicata ai bambini e alle famiglie, dove il gioco sia integrato con l’ambiente e la creatività. Un sistema di illuminazione scenografico, per rendere la piazza un luogo sicuro e suggestivo anche di sera, magari con luci che variano per sottolineare momenti particolari della vita della comunità. Inoltre, vorrei integrare elementi che valorizzino la cultura e le tradizioni di Scanzano Jonico, magari con installazioni artistiche o pannelli interattivi che raccontino la storia, i volti e le storie del paese.

Credo che la chiave per riqualificare uno spazio pubblico stia nel renderlo aperto, inclusivo e capace di far sentire ogni cittadino parte di una comunità.

Un luogo che sia bello da vivere ogni giorno, ma anche capace di evolvere con le necessità delle persone.

 

 

Instagram Alima Studio

 Arch. Ippolita Curto – YouTube

 

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Quattro chiacchiere con Massimo e Carlo, artigiani a Limosano: “Qui c’è tempo per pensare”

in Quattro Chiacchiere

Dalla pelle al cuore rock del Molise. Che come la Basilicata esiste, è doveroso puntualizzarlo.

Ci sono storie che forse non t’aspetti ma vengono da luoghi in cui il tempo è così lento che sembra essersi fermato. Luoghi in cui lo spopolamento è un dato numerico inquietante, da quelle parti infatti si sono registrati 3000 abitanti in meno negli ultimi 100 anni: emigrazione e terremoto le cause principali.

I fratelli Massimo e Carlo Fiorucci trasformano la pelle più pregiata, come quella toscana, in accessori e lo fanno in un laboratorio di Limosano, un posto del Molise con poco più di 700 anime, noto perché lí Checco Zalone ha girato la famosa scena:

– scusi, se un papà porta qui un figlio in vacanza…?
– é un coglione.

Ma cinema a parte, la storia dei due artigiani è un pentagramma composito in cui ritmo e passione per l’artigianato s’intrecciano magicamente per dare forma e sostanza ad

accessori in pelle destinati ad aziende come Armani, Trenitalia, Dolce&Gabbana, Ita Airways, Pfizer, Poste Italiane. E l’elenco delle grandi aziende italiane e estere che hanno bisogno di loro è ancora molto lungo.

Già, perché quando ci sai fare, hai capito come fare e hai dentro quella voglia viscerale di ribaltare i luoghi comuni che stanno svuotando, insieme con altri fattori, i borghi delle “piccole” regioni italiane, probabilmente fai capire che una speranza c’è.

E l’artigianato è uno degli strumenti per accrescere la fiducia: saper fare qualcosa significa poter realizzare un progetto professionale e di vita, anche dopo la necessaria esperienza fuori. Saper fare qualcosa consolida e rigenera le radici con la propria terra: proprio come è accaduto per loro.

Li abbiamo visti all’opera: nel corso della chiacchierata hanno confezionato gadget che ci hanno donato.
Mentre lavoravano a mano e con l’ausilio di apparecchiature, nell’aria si propagavano le note degli artisti che amano. Un legame forte, il loro, con la musica, infatti sono anche musicisti.

Massimo e Carlo Fiorucci, dal 1985 hanno il loro laboratorio, hanno sostenuto investimenti costanti in attrezzature e competenze. Adolescenza trascorsa al nord fra Seveso e Comodo. Poi il ritorno a Limosano, a 18 anni diventano soci del laboratorio che li ha assunti.
A Roma nel 1993 per 11 anni. Poi l’azienda è tornata a Limosano.

“Il nostro è un artigianato ormai introvabile perché chi si occupava di pelle ora è in pensione ed è difficile trovare qualcuno che voglia iniziare”.

I due hanno raccontato inoltre che si occupano del disegno, del modello e della trasformazione delle pelle.

Poi hanno spiegato come ancora oggi “i corteggiamenti” non manchino così come le proposte di tornare a Roma in qualità di consulenti.

Perché questa voglia di restare a Limosano?

“Nel Molise hai più tempo per fare le cose.
La vita è più lenta. In città è frenetico.

Di tornare in città dunque non se ne parla?

“Non ci pensiamo proprio. Siamo stati a Pomezia, nella zona industriale, ed è bastato”.

“L’artigianato potrebbe salvare i piccoli borghi e i piccoli borghi possono salvare l’artigianato”.

Oltre che artigiani, Massimo e Carlo sono apprezzati musicisti.
Il primo fa il batterista, ama la musica anni 70 jazz e rock, adora i Led Zeppelin, Yes, Miles Davis.
Il secondo suona il basso elettrico, e adora le note di bassisti come Jaco Pastorius e Victor Wootten.
Comprano dischi da quando sono bambini.

Gli stessi che ancora ascoltano nel loro laboratorio a Limosano fra un taglio e una cucitura. Fra un ritmo lento, per pensare, e uno slancio rock, per creare.

L’INTERVISTA. Miss Didì apre il suo saloon a Nova Siri. Storia d’amore, passione e radici.

in Economia/Quattro Chiacchiere

Mettici la consapevolezza che la vita professionale sarà dura. Mettici che per una donna la prova è (purtroppo) sempre più difficile. Ma poi mettici cuore e voglia di agire: si scrive coraggio ma si legge Denise, in arte Miss DiDì.

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Una che voleva fare la barbiera anche se il “mondo” non è che fosse proprio d’accordo con la sua scelta.

Ma in questi casi c’è sola una risposta: Ma “chissene”…

Lei oggi è barbiera, parrucchiera, consulente di immagine, color artist. E il 17 Novembre, dalle 17.00, dà appuntamento a tutti all’inaugurazione del suo saloon, in viale Siris a Nova Siri.

Ha realizzato il suo sogno, ha studiato con sacrificio, dedizione e passione, ha vinto i pregiudizi di quelli che “una donna non può fare la barba agli uomini”, ha vinto concorsi nazionali prestigiosi come “la Barba dell’anno” ha lavorato con successo “al Nord” dove è nata, in Piemonte, e dove ha vissuto pur essendo originaria di Senise e San Costantino Albanese, dove ha i parenti.

Poi, in questa storia, mettici l’amore, quello per Maurizio, lucano e di Nova Siri, tatuatore di professione e straordinario creativo a tutto campo.

Mettici una bimba meravigliosa e la voglia di rimettersi in discussione, perché in fondo non c’è mai una meta definitiva nella vita di chi è abituato a fare del viaggio la propria ambizione.

Denise Spagnuolo, nel parlarci del suo lavoro, ha subito precisato:

“ascolto innanzitutto le persone, cerco di capire cosa c’è dietro la voglia di cambiare. Si inizia con la consulenza, capisco chi ho davanti e quali sono le aspettative. A quel punto propongo un percorso personalizzato”.

 

Denise, il tuo lavoro abbraccia un bel po’ di competenze: cosa ti caratterizza maggiormente professionalmente?

“Amo fare la barba. La barberia è il lato maschile presente in me; è nel mio dna perché le radici sono lì, mio nonno è stato un barbiere”.
Domanda: Hai vinto prestigiosi concorsi nazionali, e ad un certo punto ti contatta un programma mainstream “I soliti Ignoti”.

“Sì, è così difficile pensare che una donna possa fare la barbiera che il concorrente che doveva capire che lavoro facessi ha sbagliato, nel senso che non ha visto in me una barbiera. Ha perso 100mila euro”.

Geograficamente parlando la tua è una storia al contrario: dal Nord al Sud. Com’è stare qui?
“Tante difficoltà, lo ammetto. La realtà è molto piccola a volte molto chiusa. Però credo molto in questa terra. D’estate sono cresciuta qui, le mie origini sono qui. Credo di poter dare e spero di poter accogliere giovani collaboratori”.

La prima reazione che registri quando dici di fare la barbiera?
“Come reagiscono al Nord allo stesso modo reagiscono al Sud. Stupore, sorpresa. Ho lottato tanto per diventare una barbiera. Mi ha fatto soffrire molto il non essere capita e riconosciuta come barbiera. Io ho iniziato con mio nonno barbiere, è con lui che ho sperimentato il taglio corto. Trovo molto più complesso fare un taglio corto: ci sono ombre e sfumature da creare. A me l’hanno insegnato con le forbici e non con le macchinette, ricordo che mi dilettavo a fare le sfumature ai miei amici quando venivo in vacanza qui a Nova Siri”.

 Dicevi che anche in Piemonte è stato difficile far passare l’idea della “barbiera”, perché secondo te?
“Mancano le scuole, quindi è necessario fare il percorso da parrucchiera per poi arrivare a fare la direzione che vuoi, nel mio caso la barbiera. Ho fatto una scuola privata, ho speso tanti soldi. Le scuole migliori erano a Milano, quindi finite le medie ho fatto la scuola. Ci sono state delle crisi, ad un certo punto ho lasciato. Il percorso è stato difficile ma poi proseguito e ho aperto il mio primo negozio nel 2009, in provincia di Alessandria, a Marengo. L’esperienza è stata bellissima: ho iniziato sola, poi dopo una settimana ero piena di lavoro, in pochissimo tempo sono arrivata ad avere sei collaboratori in un negozio di 60 mq”.

Poi nel negozio hai messo la prima poltrona per la barberia…e cosa è accaduto?
“Da lì, dai primi clienti, sono passata ad avere il secondo negozio in contemporanea. Il lavoro sul femminile era tantissimo, per potermi dedicare alla barberia ho dovuto stabilire dei giorni dedicati. Ho iniziato anche corsi di marketing per accrescere il mio bagaglio culturale e professionale. Ho aperto il mio terzo negozio, disegnato interamente da me. Lì è nata Miss Didì, la barberia. Ho vinto il concorso nazionale di Lady Barber e sono diventata molto famosa nel circuito.

In Basilicata per amore…
“Scelta bellissima. Difficile ma non c’ho pensato molto. Eccomi qui. Ho chiuso le mie attività lì. L’amore è questo, e poi c’è la voglia di dare qualcosa anche alla terra in cui ho le mie radici di famiglia”.
Nova Siri?
“Devo dire che è stato difficilissimo trovare un locale. Ci siamo riusciti con fatica, volevo un luogo ampio e ospitale capace di accogliere Miss Didì, stile inconfondibile. Non le solite cose, mi dedicherò totalmente alla mia clientela, dalla coccola, all’ascolto alle soluzioni su misura per valorizzare la bellezza interiore e esteriore”.

Hai riscontrato cose belle ci dicevi. E poi come ti hanno accolto i colleghi che operano nel settore?

“La Basilicata ha tempi lenti, la lentezza mi ha aiutato tanto a pensare a cosa fare. Penso, inoltre, di aver lavorato ad un’idea che mancava. Gli studi di marketing mi hanno molto aiutata in questa fase, hanno dato slancio alla mia identità lavorativa e professionale, mi hanno resa riconoscibile”.

I colleghi del settore, gli artigiani in generale mi hanno aiutata e supportata sempre e comunque. Dal barbiere accanto, alla parrucchiera, tanto aiuto sempre. Sono felice per questo. Altre persone invece in me hanno visto sorriso, disponibilità e motivazione per fare qualcosa di diverso”.

Ci sveli qualcosa dell’inaugurazione?

“Ci saranno sorprese. Anche musicali. Non mancate”.

 

 

 

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