L’ortofrutta italiana e quella della Basilicata vanno: ma c’è carenza di manodopera
L’ortofrutta italiana continua a correre sui mercati internazionali, raggiungendo risultati mai registrati prima. Nell’ultima annata, infatti, l’export ha segnato una crescita dell’11% in valore e dell’8% in volume, arrivando a circa 4 milioni di tonnellate esportate. Un dato che conferma il ruolo dell’Italia tra i principali protagonisti europei, insieme a Spagna e Paesi Bassi. Eppure, dietro questo successo si nasconde una criticità sempre più evidente e strutturale: la mancanza di manodopera. A lanciare l’allarme è la Cia-Agricoltori Italiani, attraverso il presidente nazionale Cristiano Fini, che evidenzia come al comparto manchino oggi oltre 120 mila lavoratori, tra addetti qualificati e giovani under 30. Una carenza che rischia di compromettere la capacità produttiva e la competitività dell’intero sistema.
In questo scenario, la Basilicata rappresenta un tassello fondamentale. Il comparto ortofrutticolo lucano è infatti uno dei pilastri dell’economia agricola regionale, con una produzione che si attesta intorno a 1,5 milioni di tonnellate l’anno su una superficie di circa 18-21 mila ettari. Il valore complessivo del settore oscilla tra i 330 e i 350 milioni di euro, mentre la produzione commercializzata attraverso le Organizzazioni di produttori ha raggiunto nel 2023 i 267 milioni di euro, pari a quasi il 70% del totale.
Il cuore produttivo è il Metapontino, che concentra circa il 75% della produzione regionale e rappresenta un vero distretto agroindustriale. Qui si coltivano ortaggi, frutta e, in misura minore, agrumi, con una forte vocazione all’export e alla grande distribuzione organizzata. Tra le eccellenze spicca la fragola, di cui la Basilicata è il primo produttore nazionale: un comparto da circa 150 milioni di euro di fatturato, con 1.200 ettari coltivati e oltre 500 mila quintali prodotti. Non a caso, il territorio si prepara a ospitare anche l’edizione 2026 di Fragola Expo Basilicata 2026, vetrina internazionale del settore.
Proprio l’export rappresenta uno dei principali punti di forza dell’ortofrutta lucana, con un valore stimato tra i 120 e i 180 milioni di euro, pari fino alla metà della produzione complessiva. I mercati di riferimento restano quelli europei, in particolare Germania, Francia, Austria e Svizzera. Tuttavia, questa forte esposizione internazionale comporta anche criticità: prezzi instabili, dipendenza da poche grandi catene distributive e una concorrenza sempre più aggressiva da parte di Paesi come Marocco ed Egitto, che possono contare su costi di produzione più bassi.
A ciò si aggiunge un altro elemento di fragilità: la redditività aziendale. Nonostante ricavi potenzialmente elevati, soprattutto per colture come la fragola, i margini restano compressi a causa dell’aumento dei costi di produzione, in particolare energia, fertilizzanti e manodopera. Le aziende più strutturate, inserite nelle OP o con contratti diretti con la GDO, riescono a reggere meglio l’urto del mercato, mentre le realtà più piccole risultano più esposte e vulnerabili.
Secondo Cia, il nodo centrale resta proprio quello del lavoro. Le attuali procedure legate al decreto flussi, pur migliorate, continuano a generare ritardi tra le richieste e l’effettivo arrivo dei lavoratori, creando difficoltà operative e, in alcuni casi, favorendo il ricorso al lavoro irregolare. Allo stesso tempo, la forza lavoro italiana è in calo e sempre più anziana, mentre i giovani faticano ad avvicinarsi al settore, scoraggiati da condizioni di impiego discontinue e poco attrattive.
Per questo, l’organizzazione agricola – evidenzia il presidente regionale Leonardo Moscaritolo – propone una serie di interventi concreti. In primo luogo, una forte semplificazione delle procedure di assunzione, anche attraverso strumenti digitali e formule flessibili per il lavoro stagionale, come voucher agricoli rivisitati. Fondamentale è poi una riforma del decreto flussi, che superi la logica emergenziale del click day e introduca una programmazione pluriennale basata sui reali fabbisogni delle imprese, con la possibilità di attivare corridoi dedicati per i lavoratori stranieri.
Altro punto cruciale è la razionalizzazione dei controlli, oggi spesso duplicati, e la revisione della normativa sul caporalato, con la semplificazione dell’accesso alla Rete del lavoro agricolo di qualità e la creazione di uno sportello digitale unico per le aziende.
Accanto al tema del lavoro, Cia – dice Moscaritolo – richiama anche la necessità di riequilibrare i rapporti lungo la filiera, garantendo maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi e un giusto riconoscimento del valore agli agricoltori. In ambito europeo, l’organizzazione chiede il rafforzamento delle politiche di sostegno al settore e l’introduzione di regole di reciprocità negli scambi internazionali, affinché i prodotti importati rispettino gli stessi standard ambientali e sociali richiesti alle imprese europee.
In un contesto segnato da tensioni geopolitiche, aumento dei costi e crescente competizione globale, il messaggio della Cia è chiaro: l’ortofrutta resta un motore fondamentale dell’economia agricola, anche in Basilicata, ma senza interventi strutturali su lavoro, filiera e competitività, il successo dell’export rischia di non essere sostenibile nel lungo periodo.