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L’Abbate: “Regolarizzazione per i lavoratori agricoli”

in Emergenza Covid-19

“Dare l’opportunità a chi è entrato in maniera regolare in Italia in passato, per prestare la propria opera in agricoltura, e che si trova ora ai margini della società, magari lavorando in nero. È su questo che la regolarizzazione dei migranti deve concentrarsi senza sconfinare in sanatorie che nulla hanno a che vedere con la problematica che stiamo vivendo in questo momento”. Lo dichiara il Sottosegretario alle Politiche Agricole, Giuseppe L’Abbate.

“È bene ricordare che il punto di partenza della discussione sono i circa 300mila lavoratori stagionali stranieri che ogni anno, per la maggior parte da Paesi comunitari, giungono in Italia e che oggi sono impossibilitati a causa della pandemia in corso, nonostante i cosiddetti “corridoi verdi” promossi dall’Ue su cui potremmo lavorare ulteriormente. Accanto al lancio della piattaforma digitale istituzionale per l’incontro tra domanda e offerta in agricoltura, realizzata dall’Anpal, risulta necessario pertanto coinvolgere i braccianti che non arrivano alle 51 giornate presenti nei database Inps, i percettori di sussidi dallo Stato Italiano e quei migranti che, oggi come in passato, lavorano nel comparto agricolo, permettendo a loro e solo a loro di ottenere una estensione del permesso di soggiorno scaduto, come del resto già concettualmente permette il Decreto Sicurezza in caso di impossibilità nel ritorno al proprio Paese d’origine. Una sanatoria “tout court” creerebbe storture sul mercato del lavoro a totale danno dei lavoratori attualmente regolari, come sostenuto dai sindacati, e diverrebbe un incredibile ‘scudo alle malefatte’ che rappresenterebbe un vero e proprio schiaffo agli imprenditori agricoli onesti che, fortunatamente, sono la maggior parte nel nostro Paese. Qui parliamo, invece, di circa 50.000 persone, già schedate e note allo Stato e che le stesse imprese agricole conoscono” conclude il Sottosegretario alle Politiche Agricole, Giuseppe L’Abbate.

Scanzano, alla Città della Pace il “Centro di accoglienza per i migranti vittime di caporalato”

in Cronaca

Obiettivo dell’accordo è la costituzione del partenariato di progetto per la presentazione della proposta progettuale e la successiva realizzazione del “Centro di accoglienza per i migranti vittime del caporalato presso la Città della Pace sita in Scanzano Jonico”.

A siglare l’accordo – “data atto 23 Aprile 2020” –   di “partenariato” con la Regione Basilicata sono state le commissarie prefettizie Rosalia Ermelinda Camerini, Rosa Maria Simone e Maria Luisa Ruocco.

Nel progetto, la Regione assume il ruolo di capofila, il comune di Scanzano Jonico è invece partner  e “conferisce al capofila”. La Regione Basilicata, inoltre, in qualità di capofila anticiperà tutte le somme necessarie all’esecuzione delle linee operative  poste sotto la responsabilità dell’altro partner, fino al completo raggiungimento degli obiettivi di cui all’intervento finanziato.

Nella documentazione, disponibile sul sito web istituzionale del comune di Scanzano Jonico, è inoltre riportato:  “E’ intenzione della Regione Basilicata dare attuazione al “Protocollo sperimentale contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura. La Regione ha interesse a promuovere sul proprio territorio la legalità e la sicurezza nel settore agricolo ed a tal fine ritiene di dover intervenire anche attraverso la realizzazione di un modello esemplare di “edilizia dell’accoglienza” che sia in grado di insediarsi positivamente nel tessuto della comunità della fascia jonica favorendo condizioni di reale integrazione”.

Dunque, una decisione storica quella assunta dalla Regione e che dà nuovo impulso, e per certi versi nuovi contorni, al progetto Città della Pace, originariamente pensato per accogliere i bambini e le famiglie in fuga dalle guerre e più in generale dalle inibizioni all’esercizio dei diritti umani, universalmente riconosciuti.

Come di ricorderà “madrina” del progetto fu la compianta Betty Williams, premio Nobel per la Pace.

 

Per dare corso al progetto attuale, che pone la questione della gestione dello sfruttamento dei lavoratori stranieri,  altrettanto importante, delicata e strategica per il territorio Metapontino, sono disponibili 2 milioni di euro rinvenienti dal “Programma operativo nazionale legalità 2014-2020 (per il contrasto al fenomeno del caporalato, del ministero dell’Interno).

La decisione della Regione, benché modifichi un po’ le originarie intenzioni, si fonda su valori importanti e di triste attualità anche per il comprensorio Metapontino. Come si ricorderà infatti, nell’agosto 2019 una lavoratrice morì in seguito a un incendio che si sviluppò negli stabilimenti de la “Felandina” a Bernalda, dove soggiornavano in condizioni a dir poco precarie – e irregolari –  decine di braccianti.

Certo, restano legittime le domande di tutti coloro che vogliono sapere di più sugli sviluppi del progetto, sugli impieghi effettivi dei 150 lavoratori e sul futuro degli stessi una volta che il loro lavoro sarà terminato.

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