L’INTERVISTA. L’ex sindaco Ripoli su “Città della Pace”

in Politica

Alla luce degli ultimi accadimenti, la “Città della Pace” voluta dalla compianta Betty Williams come risposta alla scellerata idea di fare a Terzo Cavone (Scanzano Jonico) il deposito unico delle scorie nucleari, muterà la sua originaria destinazione pur restando le nuove finalità meritevoli di considerazioni di valore. Tuttavia, la nuova prospettiva, cioè destinare l’immobile ai lavoratori vittime del caporalato e dello sfruttamento, non sembra convincere la politica e più in generale il civismo cittadino. In epoca di lockdown, a voler  consultare il “termometro” dei social network i pareri sono contrastanti, e tantissimi utenti, cittadini di Scanzano, hanno espresso perplessità e allo stesso tempo invocato maggiore coinvolgimento nelle decisioni. Non sono mancate anche le posizioni di ex amministratori. La strada del silenzio “social” è stata quella scelta dall’ex sindaco Raffaello Ripoli che è stato ascoltato telefonicamente sulla vicenda.

E’ opportuno dire che l’attuale situazione di “vacanza” amministrativa dovuta allo scioglimento del Consiglio comunale ha fatto sì che la delibera che dà il nuovo corso al progetto Città della Pace ha colto la città di sorpresa compresi gli stessi rappresentanti istituzionali a livello regionale che sono apparsi, dalle prime dichiarazioni apparse sui social, quasi estranei alla decisione della Regione.

E l’ex sindaco?

 Avvocato Ripoli, cosa ne pensa della delibera adottata dai commissari relativamente alla destinazione della città della pace?

“Preliminarmente intendo evidenziare, senza mezzi termini, che tale decisione, comportando inevitabilmente delle conseguenze sul territorio comunale, positive o negative che siano, va inquadrata in un’ottica squisitamente politica e strategica per il territorio stesso e, come tale, non poteva certamente essere adottata da commissari bensì da organi politici democraticamente eletti dal popolo e che con il popolo avrebbero preventivamente dovuto confrontarsi al fine di condividerla o meno. Ora non ci si meravigli per la reazione del popolo che vive tale decisione e tale scelta strategica come un’imposizione dall’alto”.

Avvocato, andiamo nel merito della questione?

Prima di entrare nel merito della questione e senza dietrologia politica ed ideologica, al solo fine di ricostruire i fatti e lasciando ad ognuno la libertà di giudizio sull’accaduto, è opportuno ripercorrere le tappe che hanno portato alla odierna situazione. La struttura di Terzo Cavone è legata ad un progetto di accoglienza di bambini promosso dalla compianta Betty Williams che risale all’epoca Iacobellis,  per resistere ed avversare il noto progetto di allocazione del deposito unico di scorie nucleari risalente all’epoca Altieri. Detto in altri termini, ciò che creò i presupposti e diede la “stura” alla Città della Pace ed alla realizzazione (parziale) della struttura fu proprio la necessità di avversare l’idea del sito unico. La realizzazione della struttura fu finanziata in parte con fondi regionali (che poi, in corso d’opera, andarono in parte anche a Santarcangelo, sottraendo risorse utili al completamento della struttura stessa) e per altra parte (urbanizzazione etc) fu legata ad una lottizzazione privata che prevedeva la costruzione di circa settecento alloggi. La crisi del mercato immobiliare fece desistere i lottizzanti privati, aggravando la situazione di incompletezza dell’opera che, per anni, è rimasta “cattedrale nel deserto”, riprendendo a “camminare” poco tempo addietro e soltanto in parte, non essendo sufficienti fondi per completarla tutta, con l’utilizzo dei ribassi.

In questi giorni, cosa è accaduto e cosa è cambiato?

E’ accaduto che in data 24.04.2020 i Commissari del Comune di Scanzano, con i poteri del consiglio comunale (organo di indirizzo politico), hanno adottato una delibera con la quale, sostanzialmente, si aderisce alla proposta di partenariato della Regione Basilicata relativo alla elaborazione e candidatura del progetto di completamento della “Città della Pace per i bambini in Basilicata”, al fine di destinarlo a centro di accoglienza dei migranti (cambiando, di fatto, la destinazione d’uso della struttura che, sebbene vincolata all’accoglienza, era però destinata ai bambini), e mettendo nella disponibilità della Regione Basilicata la struttura con comodato d’uso gratuito per dodici anni. Tale delibera segue una delibera di Giunta Regionale adottata addirittura il 09.04.2020 – e mi è bastato, immediatamente dopo aver appreso della delibera del Comune, andare sul sito della Regione per appurarlo – con la quale la stessa Regione, decideva di partecipare, mediante presentazione di un progetto, ad un avviso pubblico per la prevenzione ed il contrasto del lavoro irregolare e dello sfruttamento nel settore agricolo, ossia del fenomeno caporalato, finanziato con fondi del Piano Operativo Nazionale, autorizzando il Dirigente del Dipartimento Presidenza alla sottoscrizione ed al compimento di tutti gli atti necessari, fra cui la indispensabile e necessaria acquisizione di una partnership istituzionale e della disponibilità di un immobile sul quale realizzare i lavori per destinarlo ad accoglienza, entrambe (partnership ed immobile), come già detto, concesse dal Comune di Scanzano con la ridetta delibera del 24.04.2020. Questi i fatti.

Proviamo a fornire un’interpretazione su ciò che accadrà:  una volta ottenuto il finanziamento e completata l’opera in questione saranno accolti 150 migranti?

Francamente, leggendo in questi due ultimi giorni le carte, non ho trovato traccia di numeri. Non vorrei che si sia fatta un po’ di confusione con altro bando che riguarda il finanziamento a privati che vogliano ospitare migranti da impiegare in agricoltura in strutture private, bando utile a risolvere nell’immediato la carenza di strutture per l’ospitalità stagionale. Quel bando, che è diverso da quello cui ha partecipato od intende partecipare la Regione e che riguarda il comune di Scanzano, prevede sì un numero oscillante tra i 150 ed i 200 migranti.

In questi giorni molti cittadini, tra cui anche ex amministratori, hanno avanzato delle proposte per un utilizzo diverso della struttura a Terzo Cavone. Lei cosa ne pensa?

Penso che sia un esercizio di fantasia assolutamente inutile ipotizzare qualsivoglia destinazione diversa di quell’immobile. Ho letto varie idee di impiego della struttura a fini diversi dall’accoglienza, tutte, per carità, idee rispettabilissime e valide sotto il profilo contenutistico, ma irrealizzabili e destinate al libro dei sogni.

Addirittura?

Semplicemente perché quell’immobile ha un vincolo di destinazione. Mi spiego meglio. La Regione Basilicata finanziò in origine il progetto per la realizzazione della Città della Pace finalizzata all’accoglienza e non ad altro, quindi c’è un vincolo di destinazione. I soldi furono dati per quello. A titolo esemplificativo è come se un Comune (Scanzano od altro poco conta) presentasse un progetto alla Regione per realizzare un campo sportivo ed una volta ottenuto il finanziamento realizzasse invece una grande piazza od altra opera, esponendosi a conseguenze disastrose. Quindi tutto ciò che viene ipotizzato è irrealizzabile e questo, se possono non saperlo i semplici cittadini, non può non saperlo uno che ha amministrato. Oltre a questo aspetto, mi consenta di dire che mi ha fatto sorridere leggere la proposta di un ex amministratore in particolare, ma non per il contenuto della proposta stessa, lodevole e rivolta agli anziani, ma perché proveniente proprio da quel soggetto che sponsorizzando il deposito di scorie creò i presupposti e diede la stura al progetto della Città della Pace nato per resistere a quell’ipotesi. Della serie prima ha fatto il danno e poi, suonando il suo piffero magico, cerca di abbindolare ancora i cittadini in buona fede, facendo proposte da applausi che, però, sa essere irrealizzabili ed il cui vero fine è il populismo ed il consenso elettorale. Se proprio avessi dovuto viaggiare di fantasia a me sarebbe tanto piaciuto utilizzare quella struttura, vista la posizione strategica, a fini di ricettività turistica od a servizio di un macro attrattore turistico, riservando ad altri luoghi strutture per la realizzazione di RSA; che avevamo, peraltro, già individuato nel plesso della vecchia scuola chiusa, da abbattere e ricostruire mediante progetto di finanza, per il quale l’istruttoria era in itinere, e che sarebbe stata destinata in parte all’ospitalità di anziani e per altra parte ai diversamente abili, in pieno centro del paese e non in un ghetto periferico che nulla apporterebbe, peraltro, in termini economici al paese giacché a differenza di una struttura in paese che consentirebbe il contatto sociale ed anche un ritorno economico per le varie attività presso le quali si sarebbero potuti recare sia gli ospiti che i familiari che andavano a far loro visita”.

Mi faccia capire, al netto delle considerazioni: lei condivide o meno il progetto di accoglienza avviato dal Comune e dalla Regione?

“Faccio una premessa di carattere generale. Io personalmente, con riferimento alla questione immigrazione, ho sempre pensato che fosse più utile andare ad aiutare a casa loro i popoli vittime della fame e della guerra, sicché queste persone non abbiano bisogno di salire sui barconi e di recarsi in altri paesi. Credo che tutti, rifugiati politici vittime delle guerre ed immigrati economici vittime della fame, debbano avere la possibilità di vivere dignitosamente e di lavorare per guadagnarsi il pane a casa loro. D’altronde, lo stesso discorso vale per i nostri giovani lucani, troppo spesso costretti a lasciare con sofferenza la loro terra natia per cercare lavoro e fortuna altrove. Ritengo che tutti vorrebbero vivere dove sono nati se le condizioni sociali ed economiche lo permettessero. Ritengo, altresì, che costerebbe molto meno, oltre che in termini di vite per loro, anche  in termini economici per noi. Ma siccome il fenomeno immigrazione esiste, con riferimento ad esso mi sono sempre espresso in questi termini: “accoglienza si, ma con misura e con dignità”, ripudiando ogni forma di concentramento delle persone in grandi numeri, spesso in condizioni disumane e prive di dignità sia per i territori ospitanti che per gli stessi migranti. Detto ciò, pur non volendo eludere la risposta alla sua domanda, devo precisare che non conoscendo bene i contenuti del progetto relativo a Scanzano che vede la Regione Basilicata capofila, non posso esprimermi compiutamente”.

 

Va bene le considerazioni, ma andiamo sul pratico. Quando avete amministrato voi cosa avete fatto in concreto?

“Posso soltanto, proprio per non eludere la domanda, fare delle ipotesi che, peraltro, sono frutto di tutti quei contenuti emersi e delle discussioni fatte durante i vari incontri ed i vari tavoli tenutisi in Regione e nelle due Prefetture di Potenza e Matera, dove eravamo stati convocati assieme agli altri comuni per discutere dell’emergenza accoglienza. In dette occasioni abbiamo sempre fermamente avversato ipotesi e proposte (pure avanzate da organi ed enti sovraordinati e che sembravano quasi imposizioni) che vedevano il nostro comune, ed in particolare la incompiuta struttura di Terzo Cavone, oggetto di attenzioni per la realizzazione di CARA, HUB, trasferimento dei migranti della Felandina etc. etc., ossia proprio di quelle odiose strutture di concentramento ove ricoverare, al pari delle pecore, i migranti, mentre abbiamo mostrato apertura, relativamente a strutture complesse, centri polifunzionali, ove più che di accoglienza si parlava di ospitalità, per contrastare il fenomeno del caporalato. L’idea di fondo, da affinare, era la seguente: Ospitare migranti regolari, cioè in possesso di regolare permesso di soggiorno, che pagassero un fitto per vitto ed alloggio, ed una tariffa per il trasporto nei campi. Ma ovviamente ciò non bastava a sconfiggere il fenomeno dell’intermediazione di lavoro illecita (caporalato), per cui queste strutture, oltre a fornire ospitalità ai migranti dovevano contenere luoghi fisici (stanze, uffici) ove allocare tutte le sigle sindacali agricole che avrebbero dovuto offrire supporto a migranti perché non si facessero sfruttare e fossero edotti dei loro diritti (in particolare paghe a tariffa sindacale), senza intermediari; a ciò andava aggiunto uno sportello del centro per l’impiego (o un organismo equipollente) ove offerta di lavoro (non solo di migranti ma anche di cittadini italiani) e richiesta di manodopera da parte degli imprenditori agricoli trovassero un punto di incontro. A tanto aggiungere in queste strutture, che dovevano fungere da contenitore, anche dei luoghi ove svolgere corsi di formazione per il lavoro in agricoltura nonché seminari di interscambio culturale e colturale, con la supervisione della Università (UNIBAS), per apprendere e scambiarsi tecniche di coltivazione di prodotti agricoli tra varie nazioni del mondo. Non è un mistero, infatti, che a causa dei cambiamenti climatici, oggi, il nostro clima, favorisca colture in loco che prima erano inimmaginabile (ad esempio frutti esotici quali il mango, il frutto della passione etc. etc.). Senza nascondere che la presenza dell’UNIBAS avrebbe aperto, magari, la strada o sarebbe comunque stata una opportunità per avere una sede universitaria della facoltà di agraria, e/o laboratori della stessa, sul territorio. Altro innegabile vantaggio per il territorio ci sarebbe stato in termini economici, data la necessità di forza lavoro e fornitura di servizi e di merci e materiali, così come un vantaggio sarebbe stato per tutti quegli italiani che soffrono una sorta di concorrenza sleale degli immigrati che si prestano a lavorare sottopagati. Eh si, perché non è vero che gli italiani non vogliono andare nei campi, è piuttosto vero che non vogliono andarci sottopagati. Far conoscere i propri diritti ai migranti regolari e sottrarli alle grinfie dei loro aguzzini caporali, facendogli capire che devono essere pagati secondo tariffa, consentirebbe agli italiani di non subire una concorrenza sleale che certamente li penalizza. Non so se sono stato chiaro. Orbene, ribadendo che non conosco compiutamente, al momento, il progetto che riguarda scanzano, posso concludere soltanto dicendo che se rientra nell’ipotesi del concentramento mi trova fermamente contrario, mentre se si verte nell’ipotesi di una struttura complessa e polifunzionale come appena descritta, troverebbe da parte del sottoscritto, abituato da sempre ad essere coerente, una apertura. Rinvio questo giudizio al momento in cui se ne saprà di più e si conosceranno i contenuti ed i contorni di questo progetto”.

 

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