Spread al minimo: fattore congiunturale o inversione di tendenza?

in Economia

 La burrasca del debito pubblico sembra, in Italia, non poter conoscere tregua, ma appaiono all’orizzonte motivi per cui sorridere. È ormai dalla crisi del debito, scoppiata nel 2011, che il nostro paese perdura nella condizione di oggetto dello sguardo severo di mercati e istituzioni. In alcuni momenti sembrava si potesse trarre qualche sospiro di sollievo, salvo poi ripiombare nell’occhio del ciclone. Le scelte, ma soprattutto la direzione che il governo ha impresso al paese non hanno fatto altro che peggiorare la situazione del nostro debito, il quale è tornato a toccare livelli preoccupanti (almeno da un certo punto di vista). I motivi per dormire sonni tranquilli, come sottolinea in un’intervista Andrea Rocchetti di Moneyfarm, non mancano. A partire, giustappunto, dallo spread, che sorprendentemente si mantiene a quote accettabili. Il mistero si infittisce.

Anomalie del mercato

 Parlare di mistero è tutt’altro che fuori luogo. Come osservato da più parti, vi sarebbero le condizioni per far sì che lo spread schizzi alle stelle come ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi. Innanzitutto, il tasso del Bund tedesco a 10 anni è uno dei più bassi di sempre (-0,26%), un elemento che gioca molto a sfavore per quel che riguarda lo spread, considerando che i Btp oscillano paurosamente appena sotto la quota del 2%. Inoltre, lo abbiamo anticipato poco sopra, il governo italiano non gode sicuramente della fiducia dei mercati. Soprattutto non in questo periodo, poco dopo l’approvazione alla camera del controverso strumento dei Mini-Bot, che per alcuni rappresentano un primo passo verso l’uscita dall’Euro (che sia una prospettiva veritiera o meno, ai mercati non interessa). Fattori reali che, in altre fasi dell’economia, avrebbero costituito dei sommovimenti paurosi. Oggi, invece, sembra regnare una calma apparente. Si tratta di una congiuntura favorevole temporanea, o di una svolta significativa destinata a produrre conseguenze di rilievo?

Tra Europa e America

 Dalla crisi del 2008 abbiamo scoperto (o riscoperto, per chi se ne fosse dimenticato) che i mercati sono volatili e molto, molto suscettibili. Alla FED, coinvolta in una delle tante polemiche con il presidente Trump, è bastato paventare la possibilità di operare dei tagli al costo del denaro per ridare fiato ai titoli di mezzo mondo, compresi i titoli di Stato; i buoni del tesoro nostrani non hanno fatto eccezione. Oltre a questo aspetto, il focus va inevitabilmente a toccare un dato che, da ora in avanti, segnerà pervicacemente l’economia globale: l’inflazione scende. Secondo le stime, nei prossimi 10 anni l’inflazione in Europa potrebbe scendere poco al di sopra dell’1%, intorno al 2% negli USA. Questo naturalmente, qualora le valute mantenessero gli attuali rapporti (il che presuppone la loro esistenza, non così scontata nel caso dell’Euro). Con un’inflazione del genere, i tassi di interesse sui titoli di Stato scendono che è una bellezza. Una boccata d’ossigeno insperata. Da non sottovalutare, comunque, il fatto che altrove le cose vadano meglio che in Italia. In Spagna, ad esempio, i tassi si aggirano intorno allo 0,50%; ciò ha spinto parecchi fondi comuni a puntare sui Btp, più redditizi, sottraendoli al ricatto degli avvoltoi della finanza. La domanda tuttavia rimane la medesima: quanto durerà? Le scelte del governo italiano influiranno così pesantemente da rompere questi fragili equilibri? Il patto tra Salvini e Trump ridisegnerà gli scenari economici, quantomeno per quel che concerne l’Eurozona? Oltre la nebbia, poco altro.