Shangri-La tra mito, letteratura e turismo. Come si riesce a rovinare anche il sogno e la fantasia.

in Cultura/Una finestra sul Mondo

Ciascuno di noi, nel suo piccolo, ha la sua Utopia.

Non ho sbagliato a scriverla con la ‘u’ maiuscola: voglio proprio dire che ognuno di noi crede, spera di poter costruirsi, almeno virtualmente, o trovare, alla fine di una lunghissima ricerca, un luogo dove non solo poter trovare la pace che manca ai nostri giorni, ma in cui poter essere se stessi, in maniera libera, fanciullesca, pura, senza dover fare più i conti con l’ipocrisia, la doppiezza e la gratuita malvagità del quotidiano.

Achab aveva individuato la sua terra ideale, il ‘giardino dell’Odio’  tra le assi impeciate del suo Pequod, all’affannosa ricerca di quel gigantesco nemico degli abissi che gli aveva tranciato una gamba; i personaggi del filma da Oscar ‘Mediterraneo’ si erano ritagliati un paradiso di verità e di pace nella lontana, minuscola e dimenticata isola di Kastellorizo; molti, tra Ottocento e Novecento, sono andati alla ricerca, spesso vana, della loro Atlantide.

Per i più colti, dire Shangri-La significa tante cose: ricerca di purezza, ricerca di primitività, ricerca del Non-Luogo della perfezione dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. In questo senso, una Shangri-La la possiamo trovare dovunque, eventualmente anche in un particolare luogo della nostra città o proprio a casa nostra (per i più fortunati ed ‘illuminati’).

Ma c’è gente che all’esistenza di una vera Shangri-La ci crede davvero: pensano davvero che, in Tibet, sui settemila metri, praticamente tra le montagne e tra le nuvole, ci sia questo luogo magico e meraviglioso in cui potersi scoprire diversi, magari migliori.

Purtroppo non è così: Shangri-La, nome bellissimo, musicale, poetico è l’invenzione letteraria di James Hilton, autore di ‘Orizzonte perduto’ best-seller del 1933 poi diventato film nel 1937. Hilton aveva letto di una mitica Shambala nei testi sacri tibetani e da quella suggestione si era fatto guidare dalla sua penna nella creazione e descrizione di un mondo fantastico in cui si viveva centocinquant’anni, si moriva poco e benissimo, non si era legati alle cose materiali e si era riuscito a cancellare tutti quelli che noi chiamiamo peccati capitali come l’ira, l’avarizia, l’invidia, la superbia, la gola, l’accidia e la lussuria.

Questa è la semplice, cruda, scarna verità. Ahimé.

Ma, a volte, la verità è insopportabile ed anche antieconomica: per cui è meglio viaggiare sulle ali della fantasia.

Per questa ragione, costruita ‘ad hoc’ ed ‘ex-novo’, Shangri-La, una Shangri-La turistica, tutta pseudo-casette tibetane, hotel e ristoranti è stata costruita sotto lo pseudo-monastero di Senze Ling, in una località del Tibet cinese che appartiene alla regione dello Yunnan.

Lì, frotte di turisti asiatici ed occidentali, gasati dal fatto di appartenere ad un’elite di iniziati capaci di trovare e godersi una rarità come Shangri-La, stanno trasformando un angolo di paradiso in una sorta di nuova ‘Las Vegas della spiritualità’ non lontana dalle vette del  Karakal.

Nei silenzi pneumatici e mistici di quelle latitudini, di quelle altezze aeronautiche, in cui l’ossigeno si fa desiderare, stanno penetrando, irrefrenabili, le chiacchiere fastidiose, gli urli e gli schiamazzi sguaiati, le fisime e le fregole di un nuovo turismo ‘mistico’ che di religioso e spirituale ha ben poco.

Ma si sa: davanti al Dio Denaro, tutto il resto scompare. Anche Shangri-La.