Gli auto-reclusi: storie dal mondo di chi non vuole il mondo.

in Una finestra sul Mondo

Che la società capitalistica fosse ipercompetitiva e fortemente stressante, ne eravamo già certi da moltissimo tempo.

Ma che, oltre alle dipendenze classiche da sostanze (nicotina, droghe e alcool), ci fosse una nuova malattia strisciante, che poi malattia in senso classico non è, questo ci lascia sbalorditi.

I giapponesi, che hanno conosciuto questo problema già oltre trent’anni fa, chiamano i colpiti da questo strano ‘morbo’ hikikomori, che più o meno dovrebbe significare, in quella complessa lingua, ‘coloro che si ritirano’.

Il fenomeno degli hikikomori, inizialmente, sembrò interessare soltanto giovanissimi, tra il 14 ed il 25 anni, con un picco inquietante intorno ai 17 anni.

Questi ragazzi, in Giappone, ma non solo, decidevano, in una progressione inquietante di atteggiamenti sempre più patologici, di ritirarsi non solo in casa, ma proprio in camera, uscendone solo per mangiare ed espletare i propri bisogni fisiologici: il resto del tempo era occupato in letture, film e giochi elettronici.

Una recente indagine statistica (2016) ha valutato in almeno mezzo milione i giovani giapponesi afflitti da questo nuovo ‘male’ che si va ad assommare ai tanti danni che questa società consumistica ha arrecato a tutti noi: ma adesso il problema appare un po’ più complesso.

Infatti, oltre alla platea di giovanissime vittime di questa nuova malattia della relazione e del comportamento, c’è un nuovo popolo di auto-reclusi, vale a dire tanti quarantenni e cinquantenni che, stritolati da un sistema troppo competitivo e troppo pieno di aspettative, letteralmente si nascondono in casa dei genitori regredendo ad una dimensione filiale forzata in cui dipendono da padri e madri ottantenni o novantenni.

La cosa ha talmente preoccupato il governo giapponese, da portare all’approvazione di una legge speciale che prevede, alla morte del genitore, la corresponsione di una pensione minima alle persone affette da questa forma di disabilità comportamentale che interessa una platea non inferiore alle seicentomila persone, che sono, però, solo quelle ufficialmente censite dal sistema sanitario giapponese.

Il problema, ovviamente, non è solo giapponese: anche negli States e nella cara, vecchia Europa ci sono molti teenagers e alcuni adulti che proprio non riescono a sopportare l’impatto con una società che ci richiede tutti e sempre performanti. Lo dimostra il fatto che in Italia è nata una onlus che s’interessa proprio del drammatico problema degli hikikomori del Belpaese.

Un articolo on-line non è il luogo adatto per una disamina clinico-psicologica di un fenomeno tanto allarmante: ma, dal punto di vista sociologico, mi pare che sia importante sottolineare che questa nostra società dovrebbe rivedere parecchi suoi punti di riferimento e dovrebbe davvero permettere a tutti, come suggerisce la costituzione degli Stati Uniti d’America, di esercitare il diritto alla ricerca della felicità, che non sempre fa rima con successo sociale ed economico.

Una riflessione più approfondita a riguardo, non guasterebbe.