Bambini di tre genitori: la tecnica del MRT.

in Una finestra sul Mondo

Chi non ci è passato, non lo può capire: questo va detto preliminarmente. Chi ha sofferto o soffre per non poter avere figli patisce dolori (spirituali e materiali) indicibili e per tempi lunghissimi.

Va anche detto che nessuno è titolato a giudicare né questo articolo si vuole porre come una presa di posizione ‘pro’ o ‘contro’: qui si vuole fare solo sommessamente un po’ di semplice, sana informazione. Null’altro.

Detto questo doverosamente, possiamo passare rapidamente all’argomento di queste mie poche righe: la tecnica di inseminazione conosciuta come MRT.

Con questa sigla intendiamo la mitochondrial replacement therapy, cioè, per i meno avvezzi all’inglese, la terapia di sostituzione mitocondriale.

Iniziata in Inghilterra ufficialmente e con tanto di riconoscimento del competente ministero della salute, questa tecnica permette a genitori certi (o quasi) di avere figli con malformazioni o malattie genetiche ereditarie di sostituire, tramite una donatrice sana, una parte minimale, ma fondamentale, (intorno allo 0.1% del genoma adulto) del DNA mitocondriale.

A puro scopo informativo ricordiamo che, nei soli Stati Uniti, ogni anno, nascono almeno 800 bambini che, a causa di problemi a livello mitocondriale, appunto, vanno incontro a forme di disabilità pesantemente invalidante o anche alla morte prematura.

Inutile dire che la tecnica è invasiva e non priva di rischi e che, sia a livello medico, sia a livello bioetico, i fronti su questo argomento sono ben netti e contrapposti: da un lato, sin dal 2014, i difensori dei progressi della scienza e della tecnica affermano che, se vi è la possibilità concreta di agire a vantaggio della vita e della salute del nascituro, ogni scoperta deve essere accolta favorevolmente; dall’altro, coloro che ritengono che un intervento sul DNA mitocondriale (quello materno, per intendersi) sia da intendersi sempre e comunque come un’interferenza pesante sulla Natura e sul volere di Dio, ovviamente criticano pesantemente questa nuova metodica.

Vi è, poi, per noi comuni mortali, anche un altro e non meno preoccupante oggetto di attenzione in questa diatriba: poiché la ‘seconda mamma’, cioè la donatrice del materiale genetico sano, dovrebbe/potrebbe essere considerata a suo modo l’altra madre biologica del bambino, questo apre uno squarcio preoccupante su possibili implicazioni non solo anagrafiche, ma anche ereditarie che una situazione del genere potrebbe alla lunga creare.

Quello che è certo è che i bambini nati in Inghilterra e Stati Uniti (ed altri paesi) in questi ultimissimi anni, hanno, a tutti gli effetti, tre genitori: due che si prendono cura di loro direttamente e che risulteranno i loro unici genitori, ed una terza genitrice che, da lontano (o così almeno si spera), seguirà la crescita e la vita di questi bambini che, alla fine, sono bambini come tutti gli altri: belli, teneri, buffi e simpaticissimi e meritevoli di vivere una vita tranquilla senza necessariamente sentirsi al centro dell’attenzione del mondo.