Il Ciclope di Paolo Rumiz. L’occhio di un Dio che scruta il mare

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Titolo: Il Ciclope

Autore: Paolo Rumiz

Genere: letteratura contemporanea

Casa editrice: Feltrinelli

Data di pubblicazione: 19 novembre 2015

Formato: cartaceo, e-book

Pagine: 149

4 stelle

Gli arcipelaghi dell’anima sono infinitamente più misteriosi e complicati di quelli reali.

Per chi respira il caldo afoso di questa estate un pò ritardataria, ma arrivata frettolosamente; per chi ama il mondo marino e tutto ciò che gravita attorno ad esso ma è lontano fisicamente dalle coste, ecco un libro che permette un tuffo letterario nelle acque salate di Nettuno. Il Ciclope di Paolo Rumiz è il racconto di un esperimento sociale che l’autore ha fatto su se stesso: per tre settimane abita un faro e ci svela, facendoci calare nella dimensione della natura marina, tutti i segreti di questi occhi semidivini, così affascinanti, puntati sul mare. In questo viaggio in luoghi isolati l’autore intraprende un viaggio anche dentro di sé, riprendendo il filo di comunicazione con la natura più incontaminata; un filo interrotto da anni di civiltà e società automizzata. Se cedete al richiamo affascinante del Ciclope, munitevi di un mappamondo: con Rumiz si arriva fino in Antartide, si toccano le isole Greche, si cita il mar Adriatico; tutti luoghi legati dalla distesa d’acqua marina, dalle storie che le sue onde cullano verso la terra. E lasciatevi cullare anche voi da questo racconto di vita, corredato da molte informazioni storiche e pratiche, ma scandito dal ritmo dolce del mito e della poesia. Buona lettura!

Il ciclope di Odilon Redon- olio su tela, 1895-1900, Museo Kröller-Müller, Otterlo

In una notte violentata da raffiche di vento, un uomo sbarca su un’isola anonima. Brancola nel buio cercando la luce di un faro, la meta del suo viaggio. E’ così che ha inizio l’esperienza vissuta da Rumiz, che volontariamente sceglie di vivere per tre settimane in un faro, luogo ignorato dalla gente di terraferma, ma che esercita un fascino particolare per i nati sulle coste, come lo stesso scrittore, triestino di origini. Rumiz ci apre le porte di una nuova dimensione: quello della natura marina più solitaria e atavica.  I segreti e le storie di queste case di luce si animano e, l’autore, da bravo giornalista, prende in prestito le parole e i pareri di esperti incontrati nei suoi viaggi per portarli alla luce. Il tutto descritto in un’atmosfera magica e soprannaturale: l’uomo, lontano dalla Rete, dai contatti umani, se non quelli dei faristi che si avvicendano, riprende il filo teso dai nostri progenitori, interrotto da anni di civiltà, e guarda alla natura, agli animali, come suoi fratelli umanizzati. E’ così l’asino diventa Ciclope, la gallina Cassandra, i gabbiani, i padroni dell’isola, i venti, chiamati per nome, sono amici o incursori che fanno visita alla costa. La natura è descritta con la poesia del mito, vincendo la noia e incantando lo spirito dell’uomo più cittadino. Protagonista del libro è il faro, il Ciclope, che è sia regno sia carcere: in esso l’uomo diventa padrone di se stesso e allo stesso tempo esule; il faro sfiora anche il mondo sacro; è tempio di luce amica per i naviganti. E’ un’interessante favola ambientata nel passato in cui regna la frugalità e la semplicità, in cui i ritmi sono scanditi dalla natura. Rumiz non dimentica però in questa nuova realtà le brutture del mondo e critica la nostra ’umanità alle prese con la Rete, l’automatizzazione, la pesca intensiva e la strage dei migranti. In questo suo viaggio immobile l’autore ha tempo per ritrovare se stesso e l’essenziale. In questa esperienza al limite della civiltà l’uomo ha imparato una nuova lingua: quella del silenzio della natura, davanti alla quale non ci sono parole idonee. Chi avrà la fortuna di leggere Il Ciclope, guarderà d’ora in poi con occhi diversi il faro; un potere nuovo sarà dato a questo guardiano del mare, oggi quasi trascurato, pensando al mondo che esso rappresenta.E ognuno di noi spererà di potervi riconoscere il superbo faro sull’isola solitaria nel Mediterraneo nel quale Rumiz ha soggiornato, e sul quale con fare dispettoso (per protezione?), conserva l’anonimato geografico e mitologico.

Paolo Rumiz  è  un giornalista e scrittore italiano (n. Trieste 1947). Inviato speciale del”Piccolo” di Trieste, quindi editorialista di “La Repubblica”, ha seguito gli eventi politici che a partire dagli anni Ottanta hanno prodotto profonde trasformazioni nell’area balcanica, pubblicando a seguito di questa esperienza il reportage Maschere per un massacro (1996), e successivamente ha documentato gli eventi bellici verificatisi in Afghanistan dal 2001. Appassionato viaggiatore di viaggi lenti e consapevoli, effettuati a piedi o con mezzi di fortuna, indagatore delle terre di confine e dei luoghi dimenticati, ha percorso itinerari sconosciuti al turismo di massa, soprattutto nell’Est europeo, nel profondo Nordest italiano, lungo il fiume Po.Tra le sue opere citiamo: Danubio. Storie di una nuova Europa (1990); La leggenda dei monti naviganti (2007); Tre uomini in bicicletta (con F. Altan, 2008); L’Italia in seconda classe (2009); Trans Europa Express (2012); Morimondo (2013); Come cavalli che dormono in piedi (2014); entrambi nel 2015, La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna (da leggere soltanto ad alta voce) e Il Ciclope; Appia (2016); La regina del silenzio (2017); Il filo infinito (2019).