Incontro con l’autore Stefano Labbia e le sue “Piccole vite infelici”

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Ospite “virtuale”  della nostra rubrica è oggi il giovane (classe 84′) scrittore e artista poliedrico Stefano Labbia. Di origini brasiliane, ma nato a Roma, Stefano è autore di  due raccolte di poesie  “Gli Orari del Cuore” (2016 -Casa Editrice Leonida) e “I Giardini Incantati”( 2017-Talos Edizioni). Il Faggio Edizioni ha pubblicato nel 2018 la sua prima raccolta di racconti “Bingo Bongo & altre storie.

Piccole vite infelici , pubblicato ad ottobre 2018, è il suo primo romanzo. In un’ epoca nella quale bisogna dimostrare in un modo quasi esasperante una vita ” a mille” , perfetta sui social, con selfie dai sorrisi a trentadue denti  in feste da sballo, Stefano ha il coraggio di mettere in scena la vita precaria, senza un centesimo, povera di affetti di quattro personaggi in cerca di un posto nel mondo cinematografico, nella città regina delle cineprese, l’Eterna Roma. Senza tanti edulcorati giri di parole Stefano Labbia descrive con occhio di ” vetro”, crudo e spietato,  gli aspetti pratici del dramma esistenziale di queste anime in pena nell’inferno di una città dispersiva, caotica, cannibale. A breve la recensione di questa storia dei giorni nostri. Ora, ecco per voi l’intervista a questo meritevole autore emergente.

Se dovessi descrivere “Piccole vite infelici” con una parola quale useresti?

Innanzitutto grazie per la fantastica opportunità! Bella domanda… Credo che direi “verità”. Nel romanzo che è pura fiction, alcune interazioni, alcuni comportamenti risultano piuttosto umani. Finiamo un po’ per riconoscerci in questi quattro “sciagurati” alla ricerca di fortuna che, nonostante provino a lottare e a darsi da fare… si scontrano spesso e volentieri con un muro di mattoni. Muro che può essere la loro inettitudine, il loro pesante passato, il “nepotismo” o altro ancora.

Nel tuo ultimo libro ci hai parlato del male di vivere ,delle difficoltà di esser “umani” e giovani oggi , di entrare nel mondo del lavoro e coltivare rapporti umani sani. Cosa manca di più alla società odierna e come consigli di riparare le crepe della nostra vita attuale?

Non ho vissuto quegli anni (sono un classe 1984…) ma credo (essendo a conoscenza di racconti, aneddoti e descrizioni di quegli anni) che negli anni ’50 in Italia ci fosse più empatia, più unità. Meno competizione – non sto parlando di quella sana ovviamente… Il periodo era “particolare”: la guerra era finalmente un ricordo e c’era voglia di ricostruire (in tutti i sensi). Di tornare a vivere. C’era meno “fortuna” per tutti, economicamente parlando. Meno possibilità. Ma c’era più voglia di parlare, di condividere ciò che si aveva: sogni, ilarità e… cibo. Ma forse si era anche un filino più genuini. Meno falsi, rispetto ad oggi. Non sto dicendo che dovremmo resettare tutto e tornare a quegli anni – anche perché realisticamente non è fattibile… Ma forse dovremmo ritornare “alle basi”. Ritrovare quello spirito. Rivedere i nostri atteggiamenti, le nostre priorità. Lo dico probabilmente con un po’ di “ingenuità” ma… Credo che dovremmo vivere meno di tecnologia e di “black friday” e abbracciare quello che conta davvero: la famiglia, quello che ci fa stare davvero bene. Che ci appaga. Che ci rende davvero felici anche se solo per un attimo. Del resto… la vita non è forse fatta di istanti, di attimi che si affastellano l’uno sull’altro?

Le opere parlano meglio dei propri autori, ma siamo dei lettori un po’ invadenti e indiscreti e vogliamo scoprire qualcosa di più direttamente da te. Parlaci, ad esempio,delle tue abitudini di scrittore. Quando hai iniziato a scrivere, e quante ore al giorno dedichi a questa attività? Sei uno scrittore insonne ? Spremi le meningi o aspetti l’arrivo della tua musa ispiratrice? Riti scaramantici prima di ogni pubblicazione?

Scrivo da sempre. E scrivo ogni giorno, in qualunque situazione / condizione… La scrittura è la mia vita. Non potrei fare altrimenti… In tutta onestà scrivo ogni storia che mi “cade tra le braccia”: l’ispirazione può arrivare da ogni parte ed io sono sempre pronto ad accoglierla. Poi ovviamente c’è un lavoro dietro al “soggetto”, all’idea di base… Ma spesso viene tutto da sé. Personaggi, plot, location. Anche il genere di narrazione (film, romanzo, graphic novel) riesco ad inquadrarlo quasi subito. Non ho riti scaramantici – forse dovrei averne invece, chissà!

Di chi ti senti figlio “di penna”? Gli autori a te più cari che ti hanno accompagnato nella tua crescita letteraria e che sono tua fonte d’ispirazione.

Di tanti e di nessuno fondamentalmente… Gli autori che stimo sono tantissimi… Ma al tempo stesso ho cercato, più che di imitarli, di trovare uno stile tutto mio. Che ovviamente “adatto” di fronte alla storia che scrivo seguendo le regole che ogni forma di espressione richiede. Se dovessi citare gli autori che ho nel cuore ti direi Satre, Dostoevsky, Koestler, Lewis, Dickens, Paasilinna, Baurn, Longanesi… Ma anche Flaiano, Dumas, Harris, King, Doyle, Christie, Nicholas, Mann, Bukowski. E Shakespeare…

Melina, Maya, Caio Sano, MM: a quale personaggio sei maggiormente affezionato e a quale avresti voluto regalare un finale diverso?

I personaggi sono nati così ed avevano dentro di loro, per via del modo in cui “vivono” la loro “esistenza di carta”, già il finale incluso in sé. Noi non siamo diventati ciechi… lo siamo sempre stati. È una frase del nuovo libro che sto scrivendo che parla proprio di questo: di come viviamo le nostre vite senza badare appieno alle scelte che compiamo e di quanto, dall’esterno, sia facile “indovinare”, quasi come se fossimo mentalisti, il finale della nostra “storia”. Non ce ne rendiamo conto ma le nostre vite – e quindi anche quelle dei personaggi (ir)reali che porto spesso in scena su carta e su altri media – sono spesso scontate. Ovvie… Se si sa dove guardare… specialmente per quanto riguarda il finale. Esattamente come ogni storia che viene raccontata: quanti di voi guardando un thriller, specialmente, conosce già una situazione che accadrà, addirittura una battuta di uno dei personaggi… No non siamo tutti Sherlock Holmes. È solo che quel film l’abbiamo “vissuto” in qualche modo, mesi o anni fa sulla nostra pelle. Per questo quando si parla di cliché soffro: tutto può essere un cliché ma non per questo significa che il prodotto sia fatto male o falso. Anzi. Tiene conto delle dinamiche reali, spesso e volentieri. Ovvio che c’è cliché e cliché… Ma sto divagando. Insomma… L’umanità calca questa terra da quanto? Abbiamo avuto filosofi, grandi pensatori, psicologi, psichiatri che hanno scandagliato l’animo umano così in profondità che, senza sforzo, possiamo riconoscere chi è cosa (maschio alfa, ribelle etc.) e allo stesso tempo, possiamo facilmente intuire il finale della sua vita. Non ci sono poi così tanti percorsi, da intraprendere, se ci pensiamo… Così come non ci sono poi molti finali a nostra disposizione. Tornando alla domanda principale: credo che tra i quattro quello che abbia più da dire / dare sia Caio Sano per via del suo carattere. O meglio, mi correggo… Caio non ha un carattere… ha un caratteraccio (cit. … “pulp”). Infatti lo ritroveremo protagonista in una storia breve nella mia prossima raccolta di racconti che sarà portata in scena anche a teatro sottoforma di monologhi. Titolo? “Il padre di Kissinger era un bastardo”. Ovviamente non si parla del vero Kissinger, Segretario di stato americano anni ’60 – ’70…

Cosa ti ha spinto a parlare di questa storia? Quale è stata la tua fonte ispiratrice?

Mi sono guardato attorno. Ho colto le azioni, le reazioni, la falsità. La voglia di vincere edulcorata dall’apatia, dalla noia, dalla tecnologia, dalle manie di grandezza del mondo romano del cinema. E poi ho “condito” il tutto con un bel po’ di fantasia restando sempre saldo alle loro “esistenze”.

Hell panel from The Garden of Earthly Delights – Museo del Prado in Madrid, c. 1495–1505, attributed to Bosch.

Nel tuo libro ci hai introdotto al mondo precario e senza remunerazione dello show biz. Quanta vita vissuta da te c’è in “Piccole vite infelici”? Cioè quanto “”Stefano” , quale percentuale di  esperienze da te realmente vissute abitano le pagine del tuo scritto?

Fortunatamente ben poche… Ho “raccolto” le confessioni di conoscenti e amici che, come già messo in scena abilmente dalla serie tv “Boris” di Fox Italia, sono sotto agli occhi di tutti. Spesso non vogliamo vederle. Neanche se facciamo parte del sistema stesso. Per “comodità” o perché, come detto… siamo ciechi.

Cosa significa essere un autore emergente nello scenario letterario attuale?

La maggior parte delle volte è un sogno. Ma non posso negare che, specialmente nel nostro Belpaese, sia dura. È una sfida quotidiana… una maratona continua. Devi sempre dimostrare chi sei, cosa sai fare. Questo che tutti vedono come un limite però, per me è uno stimolo in più ad essere sempre attento, a continuare a produrre, comporre. All’estero è differente: non importa chi tu sia, quanti libri hai venduto, quanto eco tu abbia sui media, quanti followers hai “collezionato”… Ovvio che il Paradiso in terra non esiste… Ma c’è difficoltà e difficoltà. Ostacolo ed ostacolo. Ho visto moltissimi validi autori, qui nel nostro Belpaese, gettare la spugna dopo un “ko tecnico”. «Hai venduto poco. Lascia perdere.» la sentenza. Ed è un peccato perché per ogni prodotto c’è un tempo, così come per ogni cosa. Quello che adesso non è “recepito”, accolto lo sarà sicuramente fra un anno. Fra cinque. Non siamo eterni, è vero… Ma ditemi quanti autori ricordate che hanno inanellato successi uno dopo l’altro. Senza mai cadere? E quanti sono stati subito “famosi” ed hanno raggiunto le masse? Pochi. Soprattutto perché la vera sfida è competere con se stessi, non con gli altri. Almeno credo…

Scriviamo sempre per qualcuno. Chi vorresti che leggesse “Piccole vite infelici” e che messaggio vuoi che lo raggiunga?

Qualcuno durante le presentazioni romane di “Piccole vite infelici” ha “azzardato”, a mio dire, riguardo al contenuto del romanzo, un paragone con Verga ed il suo verismo. Altri sostengono che questo libro non abbia target – lettori: si può / deve leggere a tutte le età. Gli “adulti” possono conoscere i giovani precari ricchi di sogni e poveri in canna del 2000. I giovani possono rivedersi, fare un po’ di sana autocritica e confrontarsi… Sicuramente l’obiettivo che mi ero posto era quello di scatenare emozioni nel lettore di ogni età, siano esse positive o meno, rispetto ai personaggi presenti nel romanzo e alle loro decisioni. Alle loro (non) azioni, spesso… Spero di esserci in qualche modo riuscito