Nati due volte di Giuseppe Pontiggia. La disabilità raccontata dall’inchiostro di un padre.

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Titolo: Nati due volte

Autore: Giuseppe Pontiggia

Genere: Letteratura contemporanea

Casa editrice: Mondadori

Data di pubblicazione: 10 ottobre 2016 ( 3 edizione)

Formato: Cartaceo, ebook

Pagine: 239

5 stelle

Lo vedo per la prima volta,è un disabile. Penso a quello che sarebbe stata la mia vita senza di lui. No, non ci riesco.

Giuseppe Pontiggia in Nati due volte  apre l’ album di famiglia del professor Frigerio  e di sua moglie Franca e mostra l’intimità della loro vita familiare, tarlata da un dramma, la malattia del secondo figlio  Paolo, affetto da tetraplagia spastica distonica.

 

Padre e figlio di Fausto Pirandello. 1934

Nati due volte è uno scorrere di fotogrammi che impressionano le persone incontrate da Paolo nel suo cammino di vita: medici, professori,  i vicini di casa, i nonni, gli operatori del Centro di riabilitazione, i coetanei di Paolo, il fratello Alfredo. Si tratta di istantanee, immagini veloci descritte in modo conciso, con pochi tratti: la vita provata sulla propria pelle lascia cicatrici indelebili che si raccontano da sole e non hanno bisogno di  troppi  studiati aggettivi. Non è difficile capire, per il sentito racconto di vita vissuta, come tutto sia stato provato da Pontiggia in prima persona. Ciò che emerge è una realtà che vede il disabile in tutta la sua dignità: non una parola di pena, nessun lamento, nessuna rabbia. Le parole, né mielose né velenose, sono quelle di un padre che racconta il rapporto con il figlio con handicap, come la “gente” percepisce la disabilità di Paolo, e soprattutto, il regalo più grande che l’autore fa, come Paolo considera il resto del mondo, i suoi pensieri, le reazioni al comportamento altrui, il suo rapporto con la fede. Il padre sostiene in queste pagine la voce del figlio come nella vita reale ne sostiene il passo nel camminare. Di Paolo abbiamo  riportate poche battute, sufficienti a caratterizzarne il temperamento. Un libro sulla malattia e la morte  in senso più esteso, descritte con naturalezza, perché esse non negano la vita, ma fanno parte di essa. Pontiggia con il tocco delicato  e  protettivo dei guanti bianchi porge a noi lettori la sua esperienza con la sofferenza fisica e psicologica della vita della persona a lui più cara al mondo. Tocca a noi saperla maneggiare con cura, senza contaminarla con i nostri pregiudizi o la nostra compassione.

Giuseppe Pontiggia è nato a Como il 25 settembre 1934, figlio di un funzionario di banca e di una attrice dilettante. Trascorre l’infanzia a Erba, in Brianza: campagne, laghi, fiumi, spazi che ritornano nella sua narrativa. Dopo la morte del padre, nel 1943, si sposta a Santa Margherita Ligure, Varese e, infine, a Milano, dove abita dal 1948. Si laurea nel 1959 all’Università Cattolica di Milano. Ma prima ancora di completare gli studi comincia a lavorare: in banca, per necessità. E’ grazie alla pubblicazione del suo primo romanzo (La morte in banca), e all’incoraggiamento di Elio Vittorini, che riesce a svincolarsi dal lavoro e a entrare nel mondo dell’editoria. Redattore del «Verri» la rivista d’avanguardia fondata e diretta da Luciano Anceschi, curatore insieme a M. Forti de «L’Almanacco dello Specchio», consulente editoriale prima per Adelphi e poi per Mondadori. E’ morto il 26 giugno 2003 a Milano.