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L’INTERVISTA. Don Alberto Delli Veneri: “Non siamo padroni ma amministratori di un bene enorme”

in Cronaca

E’ fra i tre nuovi presbiteri ordinati nei giorni scorsi, la sua ordinazione avverrà il prossimo 1 Maggio: Don Alberto Delli Veneri, classe 1983,  è il “primo prete di Scanzano Jonico”, la città in cui ha vissuto la sua infanzia frequentando la Parrocchia Maria SS. Annunziata dove ha ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Don Alberto – come ricordato in una recente nota stampa –  presiederà le prime Celebrazioni Eucaristiche domenica 2 maggio alle ore 11 e alle ore 19 presso la Parrocchia Maria SS Annunziata di Scanzano Jonico e il 9 maggio alle ore 18,30 e alle ore 20 presso la Parrocchia San Giovanni Bosco in Marconia.

Al giovane Don Alberto sono state rivolte alcune domande

Tempo passato: Don Alberto, proviamo a fare un salto indietro nel tempo, il ricordo più bello che hai legato a Scanzano Jonico nella tua adolescenza?

Parlare di un singolo ricordo è veramente difficile, quasi impossibile. Sono molto legato alla mia comunità di Scanzano Jonico, legame suggellato da tanti anni vissuti intensamente. Più che di momenti, parlerei di “tempi”. Il tempo dell’infanzia, passato a giocare tra le viuzze di Santa Sofia. Conservo ricordi bellissimi, volti precisi. Se c’è uno stato d’animo che mi viene in mente per definire tutto questo è la spensieratezza, come è giusto che siano gli anni della giovinezza. Poi tanti altri tempi: l’adolescenza, teneramente complicata come l’adolescenza di qualsiasi ragazzino. Le prime cotte, le amicizie, la scuola tra i grandi. Sono stati gli anni in cui si sono cementate amicizie storiche, ancora esistenti e durature. E poi il tempo da giovane: i fidanzamenti, la riscoperta della fede in Parrocchia, le esperienze al “Gruppo Giovani”, nel coro. L’amicizia con don Antonio Polidoro; l’idea di potersi “impegnare” per qualcosa di bello.

Sono e sarò sempre legato a Scanzano, per questo vivo il momento dell’Ordinazione Presbiterale con sentimenti contrastanti: se da una parte c’è la gioia per ciò che riceverò e diventerò, dall’altra c’è anche una grande nostalgia per ciò che ho vissuto nella mia comunità.

Tempo presente e senza limitazioni geografiche: cosa ti aspetti dai ragazzi di oggi e quale insegnamento offrirai loro?

Spesso si dice, quasi come un luogo comune che “I ragazzi sono il futuro. Rappresentano il futuro”. In realtà è proprio così. I ragazzi di oggi saranno gli adulti di domani. Il nostro mondo, le nostre vite, il nostro futuro sarà nelle loro mani. Ed è per questo che è grande anche la nostra responsabilità, noi che siamo gli adulti di oggi. Cosa erediteranno nelle loro mani dipende anche da noi, da come lasceremo loro questo mondo. Perciò mi aspetto quello che si aspetterebbe un padre, una madre, un educatore: cioè solo il meglio da loro. Vengono criticati troppo spesso, i ragazzi. È vero, è una generazione “particolare”, questa, sicuramente diversa rispetto alla mia generazione. Ma ogni generazione è diversa per sua natura. È una generazione cresciuta secondo l’idea del “tutto e subito”, del possedere, dell’avere tutto ad ogni costo. Per questo credo che le loro eventuali colpe e responsabilità siano minime, travolti come sono da un’infinità di sollecitazioni e stimoli di ogni tipo. E purtroppo l’emergenza sanitaria che viviamo da più di un anno, ormai, non ha fatto altro che appesantire questi ragazzi già provati, anche se non consapevolmente, da tanti pesi. Il rischio di chiudersi ancora di più in loro stessi, nelle loro piccole mura di una stanzetta dove basta avere semplicemente una buona connessione internet. Questo ha aumentato il rischio dell’isolamento, provocando forti scossoni anche a livello psicologico. Ecco perché credo che noi adulti abbiamo ancora una grande responsabilità. Ciò che vorrei offrire loro è una vicinanza: sono stato giovane anche io, è stato giovane anche il tuo genitore, il tuo educatore, il tuo docente. Non sentitevi incompresi; quello che vivete ora è ciò che abbiamo vissuto anche noi, naturalmente in modalità e tempi diversi. E poi gli direi di fidarsi di più di Gesù, cioè di “scoprirlo”, imparare a conoscerlo, a capire chi è e cosa vuole da ciascuno di loro. Scoprirebbero un vero tesoro, da custodire quasi gelosamente.

Il matrimonio con Dio è qualcosa di intenso, profondo, individuale e comunitario allo stesso tempo: Scanzano Jonico in questa fase storica ha bisogno di storie belle come la tua, fatte di coraggio. Cosa auguri alla tua comunità?

È vero, il Sacramento dell’Ordine è strettamente collegato al Sacramento del Matrimonio: entrambi i Sacramenti, per loro natura, sono ordinati all’edificazione del Popolo di Dio, alla salvezza degli uomini mediante il servizio per gli altri. Però non parlerei di matrimonio con Dio per chi diventa prete, pur essendo qualcosa di intenso, profondo, individuale e comunitario, così come è stato detto. Non so se la mia è una storia bella, credo di sì; è unica, effettivamente, ma solo perché sono il primo ragazzo di Scanzano che diventa prete, e questo mi riempie di gioia e di orgoglio, ma anche di responsabilità: oh, sono il primo!! Chissà quante attese.

Proprio perché sono il primo giunto a questo traguardo, alla mia comunità chiedo di voler bene ai sacerdoti, a tutti, non solo a me che sono un figlio di Scanzano

perché, se è vero che sono il primo, spero comunque di non essere l’unico! E questo è possibile se impariamo a guardare al sacerdozio come ad una scelta tra le tante, sicuramente atipica, soprattutto per il periodo storico in cui viviamo, ma non per questo meno avvincente. Auguro a Scanzano di risorgere sotto tutti i punti di vista, di mettere in moto tutte le bellezze che ci caratterizzano e ripartire. Siamo uno dei pochi comuni lucani con un incremento demografico. Abbiamo un’agricoltura fiorente, un mare da fare invidia ad altre località marittime. Scanzano ha tantissime potenzialità: auguro a chi ha a cuore il bene del Paese di mettersi in gioco con serietà e amore per fare sempre più bella la nostra cittadina.

Tempo futuro: cronaca internazionale, il giudice Peter Cahill nelle prossime settimane dovrà decidere l’entità della pena che il poliziotto americano Derek Chauvin dovrà espiare per aver ucciso George Floyd. In questo momento storico, profondamente segnato anche dall’emergenza sanitaria, c’è bisogno di “respirare”, l’umanità ha una grande opportunità di riscatto probabilmente. “Andrà tutto bene”: è uno slogan o un impegno reale? Chi saranno i protagonisti dell’auspicato cambiamento?

Le ultime parole di George Floyd sono state: “I can’t breathe”, non riesco a respirare. Come non pensare alle tante situazioni in cui si trova l’uomo, quando è costretto a “non respirare”. Uomini e donne privati della loro dignità, impossibilitati a respirare la vita, ad assaporarla perché sopraffatti da ogni tipo di discriminazione. Questa emergenza sanitaria, per tante ragioni, sicuramente diverse da quelle che riguardano le violenze di ogni tipo, ci sta mettendo seriamente a dura prova. Abbiamo bisogno di respirare, di tornare a sentire l’aria sul volto, sul nostro viso coperto, ormai da troppo tempo, da una mascherina provvidenziale perché riesce a proteggerci da questo nemico invisibile. Non so se effettivamente “Andrà tutto bene” è solo uno slogan.

Di certo abbiamo una grande occasione: possiamo viverlo solo come uno slogan, da postare sui social per avere una manciata di like, oppure farne una possibilità di svolta. Ogni situazione, anche la più disperata e complicata, può e deve avere un risvolto positivo.

Abbiamo una grande occasione: la pandemia ha tolto il velo da tutte quelle cose che non andavano bene, in qualsiasi ambito, che guardavamo con un certo grado di consapevolezza ma che adesso sono manifeste a tutti. Ci siamo scoperti vulnerabili, fallibili, impotenti dinanzi ad un nemico invisibile. Perciò è l’occasione per ripartire. Dalle macerie è più facile ricostruire ma con questa consapevolezza: non siamo i padroni del mondo, siamo gli amministratori di un bene enorme, che è il creato, la cui bellezza rimanda alla straordinaria grandezza del Creatore. Ecco perché il vero protagonista di questa svolta, di questo cambiamento non può che essere ognuno di noi, secondo il proprio stato di vita e le proprie responsabilità nel mondo.

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