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Storie di Frutta

Il 16 ottobre si celebra la Giornata Mondiale dell’Alimentazione

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Ridurre la perdita e lo spreco di cibo ha il potenziale per contribuire ad altri Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, incluso quello di Fame Zero

 

Il 16 ottobre, Giornata Mondiale dell’Alimentazione, la FAO invita ad agire a ogni livello per far sì che una dieta sana e sostenibile sia accessibile a tutti. Inoltre, qualche ora fa è stato reso pubblico il rapporto SOFA 2019 (State of Food and Agriculture). In esso si mette in evidenza che “ridurre la perdita e lo spreco di cibo ha il potenziale per contribuire ad altri Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, incluso quello di Fame Zero. Nei paesi a basso reddito, dove l’insicurezza alimentare è spesso grave, aumentare l’accesso al cibo è fondamentale; e l’accesso stesso è strettamente legato alla disponibilità. Prevenire le perdite di cibo a livello locale nella produzione di piccola scala può sia alleviare la carenza di cibo che aumentare il reddito degli agricoltori, migliorando così l’accesso al cibo. D’altra parte, nei paesi ad alto reddito, la priorità è una dieta sana e con il giusto apporto di nutrienti”.
«Il rapporto SOFA evidenzia come il problema dello spreco alimentare sia un problema globale con interconnessioni estremamente complesse. Una sfida che Slow Food ha raccolto nel corso degli anni e che ci ha portato a lavorare con le comunità rurali dei paesi a basso reddito per migliorare la loro sicurezza alimentare, aiutando i piccoli agricoltori a mantenere viva la cultura dei loro cibi tradizionali e a migliorare la catena di distribuzione locale, attraverso orti e mercati contadini», afferma Edie Mukiibi, membro del Comitato Esecutivo Internazionale di Slow Food. «Allo stesso tempo, è essenziale continuare a sensibilizzare i consumatori con un buon reddito, affinché, con le loro scelte, possano contribuire al cambiamento verso un sistema più sostenibile e migliorare le possibilità di accesso a un cibo sano per tutti».
In un mondo in cui il sistema di produzione alimentare si dimostra ingiusto e insostenibile, l’importanza dei due pilastri dell’impegno di Slow Food, l’educazione e la tutela della biodiversità, è sempre più attuale. Una varietà di colture diverse è fondamentale per garantire una dieta sana e la salvaguardia dell’ambiente; la ricchezza della biodiversità agroalimentare, su cui la rete mondiale di Slow Food possiede conoscenze e competenze straordinarie, può quindi aiutarci a migliorare la qualità nutrizionale del cibo.
Un esempio viene dal raduno Indigenous Terra Madre Asia & Pan-Pacific che si è concluso proprio oggi in Ainu Mosir (Hokkaido). «I sistemi alimentari delle popolazioni indigene si basano su diete e pratiche differenziate, che contribuiscono a mantenerci in buona salute: cibi diversi e sani, attività fisica, contatto con la natura, condivisione, comunità e identità culturale”, dice Remi Ie, Consigliere Internazionale Slow Food per il Giappone e indigena Ryukyu. «Affinché questi sistemi alimentari indigeni si conservino vivi e vitali dobbiamo essere consapevoli delle lezioni dei nostri anziani che hanno praticato uno stile di vita lento e sostenibile per generazioni, e coinvolgere in questo i nostri giovani, credendo in loro e delegando a loro le iniziative per riaffermare l’eredità delle antiche tradizioni. Il trasferimento del sapere tradizionale è la chiave per un futuro appagante, nutriente e sostenibile non solo per le comunità indigene, ma per l’intera umanità».
È stato inoltre da tempo accertato che i prodotti dei Presìdi Slow Food, grazie al modo di produzione – che evita l’usi di prodotti chimici, conservanti e additivi chimici – alla fertilità dei terreni di coltivazione e alla salubrità dell’alimentazione per gli animali allevati, sono più ricchi di valori nutrizionali rispetto ad analoghe produzioni convenzionali.
Lo sanno bene gli chef dell’Alleanza Slow Food dei cuochi, chiamati a una missione educativa e impegnati a diffondere il giusto messaggio. In Uganda e Kenya, ad esempio, lavorano per promuovere alternative alla margarina vegetale e ai dadi da brodo, facendo riscoprire l’uso delle foglie secche di Moringa oleifera, molto ricche di vitamina C, o della pasta di arachidi tostate, chiamata binyebwa, ricca di sostanze nutritive. A proposito delle proprietà mediche dei prodotti tradizionali, la clinica fitoterapica Wamiti di Nairobi (Kenya) utilizza il Presidio del miele Ogiek per la preparazione di medicine naturali, mentre ad Arusha (Tanzania), il TRMEGA (Training, Research, Monitoring and Evaluation on Gender and AIDS) in collaborazione con i gruppi locali di Slow Food si occupa di educazione alimentare per i malati di AIDS attraverso la creazione di orti. Un altro esempio viene dal Messico, dove Slow Food è impegnata in un progetto per trattare la malnutrizione infantile con i prodotti del Presidio del miele d’api Xunankab nella penisola dello Yucatán. Anche Slow Food USA si unisce alla FAO per celebrare la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Negli Stati Uniti, in cui il reddito medio pro-capite è alto, aumentano in modo esponenziale i livelli di sovrappeso e obesità, soprattutto nelle fasce povere della popolazione. Quest’anno Slow Food USA ha risposto all’appello della FAO ad agire concretamente per far sì che un cibo sano e sostenibile sia disponibile e accessibile a tutti, chiedendo a politici, imprese private, società civile di impegnarsi per l’obiettivo #ZeroHunger. I membri dell’Alleanza Slow Food dei cuochi negli Stati Uniti hanno risposto impegnandosi a fornire ricette sane per bambini, poi Slow Food USA le ha raccolte in un semplice libretto da distribuire attraverso la rete degli orti scolastici e dei membri di Slow Food.

Perché gli estrattori di succo piacciono a tutti?

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Gli estrattori di succo appassionano sempre più persone. Chi lo acquista, infatti, non riesce a non passare parola ad amici e persone care e la moda si diffonde a macchia d’olio. Perché gli estrattori di succo piacciono a tutti? Lo vediamo in questo articolo.

I migliori estrattori di succo tra cui scegliere

Gli estrattori, come immagini, non sono tutti uguali. Ce ne sono alcuni misti, che fungono più da elettrodomestico per la cucina. Essi frullano, estraggono, centrifugano e riescono addirittura a preparare gelati e sorbetti. I modelli così versatili fanno un po’ di tutto ma non sono “eccellenti” in nessuna specifica funzione. Per scegliere un buon estrattore dovrai escludere dalla scelta tutti i modelli che fingono di esserlo. Te ne accordi analizzando il pezzo che distingue un estrattore da una comune centrifuga: la coclea. Si tratta di una spirale molto robusta che ruotando è in grado di estrarre il succo separandolo dalla polpa del frutto. Se non c’è coclea quello che hai davanti è una centrifuga o un frullatore. Il discorso si complica per i modelli a freddo, ovvero gli estrattori di succo a freddo 40 giri. Essi lavorano con un motore costruito per girare con decisione ma a basso numero di giri. In questo modo non si surriscalda e non altera le vitamine e le proteine vegetali sensibili al calore.

A cosa serve la coclea e perché è così importante per gli estrattori di succo?

Essa estrae il succo dal frutto senza frullare la polpa. In questo modo preserva tutti i nutrienti vegetali senza alterarne la qualità ed il sapore. Il vantaggio del succo estratto risiede quindi nel suo eccezionale valore nutrizionale e nel sapore che, a differenza di un succo di frutta commerciale è qualitativamente migliore. Un estrattore di succo è utile per realizzare spuntini e colazioni salutari senza rinunciare al gusto e ai pasti sfiziosi. In un estratto potrai inserire la tua frutta o verdura preferita e berla all’istante, fresca di spremitura. Se scegli un modello a freddo otterrai una bevanda sana e ricca di vitamine e proteine che sono la base fondamentale per la costruzione di una sana alimentazione. Quanto alla coclea essa deve sempre essere di buona qualità ed essere in grado di estrarre succhi senza intoppi e complicazioni. È risaputo, infatti, che un buon estrattore è in grado di lavorare inserendo frutta e verdura in pezzi interi, senza togliere semi o buccia. Se si intoppa di continuo l’estrattore non lo si può considerare di qualità.

Prezzi e opinioni: quali scegliere?

Il prezzo degli estrattori non è impegnativo, anche di quelli a freddo. Un buon modello parte da venticinque euro a salire. I marchi sul mercato sono tanti e per sceglierli ti consigliamo prima di capire quanto vuoi spendere. Difatti esistono aziende specializzate nella produzione di estrattori i cui modelli arrivano a costare diverse centinaia di euro e offrono solo le migliori performance. I modelli medi sono generalmente prodotti dalle maggiori aziende di elettronica di consumo e non superano gli ottanta euro. Al di sotto dei trenta euro, infime, trovi un po’ di tutto e, soprattutto, sarà complicato trovare veri estrattori che lavorano a meno di quaranta giri. Ecco perché troverai tantissime recensioni online ma dovrai sempre fare affidamento a quelle dettagliate e specifiche, meglio se corredate di foto dimostrative.

 

Gli italiani amano la birra: cresce il consumo e il numero dei birrifici

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I cittadini tricolori dimostrano ogni anno che passa il loro amore incondizionato per la birra. Il settore risulta essere infatti in grande crescita, e la nascita di nuove etichette (come la Birra Lucana, l’ultima di casa Morena con sede a Balvano in provincia di Potenza) non fa che confermarlo. Vediamo quindi tutti i dati interessanti contenuti nel report pubblicato da Coldiretti sul consumo di birre da parte degli italiani.

Italiani e birra: ottimi risultati per le etichette artigianali

Secondo il report Coldiretti sul consumo di birra in Italia, il consumo medio pro capite è arrivato a 32 litri all’anno nel 2018. Ottime notizie anche per quanto riguarda le esportazioni: in dieci anni, infatti, queste sono aumentate del 144%, arrivando a un giro d’affari di circa 200 milioni di euro. Tale successo non si basa solo sul crescente apprezzamento della birra da parte degli italiani, ma anche sull’aumento numerico dei birrifici presenti sul nostro territorio, dimostrazione pratica di un comparto in ottima salute. I dati relativi agli ultimi dieci anni parlano infatti di un incremento del numero complessivo di birrifici artigianali arrivato al +330%, circa 860 unità in tutto, con una produzione annua che si aggira intorno ai 55 milioni di litri e una grande spinta positiva per quel che riguarda l’occupazione degli under 35. Inoltre il settore delle birre artigianali sta traendo certamente dei grandi vantaggi anche dal mondo del digitale, grazie alla possibilità di ordinare le migliori birre online su Tannico, ad esempio, uno dei portali più forniti di etichette di pregio.

Gli errori da non fare per valorizzare una buona birra

Come detto, sono numerose ormai le etichette di birre italiane artigianali, ma la qualità di queste ultime spesso viene sacrificata a causa di alcuni errori molto diffusi da parte di bevitori inconsapevoli. L’abitudine di eliminare la schiuma dal boccale, ad esempio, è completamente sbagliata: se è vero che un’eccessiva schiuma può essere fastidiosa, c’è anche da dire che questa è essenziale per mantenere la temperatura della birra e per proteggerla dal pericolo ossidazione. Un’altra abitudine comune consiste nel bere la birra ghiacciata, e non c’è niente di più sbagliato, soprattutto nel caso delle artigianali: solo con una temperatura adeguata sarà possibile apprezzarne tutte le qualità, sia per quanto riguarda il gusto sia per i profumi; infine, mai berle direttamente dalla bottiglia, proprio per quest’ultimo motivo.

Cucinare con qualità: la padella in pietra ollare

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Cucinare bene non sempre è facile, gli esperimenti e la pratica sicuramente aiutano ma anche utilizzare buoni utensili è una parte determinante per un piatto squisito. Prima i vecchi pentoloni e le ciotole di terracotta erano gli unici mezzi per provare a mettersi alla prova sui fornelli, oggi invece nuovi materiali rendono delle semplici padelle un grande aiuto anche per i piccoli chef.

La pietra lavica è uno dei materiali più famosi con cui oggi si rivestono le padelle, ma non è il solo: avete mai sentito parlare della pietra ollare? Ce ne sono di diversi tipi, anche sul sito https://padelleincucina.com/.

Se la pietra lavica ha un uso prevalente al meridione, la pietra ollare è invece più diffusa nelle regioni del nord Italia. Perché è così importante? L’uso delle padelle rivestite in pietra ollare garantisce di cuocere e grigliare i cibi in maniera molto naturale. Anche questa, infatti è usata per cotture dietetiche e ipocaloriche non pretendendo l’aggiunta del sale, dell’olio o del grasso animale.

Da dove proviene la pietra ollare?

Curiosità: perché la pietra viene detta ollare? In antichità questa pietra era già utilizzata in cucina, ma prevalentemente per la costruzione di particolari ciotole o recipienti chiamati proprio olle; da qui ha mantenuta la declinazione originaria e tutt’oggi è ancora conosciuta così. È una roccia molto simile alla giada ma presenta una consistenza più polverosa. La tonalità è rossa e verde, e presenta anche ottime proprietà termine.

Quali sono le proprietà della pietra ollare?

Le padelle in pietra ollare trattengono tutte le sostanze nutritive e tutto il sapore originario dei cibi. La padella consente di trasmettere il calore in maniera uniforme, in questo modo è possibile cuocere l’alimento in maniera integrale conservando al caldo per molto tempo. È resistente a temperature molto alte senza alterarne la proprietà, ma anche a temperature molto fredde: sono le ideali per conservare anche in frigo il pasto senza doverlo togliere dalla padella. Anche questa è, insieme alla padella in pietra lavica, tra le regine delle padelle antiaderenti.

Perché scegliere la padella in pietra ollare e come usarla correttamente

Se volete mantenere un’alimentazione sana e corretta, oppure avete esigenza di mantenere un cibo al caldo per molto tempo (o tenerlo in frigo per la sera) sicuramente questa padella fa al caso vostro. È bene attenersi a qualche piccola accortezza per usarla in maniera corretta e non rovinarla. Il primo utilizzo è sicuramente il più delicato: abbiate l’accortezza di lavarla con acqua salata e asciugarla con cura, ungetela poi con dell’olio vegetali su tutti i suoi lati e lasciatela così per 24 ore circa. Dopo questo step riscaldate la padella gradualmente anche per l’utilizzo successivo, alzando piano piano la temperatura.

Cosa non fare: non lavare mai la pietra ollare con i detersivi, la sua porosità comporta l’assorbimento di sostanze chimiche contenute nei detersivi che vengono poi rilasciarle durante la cottura. La tecnica ideale è pulirla con un panno precedentemente imbevuto di aceto ed un raschietto da usare quando è ancora calda, in modo da eliminare sporco e residui di cottura.

 

 

Frutta esotica nel Metapontino: l’azienda Zuccarella è la prima a crederci

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PISTICCI. “Abbiamo deciso di puntare sulla frutta esotica investendo una  superficie significativa e nel farlo abbiamo pensato e sviluppato  impianti innovativi che assicurano la protezione della pianta al fine di  garantirne lo sviluppo negli areali del Metapontino. Ampio spazio è stato poi dato all’aspetto ecosostenibile dell’investimento: l’acqua è un bene preziosissimo e gli impianti di cui ci siamo dotati ci consentono di somministrarla in maniera razionale evitando sprechi”, così Rocco Zuccarella, CEO della Zuccarella Fattorie Ortofrutticole, azienda selezionata dagli organizzatori e dai partner del IX International Symposium on Irrigation of Horticultural Crops, tre giorni dedicati alla divulgazione, al confronto, alle visite nelle aziende interessate e allo studio delle tecniche innovative di irrigazione orientate al rispetto dell’ambiente e alla razionalizzazione. All’evento, organizzato dall’International Society for Horticultural Science (ISHS) e dal dipartimento DiCEM Università degli Studi Basilicata, erano presenti all’incirca 250 ricercatori universitari provenienti da diverse parti del mondo e aziende. La tappa di mercoledì (19 Giugno 2019) ha visto protagonista una parte (situata a Pisticci) dell’azienda di Rocco Zuccarella Fattorie Ortofrutticole – storica realtà produttrice di fragole, drupacee, agrumi e ortaggi nel Metapontino in Basilicata – che ha deciso di ampliare l’offerta produttiva con mango, passion fruit (passiflora) e papaya. Ad accogliere docenti e ricercatori, l’agronomo responsabile dell’azienda Zuccarella Fattorie Ortofrutticole, Berardino Marchitelli  che ha spiegato:

“L’impianto di cui si è dotata l’azienda può essere gestito mediante l’App direttamente da smartphone. Grazie alla stazione meteo e ai dispositivi posti all’interno delle piantagioni coperte da serre speciali riusciamo a rilevare i dati necessari riguardanti la temperatura, l’umidità e quindi decidere modi, tempi e quantitativi di
acqua e nutrienti da somministrare.

In questo modo si offrono alla pianta i giusti dosaggi e si evitano sprechi di acqua e nutrienti. Ad oggi possiamo dire di essere soddisfatti per questo primo primo anno e siamo molto fiduciosi sulla riuscita futura dell’investimento e a breve avremo una piccola produzione, agli inizi di luglio, con la passiflora che poi andrà a regime e sarà commercializzata con quantitativi significativi a partire da settembre. Poi la produzione sarà scalare e distribuita in diversi periodi dell’anno”, ha concluso Marchitelli. Rocco Zuccarella, CEO della Zuccarella Società Cooperativa ha poi  spiegato: “Quanto al mango ci sarà invece da aspettare un paio di anni circa prima che le piante diano frutti, tuttavia prosegue nel frattempo la commercializzazione dello stesso, avviata già lo scorso anno, in  collaborazione con produttori siciliani. Il rapporto proseguirà anche per quest’anno. A settembre ci saranno i trapianti di avocado che andrà in produzione in futuro. La produzione sarà sotto serra con gli stessi sistemi innovativi di protezione della pianta”. Nel corso della giornata di mercoledì si sono susseguiti diverse visite
nell’azienda Zuccarella Fattorie Ortofrutticole, i ricercatori sono stati accompagnati in campo dai docenti dell’Università di Basilicata che hanno offerto spiegazioni e supporto scientifico rispondendo a domande e chiarendo gli aspetti salienti dei progetti legati all’iniziativa svoltasi a Matera fino al 20 Giugno.

Educazione alimentare: “Magazzini aperti”, Asso Fruit Italia apre le porte agli studenti

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SCANZANO JONICO. “Con il progetto Magazzini aperti, Asso Fruit Italia (AFI) intende consolidare il suo impegno verso gli studenti sul delicato versante dell’educazione alimentare e rafforzare il valore identitario di frutta e ortaggi, prodotti genuini della nostra terra”, così il direttore generale AFI, Andrea Badursi.

Che ha aggiunto: “Il prossimo 17 Maggio, gli studenti dell’Istituto Comprensivo statale Torraca – scuola G. Marconi – Matera, faranno visita ai nostri magazzini e potranno scoprire direttamente come vengono lavorati frutta e ortaggi e avere così un’idea completa dell’intera filiera produttiva. Inoltre, con il contributo della nutrizionista, la dottoressa Antonella Florio, impareranno le regole fondamentali del nutrirsi in maniera sana e genuina, integrando la propria alimentazione con la frutta fresca e la verdura seguendo la stagionalità”

Infine, Andrea Badursi ha commentato: “Come ormai noto, l’iniziativa si pone fra le azioni già sviluppate dalla nostra Organizzazione di produttori, come il Fruit&Salad on the Beach che si svolge sulle spiagge nel periodo estivo, e il Fruit&Salad School Games che si è svolto questo inverno in diverse scuole della Basilicata, sia in provincia di Matera che in quella di Potenza. Un contributo fondamentale per realizzare il progetto di sensibilizzazione e valorizzazione delle produzioni è venuto dalla misura 3.2 del Psr 2014 – 2020”.

Con la seconda tappa a Policoro, si chiude il tour dell’educazione alimentare “Fruit&Salad School Games” 2019

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Badursi: “L’impegno proseguirà con iniziative in primavera e in estate”

POLICORO. Con la tappa di oggi a Policoro, all’Istituto Comprensivo Lorenzo Milani (scuola primaria), si è chiuso il tour dell’educazione alimentare nelle scuole organizzato da Fruit&Salad e promosso dalle organizzazioni di produttori Alma Seges, AoA, Assodaunia, La Deliziosa, Terra Orti e la lucana Asso Fruit Italia che ha contribuito fattivamente al coordinamento delle tappe in Basilicata che hanno toccato la città di Matera, Miglionico, Scanzano Jonico, Vaglio (PZ) e la città di Policoro che ha visti coinvolti due istituti.

“Esperienza dall’alto valore educativo e occasione utile per promuovere i prodotti ortofrutticoli di stagione della nostra terra, la Basilicata”, così Andrea Badursi, direttore generale Asso Fruit Italia ha commentato le iniziative.

E, ha aggiunto: “Un ringraziamento speciale agli alunni che hanno partecipato con entusiasmo, divertimento e voglia di conoscere. Un plauso va ai dirigenti scolastici e insegnanti degli istituti che hanno aderito con grande coinvolgimento didattico e altrettanto apprezzamento per il valore dell’iniziativa”.

Badursi ha poi aggiunto: “L’impegno di Asso Fruit Italia sul fronte dell’educazione alimentare proseguirà con altre iniziative che si svolgeranno in questa primavera e la prossima estate quando il Fruit&Salad si svolgerà sulle spiagge metapontine come è ormai sana consuetudine”, ha spiegato Badursi.

Che ha concluso: “Un sentito ringraziamento va anche alle Amministrazioni locali delle città coinvolte che non hanno fatto mancare il proprio supporto e la partecipazione”.

Gli istituti che hanno preso parte all’iniziativa sono stati: la scuola elementare G. Marconi – Istituto Comprensivo Torraca, Matera, l’Istituto Comprensivo di Miglionico, l’Istituto Comprensivo Fabrizio De Andrè di Scanzano Jonico, l’Istituto Comprensivo Don Milani di Vaglio (PZ), L’Istituto Comprensivo 2 Giovanni Paolo II di Policoro e l’Istituto Comprensivo Lorenzo Milani, scuola primaria di Policoro.

Le iniziative si sono svolte nelle scuole e oltre ai momenti ludici, agli alunni sono state trasmesse, con l’ausilio del biologo nutrizionista, nozioni sulla corretta alimentazione. C’è stato spazio per i quiz e le premiazioni. Infine, è stata offerta la merenda a base di frutta locale di stagione: fragole, arance e mandarini.

Sul canale YouTube ufficiale di Asso Fruit Italia sono disponibili i video – racconti delle tappe:

 

La Startup (lucana) del Caciocavallo Impiccato

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Non è una bufala, semmai… una vacca, dal cui latte viene fuori poesia in stato solido, quella che in Lucania si suol definire col termine “caciocavallo”. Perché il buon caciocavallo lo riconosci… dalla “scorza”: coriacea, dura, come la gente di Lucania. E dal latte, prevalentemente vaccino.

“Fin da quando ero piccolo ho sempre avuto un amore particolare per la festa del mio paese. A Pignola, in Basilicata, la tradizione vuole che amici, parenti e compaesani si riversino in piazza per vivere insieme momenti di gioia e convivialità. Il padrone della festa è sempre stato lui, il Caciocavallo Impiccato”. Così Saverio Mancino, fondatore, ideatore, degustatore della startup “Caciocavallo Impiccato” ne parla, ce ne descrive la genesi e quasi quasi… ce la fa “degustare” verbalmente.

La storia è quella di un amore. La storia è quella di chi ama talmente tanto un alimento da ragionarci su in termini di guadagno. Del resto, l’hanno fatto di recente a Roma, inventandosi il primo Avocado Bar; lo hanno fatto a Senise, inventandosi il Crusco in versione “chips”, da sgranocchiare allegramente passeggiando.

E se “non esiste amore più sincero di quello per il cibo” (G.B.Shaw), questa è la storia d’amore più… autentica che si possa raccontare.

“Ora vivo con la mia famiglia nella città più bella del mondo, Roma (…) – prosegue Saverio. Mi è venuta un po’ di nostalgia. Per questo, qualche anno fa, sono tornato a celebrare quest’antico rito in occasione di cene e feste con gli amici più cari. Sono stati loro, scherzando, a propormi di portare questa tradizione in tutto il mondo. Io li ho presi sul serio. Ho alzato il mio bicchiere di vino davanti alla brace e ho risposto: “Impicchiamolo!”.

Esiste uno starter kit, esiste un kit… di ricarica. I prezzi? 79 euro per il kit di base che comprende asta (per “impiccagione”), caciocavallo da 1,2 kg e miele, fino ai 169 euro per avere in più del pane di Matera, una corona di cruschi, dell’Aglianico del Vulture e la Tartufata lucana. La Basilicata, no: quella, Saverio, non ve la può portare.

 

FRANTOI APERTI – COSì NASCE L’OLIO D’OLIVA. UNA GIORNATA AL MOOM DI MATERA

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L’esigenza di aprire un frantoio al pubblico si fa sempre più impellente negli anni. Sempre più necessaria (ed ancor più nel prossimo futuro) da quando sta prendendo piede la malsana idea che l’olio nasca nelle bottiglie del supermercato. Un po’ come la questione della cicogna coi bambini, se non peggio.

I cosiddetti “Musei del Territorio” nascono proprio in questo senso: per raccontare un territorio facendo al contempo “didattica del prodotto”. Spiegando, cioè, che l’olio non nasce tale ma deriva – ad esempio – da un’oliva franta sotto macine. O che la salsa dalla spremitura dei pomodori. E se il museo del pelato (inteso come varietà di pomodoro), almeno in Basilicata, non esiste (e valutare l’idea male non sarebbe), diversa è la situazione dell’olio, che a Matera trova la sua legittimazione e ragion d’essere nel Moom.

Frantoio oleario ipogeo, intagliato nel cuore tufaceo del Sasso Caveoso. Nato nel Seicento, si colloca nel cuore dei Sassi, in una delle vie più periferiche ma più raggiungibile dai carri della Matera che fu.Frantoio che, ricoperto di calce e trasformato nei secoli in cantina, è tornato oggi a rivivere ad opera di giovani, preparati e volenterosi che lo hanno aperto al pubblico da qualche anno, trasformandolo in museo dell’olio, appunto. Ipogeo, quindi sotto terra, il Moom è scavato interamente nella roccia e costituito da diversi ambienti a scandire le varie fasi di trasformazione delle olive: dalla macina alla pressatura, dal lavaggio della materia prima alla conservazione dell’olio in imponenti e numerose vasche mediante le quali separarlo, ad esempio, dal liquido di conservazione.

Il Moom insegna ed educa al “prodotto” (come si arriva all’olio dalle olive) quanto al riciclo: nulla va sprecato in nessuna fase del processo. Perché la civiltà contadina è prima di tutto figlia di un mondo di povertà, in cui tutto doveva essere recuperato. E memore di ciò, ricicla tutto, finanche le foglie, ampiamente impiegate negli infusi, ad esempio. O l’olio “cattivo”, per foraggiare la luce delle lampade o per lubrificare i primi motori.

L’olio fa bene. L’olio è un bene, prezioso peraltro. È – l’olio d’oliva – il vero oro del Sud. Quasi quanto la passata di pomodoro. Quasi patrimonio dell’umanità. E la vera ricchezza è saperli ancora produrre in casa, tramandandone la tradizione. Un po’ come per i cavatelli o gli strascinati. Perché giù al Sud, nell’olio, senti la tonicità dell’oliva, il profumo delle foglie, l’odore della pioggia bagnare le radici delle piante secolari. Perché giù al Sud, l’olio, sarà sempre reato comprarlo al supermercato.

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