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Una finestra sul Mondo - page 2

Gli auto-reclusi: storie dal mondo di chi non vuole il mondo.

in Una finestra sul Mondo

Che la società capitalistica fosse ipercompetitiva e fortemente stressante, ne eravamo già certi da moltissimo tempo.

Ma che, oltre alle dipendenze classiche da sostanze (nicotina, droghe e alcool), ci fosse una nuova malattia strisciante, che poi malattia in senso classico non è, questo ci lascia sbalorditi.

I giapponesi, che hanno conosciuto questo problema già oltre trent’anni fa, chiamano i colpiti da questo strano ‘morbo’ hikikomori, che più o meno dovrebbe significare, in quella complessa lingua, ‘coloro che si ritirano’.

Il fenomeno degli hikikomori, inizialmente, sembrò interessare soltanto giovanissimi, tra il 14 ed il 25 anni, con un picco inquietante intorno ai 17 anni.

Questi ragazzi, in Giappone, ma non solo, decidevano, in una progressione inquietante di atteggiamenti sempre più patologici, di ritirarsi non solo in casa, ma proprio in camera, uscendone solo per mangiare ed espletare i propri bisogni fisiologici: il resto del tempo era occupato in letture, film e giochi elettronici.

Una recente indagine statistica (2016) ha valutato in almeno mezzo milione i giovani giapponesi afflitti da questo nuovo ‘male’ che si va ad assommare ai tanti danni che questa società consumistica ha arrecato a tutti noi: ma adesso il problema appare un po’ più complesso.

Infatti, oltre alla platea di giovanissime vittime di questa nuova malattia della relazione e del comportamento, c’è un nuovo popolo di auto-reclusi, vale a dire tanti quarantenni e cinquantenni che, stritolati da un sistema troppo competitivo e troppo pieno di aspettative, letteralmente si nascondono in casa dei genitori regredendo ad una dimensione filiale forzata in cui dipendono da padri e madri ottantenni o novantenni.

La cosa ha talmente preoccupato il governo giapponese, da portare all’approvazione di una legge speciale che prevede, alla morte del genitore, la corresponsione di una pensione minima alle persone affette da questa forma di disabilità comportamentale che interessa una platea non inferiore alle seicentomila persone, che sono, però, solo quelle ufficialmente censite dal sistema sanitario giapponese.

Il problema, ovviamente, non è solo giapponese: anche negli States e nella cara, vecchia Europa ci sono molti teenagers e alcuni adulti che proprio non riescono a sopportare l’impatto con una società che ci richiede tutti e sempre performanti. Lo dimostra il fatto che in Italia è nata una onlus che s’interessa proprio del drammatico problema degli hikikomori del Belpaese.

Un articolo on-line non è il luogo adatto per una disamina clinico-psicologica di un fenomeno tanto allarmante: ma, dal punto di vista sociologico, mi pare che sia importante sottolineare che questa nostra società dovrebbe rivedere parecchi suoi punti di riferimento e dovrebbe davvero permettere a tutti, come suggerisce la costituzione degli Stati Uniti d’America, di esercitare il diritto alla ricerca della felicità, che non sempre fa rima con successo sociale ed economico.

Una riflessione più approfondita a riguardo, non guasterebbe.

Titanic forever. Una piccola ricorrenza intorno al mistero e al fascino dello sfortunato transatlantico.

in Una finestra sul Mondo

All’apparire della parola ‘Titanic’ si evocano in noi le immagini più diverse.

I più romantici immaginano le signore eleganti, i balli, il lusso e quella meravigliosa scalinata, la Grand Staircase, scendendo dalla quale, in vestito da sera, qualunque donna, anche la più insignificante, si sarebbe sentita una regina.

I drogati d’avventura, invece, immaginano il comandante E.J. Smith ed i suoi giovani e coraggiosi ufficiali alle prese col panico dei passeggeri, con le scialuppe penzoloni sull’acqua dell’oceano e con la propria paura da dissimulare perché, come disse loro il comandante, loro “erano inglesi”.

Per i più giovani, e per gli amanti del cinema, è inutile dire che l’immagine che si dipingerà nella mente al solo citare il magico nome sarà quella di Kate Winslet  e Leonardo Di Caprio che si abbracciano innamorati sulla prua della nave.

Ma c’è un terzo gruppo di persone per cui il Titanic è una cosa viva, palpitante, reale, presente: sono gli esperti della nave e dell’affondamento che potremmo definire ‘titanicologi’.

Per loro, ma anche per noi, ricorrono quest’anno i cinque anni da una scoperta clamorosa: quella che per anni si era fatta credere una sopravvissuta del Titanic, la mitomane Helen Kramer, era in realtà un’imbrogliona.

La Kramer aveva tentato, a partire dal 1940, di farsi passare per Loraine Allison, la duenne figlia di Hudson e Bess Allison, che, insieme al loro secondo figlio Trevor, si erano imbarcati sul Titanic il 10 aprile del 1912.

La Kramer aveva fatto questo perché gli Allison erano una ricchissima famiglia canadese e a lei poteva far comodo rientrare in qualche modo nell’asse ereditario.

Dopo le ricerche sul DNA della Kramer, morta nel 1992, e su alcune bisnipoti di Hudson Allison e di sua moglie Bess, la professoressa Oost, una genetista canadese, nel 2014, a 102 anni dall’immane tragedia, ha dimostrato, senza ombra di dubbio, che non poteva esservi legame di parentela tra la Kramer e gli Allison, chiudendo una diatriba che era andata avanti per oltre cinquant’anni, con un ulteriore strascico ultraventennale.

Magari la Kramer non ha risolto il dilemma del famoso ‘Bambino sconosciuto’ né ha aiutato a risolvere altre annose domande rimaste aperte da quella tragica notte tra il 14 ed il 15 aprile del 1912: ma il Titanic rimane sempre il Titanic. Non c’è niente da fare.

Buon compleanno, Frida! La “Smilace” messicana aggrappata alla vita

in Cultura/Una finestra sul Mondo

 “Aveva una dignità e una sicurezza di sé del tutto…e negli occhi le brillava uno strano fuoco”. Diego Rivera su Frida Kahlo

Nota alle masse per la sua storia personale tragica, costellata da disabilità e sofferenza cronica psico-fisica,e per il legame forte ma poco felice con l’artista Diego Rivera, Frida Kahlo incarna l’immagine di un’ artista capace di contrastare il dolore, quel dolore che ognuno di noi si trova ad affrontare nella propria vita, per mezzo dei suoi pennelli. Il suo motto Viva la vida! ci insegna ad accettare la vita per quella che é, senza abbatterci. Proprio come Smilace, che fu trasformata dagli dei in edera, in seguito al suicidio del suo amato Croco, la minuta e dalla cagionevole salute pittrice messicana,è emblema di tenacia e determinazione.

Frida Kahlo scende dall’Olimpo degli artisti belli e dannati e si mescola con le masse, per insegnargli a non lasciarsi piegare dalle difficoltà e ad “aggrapparsi”, anche se si è fragili e senza sostegno come un’edera, con tutto se stessi alle proprie passioni.

Oggi, giorno del suo compleanno, parliamo di lei.

Il 6 luglio del 1907, o meglio del 1910, come lei teneva a precisare, in quanto amava considerarsi figlia della Rivoluzione Messicana (avvenuta appunto in quel anno) , nasceva sotto il segno del Cancro , Frida Kahlo, la donna che a partire dagli anni 70’ è diventata un’icona pop, tanto da vederla oggi ” scritta su tutti i muri” e da far parlare di “fridaismo” come fenomeno sociale.Andiamo a ricostruire  il suo identikit oggi , il giorno che ha visto 112 anni fa la sua nascita a Coyoacàn, una delegazione di Città del Messico.

Per ricomporre il puzzle -Frida Kahlo abbiamo a disposizione i seguenti tasselli: la donna e il suo stile, il Messico, l’amore con Diego Rivera, l’arte. Incominciamo.

Autoritratto con collana di spine, 1940

Frida Kahlo, la donna. Nata con la sindrome della spina bifida, come la sorella minore, ma non curata perché scambiata per una poliomelite, Frida è la primogenita di un fotografo tedesco di successo,  Wilhelm Kahlo,dal quale erediterà la precisione artistica, e di madre benestante di origine spagnola e armenide, Matilde Calderón y González. In tedesco il suo nome “Frieda” significa pace; niente di più lontano dalla sua personalità passionale, inquieta, creativa, che la fa avvicinare fin da giovanissima ai primi movimenti socialisti. Ed è in queste riunioni che incontrerà il suo primo amore Alejandro. Tornando a casa con lui su un tram, il 17 settembre del 1925, Frida resterà vittima di un incidente che le cambierà la vita: la colonna vertebrale sarà spezzata in tre punti, femore e costole frantumate, osso pubico spezzato. Il suo corpo così distrutto non sarà mai in grado di ospitare una gravidanza. Sottoposta ad anni di riposo a letto, a subire  32 interventi chirurgici e ad un busto ingessato, Frida ,per sfuggire a questa immobilità obbligata e alla solitudine si dedicherà alla lettura di testi socialisti e ad eseguire autoritratti , grazie all’artificio di uno specchio montato dalla madre sul suo letto a baldacchino. “Dipingo me stessa, sono il soggetto che conosco meglio”, dirà. Da qui nasce la  Frida che tutti conosciamo sulle sue tele: da un momento di tragedia fisica e morale, questa piccola e fragile donna trova la forza per  “rinascere” grazie all’arte.

 

Frida Kahlo, lo stile. Quando parliamo di Frida la nostra mente non può che associare gli elementi propri di questa personalità così eccentrica: subito immaginiamo i suoi occhi neri intensi, i capelli corvini intrecciati all’uso delle Tehuane, le folte sopracciglia a formare un’unica linea, i “baffetti” portati con disinvoltura per rivendicare le sue origini da parte di madre armenide. E ancora come dimenticare gli orecchini coloniali o a forma di mano, e le collane di giada precolombiane. In particolar modo la giada viene considerata la pietra verde più preziosa  dagli aztechi perché portatrice di vita. Tutta la sua persona si proclama ad emblema della tradizione e della popolarità e di quella messicanità,che ritrarrà anche nelle sue tele.  Frida Kahlo è questo:  amore per la tradizione in uno spirito libero.

Frieda e Diego Rivera, 1931. San Francisco Moma

Frida Kahlo e Diego Rivera, “l’elefante e la colomba” Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego.  Nel 1928 Frida sottopone allo sguardo esperto e critico del famoso e ormai maturo Diego Rivera ( 21 anni più grande di lei) i suoi autoritratti, il quale ne resta entusiasta. Ha inizio un connubio artistico ed emotivo della portata di un’alluvione: i due si sposano, nonostante Frida sappia del carattere libertino e fedigrafo di suo marito, che arriverà a tradirla persino con la sorella , Cristina.“ Perché lo chiamo il mio Diego?Non è mai stato e non sarà mai mio. Diego appartiene a se stesso! Questo evento porterà al loro divorzio, ma a distanza di un anno, incapaci a restar separati, si risposeranno a San Francisco. Un amore travagliato, un’attrazione fatale, che darà origine ad un rapporto sicuramente trasgressivo per l’epoca: Frida a sua volta tradirà,( per vendetta, gelosia o per puro piacere) Diego con molti amanti sia donne che uomini, come il poeta francese Andre Breton, o il politico russo Trockjj, fuggito dalla Russia o la fotografa Tina Modotti. Diego e Frida vivranno in una casa ,la Casa Azul (Azzurra), in due aree separate, unite da un ponticello, per conservare ognuno i propri spazi.

Frida Kahlo e il Messico. Frida poggia la sua arte sulle solidi basi del passato precolombiano e del mondo indigeno, collezionando con il marito Diego  ceramiche e sculture azteche, conservandole in una piramide nel giardino della loro Casa Azul. In tutto il suo essere Frida parla della sua terra: dai suoi vestiti tradizionali, ai suoi quadri nei quali ritrae la giungla, pappagalli, scimmie e cani senza pelo ( xolotl), i quali rappresentano il suo alter ego, il suo “nahualli”, l’unica essenza tra uomini e animali, secondo la credenza messicana. Il cuore palpitante, sanguinante, caro alla cultura azteca e alla fede cristiana, è un elemento ricorrente nella sua opera, come anche le radici degli alberi che rappresentano l’attaccamento alle origini. Non bisogna dimenticare che Frida aderisce nel 1928 al partito comunista, quindi è vicina alle tematiche di lotta sociale del suo Paese; elemento che l’accomuna agli artisti appartenenti al  mexicanismo, una corrente pittorica che si manifesta attraverso murales per parlare al popolo analfabeta.

Frida Kahlo e l’arte. Il poeta nonché suo amante Andre Breton volle fortemente una sua mostra a Parigi nel 1939  e la definì una “surrealista creatasi con le proprie mani”, ma Frida,sofferente alle etichette  si dissociò dal movimento  surrealisra dichiarando :” Hanno pensato che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà.” Una realtà fatta principalmente della sua immagine: Frida ci ha lasciato un diario, un epistolario  di lettere scambiate con Diego e  143 ritratti, di cui 55 autoritratti. Il suo corpo martoriato, malato, è rappresentato così come è, senza edulcoranti per piacere al sesso maschile. Il corpo è dipinto con colori vivaci,e il tratto fermo e deciso è un modo per affermare se stessa e per manifestare un attaccamento alla vita ed una forza di volontà che non ha eguali. Una determinazione che l’ha condotta ad esser se stessa nonostante il dolore fisico. Una tenacia dimostrata anche in senso negativo, aggrappandosi come un granchio con la sua chela all’ amore malsano con il suo sapo-rana (l’uomo rospo- rana)  Rivera. Spesso nei suo quadri compare un bambino, simbolo dell’ innocenza e spensieratezza rubate dalle catastrofi della vita ed anche espressione di una maternità mancata.

 

 

Al di là delle libere interpretazioni, resta di Frida la figura di una donna dai tratti androgini, capace di affrontare  dolori  “sovrumani”, sia fisici e morali, grazie alla sua pittura e all’amore per la vita.

Sulla vita di  Frida Kahlo sono stati diretti due film Frida, Naturaleza Viva (1986), diretto da Paul Leduc  e Frida (2002), interpretato da Salma Hayek. Numerosi sono anche i documentari realizzati su di lei.

Viva la vida, 1954, Museo Frida Kahlo, Città del Messico

Pino Cacucci ha realizzato per il teatro il monologo breve “!Viva la vida”!( Feltrinelli, Gennaio 2014, 80 pg), il cui titolo richiama una frase scritta da Frida sul suo ultimo quadro, otto giorni prima di morire, un inno ad un’ esistenza sofferta e amata, degna di esser vissuta. Nonostante tutto.

Non ci resta che dire, viva la vida, Frida, siempre!

Non semplici patate, ma SUPERPATATE.

in Una finestra sul Mondo

Tante, troppe aree del mondo soffrono di malnutrizione o di fame vera e propria: interi territori asiatici e africani, infatti, prima ancora che d’infrastrutture primarie avrebbero bisogno semplicemente di quello che noi chiamiamo il ‘pane quotidiano’.

La mia generazione (io sono del ’68) è vissuta con le scene spaventose dei bambini idropisici del Biafra che attendevano solo di morire d’inedia, arrotati di mosche che loro non allontanavano neanche più, tanto erano spossati dalla fame, dalla sete e dall’abbandono in cui il mondo intero li aveva costretti.

Molto, tanto si è fatto, da quegli anni lontani (ma poi mica tanto), a livello internazionale, con la FAO e con altre organizzazioni anche private, perché quelle scene dell’orrore non popolassero mai più giornali e servizi televisivi: ma ancora non basta.

Troppe zone, soprattutto africane, non sanno come risolvere questo annoso problema e da anni si studia un modo per contenere questa piaga.

Quattro ricercatori dell’International Potato Center (per la precisione, i dottori Andrade, Mwanga, Low e Bouis), nel 2016, hanno vinto il World Food Prize perché hanno inventato una patata dolce arricchita di vitamina A. Sono passati già tre anni abbondanti, ma quella scoperta fa ancora notizia tra gli specialisti di genetica vegetale e gli studiosi del problema della fame nel mondo.

Una patata del genere, una sorta di superpatata, oltre ad essere più saporita e nutriente, riduce tantissimo i tassi di cecità, dovuti proprio alla mancanza di vitamina A, oltre che i tassi di mortalità dovuti in genere alla povertà della dieta.

Poco tempo fa é stato inventato un riso anch’esso arricchito di vitamina A: insieme alla patata, questi due nuovi alimenti potrebbero salvare milioni di vite umane soprattutto nell’Africa sub-sahariana, che è quella a più elevato rischio alimentare. Bisogna attendere, speriamo non troppo, che queste invenzioni diventino cibo in larga scala e a prezzi modici da commercializzare regolarmente nel Terzo e Quarto mondo.

Complimenti, allora, a questi e ai tanti coraggiosi e geniali ricercatori che, anche oggi, nel mondo, aiutano l’umanità a raggiungere standards di vita più alti e migliori, soprattutto nelle aree più depresse e povere.

Quando la morte arriva per ricetta. L’abuso dei medicinali oppioidi negli Stati Uniti.

in Una finestra sul Mondo

Anche in Italia, da diversi anni, è in corso un dibattito sulla necessità di fornire medicinali antidolorifici non solo per i malati oncologici ma anche per tutte le malattie che presentino dolori cronici.

Da noi, per l’antica tradizione guelfo-ghibellina, ovviamente i partiti dell’ antidolorifico ‘si’ e dell’antidolorifico ‘no’ si fronteggiano da anni con le tesi più estreme col risultato che, per sicurezza, la terapia del dolore è ridotta al minimo indispensabile anche nelle patologie oncologiche.

Negli USA, invece, da quindici anni, ormai, le prescrizioni per pazienti non-oncologici di medicinali oppioidi è letteralmente quadruplicata con effetti che solo ora sono scientificamente ed oggettivamente chiari a tutti.

Infatti, in un dibattutissimo numero del New England Journal of Medicine, il direttore americano del Centro per la Prevenzione ed il controllo delle Malattie (CDC), ha affermato a chiare lettere che i casi di dipendenza, di overdose e di morte a causa dell’utilizzo o del sovradosaggio di medicinali oppioidi negli Usa stanno aumentando vertiginosamente.

A seconda della posologia, da 1 paziente su 32 ad 1 paziente su 550, numeri entrambi da brivido e non paragonabili a nessun’altra classe di medicinali, vanno incontro alla morte in circa due anni e mezzo dalla prima prescrizione.

Almeno 1000 persone al giorno, negli States, corrono al pronto soccorso per casi di overdose o rischio/morte derivanti da farmaci oppioidi: e questo è inaccettabile.

Le case farmaceutiche hanno introiti magnifici e fanno campagne promozionali in stile hollywoodiano; i medici americani, da parte loro, non sanno come tenersi buoni i loro cari pazienti desiderosi di cancellare il dolore; e la Nera Signora, puntuale e solenne come nel suo stile, bussa regolarmente, settimana dopo settimana, alla porta di tanti statunitensi inconsapevoli per invitarli a lasciare questo mondo a causa di una medicina che avrebbe dovuto, invece, salvarli.

Un nuovo lavoro: la giornalpittrice. Breve storia di Molly Crabapple.

in Una finestra sul Mondo
Aleppo bombardata in un dipinto/cronaca di Molly Crabapple

Tutti noi sappiamo che questo mondo è in continua, vorticosa evoluzione e se da questa parte dell’oceano le cose procedono velocemente, dall’altra addirittura corrono all’impazzata verso il futuro e l’innovazione.

Anche nel settore del lavoro molte antiche e nobili professioni, pur resistendo all’usura del tempo, hanno perso e perderanno ancora molto del loro smalto, lasciando spazio ad altri lavori, magari svolti con lauree simili, ma in contesti completamente diversi.

Dall’America, terra da cui abbiamo già importato i bloggers e gli youtubers, ci arriva l’idea, la proposta di una nuova professione: quella di giornalpittore.

In particolare, a far diventare nota ed importante questa nuova professione a scavalco tra cronaca ed arte, è stata Molly Crabapple, una bella, intelligente e volitiva ragazza di New York che espone niente po’ po’ di meno che al famosissimo MOMA (Museum of Modern Art della Grande Mela).

Molly (che in realtà si chiama Jennifer, ma ha sempre odiato il suo nome di battesimo) ha avuto una vita sulla quale volentieri si girerebbe un film: bambina affetta da disturbo oppositivo-provocatorio, ha con difficoltà terminato le superiori. Vissuta a Parigi per un certo periodo, modella di nudo e ballerina di burlesque, ha fatto del disegno, dell’illustrazione, della pittura la sua vita, dando però a questa bella professione un taglio di vivacità e di dinamismo fuori dal comune.

Infatti, Molly, con i suoi disegni, dal vivo o tramite sms fortunosamente inviati a lei da amici che le scrivono da zone di guerra o inaccessibili alla carta stampata, ha descritto realtà dure e giornalisticamente molto interessanti come Guantanamo, come il movimento di Occupy Wall Street, come la guerra in Siria e come le roccaforti dell’ISIS.

Giornalista, quindi, donna impegnata politicamente, sicuramente, ma anche e soprattutto grande artista, se è vero come è vero che molti critici hanno accostato le sue opere grafiche a grandissimi del passato come Peter Bruegel il Vecchio o addirittura Henry de Toulouse-Lautrec o ad artisti più moderni come Fred Harper.

Una giornalista, un’intellettuale ‘malgré soi’, una pittrice e una disegnatrice che sicuramente incontreremo ancora nel panorama artistico mondiale dei prossimi trent’anni.

La pentola magica: l’idea di Sarah Collins.

in Una finestra sul Mondo
Il Wonderbag e il suo semplicissimo funzionamento

Per noi occidentali che magari, spesso e volentieri, per ragioni di lavoro, saltiamo il pranzo e rimandiamo tutto al crepuscolo e alla sua quiete; per noi che, se lavoriamo in azienda, abbiamo la sala mensa come luogo-principe deputato al pranzo; per noi, infine, che, quando proprio siamo costretti da obblighi imprescindibili, torniamo a casa per scaldare al micro-onde o friggere in padella dei piatti pronti che avrebbero fatto rabbrividire le nostre nonne; ebbene, per tutti noi ricchi e felici abitanti della parte fortunata del mondo cucinare non significa poi un granché, ad onta del fatto che in televisione è tutto un proliferare di cucine e cucinini di chef sedicenti stellati.

Ma, in gran parte dell’Africa e dell’Asia, al contrario, cucinare è un’impresa.

Innanzitutto, non essendoci di norma condotte del gas o linee elettriche, in gran parte del Terzo e del Quarto Mondo si cucina all’aperto sul caro, vecchio fuoco di legna dei nostri progenitori delle caverne: e quel tipo di fuoco non è regolabile con una manopola.

Per badare a quei fuochi migliaia di donne, ragazze e bambine consumano letteralmente la loro vita alla ricerca di legna da ardere e a controllare le fiamme perché non divampino troppo o non si spengano per poca cura. E tutte quelle ore vengono sottratte al lavoro ed alla scuola.

Per di più, cucinare sul fuoco di legna significa contribuire ad abbattere il patrimonio forestale del pianeta a ritmi costanti, aggiungendo al danno anche la beffa dei tanti incendi dovuti al mancato controllo dei tanti, troppi fuochi liberi accesi dovunque dentro e fuori dai villaggi.

Ed infine c’è il discorso dell’inquinamento da combustione di carbone che si va ad aggiungere a tutti gli altri di natura chimica che già abbondano.

Per rimediare a tutti questi problemi e ad altri correlati, un’inventrice sudafricana, Sarah Collins, in collaborazione con la Unilever, ha dato vita al Wonderbag.

L’idea è questa: dopo aver cotto su fuoco vivo per almeno venti minuti ciò che si deve preparare per pranzo o per cena, s’inserisce la pentola, tolta dal fuoco e con tutto il coperchio, dentro un contenitore che, a prima vista, sembra un pouf da salotto e invece è un geniale ritentore di calore che permette di cucinare a puntino e mantenere caldo per ore il cibo che si stava preparando nella pentola sul fuoco.

In questo modo, a cascata, si hanno i seguenti benefici: 1) le mamme (africane ed asiatiche) che spendevano otto ore al giorno davanti al fuoco possono ora lavorare e produrre redditi e benessere per la propria famiglia; 2) le ragazze e le bambine, d’aiuto alle loro mamme, invece che abbandonare precocemente la scuola e finire, magari, spose bambine abusate ed infelici, la possono frequentare con buoni risultati fino al diploma, assicurandosi una qualità di vita migliore; 3) i neonati esposti ai fumi di legna per tante ore non soffrono più di malattie dell’apparato respiratorio; 4) i mariti rompiscatole hanno il loro stufato ed i loro fagioli preferiti perfettamente cotti e magnificamente caldi in qualunque ora tornino da lavoro.

Va detto anche che, per permettere la diffusione di questo dispositivo semplice e geniale, venduto già in oltre 750.000 pezzi nel mondo, la Wonderbag ha attivato una linea di donazioni che permette con 20 dollari di aiutare direttamente una famiglia o un gruppo di famiglie di acquistare un Wonderbag, con 80 dollari di  procurare in zone di particolare disagio 40 pasti ipernutrienti per bambini iponutriti, con 200 dollari di assicurare per un anno colazione, pranzo e cena ad un bambino di aree povere del mondo e con 4000 dollari di fondare quello che si chiama un Wonderfeast, cioè un centro nutrizionale Wonderbag con oltre 150 Wonderbag disponibili, un centro educazionale nutrizionale per donne e ragazze e tanti altri mezzi di superamento della malnutrizione e della fame.

Ditemi voi se Sarah Collins non merita tutto il nostro apprezzamento.

SMS per la vita: la start-up nigeriana di Babymigo.com.

in Una finestra sul Mondo
Una simpaticissima neonata nigeriana.

Forse, quando studiava all’università di Ladoke Akintola (la LAUTECH) in Nigeria, Adeloye Olanrewaju non pensava che, qualche anno dopo, sarebbe stato individuato, con la sua società, tra le migliori cinquanta start-up del mondo e che avrebbe ricevuto numerosi premi in giro per il mondo.

D’altronde, anche vedendolo ora, che è l’amministratore delegato di una serie di fortunate iniziative imprenditoriale, il dr. Olanrewaju non sembra più che un simpatico ed atletico ragazzotto in salute dell’Africa centrale.

E invece no.

Questo giovane imprenditore africano ha messo insieme solidarietà e business creando una società che, dal novembre 2017 ha già registrato l’iscrizione di oltre 90.000 utenti ed ha l’ambizioso scopo di ridurre la mortalità infantile nigeriana (ed africana in genere) del 45% entro il 2020: roba non da poco.

Il gioco è semplice: una donna in attesa (o una neomamma) s’iscrive a questo servizio di SMS ad un costo accessibilissimo e può, ventiquattro ore su ventiquattro e trecentosessantacinque giorni l’anno, porre qualunque tipo di domanda relativa alla propria salute o a quella del suo bambino, sapendo che, in poco tempo, al massimo alcune ore, arriverà via sms una risposta che potrà fugare ogni dubbio su come allattare, come svezzare, come curare e come mantenere in perfetta salute psicologica e fisica il nuovo arrivato della famiglia.

In Nigeria nascono ogni anno circa dieci milioni di bambini che vivono anche in zone rurali in cui non solo gli ospedali, ma nemmeno gli ambulatori sono cose a portata di mano: ma ancor di più, ogni anno, per parto o per complicanze successive, muoiono oltre ottocento donne nigeriane a cui nessuno poteva dare informazioni su cosa fare prima, durante e dopo il parto. Salvare queste mamme e quei bambini con questa idea, per quanto ci riguarda, è qualcosa di favoloso.

Auguri, allora alla Babymigo.com e lodi al dr. Olanrewaju per la sua splendida idea.

Beto o Beth? Il dilemma del Partito Democratico Americano per le presidenziali del 2020.

in Una finestra sul Mondo
Il giovane deputato O'Rourke, in corsa per la nomination democratica alle presidenziali del 2020.

Si fa presto a dare Trump già per spacciato. Significa essere osservatori o critici disattenti pensare che le tante gaffes, i tanti scivoloni comunicativi, politici, organizzativi dell’attuale presidente degli Stati Uniti possano davvero aver fatto crollare il solido zoccolo di consenso col quale ‘The Donald’ ha umiliato la Clinton nel 2016. Sarebbe un grave errore dare i Democratici vincitori certi delle prossime presidenziali del 2020.

Trump è riuscito a intercettare, e detiene ancora in grossa parte, un consenso che definire trasversale è poco: un miliardario fanatico e per molti aspetti politically not correct come lui, ha dragato milioni di voti in tutti gli stati e gli strati e, benché in odio all’establishment di Capitol Hill e alla stampa americana, ancora oggi riuscirebbe ad attrarre il proletariato e sottoproletariato urbano e rurale di mezza America, pescando, con altrettanta nonchalance, tra i simpatizzanti del suprematismo bianco così come tra gli evangelici, tra le minoranze etniche e la piccola borghesia wasp delusa dalle politiche della crisi, tra i disillusi democratici e tra i critici repubblicani.

Premesso questo, tanti, troppi candidati democratici cercheranno di ottenere la nomination per sfidare Trump e sottrargli la soddisfazione di un secondo mandato.

Torna alla carica Sanders, per molti più adatto a una bella, comoda, lussuosa casa di riposo che ad una presidential run; si presentano un paio di governatori ed ex-governatori anche di stati importanti (da Hickenlooper, ex-governatore del Colorado a Jay Inslee, attuale governatore dello stato di Washington), tanti senatori (Klobuchar, Booker, Gillibrand), un sindaco (Castro) ed una influencer di Twitter (Marianne Williamson).

Massimo rispetto e un sincero ‘in bocca al lupo’ a tutti loro: quindici minuti di notorietà, come è noto, non si negano a nessuno.

Ma, mettendo un po’ di distanza e di distacco dalle vicende americane, viste le cose del partito democratico statunitense qui dall’Italia, personalmente suggerirei di seguire con molta attenzione la corsa alla nomination di due personaggi che, fra la folla dei pretendenti, mi pare che abbiano quell’aplomb, quel curriculum, quella capacità comunicativa che un buon candidato presidente dovrebbe avere a priori.

Mi riferisco a Beto O’Rourke e a Elizabeth Warren.

Beto (che in realtà si chiama Robert Francis) ha un che di kennediano, nell’aspetto e nel curriculum: se eletto, arriverebbe alla Casa Bianca a soli quarantotto anni (è del 1972), espressione di una generazione che chiede giustamente di poter rappresentare partiti e Paesi un po’ in tutto il mondo. Di origine gallese-irlandese, è cattolico, ma ha studiato in una delle migliori università wasp, la Columbia, dove si è laureato in Letteratura Inglese. Consigliere comunale ad El Paso, quindi pronto a cercare e trovare il consenso dei tanti ‘latinos’ che abitano negli USA, è stato deputato al Congresso dal 2012 al 2018. Sconfitto da Ted Cruz per un seggio al Senato, è uno dei più brillanti sconfitti nella corsa ad un seggio senatoriale. Ha ufficializzato la sua candidatura il 14 marzo 2019.

Beth (Elizabeth) Warren, senatrice di lungo corso, donna del 1949 fieramente nonna, con due figli e due matrimoni alle spalle, presidente della commissione obamiana sulla supervisione delle attività economiche del Senato, è stato nominata da Time tra le 100 persone più influenti del mondo.

Sandersiana, prima di essere clintoniana, la Warren, docente di diritto commerciale ad Harvard, ha grinta(appartiene a famiglia della piccola borghesia combattente americana, quella sospesa tra ‘salvazione e dannazione’), fegato, competenze e determinazione: ha ufficializzato la sua candidatura per il partito democratico il 9 febbraio 2019.

Mi sbaglierò, ed è possibile che nessuno dei due poi corra effettivamente per la Casa Bianca: ma fino a quel momento, fino alla fatidica nomination, io li terrei d’occhio e con un certo interesse.

Vedremo.

Un portachiavi per bere: breve storia di TESTDROP PRO© .

in Una finestra sul Mondo

Dopo esserci divertiti a inquinare tutto l’inquinabile, persino l’etere e le nostre coscienze, come esseri umani ci siamo accorti che forse, e da un pezzo, avevamo superato qualunque limite della decenza e della razionalità.

Gli inquinatori, infatti, si sono resi conto che avevano quasi segato il ramo su cui erano seduti e si sono fermati inorriditi: qualche altro colpo ben assestato e la vivibilità di questo nostro pianeta azzurro e infelice si sarebbe andata a far benedire per sempre.

Nell’Occidente sviluppato questa paura, questa tensione ormai palpabile fra gli elementi naturali, spesso gravemente compromessi, e gli uomini ha portato ad una coscienza, ad una vigilanza ecologica che evita, quasi sempre, tragedie e drammi: ma ci sono parti del mondo in cui dei problemi del terreno, delle acque superficiali e di falda e dell’aria ci si interessa poco o nulla, credendo che non ci sia niente di cui preoccuparsi.

Sapendo questo, e con una capacità di visione non solo imprenditoriale davvero eccezionale, la società israeliana Lishtot (che in ebraico vuol dire ‘bere’) ha inventato un piccolo dispositivo che definire geniale è poco.

Si tratta del TESTDROP PRO© che, grazie alle proprietà dei campi elettrici, riesce a dire, in pochi secondi, se l’acqua di una fonte, di un lago, di un fiume sia potabile o no.

Gli inquinanti più diffusi, biologici e chimici, infatti cambiano le proprietà del campo elettrico dell’acqua e questo apparecchio israeliano, della grandezza di una chiave elettronica di una nostra automobile o poco più, dà risultati affidabili in tempo reale e a costi accessibili.

Per tanti paesi al mondo in cui si crede di poter bere da qualunque fonte senza problemi, andando però incontro a rischi spaventosi, è un’invenzione più che utile e necessaria: è qualcosa d’indispensabile che, magari, per altre ragioni, dovrebbe diffondersi anche in Occidente dove spesso le certezze che avevamo stanno evaporando come gocce d’acqua nel deserto.

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