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Una finestra sul Mondo

Un portachiavi per bere: breve storia di TESTDROP PRO© .

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Dopo esserci divertiti a inquinare tutto l’inquinabile, persino l’etere e le nostre coscienze, come esseri umani ci siamo accorti che forse, e da un pezzo, avevamo superato qualunque limite della decenza e della razionalità.

Gli inquinatori, infatti, si sono resi conto che avevano quasi segato il ramo su cui erano seduti e si sono fermati inorriditi: qualche altro colpo ben assestato e la vivibilità di questo nostro pianeta azzurro e infelice si sarebbe andata a far benedire per sempre.

Nell’Occidente sviluppato questa paura, questa tensione ormai palpabile fra gli elementi naturali, spesso gravemente compromessi, e gli uomini ha portato ad una coscienza, ad una vigilanza ecologica che evita, quasi sempre, tragedie e drammi: ma ci sono parti del mondo in cui dei problemi del terreno, delle acque superficiali e di falda e dell’aria ci si interessa poco o nulla, credendo che non ci sia niente di cui preoccuparsi.

Sapendo questo, e con una capacità di visione non solo imprenditoriale davvero eccezionale, la società israeliana Lishtot (che in ebraico vuol dire ‘bere’) ha inventato un piccolo dispositivo che definire geniale è poco.

Si tratta del TESTDROP PRO© che, grazie alle proprietà dei campi elettrici, riesce a dire, in pochi secondi, se l’acqua di una fonte, di un lago, di un fiume sia potabile o no.

Gli inquinanti più diffusi, biologici e chimici, infatti cambiano le proprietà del campo elettrico dell’acqua e questo apparecchio israeliano, della grandezza di una chiave elettronica di una nostra automobile o poco più, dà risultati affidabili in tempo reale e a costi accessibili.

Per tanti paesi al mondo in cui si crede di poter bere da qualunque fonte senza problemi, andando però incontro a rischi spaventosi, è un’invenzione più che utile e necessaria: è qualcosa d’indispensabile che, magari, per altre ragioni, dovrebbe diffondersi anche in Occidente dove spesso le certezze che avevamo stanno evaporando come gocce d’acqua nel deserto.

Non è romantico? La nuova rom-com di Netflix.

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La simpatica Rebel Wilson, protagonista di 'Isn't it romantic'

Per i cultori della piattaforma più ‘cool’ della televisione italiana di oggi e soprattutto per coloro che non si fanno fermare dall’ostacolo dell’inglese (perché la passione per il cinema lo rende bello ed interessante tutto, anche quello in cinese mandarino), consiglio di godersi una simpatica commedia sceneggiata dalle brillanti penne di Erin Cardillo, Dana Fox, Katie Silberman e Paula Pell: si tratta di ‘Isn’t it romantic’.

Senza rivelarvi tutta la trama, vi dico che si tratta dell’avventura esistenziale di una ragazza ambiziosa e sfortunata, delusa dal lavoro e dalla vita e disillusa sulle capacità curative dell’amore che, dopo un incidente in metropolitana, si trova immersa in una realtà in cui lei è protagonista (involontaria e riottosa) di una sciropposa commedia romantica.

Ci sono tutti gli elementi classici: il brutto anatroccolo che si scopre bello e affascinante e desiderabile, il bel ragazzone americano tutto addominali che impazzisce d’amore per la sconosciuta Bridget Jones della situazione, l’amico gay, l’amica bellissima, ma per una volta lontana dai riflettori e via discorrendo tra le classiche situazioni a scelta tra ‘Pretty woman’, ‘Arthur’, ‘Il matrimonio del mio miglior amico’, ‘Prima o poi mi sposo’, etc.

A fare da sfondo, da palcoscenico di un’ulteriore commedia supermelensa c’è la sempre rutilante ed affascinante e magnetica New York, che da sola basterebbe a reggere la trama e l’intreccio di qualsiasi film.

A dirigere la protagonista, la bionda e pacioccona Rebel Wilson, c’è il regista Strauss-Schulson (quello, di ‘The final girls’, un horror geniale e poco psyco-gotico, che qualche anno fa ha avuto un certo successo) che ha, come nelle migliori tradizioni, individuato in Liam Hemsworth il belloccio della situazione, tutta passione e carinerie nel classico stile romantico americano.

Inutile dire che il film è stato fatto uscire in America a San Valentino di quest’anno.

Tutto calcolato. Buona visione.

VEGANO NON SIGNIFICA INSAPORE. L’invenzione della Beyond Meat e i suoi possibili sviluppi.

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Una salsiccia vegana nel suo bel panino.

Due cose temo di più al mondo: la cretinaggine e l’ignoranza. Se poi si manifestano nelle stesse persone e contemporaneamente, il livello di pericolo, per me, sale alle stelle.

Della cretinaggine parleremo in qualche altro articolo: oggi, invece, voglio parlare dell’ignoranza.

Tra le ignoranze più diffuse in questi tempi c’è sicuramente quella alimentare: si mangia senza sapere cosa dovrebbe davvero far parte di un’alimentazione sana, ci si improvvisa pericolosamente tutti dietologi ed esperti di scienze dell’alimentazione, si trinciano giudizi su questi o su quelli senza un minimo di raziocinio.

Orbene: fatta la tara di tutti gli estremismi e gli integralismi, anche alimentari e salutistici, del mondo vegano si ha ancora un’idea che, nel migliore dei casi, potrei definire confusa.

In questa nebbia conoscitiva, il mito più diffuso sulla scelta vegana è quello che i cibi di quella cultura alimentare siano tutti più o meno insapori: ma questo non era e, oggi ancor di più, non è vero.

A dimostrazione che si può mangiare vegano, e quindi sano, ma anche saporito ha contribuito, negli ultimi anni, una grossa azienda americana fondata  una decina di anni fa da Ethan Brown: dalla ricerca di questa azienda e dalla sua voglia di costruire un nuovo paradigma alimentare vegano hanno contribuito prima il Beyond Burger, ora la Beyond Sausage.

Il primo prodotto era (ed è ancora con grande successo) un hamburger completamente vegano dal sapore, dal profumo e dalla consistenza quasi indistinguibili da un hamburger di bovino classico; il secondo prodotto ha raggiunto i confini della realtà vegana, poiché altro non è che una salsiccia che con la carne di suino non ha il minimo contatto.

Saporitissima, dall’aspetto e dal profumo tipico delle salsicce ‘alla tedesca’ o ‘all’italiana’ (ce ne sono tre versioni per tutti i gusti), la Beyond Sausage ha 16 grammi di proteine, niente soia o glutine, niente ogm e tanto sapore.

Tra gli altri benefici, indiretti, queste salsicce (ed i precedenti hamburger) hanno un impatto minimo sull’ambiente consumando il 99% di acqua in meno rispetto alle salsicce normali, il 93% di terra in meno, il 90% di gas-serra in meno ed il 46% di energia in meno. E questo perché, alle loro spalle, non c’è la filiera dell’allevamento che ha avuto un impatto non indifferente sul consumo di risorse di questa grande nave spaziale chiamata Terra.

Io non sono vegano, e me ne dolgo: ma sono felice che ora chiunque possa fare la scelta salutista dell’alimentazione vegana senza rinunciare a nessuno di quei legittimi piaceri del palato che, insieme a quelli della vista (si mangia anche con gli occhi), rendono la tavola ancora uno dei luoghi migliori dove si possa trascorrere la vita.

Sempre in contatto…e senza smartphone. Le funzioni del LynQ.

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Per chi abbia un po’ di vita alle spalle è notorio che, in molte occasioni, forse in troppe, quando si va in giro con una famiglia o un gruppo di amici pieni di curiosità e di entusiasmi, si passa più tempo a controllare che siano tutti a portata di mano (o almeno di occhio) che a godersi la festa, l’evento, il concerto di turno.

Si fa presto a dire: “A me non potrebbe mai succedere”. Ricordatevi che la Legge di Murphy è sempre all’opera e tutto ciò che può andare storto va storto. Per cui, al concerto rock si entra insieme e, nella calca che spinge, travolge, preme e separa, ci si trova uno sotto il palco e l’altro all’altezza del centrocampo (i concerti amano i campi da calcio, anche se degli stessi, alla fine dei concerti rimane ben poco). Quando si va a sciare, come sempre, l’amico fanatico ex-campione condominiale di slalom gigante si fionda a valle più veloce di una slavina, mentre gli altri si attardano nei pressi della partenza, cadendo ripetutamente, oppure appena più giù perdendosi nei boschi alla ricerca dello Yeti.

Tutto questo non accadrà più.

Infatti la Indiegogo ha messo sul mercato un aggeggino tecnologico piccolo, maneggevole e fortunatamente supertecnologico, chiamato LynQ, che senza aver bisogno di campo, di 4G, di WH, di FB o di altro riesce a rimanere in contatto con altri dodici dispositivi uguali ognuno dei quali può essere impostato col nome del legittimo proprietario o momentaneo possessore.

Cosa succede quindi? Succede che se Raffaele (io, quindi) va al concertone rock di Ligabue con altri quattro cinquantenni allo sbaraglio, invece di rintracciarsi tramite avvisi della Protezione Civile, i cinque sapranno sempre esattamente dove e quanto distanti si troveranno l’uno dall’altro. Il LynQ, infatti, su un visore grande quanto una grossa moneta, indicherà i nomi degli altri quattro amici nel raggio di tre miglia e guiderà uno verso l’altro o tutti verso un punto comune scelto da uno di loro. Funzione utilissima anche per chi abbia a che fare con gruppi di bambini/ragazzi velocissimi a sparire dalla circolazione, ma anche piuttosto portati alla paura ed al panico.

In preordine il LynQ costa 89 dollari (85/86 euro): a prezzo pieno lo troverete a 149.

Ma la soddisfazione di avere tutto e tutti sotto controllo, quella, amici miei, non ha prezzo.

Bambini di tre genitori: la tecnica del MRT.

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Chi non ci è passato, non lo può capire: questo va detto preliminarmente. Chi ha sofferto o soffre per non poter avere figli patisce dolori (spirituali e materiali) indicibili e per tempi lunghissimi.

Va anche detto che nessuno è titolato a giudicare né questo articolo si vuole porre come una presa di posizione ‘pro’ o ‘contro’: qui si vuole fare solo sommessamente un po’ di semplice, sana informazione. Null’altro.

Detto questo doverosamente, possiamo passare rapidamente all’argomento di queste mie poche righe: la tecnica di inseminazione conosciuta come MRT.

Con questa sigla intendiamo la mitochondrial replacement therapy, cioè, per i meno avvezzi all’inglese, la terapia di sostituzione mitocondriale.

Iniziata in Inghilterra ufficialmente e con tanto di riconoscimento del competente ministero della salute, questa tecnica permette a genitori certi (o quasi) di avere figli con malformazioni o malattie genetiche ereditarie di sostituire, tramite una donatrice sana, una parte minimale, ma fondamentale, (intorno allo 0.1% del genoma adulto) del DNA mitocondriale.

A puro scopo informativo ricordiamo che, nei soli Stati Uniti, ogni anno, nascono almeno 800 bambini che, a causa di problemi a livello mitocondriale, appunto, vanno incontro a forme di disabilità pesantemente invalidante o anche alla morte prematura.

Inutile dire che la tecnica è invasiva e non priva di rischi e che, sia a livello medico, sia a livello bioetico, i fronti su questo argomento sono ben netti e contrapposti: da un lato, sin dal 2014, i difensori dei progressi della scienza e della tecnica affermano che, se vi è la possibilità concreta di agire a vantaggio della vita e della salute del nascituro, ogni scoperta deve essere accolta favorevolmente; dall’altro, coloro che ritengono che un intervento sul DNA mitocondriale (quello materno, per intendersi) sia da intendersi sempre e comunque come un’interferenza pesante sulla Natura e sul volere di Dio, ovviamente criticano pesantemente questa nuova metodica.

Vi è, poi, per noi comuni mortali, anche un altro e non meno preoccupante oggetto di attenzione in questa diatriba: poiché la ‘seconda mamma’, cioè la donatrice del materiale genetico sano, dovrebbe/potrebbe essere considerata a suo modo l’altra madre biologica del bambino, questo apre uno squarcio preoccupante su possibili implicazioni non solo anagrafiche, ma anche ereditarie che una situazione del genere potrebbe alla lunga creare.

Quello che è certo è che i bambini nati in Inghilterra e Stati Uniti (ed altri paesi) in questi ultimissimi anni, hanno, a tutti gli effetti, tre genitori: due che si prendono cura di loro direttamente e che risulteranno i loro unici genitori, ed una terza genitrice che, da lontano (o così almeno si spera), seguirà la crescita e la vita di questi bambini che, alla fine, sono bambini come tutti gli altri: belli, teneri, buffi e simpaticissimi e meritevoli di vivere una vita tranquilla senza necessariamente sentirsi al centro dell’attenzione del mondo.

La Disneyland dei cellulari. La Fiera di Barcellona 2019.

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Se siete di quelli che si addormentano e si svegliano con la paura di non aver controllato tutti i messaggi e le mail arrivate fino a un secondo prima; se non potete fare a meno di fotografare la colazione, il pranzo, la cena, il cappuccino al bar, il thé con le amiche, la birra con gli amici, la prima e l’ultima sigaretta della giornata; se vi portate il cellulare in bagno, in cucina, in tinello, in sala da pranzo, in garage ed in soffitta; se la vostra vita senza cellulare non avrebbe senso; se siete parte, insomma, di quella gigantesca tribù digitale che ha nel cellulare una estensione naturale del proprio cervello e della propria mano, ebbene, amici, allora non potete non visitare un evento mondiale che si terrà, tra pochissime settimane, in Spagna.

Infatti, a Barcellona, tra il 25 ed il 28 febbraio prossimi si terrà il GSMA MWC 2019.

Detto così, sembrerebbe il convegno mondiale di tutti i nerds appassionati di fisica fantaquantistica delle particelle a tortiglione spiaccicate impegnati a sviluppare su infinite lavagne le più complesse disequazioni irrazionali di quarto grado, bilaterali, antero-posteriori e a chiazze.

Nulla di tutto questo, invece. Il MWC, come brevemente lo chiamano gli addetti ai lavori, è il paradiso neanche troppo fantascientifico di tutto quanto la telefonia mobile e in generale la comunicazione su reti 4G possa offrire allo stato attuale.

Tre volte l’anno, in tre luoghi che non potrebbero essere più diversi per ritrovarsi poi, invece, tanto uguali, oltre 750 operatori di telefonia, provenienti da 250 paesi diversi, s’incontrano per confrontarsi, discutere (ci sono, infatti, momenti di riflessione scientifica ed economica durante queste conventions), proporre al grande pubblico e far apprezzare da tecnici e concorrenti le più strabilianti innovazioni in campo di telefonia senza cavo.

Una volta all’anno a Shangai, un’altra a Los Angeles e ogni febbraio a Barcellona, grande pubblico ed esperti del settore si possono incontrare e crescere, possono sognare e toccare con mano, possono guardare al futuro del telefono (e non solo) senza dimenticare il passato.

La crescita economica del settore è pari al 7.51% all’anno e, solo per dare alcune cifre, i nuovi sottoscrittori di un contratto mobile quest’anno sono stati 5.201.158.979.

Se si pensa che la prima chiamata da dispositivo mobile fu fatta in una piccola emittente radio in Finlandia nel 1991, e che nel 2001 i possessori di telefono mobile erano già 1.000.000.000, direi che è un settore sul quale è bene tenere sempre accesi i riflettori dell’interesse sociale, culturale, economico e politico.

Voi che dite?

Dall’antica sapienza tribale una speranza per malattie e dipendenze preoccupanti: l’ayahuasca.

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Da sempre le culture meso- e sudamericane hanno dato prova di una conoscenza profonda, atavica, sapienziale delle proprietà delle piante che rappresentano una delle tante ricchezze di quei tanti paradisi della biodiversità che sono raccolti tra il Tropico e l’Equatore.

Da un paio di anni, le università di Exeter e l’University College di Londra sono impegnate nello studio farmacologico e clinico delle proprietà di una bevanda che, fino a pochissimo tempo fa, era solo patrimonio della cultura e della religione tradizionale di molte tribù che abitano nelle foreste pluviali: parlo dell’ayahuasca.

Usata solo nei rituali sciamanici, magico-religiosi di alcune culture tradizionali dell’Amazzonia e non solo, questa bevanda, dagli studi scientifici a cui è stata sottoposta, pare possa avere degli effetti più che positivi nel trattamento di patologie molto gravi quali l’alcolismo, la depressione, lo stress da disordine post-traumatico (tipico dei reduci da tutte le guerre), i disturbi alimentari e varie altre dipendenze(comprese quelle da eroina, cocaina, metanfetamina, etc.).

La bevanda è il frutto della lunghissima cottura in acqua (otto ore) dei gambi di una pianta di quelle latitudini, detta caapi, e delle foglie di un’altra pianta delle stesse terre chiamata chacruna.

L’effetto biochimico studiato è quello cerebrale sulla monoammina ossidasi, con effetto antidepressivo ed ansiolitico non dissimile da quello della triptammina o della 12-metossi-ibogamina, entrambe contenute in piante d’uso rituale proprie dell’area meso- e sudamericana.

Il potere di questa bevanda è tale che, in spagnolo, i popoli che la usano, la chiamano semplicemente ‘La Medicina’: ragion per cui due università inglesi si sono precipitate a comprenderne gli effetti diretti e quelli collaterali.

Sono stati pubblicati già articoli piuttosto interessanti su questa bevanda e l’interesse è tanto: molto ancora si deve capire sugli effetti a medio e lungo termine di questo medicamento naturale, ma con pazienza e determinazione, e la collaborazione di più istituzioni scientifiche internazionali, non è detto che si scopra, tra qualche anno, che in natura, c’era già il rimedio per tanti malanni della nostra società e del nostro tempo, un rimedio detto ‘La Medicina’.

Nomen, omen. Appunto.

Noi che siamo fortunati. La storia di Jordyn Walker e l’insegnamento che se ne ricava.

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Natale 2018 è trascorso da appena dieci giorni e solo tre giorni fa, chi poteva si abbracciava sorridente con amici e parenti davanti a tavole imbandite e spumanti traboccanti da bottiglie gelate.

 

Il Natale ci rende più buoni (?), più riflessivi (?), più saggi (?) ed il Capodanno ci fa riflettere filosoficamente sul tempo che passa e su quanto ce ne rimane e come sarà.

 

Tante volte, troppo spesso, in noi prevale una qualche ombra di tristezza, di insoddisfazione, di delusione: ci sentiamo ingannati dai parenti, dagli amici (o da chi credevamo amico), dal lavoro, dalla vita e via discorrendo.

 

Ebbene, proprio per dare uno schiaffo morale, per scuotere le coscienze dormienti di tanti di noi che si lamentano per non avere l’ultimissimo Iphone, l’ultimissima Audi, il posto ed il ruolo che in società ‘ci spetta’, ‘è nostro’, ma non abbiamo ancora, voglio raccontarvi la storia di Jordyn Walker.

 

So che nella mia rubrica, in questa sezione de ‘Il Metapontino’ che ho creato e curato come una creatura in fasce dalle sue origini, e che voi seguite con tanta curiosità e gentilezza, per lo più cerco di trovare posto a notizie dal mondo atipiche, simpatiche, divertenti, originali che riescano a dare una nuova visione delle cose: ma oggi mi perdonerete se vi rattristerò un poco, solo, però, per ragioni pedagogiche.

 

La storia che vi sto per raccontare, infatti, è quella di una bambina di quindici anni, intelligente, bella, curiosa, mite come un agnello e forte come una leonessa, a cui la vita non ha risparmiato nessuna sofferenza.

 

Ammalatasi della sindrome di Henoch-Scholein a soli due anni, a quattro anni ha affrontato una osteomielite e a cinque un’osteoartrite: e già questo sarebbe bastato per definirla una creatura piuttosto sfortunata.

 

In cura da allergologi, immunologi, reumatologi per tanti anni, sembrava aver recuperato la piena salute quando, nel 2017, una purpura anafilattoide l’ha nuovamente colpita fino a degenerare in qualcosa d’inaspettato e attualmente ancora incompreso dalla medicina ufficiale.

 

A causa della sua malattia, infatti, a un certo punto, benché ricoverata già in ospedale e sotto stretto controllo medico, questa bambina si è vista gonfiare la parte alta del volto (labbra, zigomi, naso, occhi e fronte) in maniera così repentina e violenta che lo sbalzo pressorio le ha causato la totale ed irreversibile cecità e la scomparsa dei sensi dell’olfatto e del gusto.

 

Dopo tanti mesi di ospedale, nel dicembre 2018, poche settimane fa, quindi, è uscita dall’ospedale sepolta dai regali e dall’amore della propria famiglia: e, sebbene non possa più guardare il mondo, lei che era lettrice avida, cultrice di cinema, amante della natura; sebbene non possa più sentire il profumo di un caffè, di una torta, di una rosa e del mare; sebbene non possa più gustare i piatti che la sua mamma le faceva e le farà ancora, aveva ancora la forza di ridere nelle foto che parenti e giornalisti le hanno fatto all’uscita dal centro di cure universitarie in cui le hanno comunque salvato la vita.

 

Questa è la storia di Jordyn Walker.

 

E noi ci riteniamo sfortunati.

A un passo dalla vetta. Storia del sogno di Angela Ponce.

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La modella transgender Angela Ponce in una delle sue immagini più glamour.

Il prossimo 18 gennaio 2019, nella sua casa di Pilas, in Andalusia, un personaggio che sta conquistando sempre maggiore popolarità in Spagna e altrove festeggerà ventotto anni.

 

Con la stessa allegria, e magari anche un pizzico di orgoglio personale e professionale, la stessa persona, il 29 giugno 2019, festeggerà l’anniversario di un’importante vittoria: quella di Miss Spagna.

 

Sto parlando di Angela Ponce, una modella sulla quale i maggiori giornali di moda e di gossip del Vecchio Continente (e non solo) hanno scritto articoli su articoli sguazzando nel glamour di un mondo irreale e lontanissimo quale quello delle aspiranti Miss Universo.

 

Va bene, direte voi, e allora?

 

Non sarebbe la prima volta che sulla belloccia di turno (cantante, attrice, modella, contorsionista, tronista, equilibrista, amica di Amici, amica degli amici, donna di Uomini e Donne, donna tra le pie donne e gli uomini di buona volontà, incantatrice di serpenti e di anguille o miracolo vivente di intelligenza, santità, poeticità e venustà) si scatena l’attenzione morbosa della stampa. Siamo vecchi e ne abbiamo viste di tutti i colori.

 

Ma nel caso di Angela Ponce, la ragione di tanta attenzione ‘gossippara’ c’è tutta: e sì, perché Angela, un tempo, si chiamava Mario.

 

Il 18 gennaio 1991, infatti, a Pilas, nasceva Angel Mario Ponce Camacho che, però, sin da piccolissimo, si rese conto di essere una fanciulla intrappolata in un corpo maschile.

 

Ascoltata in televisione, a undici anni, la storia di un trans-gender, e compresa la propria condizione e il cammino che l’aspettava, a sedici anni, Angel Mario ha iniziato la terapia ormonale ed il percorso chirurgico estetico e funzionale ed alla fine, nel 2014, con l’operazione decisiva e più importante, ha riconquistato anche anatomicamente quella completezza che cercava dalla nascita.

 

Forte di questa nuova, più matura e solida sicurezza anche fisica, Angel, che aveva finalmente potuto cambiare anche il nome in Angela Maria Ponce Camacho, ha partecipato a Miss Spagna nell’estate del 2018 ed ha vinto a mani basse, diventando la prima Miss Spagna trans della storia della kermesse.

 

Con questo passaporto importante, e col favore degli scommettitori internazionali, ha partecipato anche a Miss Universo 2018, senza riuscire, però, a classificarsi tra le prime venti concorrenti.

 

Angela Ponce è arrivata ad un passo dalla vetta, ma è stata sconfitta: almeno all’apparenza.

 

Ma anche perdendo il massimo titolo a cui una modella possa mai aspirare, Angela Ponce ha conquistato, e non solo per sé, un premio ancora più importante: quello della parità. Con il riconoscimento della sua bellezza e della sua femminilità, sebbene nella dimensione trans-gender, Angel Ponce ha fatto fare al mondo LGBTQ un ulteriore passo avanti nell’integrazione e nel riconoscimento in una società ancora per molti aspetti ottusa.

 

E, naturalmente, nell’occasione, Buon 2019 a tutti voi!

Il giro del mondo nei dieci secondi prima dello scoccar di mezzanotte

in Cultura/Una finestra sul Mondo
Il giro del mondo nei dieci secondi prima dello scoccar di mezzanotte
Il giro del mondo nei dieci secondi prima dello scoccar di mezzanotte

Fra poche ore arriverà puntuale il nostro appuntamento con le bollicine per brindare al nuovo anno. Lo scoccare della mezzanotte è un momento magico, un punto di passaggio tra la dimensione del passato e quella del futuro, che tutti noi valichiamo con valigie colme di desideri e attese. Ci lasciamo alle spalle un anno ormai sfinito, per abbracciare altri 365 giorni appena nati. Per prepararci al meglio in questa competizione con il nostro avvenire tutti ricorriamo a riti propiziatori, appartenenti alla nostra identità culturale, gesti ripetitivi che ci infondono sicurezza e catturano positività, come indossare intimo rosso o le classiche scorpacciate di lenticchie e zampone per ottenere ricchezza.  Ma fuori dai confini del Bel Paese come si accoglie il nuovo anno? Vinciamo per un attimo la pigrizia e saliamo a bordo di questa virtuale mongolfiera per sorvolare il  mondo e vedere come questo si prepara a festeggiare il 2019.

Nella calda Spagna, alla mezzanotte per ottenere fortuna si mangiano dodici chicchi d’uva, uno per volta a ogni rintocco dell’orologio di Puerta del Sol di Madrid. L’evento è trasmesso in tutte le tv del Paese.

In Polonia, se siete in cerca dell’anima gemella la notte del 31 dicembre dovete indossare dell’intimo nuovo, non importa il colore, ma ricordatevi di non staccare l’etichetta.

In Portogallo, come legume portafortuna alle nostre lenticchie, preferiscono i piselli, da mangiare come zuppa. Inoltre, per tradizione, è di buon auspicio tenere sette chicchi di melograno o una foglia di alloro nel proprio portafogli.

I tedeschi hanno le idee un po’ confuse sul Capodanno. Lo festeggiano goliardicamente in maschera come se fosse Carnevale, bevendo litri di Feuerzangenbowle, la bevanda delle associazioni studentesche a base di vino, cannella, chiodi di garofano, buccia d’arancia e rum. Inoltre per sapere se l’anno nuovo porterà fortuna, sciolgono del piombo in un cucchiaino (vedi foto), poi lo versano dentro un contenitore di acqua fredda. A seconda della forma che assumerà se ne deduce il futuro. La tradizione vuole anche che nella notte del 31 dicembre vengano mangiati i krapfen. Tra i tanti, ce n’è uno farcito con la senape, destinato a chi avrà un anno fortunato (e uno stomaco in subbuglio).

Bleigießen- Tradizione tedesca per predire il futuro durante la notte di San Silvestro.

Anche in Cile le festività si confondono.  Il Capodanno cileno ha molto a che vedere con Halloween. Molto spazio viene dedicato ai defunti, visitando i cimiteri e con la possibilità di potervi  dormire all’interno durante l’ultima notte dell’anno.

Nella romantica Francia vige la regola del “Gui de l’An Neuf”: chi si bacia a mezzanotte sotto il vischio avrà prosperità  in futuro e le coppie che lo faranno saranno destinate a sposarsi nell’anno che verrà.

Se il bianco vi dona particolarmente, potreste decidervi a festeggiare la notte di San Silvestro in Brasile. Durante questa festa tutti indossano degli abiti bianchi, colore che ha il potere di attirare la felicità. Inoltre, rendono omaggio alla dea delle acque Lemanja gettando in mare dei fiori e delle zattere illuminate da candele in suo onore.

I turchi per la fine dell’anno non badano a spese e alla bolletta dell’acqua: a mezzanotte vengono aperti tutti i rubinetti in casa perché l’acqua che scorre è sinonimo di benedizione per le famiglie nell’anno nuovo.

In Perù viene realizzato una muñeco, una bambola simile a uno spaventapasseri che simboleggia l’anno vecchio, fatta di un materiale infiammabile, (talvolta viene anche imbottita di fuochi d’artificio), quindi incendiata a mezzanotte. In Messico per tutta la giornata si accende e si spegne il fuoco gettando tra le fiamme pietre o mestoli di legno.

Kadomatsu- decorazioni giapponesi in bambù e pino per il nuovo anno

In Giappone si festeggia dal 1 al 3 gennaio e si onorano gli spiriti degli antenati.  Il popolo del Sol Levante saluta il nuovo anno a mezzanotte con 108 rintocchi di campane (si ritiene, infatti, che questo sia il numero dei peccati che una persona commette in un anno e che in tal modo ci si purifichi). Si espongono decorazioni di rami di pino e bambù o con fili di paglia all’ingresso delle case.

In Sud Africa, il nuovo anno viene inaugurato il 2 gennaio con l’inizio del Carnevale. In questa data si commemora il “Giorno dell’emancipazione“, in cui furono liberati in Sud Africa 1830 schiavi.

In Russia si è soliti scrivere un desiderio su un foglio di carta, bruciarlo e gettarlo in un bicchiere di champagne che va bevuto prima che arrivi mezzanotte e un minuto. La tradizione vuole anche che, al dodicesimo rintocco, si apra la porta di casa per far entrare l’anno nuovo.

Dopo questa veloce carrellata di usanze provenienti dai posti più disparati del nostro pianeta, indipendentemente dal modo come saluterete il 2018, non resta che augurarvi buon anno.

 

 

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