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Una finestra sul Mondo

Dall’antica sapienza tribale una speranza per malattie e dipendenze preoccupanti: l’ayahuasca.

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Da sempre le culture meso- e sudamericane hanno dato prova di una conoscenza profonda, atavica, sapienziale delle proprietà delle piante che rappresentano una delle tante ricchezze di quei tanti paradisi della biodiversità che sono raccolti tra il Tropico e l’Equatore.

Da un paio di anni, le università di Exeter e l’University College di Londra sono impegnate nello studio farmacologico e clinico delle proprietà di una bevanda che, fino a pochissimo tempo fa, era solo patrimonio della cultura e della religione tradizionale di molte tribù che abitano nelle foreste pluviali: parlo dell’ayahuasca.

Usata solo nei rituali sciamanici, magico-religiosi di alcune culture tradizionali dell’Amazzonia e non solo, questa bevanda, dagli studi scientifici a cui è stata sottoposta, pare possa avere degli effetti più che positivi nel trattamento di patologie molto gravi quali l’alcolismo, la depressione, lo stress da disordine post-traumatico (tipico dei reduci da tutte le guerre), i disturbi alimentari e varie altre dipendenze(comprese quelle da eroina, cocaina, metanfetamina, etc.).

La bevanda è il frutto della lunghissima cottura in acqua (otto ore) dei gambi di una pianta di quelle latitudini, detta caapi, e delle foglie di un’altra pianta delle stesse terre chiamata chacruna.

L’effetto biochimico studiato è quello cerebrale sulla monoammina ossidasi, con effetto antidepressivo ed ansiolitico non dissimile da quello della triptammina o della 12-metossi-ibogamina, entrambe contenute in piante d’uso rituale proprie dell’area meso- e sudamericana.

Il potere di questa bevanda è tale che, in spagnolo, i popoli che la usano, la chiamano semplicemente ‘La Medicina’: ragion per cui due università inglesi si sono precipitate a comprenderne gli effetti diretti e quelli collaterali.

Sono stati pubblicati già articoli piuttosto interessanti su questa bevanda e l’interesse è tanto: molto ancora si deve capire sugli effetti a medio e lungo termine di questo medicamento naturale, ma con pazienza e determinazione, e la collaborazione di più istituzioni scientifiche internazionali, non è detto che si scopra, tra qualche anno, che in natura, c’era già il rimedio per tanti malanni della nostra società e del nostro tempo, un rimedio detto ‘La Medicina’.

Nomen, omen. Appunto.

Noi che siamo fortunati. La storia di Jordyn Walker e l’insegnamento che se ne ricava.

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Natale 2018 è trascorso da appena dieci giorni e solo tre giorni fa, chi poteva si abbracciava sorridente con amici e parenti davanti a tavole imbandite e spumanti traboccanti da bottiglie gelate.

 

Il Natale ci rende più buoni (?), più riflessivi (?), più saggi (?) ed il Capodanno ci fa riflettere filosoficamente sul tempo che passa e su quanto ce ne rimane e come sarà.

 

Tante volte, troppo spesso, in noi prevale una qualche ombra di tristezza, di insoddisfazione, di delusione: ci sentiamo ingannati dai parenti, dagli amici (o da chi credevamo amico), dal lavoro, dalla vita e via discorrendo.

 

Ebbene, proprio per dare uno schiaffo morale, per scuotere le coscienze dormienti di tanti di noi che si lamentano per non avere l’ultimissimo Iphone, l’ultimissima Audi, il posto ed il ruolo che in società ‘ci spetta’, ‘è nostro’, ma non abbiamo ancora, voglio raccontarvi la storia di Jordyn Walker.

 

So che nella mia rubrica, in questa sezione de ‘Il Metapontino’ che ho creato e curato come una creatura in fasce dalle sue origini, e che voi seguite con tanta curiosità e gentilezza, per lo più cerco di trovare posto a notizie dal mondo atipiche, simpatiche, divertenti, originali che riescano a dare una nuova visione delle cose: ma oggi mi perdonerete se vi rattristerò un poco, solo, però, per ragioni pedagogiche.

 

La storia che vi sto per raccontare, infatti, è quella di una bambina di quindici anni, intelligente, bella, curiosa, mite come un agnello e forte come una leonessa, a cui la vita non ha risparmiato nessuna sofferenza.

 

Ammalatasi della sindrome di Henoch-Scholein a soli due anni, a quattro anni ha affrontato una osteomielite e a cinque un’osteoartrite: e già questo sarebbe bastato per definirla una creatura piuttosto sfortunata.

 

In cura da allergologi, immunologi, reumatologi per tanti anni, sembrava aver recuperato la piena salute quando, nel 2017, una purpura anafilattoide l’ha nuovamente colpita fino a degenerare in qualcosa d’inaspettato e attualmente ancora incompreso dalla medicina ufficiale.

 

A causa della sua malattia, infatti, a un certo punto, benché ricoverata già in ospedale e sotto stretto controllo medico, questa bambina si è vista gonfiare la parte alta del volto (labbra, zigomi, naso, occhi e fronte) in maniera così repentina e violenta che lo sbalzo pressorio le ha causato la totale ed irreversibile cecità e la scomparsa dei sensi dell’olfatto e del gusto.

 

Dopo tanti mesi di ospedale, nel dicembre 2018, poche settimane fa, quindi, è uscita dall’ospedale sepolta dai regali e dall’amore della propria famiglia: e, sebbene non possa più guardare il mondo, lei che era lettrice avida, cultrice di cinema, amante della natura; sebbene non possa più sentire il profumo di un caffè, di una torta, di una rosa e del mare; sebbene non possa più gustare i piatti che la sua mamma le faceva e le farà ancora, aveva ancora la forza di ridere nelle foto che parenti e giornalisti le hanno fatto all’uscita dal centro di cure universitarie in cui le hanno comunque salvato la vita.

 

Questa è la storia di Jordyn Walker.

 

E noi ci riteniamo sfortunati.

A un passo dalla vetta. Storia del sogno di Angela Ponce.

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La modella transgender Angela Ponce in una delle sue immagini più glamour.

Il prossimo 18 gennaio 2019, nella sua casa di Pilas, in Andalusia, un personaggio che sta conquistando sempre maggiore popolarità in Spagna e altrove festeggerà ventotto anni.

 

Con la stessa allegria, e magari anche un pizzico di orgoglio personale e professionale, la stessa persona, il 29 giugno 2019, festeggerà l’anniversario di un’importante vittoria: quella di Miss Spagna.

 

Sto parlando di Angela Ponce, una modella sulla quale i maggiori giornali di moda e di gossip del Vecchio Continente (e non solo) hanno scritto articoli su articoli sguazzando nel glamour di un mondo irreale e lontanissimo quale quello delle aspiranti Miss Universo.

 

Va bene, direte voi, e allora?

 

Non sarebbe la prima volta che sulla belloccia di turno (cantante, attrice, modella, contorsionista, tronista, equilibrista, amica di Amici, amica degli amici, donna di Uomini e Donne, donna tra le pie donne e gli uomini di buona volontà, incantatrice di serpenti e di anguille o miracolo vivente di intelligenza, santità, poeticità e venustà) si scatena l’attenzione morbosa della stampa. Siamo vecchi e ne abbiamo viste di tutti i colori.

 

Ma nel caso di Angela Ponce, la ragione di tanta attenzione ‘gossippara’ c’è tutta: e sì, perché Angela, un tempo, si chiamava Mario.

 

Il 18 gennaio 1991, infatti, a Pilas, nasceva Angel Mario Ponce Camacho che, però, sin da piccolissimo, si rese conto di essere una fanciulla intrappolata in un corpo maschile.

 

Ascoltata in televisione, a undici anni, la storia di un trans-gender, e compresa la propria condizione e il cammino che l’aspettava, a sedici anni, Angel Mario ha iniziato la terapia ormonale ed il percorso chirurgico estetico e funzionale ed alla fine, nel 2014, con l’operazione decisiva e più importante, ha riconquistato anche anatomicamente quella completezza che cercava dalla nascita.

 

Forte di questa nuova, più matura e solida sicurezza anche fisica, Angel, che aveva finalmente potuto cambiare anche il nome in Angela Maria Ponce Camacho, ha partecipato a Miss Spagna nell’estate del 2018 ed ha vinto a mani basse, diventando la prima Miss Spagna trans della storia della kermesse.

 

Con questo passaporto importante, e col favore degli scommettitori internazionali, ha partecipato anche a Miss Universo 2018, senza riuscire, però, a classificarsi tra le prime venti concorrenti.

 

Angela Ponce è arrivata ad un passo dalla vetta, ma è stata sconfitta: almeno all’apparenza.

 

Ma anche perdendo il massimo titolo a cui una modella possa mai aspirare, Angela Ponce ha conquistato, e non solo per sé, un premio ancora più importante: quello della parità. Con il riconoscimento della sua bellezza e della sua femminilità, sebbene nella dimensione trans-gender, Angel Ponce ha fatto fare al mondo LGBTQ un ulteriore passo avanti nell’integrazione e nel riconoscimento in una società ancora per molti aspetti ottusa.

 

E, naturalmente, nell’occasione, Buon 2019 a tutti voi!

Il giro del mondo nei dieci secondi prima dello scoccar di mezzanotte

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Il giro del mondo nei dieci secondi prima dello scoccar di mezzanotte
Il giro del mondo nei dieci secondi prima dello scoccar di mezzanotte

Fra poche ore arriverà puntuale il nostro appuntamento con le bollicine per brindare al nuovo anno. Lo scoccare della mezzanotte è un momento magico, un punto di passaggio tra la dimensione del passato e quella del futuro, che tutti noi valichiamo con valigie colme di desideri e attese. Ci lasciamo alle spalle un anno ormai sfinito, per abbracciare altri 365 giorni appena nati. Per prepararci al meglio in questa competizione con il nostro avvenire tutti ricorriamo a riti propiziatori, appartenenti alla nostra identità culturale, gesti ripetitivi che ci infondono sicurezza e catturano positività, come indossare intimo rosso o le classiche scorpacciate di lenticchie e zampone per ottenere ricchezza.  Ma fuori dai confini del Bel Paese come si accoglie il nuovo anno? Vinciamo per un attimo la pigrizia e saliamo a bordo di questa virtuale mongolfiera per sorvolare il  mondo e vedere come questo si prepara a festeggiare il 2019.

Nella calda Spagna, alla mezzanotte per ottenere fortuna si mangiano dodici chicchi d’uva, uno per volta a ogni rintocco dell’orologio di Puerta del Sol di Madrid. L’evento è trasmesso in tutte le tv del Paese.

In Polonia, se siete in cerca dell’anima gemella la notte del 31 dicembre dovete indossare dell’intimo nuovo, non importa il colore, ma ricordatevi di non staccare l’etichetta.

In Portogallo, come legume portafortuna alle nostre lenticchie, preferiscono i piselli, da mangiare come zuppa. Inoltre, per tradizione, è di buon auspicio tenere sette chicchi di melograno o una foglia di alloro nel proprio portafogli.

I tedeschi hanno le idee un po’ confuse sul Capodanno. Lo festeggiano goliardicamente in maschera come se fosse Carnevale, bevendo litri di Feuerzangenbowle, la bevanda delle associazioni studentesche a base di vino, cannella, chiodi di garofano, buccia d’arancia e rum. Inoltre per sapere se l’anno nuovo porterà fortuna, sciolgono del piombo in un cucchiaino (vedi foto), poi lo versano dentro un contenitore di acqua fredda. A seconda della forma che assumerà se ne deduce il futuro. La tradizione vuole anche che nella notte del 31 dicembre vengano mangiati i krapfen. Tra i tanti, ce n’è uno farcito con la senape, destinato a chi avrà un anno fortunato (e uno stomaco in subbuglio).

Bleigießen- Tradizione tedesca per predire il futuro durante la notte di San Silvestro.

Anche in Cile le festività si confondono.  Il Capodanno cileno ha molto a che vedere con Halloween. Molto spazio viene dedicato ai defunti, visitando i cimiteri e con la possibilità di potervi  dormire all’interno durante l’ultima notte dell’anno.

Nella romantica Francia vige la regola del “Gui de l’An Neuf”: chi si bacia a mezzanotte sotto il vischio avrà prosperità  in futuro e le coppie che lo faranno saranno destinate a sposarsi nell’anno che verrà.

Se il bianco vi dona particolarmente, potreste decidervi a festeggiare la notte di San Silvestro in Brasile. Durante questa festa tutti indossano degli abiti bianchi, colore che ha il potere di attirare la felicità. Inoltre, rendono omaggio alla dea delle acque Lemanja gettando in mare dei fiori e delle zattere illuminate da candele in suo onore.

I turchi per la fine dell’anno non badano a spese e alla bolletta dell’acqua: a mezzanotte vengono aperti tutti i rubinetti in casa perché l’acqua che scorre è sinonimo di benedizione per le famiglie nell’anno nuovo.

In Perù viene realizzato una muñeco, una bambola simile a uno spaventapasseri che simboleggia l’anno vecchio, fatta di un materiale infiammabile, (talvolta viene anche imbottita di fuochi d’artificio), quindi incendiata a mezzanotte. In Messico per tutta la giornata si accende e si spegne il fuoco gettando tra le fiamme pietre o mestoli di legno.

Kadomatsu- decorazioni giapponesi in bambù e pino per il nuovo anno

In Giappone si festeggia dal 1 al 3 gennaio e si onorano gli spiriti degli antenati.  Il popolo del Sol Levante saluta il nuovo anno a mezzanotte con 108 rintocchi di campane (si ritiene, infatti, che questo sia il numero dei peccati che una persona commette in un anno e che in tal modo ci si purifichi). Si espongono decorazioni di rami di pino e bambù o con fili di paglia all’ingresso delle case.

In Sud Africa, il nuovo anno viene inaugurato il 2 gennaio con l’inizio del Carnevale. In questa data si commemora il “Giorno dell’emancipazione“, in cui furono liberati in Sud Africa 1830 schiavi.

In Russia si è soliti scrivere un desiderio su un foglio di carta, bruciarlo e gettarlo in un bicchiere di champagne che va bevuto prima che arrivi mezzanotte e un minuto. La tradizione vuole anche che, al dodicesimo rintocco, si apra la porta di casa per far entrare l’anno nuovo.

Dopo questa veloce carrellata di usanze provenienti dai posti più disparati del nostro pianeta, indipendentemente dal modo come saluterete il 2018, non resta che augurarvi buon anno.

 

 

Alle soglie dell’eternità. Il nuovo film su Van Gogh.

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Il grande Willem Dafoe, già protagonista dell'indimenticabile 'Platoon' di Oliver Stone.

1853-1890: potrebbero essere due date qualunque. Potrebbero riferirsi alla durata di un regno, di una lunga guerra, di una crisi economica.

 

O potrebbero essere, come sono, le date di nascita e di morte di qualcuno d’importante, un qualcuno che rispondeva al nome di Vincent Van Gogh.

 

Non v’è al mondo chi non abbia sentito nominare, anche solo per sbaglio, accidentalmente, almeno una volta il nome di Van Gogh: e chi abbia un minimo di studi alle spalle, magari sa anche che era un famoso pittore dell’Ottocento.

 

Gli appassionati e i cultori d’arte, invece, al nominare Van Gogh entrano in una dimensione mentale parallela in cui la grandezza, il genio pittorico, la sensibilità umana ed artistica del grande artista olandese si mescolano inestricabilmente alla sua vita complicata, difficile, piena di entusiasmi e dolori, piena d’amore e di sofferenza e conclusasi a soli trentasette anni con un colpo di pistola nello stomaco. Chi ama la pittura, al solo nome di Van Gogh entra dentro un grande, magico racconto. E’ così.

 

Su questo gigante della pittura impressionistica del XIX secolo uscirà i primi giorni di gennaio nelle sale cinematografiche un film intitolato ‘At Eternity’s gate’ che, tradotto, significa più o meno ‘alle soglie dell’eternità’.

 

Questo è un film da non perdere. Non si tratta, infatti, del solito biopic su notizie trite e ritrite copiate ed incollate da enciclopedie cartacee o multimediali. No.

 

Il regista, Julian Schnabel ha voluto rivelare, mescolando sapientemente verità storica e narrazione filmica, il coté più tenero, sognante, solare, fanciullesco di un pittore che, invece, nell’immaginario collettivo è ricordato come un genio un po’ pazzo che volle tagliarsi un orecchio in un momento di tristezza e si sparò nella pancia per finire i suoi giorni.

 

Splendido interprete del film è Willem Dafoe, che riesce, con il suo sguardo profondo ed inquieto a mostrare le sofferenze interiori del grande pittore nel periodo finale della sua vita.

 

Non voglio anticiparvi altro: il film va visto perché non soltanto è un’opera d’arte, ma anche e soprattutto perché ci aiuterà a preservare, insieme alle mostre, ai saggi, ai documentari, ai corsi monografici delle accademie e delle università una personalità, come quella di Van Gogh, che in soli trentasette anni di vita si è saputa guadagnare l’accesso all’eternità.

La Regina dei Sussurri: il successo silenzioso e irresistibile di Pelagea.

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Pelagea Porfirovna, la superstar dell'ASMR.

Normalmente, in questi tempi di caciare e chiacchiericcio inutile, querulo e fastidioso in televisione ed in Rete, ad ogni ora del giorno e della notte, ci si dovrebbe aspettare che ogni exploit, ogni nuovo evento o personaggio sia legato sicuramente a qualche trasmissione un po’ coatta, a qualche rissa catodica di argomento calcistico o a qualche altro non proprio educativo momento di entertainment ‘de noantri’.

 

E invece no.

 

Questa volta vi parlerò di una Star (una vera Diva per coloro che seguono ed apprezzano la sua specialità) che, invece di puntare sulla sovraesposizione mediatica, sulla baruffa gallinacea da teleschermo, insomma, sulla villanìa rozza e cafona che viene elargita a piene mani in ogni trasmissione, ha scelto il silenzio, la quiete, i ritmi lenti oggi sconosciuti, la delicatezza, l’eleganza olimpica che solo una Venere rinata come lei poteva condividere con milioni e milioni di fans.

 

Parlo di Pelagea.

 

Questa giovane e brillante russa, che davvero si chiama Pelagea di nome e fa Porfirovna di cognome, che conosce almeno tre lingue e le parla con una naturalezza e dolcezza disarmante, si è lanciata, quasi per caso, in una nicchia della Rete che però, in poco tempo, ha conquistato milioni di estimatori dei due sessi e di tutte le età: è il mondo dell’ASMR.

 

ASMR è l’acronimo di autonomous sensory meridian response e, detto così, potrebbe sembrare una malattia inguaribile del sistema nervoso o giù di lì.

 

In realtà, dietro questa sigla, che esalta e accomuna milioni di fans al mondo, Pelagea e tante altre sue più o meno fortunate emule si esibiscono in video castissimi, incredibilmente normali, senza musiche di sottofondo o pubblicità invasive, in cui sussurrano ad immaginari interlocutori (cioè tutti quelli che guardano da casa off-line, cioé a giorni, settimane o mesi da quando il video é stato caricato) brevi e piacevoli frasi, simulando le più diverse situazioni reali o fantasiose.

 

Appare, ad esempio, una bellezza classica, dagli occhi profondissimi, ben vestita, curata in ogni aspetto e dalla voce vellutata e simula di essere la titolare di un salone di bellezza. Magari ti fa la barba o ti taglia i capelli, ti parla soavemente, ti guarda (in realtà sta guardando con la massima naturalezza la videocamera montata sul suo portatile o computer da tavolo, ma che differenza fa?), ti sorride e ti fa un sacco di complimenti: è un gioco di ruolo, ovviamente, in cui tu, che continui a stare seduto nel grigiore nebbioso di Milano, nel caos creativo e odoroso di Napoli, nella frenesia rutilante ed asfissiante di Roma immagini, per allontanarti da tutto quello, di essere seduto lì, su quella sedia di barbiere (o magari in quell’ufficio a parlare con l’avvenente segretaria o in quel negozio a flirtare con la commessa un po’ timida) nella segreta speranza che quel sussurro continuo, quei modi gentili e casti, quell’atmosfera ovattata ed un po’ irreale cancelli stanchezza, tristezza, noia ed insonnia incombente ed angosciante.

 

E’ un mondo magico di silenzi e sussurri, di parole pronunciate a fior di labbra e quasi come se le si volesse dire segretamente in un orecchio: ma milioni di persone ogni giorno, collegandosi dalle lontane Americhe o dalla misteriosa Asia, dalla vecchia Europa o dall’avventurosa Oceania, le cercano, le implorano e le ascoltano con la massima attenzione, perché per loro sono l’unica fonte di serenità, di tranquillità e di pace.

 

E di questa serenità, di questa tranquillità e di questa pace Pelagea è, senza alcun dubbio, la Profetessa più ascoltata, l’Oracolo più seguito e l’Imperatrice più venerata.

 

Lunga vita a Pelagea!

Prima scomparivano solo le lucciole: ora scompaiono anche le api.

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In un lontano, memorabile giorno del febbraio 1975, Pier Paolo Pasolini, sul Corriere della Sera, in un articolo sconsolato, ma anche pieno di vigore intellettuale, parlava di un fenomeno che si stava verificando in Italia (e per estensioni in Occidente, come compresero bene i lettori) già dalla seconda metà degli anni Sessanta: la scomparsa delle lucciole.

Lungi da me aspirare a tale grandezza giornalistica: non ne sarei capace. Ma un piccolo contributo alla migliore conoscenza dell’ambiente lo voglio dare anch’io.

E si: perché, dati alla mano (è uscito da poco un allarmatissimo report del ministero dell’agricoltura statunitense), si può dire che, oltre alle lucciole di pasoliniana memoria, stanno scomparendo, e a ritmi vertiginosi, anche le api.

Un profetico ed inquietante Einstein affermò un giorno che l’uomo non sarebbe sopravvissuto cinque anni alla scomparsa delle api: e non aveva tutti i torti.

Inverni troppo rigidi, siccità eccessive e ripetute, utilizzo folle di pesticidi e fungicidi e persino l’utilizzo di un particolare nutrimento per le api d’allevamento (l’HSFC), contribuiscono a far crollare pesantemente la popolazioni dei preziosi insetti nel mondo: e le api, ricordiamolo, aiutano all’impollinazione di almeno 130 tra frutte e verdure necessarie alla varietà alimentare umana.

Insomma: se non vogliamo farlo per le api, insetti peraltro gentili, simpatici, operosi e, fino a prova contraria utili, facciamolo per noi stessi. Se l’uomo non riuscirà a fermare la morìa sempre più preoccupante di api, nei prossimi anni potrebbero esserci grossi problemi nel raggiungimento del benessere alimentare necessario a tutti noi. E questo, sì, che sarebbe un problema del quale interessarsi urgentemente.

A volte ritornano…ma non sono loro. La saga televisiva dei Romanov.

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Prendete un autore, un regista e un produttore televisivo come Matthew Weiner, uno che ha fatto parte del team di sceneggiatura dei ‘Sopranos’, vincendo per questo due Emmy Awards, e che ha scritto la sceneggiatura originale di ‘Mad Man’ con cui ha vinto un altro Emmy Awards ed un Golden Globe. Continua a leggere

Case per i senzacasa: il progetto di Pathway to Housing

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Mentre in Italia sembra finito da un pezzo il tempo in cui la politica, troppo impegnata oggi a conservare potere e privilegi, pensa ad assicurare il diritto ad una casa (anche popolare e scalcinata) ai cittadini, dall’altra parte del mondo, con una previdenza e lungimiranza invidiabile (e tutta all’americana) si pensa di dare casa non solo alle famiglie che non ce l’hanno ma anche ai senzatetto.

L’iniziativa non è di un politico, né di un demagogo o di un miliardario folle: è di uno psichiatra universitario. Infatti, il dr. Sam Tsemberis, sin dal 1992, ha dato vita a Pathway to Housing, una ‘onlus’ come la chiameremmo noi, che s’interessa non solo di dare casa ma anche di offrire percorsi di recupero per i senzatetto americani.
E si: perché il buon dottore sa che l’essere senza casa è collegato spessissimo all’essere veterani fuori dal mondo, ad avere disturbi mentali o ad abusare di sostanze. Il dr. Tsemberis ha trovato investitori, ha pianificato tutta la sua azione sociale, si è attorniato di gente che crede al suo progetto ed ha coinvolto politica e comunità nella sua idea apparentemente utopica. Il progetto ha avuto successo tanto che, in alcuni stati americani, il problema dei senzacasa si è ridotto dell’80%. Se invece dei tanti inutili yesmen che popolano gli scranni di tutte le assisi italiane, ci fosse qualche sognatore in grande come il dr. Tsemberis, forse avremmo qualche problema abitativo in meno e qualche speranza in più.

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