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Una finestra sul Mondo

Buon compleanno, Frida! La “Smilace” messicana aggrappata alla vita

in Cultura/Una finestra sul Mondo

 “Aveva una dignità e una sicurezza di sé del tutto…e negli occhi le brillava uno strano fuoco”. Diego Rivera su Frida Kahlo

Nota alle masse per la sua storia personale tragica, costellata da disabilità e sofferenza cronica psico-fisica,e per il legame forte ma poco felice con l’artista Diego Rivera, Frida Kahlo incarna l’immagine di un’ artista capace di contrastare il dolore, quel dolore che ognuno di noi si trova ad affrontare nella propria vita, per mezzo dei suoi pennelli. Il suo motto Viva la vida! ci insegna ad accettare la vita per quella che é, senza abbatterci. Proprio come Smilace, che fu trasformata dagli dei in edera, in seguito al suicidio del suo amato Croco, la minuta e dalla cagionevole salute pittrice messicana,è emblema di tenacia e determinazione.

Frida Kahlo scende dall’Olimpo degli artisti belli e dannati e si mescola con le masse, per insegnargli a non lasciarsi piegare dalle difficoltà e ad “aggrapparsi”, anche se si è fragili e senza sostegno come un’edera, con tutto se stessi alle proprie passioni.

Oggi, giorno del suo compleanno, parliamo di lei.

Il 6 luglio del 1907, o meglio del 1910, come lei teneva a precisare, in quanto amava considerarsi figlia della Rivoluzione Messicana (avvenuta appunto in quel anno) , nasceva sotto il segno del Cancro , Frida Kahlo, la donna che a partire dagli anni 70’ è diventata un’icona pop, tanto da vederla oggi ” scritta su tutti i muri” e da far parlare di “fridaismo” come fenomeno sociale.Andiamo a ricostruire  il suo identikit oggi , il giorno che ha visto 112 anni fa la sua nascita a Coyoacàn, una delegazione di Città del Messico.

Per ricomporre il puzzle -Frida Kahlo abbiamo a disposizione i seguenti tasselli: la donna e il suo stile, il Messico, l’amore con Diego Rivera, l’arte. Incominciamo.

Autoritratto con collana di spine, 1940

Frida Kahlo, la donna. Nata con la sindrome della spina bifida, come la sorella minore, ma non curata perché scambiata per una poliomelite, Frida è la primogenita di un fotografo tedesco di successo,  Wilhelm Kahlo,dal quale erediterà la precisione artistica, e di madre benestante di origine spagnola e armenide, Matilde Calderón y González. In tedesco il suo nome “Frieda” significa pace; niente di più lontano dalla sua personalità passionale, inquieta, creativa, che la fa avvicinare fin da giovanissima ai primi movimenti socialisti. Ed è in queste riunioni che incontrerà il suo primo amore Alejandro. Tornando a casa con lui su un tram, il 17 settembre del 1925, Frida resterà vittima di un incidente che le cambierà la vita: la colonna vertebrale sarà spezzata in tre punti, femore e costole frantumate, osso pubico spezzato. Il suo corpo così distrutto non sarà mai in grado di ospitare una gravidanza. Sottoposta ad anni di riposo a letto, a subire  32 interventi chirurgici e ad un busto ingessato, Frida ,per sfuggire a questa immobilità obbligata e alla solitudine si dedicherà alla lettura di testi socialisti e ad eseguire autoritratti , grazie all’artificio di uno specchio montato dalla madre sul suo letto a baldacchino. “Dipingo me stessa, sono il soggetto che conosco meglio”, dirà. Da qui nasce la  Frida che tutti conosciamo sulle sue tele: da un momento di tragedia fisica e morale, questa piccola e fragile donna trova la forza per  “rinascere” grazie all’arte.

 

Frida Kahlo, lo stile. Quando parliamo di Frida la nostra mente non può che associare gli elementi propri di questa personalità così eccentrica: subito immaginiamo i suoi occhi neri intensi, i capelli corvini intrecciati all’uso delle Tehuane, le folte sopracciglia a formare un’unica linea, i “baffetti” portati con disinvoltura per rivendicare le sue origini da parte di madre armenide. E ancora come dimenticare gli orecchini coloniali o a forma di mano, e le collane di giada precolombiane. In particolar modo la giada viene considerata la pietra verde più preziosa  dagli aztechi perché portatrice di vita. Tutta la sua persona si proclama ad emblema della tradizione e della popolarità e di quella messicanità,che ritrarrà anche nelle sue tele.  Frida Kahlo è questo:  amore per la tradizione in uno spirito libero.

Frieda e Diego Rivera, 1931. San Francisco Moma

Frida Kahlo e Diego Rivera, “l’elefante e la colomba” Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego.  Nel 1928 Frida sottopone allo sguardo esperto e critico del famoso e ormai maturo Diego Rivera ( 21 anni più grande di lei) i suoi autoritratti, il quale ne resta entusiasta. Ha inizio un connubio artistico ed emotivo della portata di un’alluvione: i due si sposano, nonostante Frida sappia del carattere libertino e fedigrafo di suo marito, che arriverà a tradirla persino con la sorella , Cristina.“ Perché lo chiamo il mio Diego?Non è mai stato e non sarà mai mio. Diego appartiene a se stesso! Questo evento porterà al loro divorzio, ma a distanza di un anno, incapaci a restar separati, si risposeranno a San Francisco. Un amore travagliato, un’attrazione fatale, che darà origine ad un rapporto sicuramente trasgressivo per l’epoca: Frida a sua volta tradirà,( per vendetta, gelosia o per puro piacere) Diego con molti amanti sia donne che uomini, come il poeta francese Andre Breton, o il politico russo Trockjj, fuggito dalla Russia o la fotografa Tina Modotti. Diego e Frida vivranno in una casa ,la Casa Azul (Azzurra), in due aree separate, unite da un ponticello, per conservare ognuno i propri spazi.

Frida Kahlo e il Messico. Frida poggia la sua arte sulle solidi basi del passato precolombiano e del mondo indigeno, collezionando con il marito Diego  ceramiche e sculture azteche, conservandole in una piramide nel giardino della loro Casa Azul. In tutto il suo essere Frida parla della sua terra: dai suoi vestiti tradizionali, ai suoi quadri nei quali ritrae la giungla, pappagalli, scimmie e cani senza pelo ( xolotl), i quali rappresentano il suo alter ego, il suo “nahualli”, l’unica essenza tra uomini e animali, secondo la credenza messicana. Il cuore palpitante, sanguinante, caro alla cultura azteca e alla fede cristiana, è un elemento ricorrente nella sua opera, come anche le radici degli alberi che rappresentano l’attaccamento alle origini. Non bisogna dimenticare che Frida aderisce nel 1928 al partito comunista, quindi è vicina alle tematiche di lotta sociale del suo Paese; elemento che l’accomuna agli artisti appartenenti al  mexicanismo, una corrente pittorica che si manifesta attraverso murales per parlare al popolo analfabeta.

Frida Kahlo e l’arte. Il poeta nonché suo amante Andre Breton volle fortemente una sua mostra a Parigi nel 1939  e la definì una “surrealista creatasi con le proprie mani”, ma Frida,sofferente alle etichette  si dissociò dal movimento  surrealisra dichiarando :” Hanno pensato che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà.” Una realtà fatta principalmente della sua immagine: Frida ci ha lasciato un diario, un epistolario  di lettere scambiate con Diego e  143 ritratti, di cui 55 autoritratti. Il suo corpo martoriato, malato, è rappresentato così come è, senza edulcoranti per piacere al sesso maschile. Il corpo è dipinto con colori vivaci,e il tratto fermo e deciso è un modo per affermare se stessa e per manifestare un attaccamento alla vita ed una forza di volontà che non ha eguali. Una determinazione che l’ha condotta ad esser se stessa nonostante il dolore fisico. Una tenacia dimostrata anche in senso negativo, aggrappandosi come un granchio con la sua chela all’ amore malsano con il suo sapo-rana (l’uomo rospo- rana)  Rivera. Spesso nei suo quadri compare un bambino, simbolo dell’ innocenza e spensieratezza rubate dalle catastrofi della vita ed anche espressione di una maternità mancata.

 

 

Al di là delle libere interpretazioni, resta di Frida la figura di una donna dai tratti androgini, capace di affrontare  dolori  “sovrumani”, sia fisici e morali, grazie alla sua pittura e all’amore per la vita.

Sulla vita di  Frida Kahlo sono stati diretti due film Frida, Naturaleza Viva (1986), diretto da Paul Leduc  e Frida (2002), interpretato da Salma Hayek. Numerosi sono anche i documentari realizzati su di lei.

Viva la vida, 1954, Museo Frida Kahlo, Città del Messico

Pino Cacucci ha realizzato per il teatro il monologo breve “!Viva la vida”!( Feltrinelli, Gennaio 2014, 80 pg), il cui titolo richiama una frase scritta da Frida sul suo ultimo quadro, otto giorni prima di morire, un inno ad un’ esistenza sofferta e amata, degna di esser vissuta. Nonostante tutto.

Non ci resta che dire, viva la vida, Frida, siempre!

Non semplici patate, ma SUPERPATATE.

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Tante, troppe aree del mondo soffrono di malnutrizione o di fame vera e propria: interi territori asiatici e africani, infatti, prima ancora che d’infrastrutture primarie avrebbero bisogno semplicemente di quello che noi chiamiamo il ‘pane quotidiano’.

La mia generazione (io sono del ’68) è vissuta con le scene spaventose dei bambini idropisici del Biafra che attendevano solo di morire d’inedia, arrotati di mosche che loro non allontanavano neanche più, tanto erano spossati dalla fame, dalla sete e dall’abbandono in cui il mondo intero li aveva costretti.

Molto, tanto si è fatto, da quegli anni lontani (ma poi mica tanto), a livello internazionale, con la FAO e con altre organizzazioni anche private, perché quelle scene dell’orrore non popolassero mai più giornali e servizi televisivi: ma ancora non basta.

Troppe zone, soprattutto africane, non sanno come risolvere questo annoso problema e da anni si studia un modo per contenere questa piaga.

Quattro ricercatori dell’International Potato Center (per la precisione, i dottori Andrade, Mwanga, Low e Bouis), nel 2016, hanno vinto il World Food Prize perché hanno inventato una patata dolce arricchita di vitamina A. Sono passati già tre anni abbondanti, ma quella scoperta fa ancora notizia tra gli specialisti di genetica vegetale e gli studiosi del problema della fame nel mondo.

Una patata del genere, una sorta di superpatata, oltre ad essere più saporita e nutriente, riduce tantissimo i tassi di cecità, dovuti proprio alla mancanza di vitamina A, oltre che i tassi di mortalità dovuti in genere alla povertà della dieta.

Poco tempo fa é stato inventato un riso anch’esso arricchito di vitamina A: insieme alla patata, questi due nuovi alimenti potrebbero salvare milioni di vite umane soprattutto nell’Africa sub-sahariana, che è quella a più elevato rischio alimentare. Bisogna attendere, speriamo non troppo, che queste invenzioni diventino cibo in larga scala e a prezzi modici da commercializzare regolarmente nel Terzo e Quarto mondo.

Complimenti, allora, a questi e ai tanti coraggiosi e geniali ricercatori che, anche oggi, nel mondo, aiutano l’umanità a raggiungere standards di vita più alti e migliori, soprattutto nelle aree più depresse e povere.

Quando la morte arriva per ricetta. L’abuso dei medicinali oppioidi negli Stati Uniti.

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Anche in Italia, da diversi anni, è in corso un dibattito sulla necessità di fornire medicinali antidolorifici non solo per i malati oncologici ma anche per tutte le malattie che presentino dolori cronici.

Da noi, per l’antica tradizione guelfo-ghibellina, ovviamente i partiti dell’ antidolorifico ‘si’ e dell’antidolorifico ‘no’ si fronteggiano da anni con le tesi più estreme col risultato che, per sicurezza, la terapia del dolore è ridotta al minimo indispensabile anche nelle patologie oncologiche.

Negli USA, invece, da quindici anni, ormai, le prescrizioni per pazienti non-oncologici di medicinali oppioidi è letteralmente quadruplicata con effetti che solo ora sono scientificamente ed oggettivamente chiari a tutti.

Infatti, in un dibattutissimo numero del New England Journal of Medicine, il direttore americano del Centro per la Prevenzione ed il controllo delle Malattie (CDC), ha affermato a chiare lettere che i casi di dipendenza, di overdose e di morte a causa dell’utilizzo o del sovradosaggio di medicinali oppioidi negli Usa stanno aumentando vertiginosamente.

A seconda della posologia, da 1 paziente su 32 ad 1 paziente su 550, numeri entrambi da brivido e non paragonabili a nessun’altra classe di medicinali, vanno incontro alla morte in circa due anni e mezzo dalla prima prescrizione.

Almeno 1000 persone al giorno, negli States, corrono al pronto soccorso per casi di overdose o rischio/morte derivanti da farmaci oppioidi: e questo è inaccettabile.

Le case farmaceutiche hanno introiti magnifici e fanno campagne promozionali in stile hollywoodiano; i medici americani, da parte loro, non sanno come tenersi buoni i loro cari pazienti desiderosi di cancellare il dolore; e la Nera Signora, puntuale e solenne come nel suo stile, bussa regolarmente, settimana dopo settimana, alla porta di tanti statunitensi inconsapevoli per invitarli a lasciare questo mondo a causa di una medicina che avrebbe dovuto, invece, salvarli.

Un nuovo lavoro: la giornalpittrice. Breve storia di Molly Crabapple.

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Aleppo bombardata in un dipinto/cronaca di Molly Crabapple

Tutti noi sappiamo che questo mondo è in continua, vorticosa evoluzione e se da questa parte dell’oceano le cose procedono velocemente, dall’altra addirittura corrono all’impazzata verso il futuro e l’innovazione.

Anche nel settore del lavoro molte antiche e nobili professioni, pur resistendo all’usura del tempo, hanno perso e perderanno ancora molto del loro smalto, lasciando spazio ad altri lavori, magari svolti con lauree simili, ma in contesti completamente diversi.

Dall’America, terra da cui abbiamo già importato i bloggers e gli youtubers, ci arriva l’idea, la proposta di una nuova professione: quella di giornalpittore.

In particolare, a far diventare nota ed importante questa nuova professione a scavalco tra cronaca ed arte, è stata Molly Crabapple, una bella, intelligente e volitiva ragazza di New York che espone niente po’ po’ di meno che al famosissimo MOMA (Museum of Modern Art della Grande Mela).

Molly (che in realtà si chiama Jennifer, ma ha sempre odiato il suo nome di battesimo) ha avuto una vita sulla quale volentieri si girerebbe un film: bambina affetta da disturbo oppositivo-provocatorio, ha con difficoltà terminato le superiori. Vissuta a Parigi per un certo periodo, modella di nudo e ballerina di burlesque, ha fatto del disegno, dell’illustrazione, della pittura la sua vita, dando però a questa bella professione un taglio di vivacità e di dinamismo fuori dal comune.

Infatti, Molly, con i suoi disegni, dal vivo o tramite sms fortunosamente inviati a lei da amici che le scrivono da zone di guerra o inaccessibili alla carta stampata, ha descritto realtà dure e giornalisticamente molto interessanti come Guantanamo, come il movimento di Occupy Wall Street, come la guerra in Siria e come le roccaforti dell’ISIS.

Giornalista, quindi, donna impegnata politicamente, sicuramente, ma anche e soprattutto grande artista, se è vero come è vero che molti critici hanno accostato le sue opere grafiche a grandissimi del passato come Peter Bruegel il Vecchio o addirittura Henry de Toulouse-Lautrec o ad artisti più moderni come Fred Harper.

Una giornalista, un’intellettuale ‘malgré soi’, una pittrice e una disegnatrice che sicuramente incontreremo ancora nel panorama artistico mondiale dei prossimi trent’anni.

La pentola magica: l’idea di Sarah Collins.

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Il Wonderbag e il suo semplicissimo funzionamento

Per noi occidentali che magari, spesso e volentieri, per ragioni di lavoro, saltiamo il pranzo e rimandiamo tutto al crepuscolo e alla sua quiete; per noi che, se lavoriamo in azienda, abbiamo la sala mensa come luogo-principe deputato al pranzo; per noi, infine, che, quando proprio siamo costretti da obblighi imprescindibili, torniamo a casa per scaldare al micro-onde o friggere in padella dei piatti pronti che avrebbero fatto rabbrividire le nostre nonne; ebbene, per tutti noi ricchi e felici abitanti della parte fortunata del mondo cucinare non significa poi un granché, ad onta del fatto che in televisione è tutto un proliferare di cucine e cucinini di chef sedicenti stellati.

Ma, in gran parte dell’Africa e dell’Asia, al contrario, cucinare è un’impresa.

Innanzitutto, non essendoci di norma condotte del gas o linee elettriche, in gran parte del Terzo e del Quarto Mondo si cucina all’aperto sul caro, vecchio fuoco di legna dei nostri progenitori delle caverne: e quel tipo di fuoco non è regolabile con una manopola.

Per badare a quei fuochi migliaia di donne, ragazze e bambine consumano letteralmente la loro vita alla ricerca di legna da ardere e a controllare le fiamme perché non divampino troppo o non si spengano per poca cura. E tutte quelle ore vengono sottratte al lavoro ed alla scuola.

Per di più, cucinare sul fuoco di legna significa contribuire ad abbattere il patrimonio forestale del pianeta a ritmi costanti, aggiungendo al danno anche la beffa dei tanti incendi dovuti al mancato controllo dei tanti, troppi fuochi liberi accesi dovunque dentro e fuori dai villaggi.

Ed infine c’è il discorso dell’inquinamento da combustione di carbone che si va ad aggiungere a tutti gli altri di natura chimica che già abbondano.

Per rimediare a tutti questi problemi e ad altri correlati, un’inventrice sudafricana, Sarah Collins, in collaborazione con la Unilever, ha dato vita al Wonderbag.

L’idea è questa: dopo aver cotto su fuoco vivo per almeno venti minuti ciò che si deve preparare per pranzo o per cena, s’inserisce la pentola, tolta dal fuoco e con tutto il coperchio, dentro un contenitore che, a prima vista, sembra un pouf da salotto e invece è un geniale ritentore di calore che permette di cucinare a puntino e mantenere caldo per ore il cibo che si stava preparando nella pentola sul fuoco.

In questo modo, a cascata, si hanno i seguenti benefici: 1) le mamme (africane ed asiatiche) che spendevano otto ore al giorno davanti al fuoco possono ora lavorare e produrre redditi e benessere per la propria famiglia; 2) le ragazze e le bambine, d’aiuto alle loro mamme, invece che abbandonare precocemente la scuola e finire, magari, spose bambine abusate ed infelici, la possono frequentare con buoni risultati fino al diploma, assicurandosi una qualità di vita migliore; 3) i neonati esposti ai fumi di legna per tante ore non soffrono più di malattie dell’apparato respiratorio; 4) i mariti rompiscatole hanno il loro stufato ed i loro fagioli preferiti perfettamente cotti e magnificamente caldi in qualunque ora tornino da lavoro.

Va detto anche che, per permettere la diffusione di questo dispositivo semplice e geniale, venduto già in oltre 750.000 pezzi nel mondo, la Wonderbag ha attivato una linea di donazioni che permette con 20 dollari di aiutare direttamente una famiglia o un gruppo di famiglie di acquistare un Wonderbag, con 80 dollari di  procurare in zone di particolare disagio 40 pasti ipernutrienti per bambini iponutriti, con 200 dollari di assicurare per un anno colazione, pranzo e cena ad un bambino di aree povere del mondo e con 4000 dollari di fondare quello che si chiama un Wonderfeast, cioè un centro nutrizionale Wonderbag con oltre 150 Wonderbag disponibili, un centro educazionale nutrizionale per donne e ragazze e tanti altri mezzi di superamento della malnutrizione e della fame.

Ditemi voi se Sarah Collins non merita tutto il nostro apprezzamento.

SMS per la vita: la start-up nigeriana di Babymigo.com.

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Una simpaticissima neonata nigeriana.

Forse, quando studiava all’università di Ladoke Akintola (la LAUTECH) in Nigeria, Adeloye Olanrewaju non pensava che, qualche anno dopo, sarebbe stato individuato, con la sua società, tra le migliori cinquanta start-up del mondo e che avrebbe ricevuto numerosi premi in giro per il mondo.

D’altronde, anche vedendolo ora, che è l’amministratore delegato di una serie di fortunate iniziative imprenditoriale, il dr. Olanrewaju non sembra più che un simpatico ed atletico ragazzotto in salute dell’Africa centrale.

E invece no.

Questo giovane imprenditore africano ha messo insieme solidarietà e business creando una società che, dal novembre 2017 ha già registrato l’iscrizione di oltre 90.000 utenti ed ha l’ambizioso scopo di ridurre la mortalità infantile nigeriana (ed africana in genere) del 45% entro il 2020: roba non da poco.

Il gioco è semplice: una donna in attesa (o una neomamma) s’iscrive a questo servizio di SMS ad un costo accessibilissimo e può, ventiquattro ore su ventiquattro e trecentosessantacinque giorni l’anno, porre qualunque tipo di domanda relativa alla propria salute o a quella del suo bambino, sapendo che, in poco tempo, al massimo alcune ore, arriverà via sms una risposta che potrà fugare ogni dubbio su come allattare, come svezzare, come curare e come mantenere in perfetta salute psicologica e fisica il nuovo arrivato della famiglia.

In Nigeria nascono ogni anno circa dieci milioni di bambini che vivono anche in zone rurali in cui non solo gli ospedali, ma nemmeno gli ambulatori sono cose a portata di mano: ma ancor di più, ogni anno, per parto o per complicanze successive, muoiono oltre ottocento donne nigeriane a cui nessuno poteva dare informazioni su cosa fare prima, durante e dopo il parto. Salvare queste mamme e quei bambini con questa idea, per quanto ci riguarda, è qualcosa di favoloso.

Auguri, allora alla Babymigo.com e lodi al dr. Olanrewaju per la sua splendida idea.

Beto o Beth? Il dilemma del Partito Democratico Americano per le presidenziali del 2020.

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Il giovane deputato O'Rourke, in corsa per la nomination democratica alle presidenziali del 2020.

Si fa presto a dare Trump già per spacciato. Significa essere osservatori o critici disattenti pensare che le tante gaffes, i tanti scivoloni comunicativi, politici, organizzativi dell’attuale presidente degli Stati Uniti possano davvero aver fatto crollare il solido zoccolo di consenso col quale ‘The Donald’ ha umiliato la Clinton nel 2016. Sarebbe un grave errore dare i Democratici vincitori certi delle prossime presidenziali del 2020.

Trump è riuscito a intercettare, e detiene ancora in grossa parte, un consenso che definire trasversale è poco: un miliardario fanatico e per molti aspetti politically not correct come lui, ha dragato milioni di voti in tutti gli stati e gli strati e, benché in odio all’establishment di Capitol Hill e alla stampa americana, ancora oggi riuscirebbe ad attrarre il proletariato e sottoproletariato urbano e rurale di mezza America, pescando, con altrettanta nonchalance, tra i simpatizzanti del suprematismo bianco così come tra gli evangelici, tra le minoranze etniche e la piccola borghesia wasp delusa dalle politiche della crisi, tra i disillusi democratici e tra i critici repubblicani.

Premesso questo, tanti, troppi candidati democratici cercheranno di ottenere la nomination per sfidare Trump e sottrargli la soddisfazione di un secondo mandato.

Torna alla carica Sanders, per molti più adatto a una bella, comoda, lussuosa casa di riposo che ad una presidential run; si presentano un paio di governatori ed ex-governatori anche di stati importanti (da Hickenlooper, ex-governatore del Colorado a Jay Inslee, attuale governatore dello stato di Washington), tanti senatori (Klobuchar, Booker, Gillibrand), un sindaco (Castro) ed una influencer di Twitter (Marianne Williamson).

Massimo rispetto e un sincero ‘in bocca al lupo’ a tutti loro: quindici minuti di notorietà, come è noto, non si negano a nessuno.

Ma, mettendo un po’ di distanza e di distacco dalle vicende americane, viste le cose del partito democratico statunitense qui dall’Italia, personalmente suggerirei di seguire con molta attenzione la corsa alla nomination di due personaggi che, fra la folla dei pretendenti, mi pare che abbiano quell’aplomb, quel curriculum, quella capacità comunicativa che un buon candidato presidente dovrebbe avere a priori.

Mi riferisco a Beto O’Rourke e a Elizabeth Warren.

Beto (che in realtà si chiama Robert Francis) ha un che di kennediano, nell’aspetto e nel curriculum: se eletto, arriverebbe alla Casa Bianca a soli quarantotto anni (è del 1972), espressione di una generazione che chiede giustamente di poter rappresentare partiti e Paesi un po’ in tutto il mondo. Di origine gallese-irlandese, è cattolico, ma ha studiato in una delle migliori università wasp, la Columbia, dove si è laureato in Letteratura Inglese. Consigliere comunale ad El Paso, quindi pronto a cercare e trovare il consenso dei tanti ‘latinos’ che abitano negli USA, è stato deputato al Congresso dal 2012 al 2018. Sconfitto da Ted Cruz per un seggio al Senato, è uno dei più brillanti sconfitti nella corsa ad un seggio senatoriale. Ha ufficializzato la sua candidatura il 14 marzo 2019.

Beth (Elizabeth) Warren, senatrice di lungo corso, donna del 1949 fieramente nonna, con due figli e due matrimoni alle spalle, presidente della commissione obamiana sulla supervisione delle attività economiche del Senato, è stato nominata da Time tra le 100 persone più influenti del mondo.

Sandersiana, prima di essere clintoniana, la Warren, docente di diritto commerciale ad Harvard, ha grinta(appartiene a famiglia della piccola borghesia combattente americana, quella sospesa tra ‘salvazione e dannazione’), fegato, competenze e determinazione: ha ufficializzato la sua candidatura per il partito democratico il 9 febbraio 2019.

Mi sbaglierò, ed è possibile che nessuno dei due poi corra effettivamente per la Casa Bianca: ma fino a quel momento, fino alla fatidica nomination, io li terrei d’occhio e con un certo interesse.

Vedremo.

Un portachiavi per bere: breve storia di TESTDROP PRO© .

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Dopo esserci divertiti a inquinare tutto l’inquinabile, persino l’etere e le nostre coscienze, come esseri umani ci siamo accorti che forse, e da un pezzo, avevamo superato qualunque limite della decenza e della razionalità.

Gli inquinatori, infatti, si sono resi conto che avevano quasi segato il ramo su cui erano seduti e si sono fermati inorriditi: qualche altro colpo ben assestato e la vivibilità di questo nostro pianeta azzurro e infelice si sarebbe andata a far benedire per sempre.

Nell’Occidente sviluppato questa paura, questa tensione ormai palpabile fra gli elementi naturali, spesso gravemente compromessi, e gli uomini ha portato ad una coscienza, ad una vigilanza ecologica che evita, quasi sempre, tragedie e drammi: ma ci sono parti del mondo in cui dei problemi del terreno, delle acque superficiali e di falda e dell’aria ci si interessa poco o nulla, credendo che non ci sia niente di cui preoccuparsi.

Sapendo questo, e con una capacità di visione non solo imprenditoriale davvero eccezionale, la società israeliana Lishtot (che in ebraico vuol dire ‘bere’) ha inventato un piccolo dispositivo che definire geniale è poco.

Si tratta del TESTDROP PRO© che, grazie alle proprietà dei campi elettrici, riesce a dire, in pochi secondi, se l’acqua di una fonte, di un lago, di un fiume sia potabile o no.

Gli inquinanti più diffusi, biologici e chimici, infatti cambiano le proprietà del campo elettrico dell’acqua e questo apparecchio israeliano, della grandezza di una chiave elettronica di una nostra automobile o poco più, dà risultati affidabili in tempo reale e a costi accessibili.

Per tanti paesi al mondo in cui si crede di poter bere da qualunque fonte senza problemi, andando però incontro a rischi spaventosi, è un’invenzione più che utile e necessaria: è qualcosa d’indispensabile che, magari, per altre ragioni, dovrebbe diffondersi anche in Occidente dove spesso le certezze che avevamo stanno evaporando come gocce d’acqua nel deserto.

Non è romantico? La nuova rom-com di Netflix.

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La simpatica Rebel Wilson, protagonista di 'Isn't it romantic'

Per i cultori della piattaforma più ‘cool’ della televisione italiana di oggi e soprattutto per coloro che non si fanno fermare dall’ostacolo dell’inglese (perché la passione per il cinema lo rende bello ed interessante tutto, anche quello in cinese mandarino), consiglio di godersi una simpatica commedia sceneggiata dalle brillanti penne di Erin Cardillo, Dana Fox, Katie Silberman e Paula Pell: si tratta di ‘Isn’t it romantic’.

Senza rivelarvi tutta la trama, vi dico che si tratta dell’avventura esistenziale di una ragazza ambiziosa e sfortunata, delusa dal lavoro e dalla vita e disillusa sulle capacità curative dell’amore che, dopo un incidente in metropolitana, si trova immersa in una realtà in cui lei è protagonista (involontaria e riottosa) di una sciropposa commedia romantica.

Ci sono tutti gli elementi classici: il brutto anatroccolo che si scopre bello e affascinante e desiderabile, il bel ragazzone americano tutto addominali che impazzisce d’amore per la sconosciuta Bridget Jones della situazione, l’amico gay, l’amica bellissima, ma per una volta lontana dai riflettori e via discorrendo tra le classiche situazioni a scelta tra ‘Pretty woman’, ‘Arthur’, ‘Il matrimonio del mio miglior amico’, ‘Prima o poi mi sposo’, etc.

A fare da sfondo, da palcoscenico di un’ulteriore commedia supermelensa c’è la sempre rutilante ed affascinante e magnetica New York, che da sola basterebbe a reggere la trama e l’intreccio di qualsiasi film.

A dirigere la protagonista, la bionda e pacioccona Rebel Wilson, c’è il regista Strauss-Schulson (quello, di ‘The final girls’, un horror geniale e poco psyco-gotico, che qualche anno fa ha avuto un certo successo) che ha, come nelle migliori tradizioni, individuato in Liam Hemsworth il belloccio della situazione, tutta passione e carinerie nel classico stile romantico americano.

Inutile dire che il film è stato fatto uscire in America a San Valentino di quest’anno.

Tutto calcolato. Buona visione.

VEGANO NON SIGNIFICA INSAPORE. L’invenzione della Beyond Meat e i suoi possibili sviluppi.

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Una salsiccia vegana nel suo bel panino.

Due cose temo di più al mondo: la cretinaggine e l’ignoranza. Se poi si manifestano nelle stesse persone e contemporaneamente, il livello di pericolo, per me, sale alle stelle.

Della cretinaggine parleremo in qualche altro articolo: oggi, invece, voglio parlare dell’ignoranza.

Tra le ignoranze più diffuse in questi tempi c’è sicuramente quella alimentare: si mangia senza sapere cosa dovrebbe davvero far parte di un’alimentazione sana, ci si improvvisa pericolosamente tutti dietologi ed esperti di scienze dell’alimentazione, si trinciano giudizi su questi o su quelli senza un minimo di raziocinio.

Orbene: fatta la tara di tutti gli estremismi e gli integralismi, anche alimentari e salutistici, del mondo vegano si ha ancora un’idea che, nel migliore dei casi, potrei definire confusa.

In questa nebbia conoscitiva, il mito più diffuso sulla scelta vegana è quello che i cibi di quella cultura alimentare siano tutti più o meno insapori: ma questo non era e, oggi ancor di più, non è vero.

A dimostrazione che si può mangiare vegano, e quindi sano, ma anche saporito ha contribuito, negli ultimi anni, una grossa azienda americana fondata  una decina di anni fa da Ethan Brown: dalla ricerca di questa azienda e dalla sua voglia di costruire un nuovo paradigma alimentare vegano hanno contribuito prima il Beyond Burger, ora la Beyond Sausage.

Il primo prodotto era (ed è ancora con grande successo) un hamburger completamente vegano dal sapore, dal profumo e dalla consistenza quasi indistinguibili da un hamburger di bovino classico; il secondo prodotto ha raggiunto i confini della realtà vegana, poiché altro non è che una salsiccia che con la carne di suino non ha il minimo contatto.

Saporitissima, dall’aspetto e dal profumo tipico delle salsicce ‘alla tedesca’ o ‘all’italiana’ (ce ne sono tre versioni per tutti i gusti), la Beyond Sausage ha 16 grammi di proteine, niente soia o glutine, niente ogm e tanto sapore.

Tra gli altri benefici, indiretti, queste salsicce (ed i precedenti hamburger) hanno un impatto minimo sull’ambiente consumando il 99% di acqua in meno rispetto alle salsicce normali, il 93% di terra in meno, il 90% di gas-serra in meno ed il 46% di energia in meno. E questo perché, alle loro spalle, non c’è la filiera dell’allevamento che ha avuto un impatto non indifferente sul consumo di risorse di questa grande nave spaziale chiamata Terra.

Io non sono vegano, e me ne dolgo: ma sono felice che ora chiunque possa fare la scelta salutista dell’alimentazione vegana senza rinunciare a nessuno di quei legittimi piaceri del palato che, insieme a quelli della vista (si mangia anche con gli occhi), rendono la tavola ancora uno dei luoghi migliori dove si possa trascorrere la vita.

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