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Storie d’Inchiostro - page 2

Nati due volte di Giuseppe Pontiggia. La disabilità raccontata dall’inchiostro di un padre.

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Padre e figlio di Fausto Pirandello. 1934

Nati due volte è uno scorrere di fotogrammi che impressionano le persone incontrate da Paolo nel suo cammino di vita: medici, professori,  i vicini di casa, i nonni, gli operatori del Centro di riabilitazione, i coetanei di Paolo, il fratello Alfredo. Si tratta di istantanee, immagini veloci descritte in modo conciso, con pochi tratti: la vita provata sulla propria pelle lascia cicatrici indelebili che si raccontano da sole e non hanno bisogno di  troppi  studiati aggettivi. Non è difficile capire, per il sentito racconto di vita vissuta, come tutto sia stato provato da Pontiggia in prima persona. Ciò che emerge è una realtà che vede il disabile in tutta la sua dignità: non una parola di pena, nessun lamento, nessuna rabbia. Le parole, né mielose né velenose, sono quelle di un padre che racconta il rapporto con il figlio con handicap, come la “gente” percepisce la disabilità di Paolo, e soprattutto, il regalo più grande che l’autore fa, come Paolo considera il resto del mondo, i suoi pensieri, le reazioni al comportamento altrui, il suo rapporto con la fede. Il padre sostiene in queste pagine la voce del figlio come nella vita reale ne sostiene il passo nel camminare. Di Paolo abbiamo  riportate poche battute, sufficienti a caratterizzarne il temperamento. Un libro sulla malattia e la morte  in senso più esteso, descritte con naturalezza, perché esse non negano la vita, ma fanno parte di essa. Pontiggia con il tocco delicato  e  protettivo dei guanti bianchi porge a noi lettori la sua esperienza con la sofferenza fisica e psicologica della vita della persona a lui più cara al mondo. Tocca a noi saperla maneggiare con cura, senza contaminarla con i nostri pregiudizi o la nostra compassione.

Giuseppe Pontiggia è nato a Como il 25 settembre 1934, figlio di un funzionario di banca e di una attrice dilettante. Trascorre l’infanzia a Erba, in Brianza: campagne, laghi, fiumi, spazi che ritornano nella sua narrativa. Dopo la morte del padre, nel 1943, si sposta a Santa Margherita Ligure, Varese e, infine, a Milano, dove abita dal 1948. Si laurea nel 1959 all’Università Cattolica di Milano. Ma prima ancora di completare gli studi comincia a lavorare: in banca, per necessità. E’ grazie alla pubblicazione del suo primo romanzo (La morte in banca), e all’incoraggiamento di Elio Vittorini, che riesce a svincolarsi dal lavoro e a entrare nel mondo dell’editoria. Redattore del «Verri» la rivista d’avanguardia fondata e diretta da Luciano Anceschi, curatore insieme a M. Forti de «L’Almanacco dello Specchio», consulente editoriale prima per Adelphi e poi per Mondadori. E’ morto il 26 giugno 2003 a Milano.

Nadia Toffa fiorisce in questo martedì d’inverno per il suo rione Tamburi

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Quando il quartiere Tamburi sanguinava ruggine, come nel wind day di oggi, vedendosi tingere le strade, le case di color rosa, la giornalista di origini bresciane, Nadia Toffa era lì  per le Iene a documentarlo. Oggi alle 14.30 presso il Teatro della Parrocchia in piazza Gesù Divin Lavoratore, nell’omonima piazza al quartiere Tamburi di Taranto, vicino al Minibar, il rione le ha ricambiato il favore:gli abitanti erano lì vicini a questa piccola e grande donna dal cappotto bianco e il capellino nero ( da ieri cittadina onoraria della città) e al dramma che sta attraversando, e che, in bene e male, ha fatto parlare di lei su tutti social: il cancro, un male così noto al popolo tarantino a causa dell’inquinamento industriale. In un luogo sobrio, Nadia ha sentito l’abbraccio dei suoi “tarantini” e degli amici dell’associazione “Arcobaleno nel cuore”, con i quali ha promosso il progetto “Ie jesce pacce pe te”, la cui raccolta fondi ha portato alla realizzazione delle nuove strutture di Oncoematologia Pediatrica dell’Ospedale SS. Annunziata di Taranto. Come in una chiacchierata tra vecchi amici la giornalista ha avuto modo di presentare il suo libro “Fiorire d’inverno. La mia storia”, edito Mondadori, dedicato alla sua esperienza di malata oncologica, scritto con il cuore  e come una lettera. In queste pagine Nadia parla di come “una sfiga” possa trasformarsi in “sfida” e di come si può “fiorire d’inverno”, vivere al freddo, nelle condizioni più ostili e difficili, come può esser affrontare una malattia, alla stregua delle stelle alpine che da bambina osservava crescere tra la neve, dimostrando la propria forza rispetto agli altri fiori. Come i capelli della piccola Gabriellina, malata di cancro, che cresceranno ancora più forti dopo la chemioterapia. Alla domanda allora se Nadia si sentisse invincibile, la “nanetta “, come la chiamava affettuosamente suo padre, ha risposto che più che invincibile e coraggiosa, si sentiva spericolata, indipendente, selvatica, e che la malattia le ha permesso di trovare la “bellezza della fragilità”, di farsi aiutare dalle persone care come sua madre.

Rione Tamburi- Minibar degli Amici, in attesa di Nadia Toffa.
Foto tratta dalla pagina Facebook ” Ie jesche pacce pe te

 

Scavando ancora di più nella vita di questa iena, è venuto a galla il suo esser in lotta continua contro le ingiustizie patite dai più deboli fin dai banchi di scuola e il suo rapporto con la fede: per Nadia siamo tutti speciali e il Signore non è cattivo, ad ognuno dà la sua sfida, che bisogna cogliere al volo, anche se all’apparenza sembra essere una pillola amara difficile da ingoiare. “In una partita a carte, può capitarti una carta che spazza via tutte le altre: la vita è come ti giochi quest’ultima carta, che ti è toccata e che magari non vuoi , ma è il tuo destino”, afferma la Iena, regalandoci un grande insegnamento di vita. Anche gli abitanti dei Tamburi hanno insegnato qualcosa a questa guerriera: “Mi avete insegnato a tener duro, siete le persone più con le palle di Taranto”. Ed ha le palle davvero una delle tante madri presenti oggi che ha condiviso con Nadia Toffa il dolore per la perdita recente dei suoi due figli per tumore e che ora sta perdendo suo marito per lo stesso atroce motivo. Nadia ha accolto la richiesta d’aiuto della donna e l’ha consolata con la promessa che i suoi figli vivranno per sempre con lei. Per ora restano due dei tanti figli dell’Ilva. Al di là di qualsiasi incomprensione mediatica, chi era presente oggi ha visto una donna provata dalla vita, ma che ha il coraggio di guardare in faccia la sofferenza altrui o la propria e di condividerla. In bocca al lupo per tutto, Nadia!

 

Strappami la vita di Angeles Mastretta. Come scambiarsi le carte da gioco per amore

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Litografia di Hullmandel del 1824 per un dipinto di John Hayter raffigurante il governatore di Oahu Na Poki e sua moglie Liliha.

Dietro il governatore Ascencio c’è una ragazzina ingenua di quindici anni, originaria di Puebla, di nome Catilina, figlia di povera gente, sulla quale il trentenne Andrés, con il suo savoir faire misterioso da uomo di mondo, esercita un fascino irresistibile. Catilina rinuncia al velo bianco in nome di idee rivoluzionarie; accetta in casa figli non suoi, avuti da Andrés nelle sue precedenti relazioni. Per amore vive all’ombra di questo suo marito che come un diavolo una ne fa e mille ne pensa pur di raggiungere  la vetta della notorietà politica. Tenuta all’oscuro dei suoi traffici poco ortodossi, o quasi, vittima dei suoi continui tradimenti, Catilina crescerà al fianco del governatore Ascencio: da bambina diventerà, donna, madre e poi sua première dame. Da semplice ragazza di paese, diverrà spettatrice dei fulminei intrighi politici, della violenza che il potere esercita sulle masse, respirerà il marciume che infiltra le pareti di una vita comoda e benestante, e della quale non potrà più far a meno. Solidale con le altre donne che condividono lo stesso destino di esser legate a uomini potenti e senza scrupoli, Catilina per sopravvivere affinerà le sue capacità e farà uscire la parte più maschia di sé .” Con te mi sono proprio fregato. Sei la mia migliore donna e il mio migliore uomo, stronzetta”, le dirà il governatore Ascencio . E proprio come un uomo, Catilina segue i suoi bisogni sessuali e d’amore, senza risparmiarsi. Intreccia relazioni clandestine, la prima con il direttore d’ orchestra Vives e poi con il regista Quijano . E non ci penserà due volte nel lasciar solo il governatore Andrés, ormai uscito dalla scena politica. Sullo sfondo di magagne politiche, di interessi economici che poco si sposano con le idee rivoluzionarie messicane di giustizia sociale, Angeles Mastretta, attraverso il racconto in prima persona di Catilina, realizza l’ affresco di una storia d’amore mista a odio, che percorrendo tutte le stagioni della vita, plasma i due amanti l’uno a immagine e somiglianza dell’altro. In questa partita d’amore i due giocatori si scambiano le carte per giocare ad armi pari, contaminando l’altra o l’altro con la propria strategia di stare al mondo: in Catilina troveremo inevitabilmente qualcosa del suo tanto amato e odiato governatore e in lui saranno sparsi  i frammenti dell’amore rassegnato e inascoltato che per anni ha abitato il cuore della sua compagna.

 

Angeles Mastretta è nata in Messico, a Puebla, nel 1949. E’ stata giornalista, prima di dedicarsi alla letteratura e raggiungere la fama internazionale con il romanzo Strappami la vita, uscito nel 1985 e in Italia nel 1988. Sono seguiti altri libri di grande successo come Donne dagli occhi grandi (1995) e Male d’amore (1997).

Follia di Patrick McGrath. La parola a una passione brutale

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Saturno che divora i suoi figli -dipinto a olio su intonaco trasportato su tela (146×83 cm) di Francesco Goya, 1821-1823 .Museo del Prado di Madrid.

Lo psichiatra Cleave è testimone diretto dell’amore che esplode all’interno di un ospedale criminale tra il suo paziente Edgar Stark e la moglie di un suo collega, Stella Raphael.  Con il ritmo della cronaca nera il dottore racconta i fatti drammatici che porteranno alla distruzione della famiglia Raphael, e dei quali viene a conoscenza personalmente e in seguito, grazie alle confidenze di Stella,diventata sua paziente. Le pagine vengono smosse sotto gli occhi del lettore come se fossero le acque torbide della psiche umana, passate al setaccio per renderle limpide e trovare la tanto agognata pepita d’oro, la verità sull’amore e la mente umana. Ciò che viene alla luce, però, non è metallo prezioso, ma il lato umano contaminato dalla malattia mentale dei due protagonisti. Lui: artista violento e paranoico, colpevole di aver decapitato sua moglie. Lei: una donna alcolista, ninfomane, e infanticida. Insieme diventano una coppia inseparabile, morbosa, pronta pur di stare insieme, ad abbattere come un ariete i battenti della vita delle persone che gli stanno vicino con una forza sovrumana. Un amore distruttivo in grado di sovrastare l’amore più naturale al mondo tra Stella e Charlie, madre e figlio. Dall’altro lato rispetto al mondo senza regole della follia vi è quello della psichiatria, di chi cerca la cura al dolore dell’Io. Un mondo personificato nella figura del dottor Raphael e del dottor Cleave e che presenta le falle e le crepe delle loro debolezze e problematiche di uomini, prima che medici: Raphael è un uomo stacanovista, succube della madre Brenda, asessuato,mentre Cleave è un uomo solo, che si arrende alla bellezza di Stella, dimenticandosi il suo ruolo di terapeuta. McGrath in questo thriller psicologico offre su un piatto d’argento con una scrittura fluida e avvincente uno sguardo sui bassifondi dell’animo umano e sulla forza di una passione brutale. Un libro che cerca di svelare gli ingranaggi psichici che stanno dietro i comportamenti anomali e violenti e che impone alla ragione del lettore di porsi continui perché. Davanti ad un tale dolore, spesso autoprocuratosi dai protagonisti e inevitabile, perché dettato dalla malattia, non si può che restare interdetti in un dignitoso silenzio.

In queste pagine parla solo la follia.

Patrick McGrath è nato a Londra nel 1950. Il padre lavorava come psichiatra nel manicomio criminale di Broadmoor, dove il giovane Patrick passa gran parte della propria infanzia. Rifiutatosi di seguire le orme paterne in campo medico, la sua irrequietezza lo ha portato altrove, alla scrittura, ed ha immediatamente conquistato i lettori con la trama originale e coinvolgente di Follia.Dai suoi romanzi sono stati tratti i film The Grotesque (1995), di John-Paul Davidson, Spider (2002), di David Cronenberg e Asylum, di David Mackenzie nel 2005. Attualmente vive tra New York e Londra, ed è sposato con l’attrice Maria Aitken.

Capodanno in compagnia di un poeta underground. Foglie di palma di Charles Bukowski

in Cultura/Storie d'Inchiostro

A mezzanotte in punto
1973-74
Los Angeles
ha cominciato a piovere sulle
foglie di palma fuori dalla mia finestra
i clacson e i fuochi d’artificio
erano svaniti
e tuonava.

ero andato a letto alle 21.00
spente le luci
tirate su le coperte –
la loro letizia, la loro felicità,
le loro urla, i loro cappelli di carta,
le loro automobili, le loro donne,
i loro ubriachi dilettanti…

la notte di Capodanno mi atterrisce
sempre

la vita non sa nulla degli anni.

adesso i clacson si sono ammutoliti
e i fuochi d’artificio e i tuoni…
tutto è finito in cinque minuti…
odo soltanto la pioggia
sulle foglie di palma,
e penso:
non capirò mai gli uomini,
ma è andata
anche questa.

Foglie di palma

L’ultimo dell’anno immortalato da un’anima inquieta, solitaria, misantropa, come solo quella di Charles Bukowski può esser definita. Capostipite del Realismo sporco, corrente letteraria affermatasi negli Stati Uniti negli’ 70, Bukowski condisce i suoi versi con momenti di vita privata senza edulcorarli: la realtà, anche se cruda, per l’appunto sporca, è descritta nella sua interezza, senza sconti, con un linguaggio colloquiale, violento e spesso volgare. Nel gergo attuale il Capodanno vissuto da Bukowski nel 1973 verrebbe definito da” sfigati”, come anche la sua intera vita. Charles Bukowski è tutto ciò che di più può esser agli antipodi con una società civile, e ancor di più con la realtà produttiva ed efficiente della società americana, con i suoi self-made men. Alcolista, senza un lavoro fisso, coinvolto in relazioni promiscue e superficiali. In Foglie di palma la solitudine di un uomo ci viene sbattuta in faccia senza troppe cerimonie. Ancora una volta nella poesia di Bukowski compare frapposto al suo io il “loro”, inteso come gli altri, la società americana nella quale questo ragazzone figlio di emigranti dall’accento tedesco e dal viso butterato non si è mai riconosciuto. Gli altri si divertono, giocano, fanno l’amore, e il poeta sta solo, testimone della loro ilarità, ma anche della quiete che segue questa tempesta di eccessi e frenesia. Resta la pioggia e le palme a far compagnia a quest’animo sensibile, restano le piccole cose che catturano l’attenzione e tutti i sensi di un artista. La pioggia che lava tutto, lava via il caos e il rumore della strada, lava via il dolore di chi si sente solo, ma fa parte del mondo. La pioggia è espressione del dolore e sua stessa guarigione. E’ rappresentazione delle lacrime di un uomo burbero e rude che in esse può trovare la cura. Bukowski conclude l’anno con una consapevolezza: anche se non si è divertito com’è socialmente richiesto, è sopravvissuto ai terremoti del suo dolore, alla sua solitudine. Bukowski ce l’ha fatta e anche se vive ai margini, in una stanza buia e alle 21.00 del 31 dicembre si nasconde sotto le coperte, quello che sente e prova,gli dimostra che esiste come tutti gli altri e che è membro anche lui di questa umanità che non capirà mai . Quella stessa umanità che notoriamente “ gli sta sul cazzo”. Sento dunque sono, vuole dirci. I sentimenti ci rendono umani indipendentemente dallo status sociale.

Anche se la notte di Capodanno è una notte come tante altre della nostra vita, per alcuni, come i vagabondi, le prostitute, gli etilisti, i sociopatici, che abitano l’ opera di Bukowski e sono come lui, può essere una notte diversa: può ricordare quanto ci  si senta soli e quanto ci si possa sentire diversi dagli altri. Grazie Charles per aver dato voce e luce a questo sottosuolo di anime ignorate, dandoci prova della tua grande umanità, ben celata sotto la  scorza di un poeta maledetto.

Il dono di Natale. Racconto breve di Grazia Deledda

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Paul Gauguin: Notte di Natale (New York Small)
Marc Chagall. Natività. 1941.

Presi dalla frenesia degli acquisti e dagli impegni quotidiani, abbiamo poco tempo da dedicare a grandi letture. Ecco che ci viene in soccorso dalla realtà contadina sarda d’inizio secolo, a soddisfare la nostra passione di lettori, un breve racconto capace di farci respirare su carta la magia del Natale ormai alla porte. Un racconto su una realtà lontana dal consumismo odierno e dalla globalizzazione, più vicina alla vita dei nostri nonni, fatta di povertà e fondata su riti semplici e usanze inviolabili. E’ una vicenda che ha per protagonista un pastorello di undici anni, Felle, e la sua famiglia che, oltre alla nascita del Bambino Gesù,  festeggia il fidanzamento ufficiale della sorella con un ragazzo benestante. Tutto deve quindi esser impeccabile, dal porchetto alla torta, per onorare la presenza del promesso sposo e di suo nonno. Un piatto è riservato comunque secondo la credenza popolare al capofamiglia, recentemente scomparso, a ricordare le assenze che pesano durante le festività. Felle, tutto preso dalla festa e dal desiderio del cibo preparato per il cenone, di certo non immagina il miracolo che si sta compiendo tra le quattro mura più povere e meno fortunate dei suoi vicini di casa. E la storia del piccolo Felle non è che una rappresentazione di un giorno qualunque delle nostre vite: cristallizzati nel tempo dai nostri problemi e pensieri, dalle nostre formalità, dimentichiamo che la vita con il suo senso scorre senza limiti. Prepotentemente bussa alla nostra porta  l’esistenza che fa entrare nelle nostre piccole realtà quotidiane lo spiffero sfuggente e inafferrabile del suo significato. In uno stile semplice e introspettivo, Grazia Deledda con il suo dono di Natale ci sorprende con l’idea di un progetto più grande di noi, al quale nulla possiamo opporre.

Se volete catapultarvi in quest’atmosfera umile e calorosa, dal  sapore antico, potete leggere il racconto in versione integrale scaricandolo gratuitamente dalla piattaforma ebook -sharing LiberLiber al seguente link:

Il dono di Natale di Grazia Deledda

Questo è il regalo di Natale che la rubrica Storie d’Inchiostro fa ai lettori del Metapontino. Buona lettura e buon Natale.

Grazia Deledda nacque il 27 settembre 1871 a Nuoro, da una famiglia benestante, frequentò le scuole pubbliche fino alla quarta elementare. La formazione letteraria della scrittrice  fu soprattutto da autodidatta. A soli quindici anni pubblicò la sua prima novella. Quinta di sette fratelli, subì diverse tragedie familiari molto dolorose come l’alcolismo del fratello Santus e la morte improvvisa del padre, evento che lasciò in miseria la famiglia. Nel 1899 si trasferì a Roma dove sposò Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze, il quale in seguito divenne agente della moglie a tempo pieno. Unica scrittrice italiana ad aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 1926, la Deledda morì per un tumore al seno, dieci anni dopo, nel 1936.

 

Rapsodie gitane di Blaise Cendrars. Quando il diverso diventa il braccio destro di uno scrittore.

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Bivacco di Zingari di Van Gogh (1888, Parigi, Musée d’Orsay)

In queste pagine gli ultimi diventano organi, arti, del corpo di Cendrars. Si trasformano nel suo braccio destro, lo stesso che ha perso al fronte: quando essi soffrono, lui soffre con loro in una fusione indissolubile.  In guerra, sembra volerci dire Cendrars, la bocca del cannone, oltre a strumenti di morte, spara in aria anche il fiore dell’unione possibile tra gli sfortunati, i senza nome, i sofferenti, tra uno scrittore mutilato e i nomadi.

Rappresentativi sono i ritratti che l’autore fa dei suoi amici artisti, come il pittore Fernand Léger, che vuole dipingere i piccoli zingari o il sadico giornalista Gustave Le rouge, uomo disinteressato al denaro e legato in un modo malsano a una donna. Tutti personaggi che vivono al limite della normalità.Un ampio spazio è anche dedicato alla gitana ricca mecenate Paquita, sua grande amica. In modo spontaneo, senza artefatti se non quelli dettati dalla fantasia, l’autore ci fa uno schizzo veloce, senza rifiniture e divieti di logica, di quella che è stata la sua vita di uomo libero ma allo stesso tempo prigioniero (come gli sarà predetto dalla zingara Madre): la sua sete di libertà è, infatti, la sua maledizione perché lo condanna alla solitudine. Rapsodie gitane rappresenta una dolce evasione in un mondo parallelo fatto di libertà, magia, e arte senza le manette e le catene delle leggi morali socialmente riconosciute. Consigliato a chi non ha paura di “errare”in tutti i sensi.

Blaise Cendrars (pseudo mino di Frédéric Louis Sauser 1887-1961) condusse vita errabonda sin dall’infanzia, vivendo in Egitto, in Italia, in Germania, in Russia, in America, e viaggiando in tutti i continenti. Dopo alcune raccolte di versi pubblicò numerosi romanzi, spesso di carattere avventuroso ed esotico; fu anche sceneggiatore cinematografico e corrispondente di guerra. Inserito nei circoli di avanguardia del suo tempo, amico di Chagall e di Modigliani, ebbe con la sua opera una profonda influenza sui surrealisti.

 

La formula matematica-magica nella poesia di Sinisgalli

in Storie d'Inchiostro

Con l’Ermetismo la singola parola acquista l’apice del suo potere in poesia. Dietro la brevità del verso e la parola priva di aggettivo, c’è da parte del poeta la volontà di rivelare la stessa bellezza luminosa della pelle nuda e di accecare il lettore con una verità illuminante. Tra le file dei seguaci dell’Ermete meridionale, oltre ai noti Quasimodo e Gatto, milita, per alcuni aspetti, il montemurrese Leonardo Sinisgalli (1908-1981). A questo “ giovane poeta dalle parti di Orazio”, come lo definisce Ungaretti, va il merito di aver saputo destreggiarsi con grande abilità tra i numeri quanto tra le lettere. Leonardo spicca per le sue capacità fin da piccolo, tanto che, il vento favorevole del suo genio lo spinge prima a Caserta, e a Benevento poi, per proseguire gli studi. Esperienza, quella dell’abbandono del paese natio, che lo segna profondamente: ” io dico qualche volta per celia che sono morto a nove anni, dico a voi amici che il ponte sull’Agri crollò un’ora dopo il nostro transito…”. Tuttavia, il poeta delle due Muse, laureato in Ingegneria elettrotecnica e Industriale, che vivrà nelle grandi città di Roma e Milano e parlerà alle masse attraverso la sua attività di pubblicista presso Olivetti, non dimenticherà mai il paesello e la Lucania, ai quali farà visita attraverso i suoi versi.
La natura di Sinisgalli è per sua stessa ammissione doppia: il poeta dice di avere ” due teste, due cervelli, come certi granchi che si nascondono sotto le pietre… “. L’amore condiviso per le scienze e le lettere farà di Sinisgalli, un “Leonardo del Novecento”, capace di ricoprire il ruolo di artista poliedrico: fu art director per Pirelli, direttore di riviste come Civiltà delle Macchine, autore radiofonico per la Rai, disegnatore. Se la sua duplice natura, ai più, può apparire conflittuale, in realtà è espressione dello stesso spirito sensibile alla continua scoperta del significato ultimo delle cose. A prova di ciò, Sinisgalli dirà:
“Questo per dire che la matematica non è il frutto della gelida ragione e che i poeti e i matematici, gli eletti, sono i più vulnerabili, perché sono imprudenti, perché vivono al limite dell’inesattezza…E il matematico e il poeta, anche quelli di spirito più eccelsi, non riusciranno mai a riempire tutta la vita di poesia o di matematica. Tra un verso e l’altro, tra un teorema e l’altro, scorre la vita che ci sorprende miserabili, malinconici, deboli…”. Leonardo Sinisgalli- L’età della Luna, cit.129
Un animo teso in uno sforzo continuo di ricerca, che Sinisgalli imputa anche alle sue origini perché “ il lucano non si consola mai di quello che ha fatto, non gli basta mai quello che fa. Il lucano è perseguitato dal demone dell’insoddisfazione”.
Nelle raccolte La vigna Vecchia e Vidi le Muse, Sinisgalli ci dà prova di aver abbracciato lo stile ermetico. Tuttavia la sintesi del verso deriva anche dall’influenza che il linguaggio dei numeri esercita sul poeta. I versi appaiono come delle “formule matematiche”: attraverso un’ essenzialità estremizzata ogni parola cela un significato univoco, necessario per arrivare all’ epilogo del verso, al realizzarsi “della magia” del ritorno all’infanzia perduta, agli affetti veri e alla semplice realtà contadina. La natura umile e pratica del poeta lo conduce a riferirsi nei versi alle “cose”, elementi quotidiani e le muse sinisgalliane sono “volgari”, compagne di giochi, ben lontane dalle classiche muse ispiratrici. La poesia è, quindi, una formula matematico-magica istantanea atta a recuperare il filo interrotto con il passato.
E, ancora, la penna di Sinisgalli incide con tratti stilizzati paesaggi, momenti di vita paesana, senza enfatizzare l’emozione, che, con la forza reale dell’universalità della condizione umana, colpirà il lettore in un modo quasi impercettibile. Come piccoli francobolli di vita vissuta, i versi del poeta-ingegnere se ne vanno a spasso per il mondo in cerca dei cuori dei figli partiti e non ancora tornati da consolare.

Niente per un poeta parla meglio delle sue poesie. Eccone, per voi, alcune. Buona lettura.

BREVE STORIA

Piovve tutto l’inverno quell’anno
di scuola, di chiesa, di cortile.
A quell’età bisognava morire.

SIAMO LEGATI

Siamo legati
dalla miseria della vita.
Ci parliamo piegandoci controvento

FEBBRAIO

Prima che spunti il verde dai rami
ogni anno risorge a mattutino
il fischio del muratore.

L’ANNO NUOVO

Non vuol pesarci
col suo sovraccarico l’anno nuovo,
cammina lesto sulle travi

LA VIGNA VECCHIA

Mi sono seduto per terra
accanto al pagliaio della vigna vecchia.
I fanciulli strappano le noci
dai rami, le schiacciano tra due pietre.
lo mi concio le mani di acido verde,
mi godo l’aria dal fondo degli alberi.

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