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Storie d’Inchiostro

Autobiografia di mia madre di Jamaica Kincaid. Storia di Xuela, storia del popolo caribo

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Orfani, 1885 di Thomas Benjamin Kennington (1856-1916)

Per la  piccola Xuela Claudette Richardson  non c’è nessun seno offerto per allattarla, nessuna ninna nanna sussurrata per farla sognare. Nel metterla alla luce sua madre muore. Xuela viene affidata dal padre a Eunice,una donna dura, povera, madre di altri figli: per lei ha inizio un’infanzia fatta di abusi e solitudine. Svuotata dall’assenza della madre, Xuela non può contare neanche sulla figura paterna: suo padre è un uomo ambizioso, vanitoso, che svolge il suo lavoro di guardia penitenziaria abusando spesso del suo potere. Senza origini alle quali aggrapparsi, la ragazza affronta dentro di sé  una crisi d’identità,  rappresentazione in miniatura della  stessa crisi d’identità vissuta dal popolo della Dominica: la storia di Xuela è il riflesso della storia di un abitante dell’isola, il quale condivide con  lei  la perdita delle proprie origini. Il popolo caribo, vittima del colonialismo inglese,  si ritrova ora confuso dalla mescolanza di costumi e culti, senza uno specchio sociale nel quale riflettersi.

Il destino di un uomo senza radici e amore è di perdere se stesso. E Xuela infatti perde la sua umanità e  prende le sembianze di “ un animale selvatico”. Come un animale selvatico ausculta senza paura i rumori e i versi degli animali della notte, e  sviluppa maggiormente il senso dell’olfatto. E come un animale selvatico impara presto a essere autosufficiente, a cavarsela in situazioni avverse con tenacia e forza, e soprattutto a non dipendere emotivamente da nessuno. L’amore con un uomo è per lei puro piacere della carne, e nonostante  molti uomini l’ameranno,  Xuela resterà ruvida a qualsiasi dolcezza. Anche a quella di diventare a sua volta madre.

L’amore in queste pagine è come un filo inafferrabile che conduce  la protagonista e i lettori attraverso le vie del labirinto dell’esistenza umana:  non ci sono orme di legami familiari affettivi validi lungo il cammino, fa un freddo atroce. Attraverso le memorie di questa orfana, l’autrice fa venire a galla il trauma di un ‘umanità sradicata, alienata, che è destinata, senza calore, a seccare e a non provare più niente. Uno spaccato di esistenza dominato dalla profonda tristezza e dall’aridità dei rapporti umani. Un libro per chi non ha paura di guardare in faccia una realtà scomoda e di lasciarsi accecare dai raggi di un sole,come quello dei Caraibi,  a volte, troppo crudo e amaro. Buona lettura!

Jamaica Kincaid, nata Elaine Cynthia Potter Richardson è una scrittrice statunitense. Vive con la sua famiglia a North Bennington in Vermont.
Nel 1973 ha cambiato il suo nome in Jamaica Kincaid perché la sua famiglia disapprovava il fatto che scrivesse. La sua prima esperienza di scrittura riguarda una serie di articoli per la rivista Ingenue. Ha lavorato per The New Yorker fino al 1995.
Il suo romanzo Lucy (1990) è una descrizione immaginaria della sua esperienza di diventare adulta in un paese straniero e continua la narrazione della sua storia personale iniziata col romanzo Annie John (1985). Altri romanzi, quali The Autobiography of My Mother (1996), esplorano la questione del colonialismo e della rabbia che questo ricordo le provoca.
Ha inoltre pubblicato una raccolta di racconti, At the Bottom of the River (1983) ed una di saggi, A Small Place. Insegna scrittura creativa alla Harvard University. Ha inoltre ricevuto una laurea honoris causa in lettere dalla Wesleyan University.

Suo marito di Luigi Pirandello. Dietro una grande donna…un piccolo uomo

in Storie d'Inchiostro

Una giovanissima Grazia Deledda, novella sposa, che dalla sua Sardegna si trasferisce a Roma con il marito per farsi conoscere nell’ambiente letterario della capitale, viene fotografata dagli occhi ironici e acuti del grande Luigi Pirandello, suo grande estimatore. Suo marito non è infatti che la rappresentazione del dramma di una debuttante scrittrice tarantina ,Silvia Roncella  ( alter  ego di Grazia Deledda), che viene introdotta nei saloni letterari della grande Roma. Timida, insicura, abituata a vivere il suo genio letterario tra le quattro pareti della sua stanza, Silvia trova difficoltà ad inserirsi nell’ ambiente culturale falso e vuoto della capitale, a differenza del marito, impiegato piemontese, che vive la letteratura come un’attività commerciale da vendere, sulla quale mercanteggiare. Silvia si sentirà ridicolizzata e soffocata dalla figura opprimente del compagno di vita  che con il suo, a suo dire, saper fare, si prenderà i meriti del suo successo e cercherà di oscurarla, relegandola al  ruolo di madre. E’  questo un duello tra una donna che eccelle ed un uomo limitato che non riesce ad accettare il secondo posto: un duello che per scelta della vita non vedrà vincitori.

Grazia Deledda e suo marito Palmiro Madesani. Immagine dal Web

Nell’ipocrita e materialista società romana, la mesta  Silvia farà  la conoscenza dell’anima triste dello scrittore Gueli, legato con le catene di un amore malato a Lidia Frezzi. Le loro infelicità faranno un breve cammino insieme dall’esito infausto e Silvia si divincolerà da qualsiasi relazione amorosa, alla conquista di se stessa e del successo che merita, anche se  ad un carissimo prezzo. Con ironia e con grande sensibilità Pirandello mette in scena  il dramma vissuto da una donna di successo la Deledda, figlia del Sud e vittima della sua natura duale  di  donna autonoma e moglie/madre succube per retaggio culturale al marito. E ci insegna, indagando nei rapporti di coppia tra uomo e donna, come spesso confinati nelle torri d’avorio delle nostre ragioni e dei nostri bisogni, dimentichiamo cosa sia davvero importante e che la vita ha spesso un suo progetto, che seppur ingiusto, non possiamo cambiare.  Che sia una lettura  del tipo “segnale d’avviso” per tutte le prime ( e non ) donne ( guardatevi un po’ attorno , chi sta al vostro fianco?) e  d’invito all’autocritica per  tutti gli uomini che sentono il proprio ego abbrustolirsi alla luce delle splendenti stelle femminili ( lasciatevi piuttosto beatamente riscaldare). Buona lettura!

 

Luigi Pirandello  nasce a Girgenti (attuale Agrigento) il 28 giugno 1867 e trascorre la sua infanzia nella cittadina siciliana. Frequenta la Facoltà di Lettere inizialmente a Palermo, poi a Roma e infine a Bonn, dove si laurea nel 1891. Torna a Roma e conosce Maria Antonietta, che sposerà a Girgenti nel 1894 e da cui avrà tre figli. In questi anni inizia a scrivere le prime novelle e i primi romanzi: la prima opera veramente importante però risale al 1904, anno in cui Il Fu Mattia Pascal inizia a essere pubblicato a puntate sulla Nuova Antologia. Nel 1903 un fatto grave sconvolse la famiglia Pirandello: mentre l’autore stava ultimando la scrittura del romanzo una frana allagò la zolfara di famiglia ad Aragona, determinando ingenti perdite economiche. Per sollevare le sorti economiche della sua famiglia, Pirandello inizia a scrivere numerose novelle e romanzi.  Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale, lo scrittore lavora a molte delle sue opere teatrali, anche se il successo arriva nel 1921 con Sei personaggi in cerca di autore, una sorta di metateatro. E’ nell’Enrico IV, invece, che sviluppa la sua analisi sulle maschere. Nel 1926 viene pubblicato l’altro romanzo famoso di Pirandello: Uno, nessuno e centomila. Con l’avvento del fascismo, Pirandello aderisce inizialmente al Partito Nazionale Fascista. Nel 1934 Pirandello riceve il Nobel per la letteratura, ma allo stesso tempo non era più gradito nei circoli culturali. Lo scrittore si ammala di polmonite sul set cinematografico de Il fu Mattia Pascal e muore il 10 dicembre 1936 a Roma.

 

Presentato a Roma il libro di Leonardo Giordano

in Storie d'Inchiostro

Presentato a Roma il libro di Leonardo Giordano: “Sovranità Italiana. Il Cammino di un’idea da Virgilio ai nostri giorni”

Nei giorni scorsinella sala “De Marsanich” della Fondazione di Alleanza Nazionale, è stato presentato il libro di Leonardo Giordano “Sovranità Italiana. Il Cammino di un’idea da Virgilio ai nostri giorni” edito da Historica – Giubilei – Regnani.

A presentarlo hanno provveduto gli storici contemporanei Domenico Maria Bruni (Luiss), Marco Gervasoni (Università del Molise) e Gianni Alemanno, ex Sindaco di Roma. Ha moderato il dibattito il giornalista e scrittore Aldo Di Lello. Era presente anche l’autore Leonardo Giordano.

Aldo Di Lello ha introdotto il dibattito sottolineando la sobrietà di linguaggio e, al tempo stesso, l’organicità contenutistica del saggio che tratta del tema della “Sovranità Nazionale” in un momento in cui sembrerebbe che il “sovranismo” sia in crisi, ma che ‹‹è tema ancora e forse più di ieri attuale.››

Lo storico Marco Gervasoni ha sostenuto nel suo intervento come il ‹‹il Pantheon degli anticipatori del sovranismo, così come ricostruito nel saggio di Leonardo Giordano, rappresenti una galleria di personaggi dal Dna politico e culturale sostanzialmente “conservatore”, perché i due elementi della tutela della sovranità nazionale e del conservatorismo non possono scindersi e viaggiano insieme.››

Domenico Maria Bruni invece, ha evidenziato come uno dei temi portanti del saggio sia rappresentato dall’importanza che ricopre il linguaggio nel farsi delle nazioni e di come ‹‹chi vuole sottrarre sovranità alle nazioni, spesso cerca di manipolarne la lingua.››

È intervenuto anche l’editore Francesco Giubilei il quale ha effettuato un excursus sui fenomeni e fatti più recenti che segnano la ‹‹continua e graduale sottrazione di sovranità, tema ed idea, questa che ha radici antichissime e nobili come si racconta nel saggio in questione.››

Gianni Alemanno ha sostenuto che ‹‹la tutela della Sovranità Nazionale è intimamente connessa alla tutela della sovranità popolare, come i recenti fatti politici caratterizzanti l’attualità più immediata dimostrano.›› Il libro di Leonardo Giordano è uno strumento per poter riflettere su questo concetto di estrema rilevanza.

Infine la parola all’autore che ha illustrato brevemente la genesi del libro e che si è soffermato su come un ruolo decisivo sulla tutela dell’identità nazionale ‹‹che è presupposto essenziale per riappropriarsi della sovranità politica può essere giocato dalla scuola e dal sistema educativo, purtroppo fatto scadere ed abbandonato in questi ultimi decenni.››

Nicola Romeo: le radici lucane dell’Alfa Romeo

in Storie d'Inchiostro

Nicola Romeo: le radici lucane dell’Alfa Romeo. Il “colpo di genio” quando rilevò l’ Anonima Lombarda Fabbriche Automobili

In Basilicata pochissimi sanno che le origini della famosa casa automobilistica Alfa Romeo, che ancora oggi conta 70.000 soci nei club degli alfisti, sono lucane. Se si esclude una via dedicata al suo fondatore, ing. Nicola Romeo, a Montalbano Jonico, le istituzioni non si sono mai occupate di far conoscere la storia di questo importante personaggio e della sua famiglia. 

Il libro “NICOLA ROMEO – da Cirigliano a Montalbano Jonico, da Sant’Antimo a Milano- Le radici lucane dell’Alfa Romeo” edito da Altrimedia edizioni srl e scritto da Vincenzo Maida, vuole sopperire a tale mancanza. Esso è il frutto di una lunga ricerca, offerta al lettore in forma narrativa, che ricorda le vicissitudini della famiglia Romeo dalla seconda metà del 1700 fino alla fondazione dell’Alfa Romeo da parte dell’ing. Nicola Romeo e alla sua morte a Magreglio in provincia di Como nel 1938. 

Il leggendario marchio automobilistico Alfa Romeo dunque ha radici lucane. Maurizio Romeo, genitore del “patron” dell’Alfa Nicola, era infatti originario di Montalbano Jonico. Portando alla luce dettagli, documenti storici e riscoprendo alcuni luoghi lucani che in un certo senso sono comprimari nelle vicende della famiglia Romeo, in Nicola Romeo Vincenzo Maida, tratteggia un ritratto inedito, umano e professionale, del grande imprenditore e regala, al tempo stesso, una full immersion nella storia di un’auto di successo.

Una vicenda umana e professionale che affonda le radici in una storia familiare tutta lucana, in modo specifico della provincia di Matera, per poi irradiarsi a livello nazionale e internazionale. Essa ha un grande valore educativo, oltre che un importante valore divulgativo. 

A Montalbano Jonico è ancora in piedi, disabitato e parzialmente in vendita, il palazzo Guida-Romeo, edificato intorno al 1540,  dove nacque il padre del fondatore dell’Alfa Romeo.

Nicola Romeo, padre di Maurizio e nonno del fondatore dell’Alfa Romeo, nel 1843 partì da Cirigliano, il più piccolo comune della provincia di Matera, e andò a sposare Lucia Guida a Montalbano Jonico. Ebbe due figli Maurizio e Antonia Maria che rimasero orfani di entrambi i genitori ancora bambini.

Già nel 1831 Giovanni Egidio Romeo, fratello di Nicola, aveva sposato a Montalbano Jonico Laura Misuriello, ma a differenza del fratello, che si stabili a Montalbano Jonico, tornò a vivere a Cirigliano. Nel piccolo comune dell’alta collina materana ci sono ancora diverse famiglie che portano il cognome Romeo e che come tutta la comunità non sapevano di questo legame con il fondatore dell’Alfa Romeo. Maida ha rintracciato, grazie ad alcuni documenti, anche la via del centro storico di Cirigliano dove abitava il bisnonno dell’ing. Nicola Romeo, Leonardo Romeo, e il suo certificato di morte a 78 anni, nel 1845, nel reparto dell’ospedale di Potenza riservato ai detenuti.

Maurizio Romeo, orfano in tenera età di entrambi i genitori, a circa 30 anni si trasferì a Sant’Antimo in provincia di Napoli, era un maestro elementare. Tra le sue alunne vi era Consilia Taglialatela. Se ne innamorò e non appena lei compì 15 anni la sposò. Il primogenito di otto figli, lo chiamò Nicola come il padre. Ai suoi familiari e amici montalbanesi, andati a Sant’Antimo per il battesimo, promise: questo figlio lo farò ingegnere. Nel 1899 Nicola Romeo si laureò a Napoli in ingegneria civile a 23 anni e appena dopo andò a Liegi a conseguire una seconda laurea in ingegneria elettrotecnica. Tornato in Italia progettò la ferrovia elettrica Tivoli Roma. Fondò numerose società, ma

il colpo di genio lo ebbe nel 1915, quando rilevò una fabbrica di auto che era fallita, l’ALFA ( anonima lombarda fabbriche automobili ). Ci aggiunse il suo cognome e fondò una delle case automobilistiche più famose al mondo: l’Alfa Romeo.

Voleva togliere il simbolo del biscione e sostituirlo con quello del Vesuvio, ma la vecchia proprietà minacciò di far saltare il contratto. 

L’ing. Nicola con i primi soldi che guadagnò, memore del fatto che il padre era stata nell’infanzia un orfano di entrambi i genitori, finanziò a Napoli un orfanotrofio. Questo gesto gli valse importanti riconoscimenti nella città partenopea. Una delle sue sorelle si chiamava Giulietta. In appendice al libro Maida pubblica certificati e nascita e di morte delle famiglie Guida-Romeo. Un cappella gentilizia dedicata a San Leonardo, protettore dei carcerati, tutt’ora ben conservata,  venne costruita verso la metà del 1700 nel centro storico di Montalbano Jonico da Vittorio Guida, un antenato dell’ing. Nicola Romeo. Questa ed altre notizie inedite sono contenute nella pubblicazione di Maida, che nel corso dell’estate è stata presentata anche a Cirigliano con un notevole riscontro di pubblico.   

Vincenzo Maida è stato per molti anni responsabile dell’ufficio stampa dell’Azienda Sanitaria di Matera, ha collaborato con diverse testate giornalistiche ed ha all’attivo numerose pubblicazioni. Si è cimentato sin da giovanissimo con la drammaturgia e sulla sua produzione letteraria qualche anno fa è stata discussa una tesi di laurea con il prof. Guccini presso il DAMS dell’Università di Bologna. 

#iorestoacasamaescoilibri. Parte la nostra iniziativa instagram che mette alla porta i libri

in Cultura/Storie d'Inchiostro

I libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale.
Amos Oz

Con questa citazione dell’autore israeliano Amos Oz, scomparso due anni fa, vogliamo spiegare l’iniziativa social partita su instagram da poche ore e della quale puoi essere protagonista anche tu. Sono giorni di profondo abbandono e sconforto per tutti noi; di isolamento forzato per il bene individuale e collettivo; di lutto e di lacrime. Rallentati i ritmi frenetici, ridotti i rapporti sociali e le attività lavorative al minimo, abbiamo più tempo da dedicare ad attività più introspettive, meditative, come leggere.

La lettrice di Fernando Botero, 2002

Perché se è vero che noi abbiamo l’obbligo di restare a casa, questo non vale per i nostri libri, che possono uscire dalle loro dimore, dai loro scaffali, dalle librerie impolverate, dove ci aspettano con trepidazione per esser letti. “I libri mi hanno salvato dalla disperazione” diceva Simone de Beauvoir, e cosa stiamo aspettando per farci salvare  da essi dalla disperazione di questi giorni?

Ed allora vi chiediamo semplicemente di condividere con una foto nelle vostre storie di instagram la vostra lettura attuale, la storia al cui fascino avete finalmente ceduto, commentandola con una parola, un pensiero, taggando il Met e mettendo in circolo l’hashtag #iorestoacasamaescoilibri.

‌Vincent van Gogh, La lettrice di romanzi, 1888

Scommetto che il selfie con il vostro autore preferito non l’avete mai fatto: insomma cosa state aspettando? Restiamo a casa ma restiamo anche uniti attraverso i libri che sono ponti ostinati, uniscono, creano legami (G. Avigliano).

Buone letture, e siate fotogenici con i vostri libri!

Scrittori in gonnella: nom de plume maschili per donne

in Cultura/Storie d'Inchiostro

 

Le tre sorelle Anne, Emily e Charlotte Brontë ritratte dal fratello Patrick Branwell

Oggi  8 marzo la nostra rubrica vuole festeggiare le donne raccontando il piccolo dramma di grandi scrittrici di ieri e di oggi, che per dar alla  luce i propri libri, rilegati nell’oscurità del cassetto, hanno scelto pseudomini maschili. Considerate figlie minori del dio Apollo, incapaci di trattare temi importanti e sociali al di fuori  della “letteratura rosa” per donna, molte personalità geniali in gonnella hanno dovuto indossare “pantaloni letterari” per esser prese in considerazione dal grande pubblico e per poter trattare temi ritenuti inadatti per il gentil sesso. “Avverse alla pubblicità personale, abbiamo velato i nostri propri nomi sotto quelli di Currer, Ellis e Acton Bell; la scelta ambigua è dettata da una sorta di scrupolo di coscienza, assumendo nomi di battesimo positivamente maschili, noi non ci dichiariamo donne, anche perché ciò che scriviamo non vogliamo che venga fatto rientrare sotto un’etichetta. Vogliamo evitare il pregiudizio”, queste sono le parole di Charlotte, la sorella maggiore delle tre Brönte, chiarificanti circa la situazioni delle scrittrici dell’ 800.

George Eliot all’anagrafe Mary Anna Evans

Anche la scrittrice Mary Shelley ( all’anagrafe Mary Wollstonecraft Godwin ), nota per il suo Frankestein, vittima del pregiudizio di esser donna e di trattare temi non convenienti  per il suo genere, pubblicò le sue opere in anonimato o prendendo in  prestito il nome del marito Percey Shelley.  Curioso è l’episodio della rivelazione  della vera identità da parte delle già citate Brönte al loro editore Smith, Elder & Co. (che si era convinto che tutti i romanzi fossero stati scritti dall’inesistente Ellis Bell). L’editore restò sorpreso, ma preferì continuare a pubblicare i libri con nomi maschili per non scioccare il pubblico. Fu Charlotte, l’ultima superstite, a riabilitare il cognome Brönte per tutte le sorelle.

Alcune scrittrici sono passate alla storia con un nom de plume maschile, gettando nell’oscurità la propria vera identità, come  la scrittrice dell’ epoca  vittoriana  Mary Anna

George Sand,all’anagrafe Aurore Dupin de Francueil ,che fuma in abiti maschili

Evans, meglio conosciuta come George Eliot, autrice di Middlemarch, Il mulino sulla Floss, e l’ anticonformista Aurore Dupin de Francueil (1804-1876), che non solo su carta ma nella vita reale dei salotti francesi indossava gli  abiti maschili di George Sand. Una vera e proprio cross dresser sia nelle sembianze che nella vita privata, ricca di numerose relazioni sentimentali con i più svariati artisti (Chopin, Merimée e De Musset).  Più recente è il caso di  Katharine Burdekin che nel 1937 pubblicò  “La notte della svastica”, romanzo premonitore degli orrori nazisti con il nome di Murray Costantine.  Significativa ai  giorni nostri  è l’esperienza  dell’autrice di Harry Potter che ha scelto di firmare la sua opera come J. K Rowling , rinnegando il suo nome di battesimo  Joanne per ragioni commerciali,  spiegando che i ragazzi avrebbero perso interesse pensando che il suo libro fosse stato scritto da una donna.

J. K. Rowling, autrice di Harry Potter

Donne dalla mente vivace e creativa, con tanto da dire all’umanità  e che per divulgare le proprie idee intelligentemente  hanno aggirato l’ostacolo del pregiudizio sociale di un mondo maschilista e patriarcale con un piccolo sacrificio sul proprio ego. A loro va il merito di aver dimostrato che il mondo della lettere e della poesia appartiene a tutti , indipendentemente dalla composizione dei propri cromosomi sessuali. Buona festa delle donne!

 

Sulla strada di Jack Kerouac. Viaggio nel delirio della vita

in Cultura/Storie d'Inchiostro
La strada entra nella casa- U.Boccioni- 1911

Febbre, frenesia, gioventù bruciata, droga, alcol, promiscuità sessuale, follia, vagabondaggio, queste sono solo alcune delle cose che potrete trovare Sulla strada di Jack Kerouac, uno dei libri più rappresentativi della beat generation. La storia del giovane scrittore Sal Paradiso, che povero in canna decide di viaggiare per il vasto territorio americano da Est a Ovest, da Nord a Sud, in autostop o noleggiando auto con altre anime disperate, è la storia del giovane che abita in ognuno di noi, che si affaccia alla vita a tutta birra (è proprio il caso di dirlo) con un salto nel vuoto,  un viaggio senza mezzi sicuri o programmi ,alla scoperta del suo posto nel mondo. Il viaggio come metafora della nostra vita: come nella nostra esistenza durante il viaggio si fanno incontri, si dicono addii, ci si ritrova, si cerca di dare un senso. Cruciale è la conoscenza per il nostro Sal di Dean Moriarty, un avanzo di riformatorio, con un padre vagabondo ed alcolizzato, cinque anni più giovane, ma che diventa leader del gruppo, il “capo”. Folle come pochi, tre volte sposato e due volte divorziato, con tre figli con due donne diverse, Dean è uno spericolato guidatore ( Dean era di nuovo felice. Tutto quello che gli ci voleva era un volante tra le mani e quattro ruote su strada), ladro di auto, sperimentatore di droghe, in cerca del suo vecchio vagabondo per tutta l’America. Un’anima in pena, irrequieta, egoista che troverà solo in Sal l’amico fedele nonostante lo scorrere del tempo, con il quale condividere il viaggio verso l’estremo sud, in Messico, verso una realtà così diversa sia climaticamente che umanamente, “la vena essenziale della primitivita’ fondamentale”. Pagine forse troppo trasgressive per i moralisti e i conservatori degli anni 50’ e di oggi, ma che sono il campione dei tessuti più giovani colpiti dall’infezione sociale di non avere un punto di riferimento stabile ( sia Dean che Sal sono senza padre). La lettura è scorrevole, fluida, una prosa spontanea come Kerouac ama definirla, anche se a tratti un po’ ripetitiva nei soggetti, negli ambienti, nel delirio febbricitante di queste giovani anime, sempre a caccia di sesso, droga, be-bop, mambo e sax. Esperienze di vita raccontate con un tocco di poesia, sugli sfondi cangianti della vasta America, gettate ai bordi della strada, come rifiuti sporchi, dimenticati da un  Dio un pò distratto, ma che vi invito a raccogliere, perché dietro nascondono una storia, uno slancio di vita estremo e coraggioso, come quello di un fiore che cresce nell’asfalto.

Non abbiate quindi paura di far salire sull’auto delle vostre letture Sal e i suoi amici vagabondi. Allieteranno il vostro viaggio e arricchiranno, anche se poverissimi, il vostro bagaglio culturale! Buona lettura!

Jack Kerouac, mito evergreen della cultura giovanile, è stato il padre della Beat Generation, che fu una rivoluzione culturale, oltre che linguistica e letteraria.Nato nel 1922  a Lowell, nel Massachusetts, da una famiglia franco-canadese cattolica, intraprese presto una vita da vagabondo, entrando in contatto con culture e personaggi diversi. Tra questi il poeta Allen Ginsberg con cui diede vita a un nuovo movimento culturale, la “Beat Generation”, che influenzò i movimenti studenteschi degli anni Sessanta e artisti simbolo dei giovani, come Bob Dylan.I viaggi in automobile, attraverso gli USA, in compagnia dell’amico Neal Cassady ispirarono il romanzo Sulla strada (“On the road”, 1957), vero manifesto della generazione “beat” e di uno stile di vita che incarna i sogni di libertà dei giovani di ogni tempo. Autore di una ventina di romanzi, tra cui “I sotterranei”, “Dottor Sax” e “Big Sur” del 1962, Kerouac morì a St. Petersburg nell’ottobre del 1969, distrutto dall’alcolismo.

Il male oscuro di Giuseppe Berto. Istruzioni per “cardare” la mente

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Edvard Munch-Melancolia-1894-1896

Conoscete il significato del verbo “cardare”? Il dizionario ci viene in aiuto: “districare fibre tessili, rendendole parallele ed eliminandone al tempo stesso le impurità”. Questo verbo, che ci porta alla mente ricordi di un passato non troppo remoto quando le nostre nonne lavavano i materassi e la lana in essi contenuta, ha uno stretto nesso con il libro Il male oscuro. Ora vi spiego il perché.  Per approcciarvi alla sua lettura dovrete immaginare al posto di una delle nostre nonnine un pò curve un trentottenne forte e robusto, reduce dalla guerra in Africa del Nord e in Abissinia, intento a questa operazione domestica per tutte le pagine di questo libro, non con la lana, ma con la sua mente. Sulla stregua di  Svevo e di Gadda,  lo scrittore e sceneggiatore veneto  Giuseppe Berto, infatti, districa i fili della sua mente tra Es, io e Super Io, grazie all’aiuto dello psichiatra freudiano il vecchietto, e li stende al sole, li rende pubblici così che gli “acari” in essi contenuti, i traumi che hanno contaminato la sua anima possano scomparire. Affetto da un disagio psichico definito scientificamente nevrosi d’angoscia, ma conosciuto in modo profano dall’autore come ” male oscuro”, termine coniato da Gadda nel suo “La cognizione del dolore”, Berto appare come un giunco piegato da una sofferenza senza causa apparente, senza nome, esplosa dopo la morte paterna. Un male oscuro che parte come calore dalle cinque vertebre lombari e si propaga al cervelletto, e  fa percepire il pavimento mobile, il  dolore al colon, gli impedisce di lavorare e lo colma di  paure. Percorrendo il corso di un fiume di parole non interrotte dalla punteggiatura, attraverso l’ uso del linguaggio parlato e in esclamazioni colorite, in flussi di coscienza nei quali non è l’inconscio ad urlare, ma la mente più fredda possibile, intenta ad analizzare  le origini del suo blocco emotivo e creativo, Berto fa luce sulla sua primissima infanzia, sul rapporto conflittuale con il padre autoritario, con la madre e le sorelle, sulla sua sessualità. Al suo fianco sempre la moglie, la ragazzetta, che nonostante i litigi, lo sostiene fino al termine della cura, fornendoci un bellissimo esempio di chi ama e soffre in silenzio per il disagio psichico del proprio caro. Per Berto scrivere è un modo per fare igiene nella mente, per descrivere il percorso psicanalitico intrapreso e non sempre condiviso, parlare con se stesso, senza omettere niente. Capolavoro non solo per gli addetti del mestiere psicoterapeutico, Il male oscuro è un’ opera dalla grande valenza umana.

A fine lettura vi sembrerà di dire addio ad un amico ironico e un pò logorroico che vi ha parlato del suo difficile mestiere di vivere; il suo commiato vi getterà tra le braccia del triste senso di impotenza di non poter/saper lenire la sua solitudine, da lui stesso ricercata  in un paesino in cima allo sperone calabrese, Capo Vaticano, ove Berto trovò riparo da tutti e da tutto per scrivere indisturbato al e del  suo male oscuro. Buona lettura e buone pulizie di primavera letterarie e mentali!

PS: Se siete allergici alla polvere o agli acari e al disagio psichico si prega di desistere dalla lettura.

Giuseppe Berto (1914-1978) nacque a Mogliano Veneto e visse tra Roma e Capo Vaticano.Ha partecipato alla seconda guerra mondiale sul fronte africano , il cui diario-testimonianza è Guerra in camicia nera (1955) ed è poi stato prigioniero di guerra in un campo statunitense maturando un distacco dal fascismo. Laureato in Lettere, lasciò l’insegnamento per dedicarsi alla scrittura. Le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi, dalla Cina alla Russia, dal Brasile alla Svezia. Tra queste ricordiamo il romanzo d’esordio Il cielo è rosso (1947), il grande successo Il male oscuro (1964) e la raccolta Tutti i racconti.

 

Sillabario N. 2 di Goffredo Parise. A scuola di emozioni

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Maestro con allievo – Giovanni Costantini (1872-194)

Come coriandoli colorati a Carnevale, questi racconti di Goffredo Parise vi cadranno addosso con leggerezza, vivacità, quasi senza accorgervene. Vi sentirete accarezzare il volto da queste emozioni, messe in ordine alfabetico dalla lettera” f “alla “s”( Sillabario N.1 raccoglie i racconti dalla “a” alla “f”), e che l’autore cerca di catturare con la sua rete d’inchiostro, come se fossero farfalle di straordinaria bellezza, da catalogare, conservare, condividere con i lettori. Esperimento letterario ben riuscito, Premio strega 1982 e Premio Selezione Campiello, Sillabario n.2 cerca di colmare le nostre lacune sentimentali, di porre fine al nostro analfabetismo emotivo: attraverso storie di personaggi semplici, comuni, per lo più borghesi o con l’esperienza del fascismo sulle spalle, sullo sfondo soprattutto di città come Roma e Venezia, Parise ci regala schegge di vita vissuta, piccoli frantumi di esperienza umana semplice, autentica, quadri d’autore , non falsi. Sillabario N.2  apre un piccolo spiraglio di luce nella stanza buia dell’esistenza umana, e  cerca di spiegarci attraverso il vivere dei suoi personaggi emozioni universalmente provate, come la paura, la solitudine, il fascino, la genitorialità, la guerra. Con tutta la pragmaticita’ di un uomo del dopoguerra italiano, l’autore converte la poesia in prosa per renderla masticabile ai più, per farla scendere dal suo piedistallo di alloro e mescolarla alla vita di tutti i giorni, magari in una campagna fitta di nebbia all’alba del Nord Italia ( ricordo della sua infanzia vicentina). E nel suo esser maestro dell’intangibile sentimento, con umiltà riconosce l’impossibilità di comandare, governare, creare ex novo le emozioni, regalandoci un altro grande insegnamento di vita.

“La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un po’ come la vita, soprattutto come l’amore”, dirà nelle sue avvertenze al lettore. Buona lettura, e buona lezione di emozioni!

Goffredo Parise è stato uno scrittore e giornalista italiano. Comincia a scrivere collaborando con giornali come L’Alto Adige, L’Arena, il Corriere della Sera. Nel 1950 appare il suo primo romanzo, Il ragazzo morto e le comete, pubblicato dall’amico Neri Pozza ma stroncato dalla critica. Nel 1953 è la volta de La grande vacanza accompagnato questa volta da una lusinghiera recensione di Eugenio Montale sul Corriere della Sera.È Leo Longanesi ad incoraggiarlo a continuare a scrivere: arriveranno Il prete bello (1954); Il Fidanzamento (1956); Amore e Fervore (1959). La bravura del Parise giornalista emerge da alcuni reportage di viaggio, come Cara Cina (1966), Due o tre cose sul Vietnam (1967) e il libro dedicato al Giappone L’eleganza è frigida (1982). Tra gli altri scritti, tra romanzi, saggi, racconti e poesie, ricordiamo, postumi, L’odore del sangue e I Movimenti remoti, opera sperimentale del ‘48 in versi e prosa andata misteriosamente persa per 50 anni e pubblicata per i tipi di Fandango nel 2007.
L’intera opera di Parise è raccolta nei Meridiani, prestigiosa collana Mondadori.

La ballata di Adam Henry di Ian McEwan. La vita dietro la scrivania di un giudice

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Vincent van Gogh, La resurrezione di Lazzaro (da Rembrandt), 1889, Van Gogh Museum, Amsterdam

Da piccoli abbiamo sognato tutti di avere superpoteri, magari di essere un Dio, dai cui capricci dipendono le sorti del mondo. Essere un dio, o un suo sacerdote/essa ha anche i suoi contro. Può significare portare un peso atroce, avere il peso della felicità delle vite degli altri dipendente dalle proprie scelte. Ne sa qualcosa il giudice dell’Alta Corte d’Appello Fiona Maye, una cinquantanovenne, che per amore della giustizia e della legge ha sacrificato ( ” fiera con la toga indosso, Fiona seppe che apparteneva alla legge come certe donne del passato si erano votate spose di Cristo..”cit.)  la sua maternità ed anche la sua sessualità durante il matrimonio con Jack, elemento che mette in grave crisi la loro relazione. Donna in carriera, proprio come un Dio, il giudice dovrà gettare la moneta per fare testa- croce su questioni di vita o di morte, come la separazione di due gemelli siamesi, ed in piena crisi matrimoniale  s’ imbatterà in un ragazzo dal destino crudele, anche lui con la sua personale crisi,  quella adolescenziale. Adam Henry è un ragazzo prossimo alla maggiore età, intelligente, poeta, bello e purtroppo malato di leucemia. Adam ha bisogno di trasfusioni di sangue, ma, la sua religione di Testimone di Geova, ne vieta l’uso. Il giudice dovrà fare la scelta giusta per salvargli la vita e magari salvare anche se stessa ed il suo matrimonio. Riuscirà a gettare la sua corazza da vestale, ad uscire da schemi, regole, leggi, comandamenti e a vivere in modo autentico e spontaneo la propria vita, i propri sentimenti? Ian McEwan stende un velo drammatico in queste pagine e sembra volerci dire che anche Dio, o chi ne fa le sue veci manifestando il suo potere di giudicante, ha i suoi problemi, le sue contraddizioni e l’autore fa suo il noto motto del”calzolaio che va in giro con le scarpe rotte”: questa donna senza una famiglia, con una vita privata che va a rotoli, s’imbatte in altre situazioni critiche che deve giudicare e delle quali deve cambiarne il corso.Il giudice Maye non riesce a mettere in pratica l’amore e il buon senso che tanto professa nelle sue sentenze, dimostrando come questi sentimenti siano di pertinenza al mondo delle idee, ad un mondo superiore, non terreno. Con una prosa fluida, avvincente, ricca di riferimenti legali McEwan racconta una dramma, che lascia in bocca un po’ di amaro, ma non troppo. Come in un tribunale espone i fatti, ed i fatti, con il loro contorno di sentimenti, autoanalisi, parlano da soli. A voi lettori tocca giudicare. Buona lettura.

The Children Act- Il verdetto è un film del 2017 diretto da Richard Eyre e basato su questo romanzo.

Ian McEwan è nato a Aldershott nel 1948. Suo padre era militare di carriera, la famiglia si sposta seguendo gli spostamenti del padre. Vive a Singapore e poi a Tripoli. Dopo il collegio, nel Suffolk, passa un anno a Londra facendo lo spazzino. Studia letteratura inglese e francese alla Sussex University. Dal 1982 vive a Oxford, con 4 figli e la moglie. Ama condurre una vita tranquilla e metodica.Esordisce nel 1974 con un libro di racconti Primo amore, ultimi riti. Scrive poi: Fra le lenzuola ed altri racconti (1978), Il giardino di cemento (1978) suo primo romanzo che impose McEwan all’attenzione della cultura europea, Cortesie per gli ospiti (1981), Bambini nel tempo (1987), Cani neri (1993), L’inventore di sogni (1994), L’innocente (The innocent, 1989; esce in Italia con il titolo “Lettera a Berlin”) da cui è stato tratto un film diretto da John Schlesinger. Quest’ultimo romanzo appartiene al genere spionistico, un giallo d’azione con relativa storia d’amore.Sono seguiti: L’amore fatale (1997), Amsterdam (1998), Espiazione (2001).
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