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Storie d’Inchiostro

La pioggia di Rachid Boudjedra. Gutta cavat lapidem

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Pioggia, vapore e velocità, dipinto a olio su tela, 1844-William Turner, National Gallery Londra

I pensieri di una giovane dottoressa algerina cadono come gocce di pioggia su fogli di carta per sei notti consecutive. Pioggia come lacrime sul viso, come flusso mestruale. In preda all’insonnia, la donna senza nome e senza volto, sotto l’influsso benevolo della luna e dell’albero di  gelso, confida a un diario i suoi pensieri:cavalli selvaggi che corrono all’impazzata in un flusso di coscienza portato agli estremi di un burrone, al di sotto del quale si prova un senso di vertigine e di smarrimento, e si intravvedono le porte di nuove dimensioni miste tra sogno e realtà. I neuroni della protagonista vagano verso il passato, verso i ricordi relativi alla sua famiglia sgangherata, ai suoi genitori, ai suoi due fratelli così diversi, a sua zia. Nel suo errare, la giovane fa accenni anche al suo presente, al suo impiego da medico specializzato in malattie dell’apparato genitale. Sembra uno scherzo del destino che  si dedichi alla cura di queste patologie, lei, che vive un rapporto conflittuale e sofferto con l’altro sesso.  La sessualità è il perno di questo diario “oscuro”: la ragazza riporta l’episodio relativo al suo ingresso nella pubertà, il suo primo rapporto sessuale, l’esser nubile. Come una pallina in un flipper la sua mente è sballotollata da una parte all’altra, caoticamente, violentemente, senza sosta,ma con una lentezza quasi snervante. Il ritmo dei suoi pensieri è rallentato; ogni parola si prende il tempo necessario ad una goccia di pioggia per raggiungere dal cielo la terra,ogni parola cade insieme alle altre. Ciò si riflette in una mancanza di punteggiatura, di pause, di rispetto delle regole. Nella mente della dottoressa vigono altre leggi e la sua essenza interiore scorre sulle pagine come un fluido che non può esser frammentato. “Gutta cavat lapidem” dicevano i latini. La goccia scava la roccia.  Così il lavorio notturno della mente scava lentamente la corazza interiore e fa fuoriuscire la vera natura fragile della protagonista; una natura tormentata, traumatizzata. Come le nuvole partoriscono gocce di pioggia anche la giovane imparerà a mettere al mondo le sue lacrime represse. Boudjedra, in poco più di cento pagine,ci fa penetrare nella selva oscura di un’anima esasperata e senza amore,dilaniata dalla solitudine. Non mi sento di consigliarne la lettura a tutti:” La pioggia” è un libro per chi non ha paura di toccare l’abisso, di camminare all’ombra di un cuore spento, di perlustrare gli anfratti di una profonda tristezza. Se siete dei “grammar nazi” e rischiate di svenire a ogni virgola fuori posto, non accarezzate nemmeno la copertina di questo libro; idem se siete alla ricerca di una lettura spensierata. La pioggia è pane per i denti degli amanti dell’introspezione psicologica,capace di amputare qualsiasi elemento reale e di fisicità  e del genere confessionale.

Rachid Boudjedra è uno scrittore algerino di lingua francese (n. Aïn-Beïda 1941). Attivo in gioventù nel Fronte di liberazione nazionale, sin dai primi romanzi ha affrontato il tema dell’abuso di potere nella vita politica, religiosa, sociale, sessuale e familiare (La répudiation, 1969; Le vainqueur de coupe, 1981). Ha pubblicato anche due raccolte di liriche: Pour ne plus rêver (1965) e Greffe (1983). Tra le altre opere: Le désordre des choses (1991); Fils de la haine (1992); Timimoun (1994); Fascination (2000); Les funérailles (2003; trad. it. Cerimoniale, 2004);Hôtel Saint Georges (2007).

Pian della Tortilla di John Steinbeck. Cosa non si fa per un gallone di vino!

in Cultura/Storie d'Inchiostro

John Steinbeck raccoglie i personaggi  di Pian della Tortilla

Fumatori e bevitori di David Tenier il Figlio- 1652, olio, Museo del Prado

direttamente dalla pianta della vita che ha trascorsocome guardiano di fattoria nei ranches, tra avventurieri di ogni nazione. Li ha scelti tra i  frutti dalla forma più buffa, deformata dalla caduta o dalla malattia della dipendenza alcolica: sono quattro paisanos, ” quello strano miscuglio di spagnolo, di indio, di messicano e di varie razze caucasiche”, che vivono nel quartiere Pian della Tortilla della città di Monterey. Danny, Pilon, Pablo, il Pirata e i suoi cinque cani, Gesù Maria sono i nomi di questi popolani furbi che passano la vita al sole,  dormono nei boschi o in prigione e sono capaci di vendersi un organo e di rivoltare il buon senso e la logica comune pur di ottenere un gallone di vino. Uomini dagli istinti primitivi, dagli amori carnali e superficiali, tipici picari senza scrupoli, che vivono alla giornata e rifiutano di cambiare in meglio, ma così svincolati dalla cultura dell’avere , della cura dei beni materiali , così estranei al vivere civile, da esser capaci di portare il lettore in un mondo sregolato di “idee”, di “parola”, vedi il caso del Pirata e della raccolta del denaro per il candeliere d’oro per S. Francesco. Danny è l’amico-pianeta attorno al quale gravitano gli altri come satelliti. Tornato dalla guerra scopre di esser proprietario di ben due case, eredità del nonno, e…di non aver la più pallida idea di cosa farne!

Con uno stile divertente, ironico, vivace, vengono descritte le avventure di questi scavezzacollo e la vita del paese con il locandiere speculatore Torrelli e con  le  donne dai facili costumi , sempre a caccia di uomini da spolpare. Una lettura leggera, spensierata , sul cui sfondo c’è sempre una sfumatura di poesia e uno sguardo rivolto al divino. I paisanos da buoni uomini semplici e istintivi vedono il mondo pervaso dai movimenti invisibili del burattinaio per eccellenza ,Dio,  in nome del quale  si interrogano su se stessi e si pongono come giudici e castigatori degli amici,in chiara sintonia con il modo di fare dello zio Sam americano.

La bolla di sapone di un mondo fondato sull’amicizia e l’abolizione dei beni materiali, come tutte le cose belle, poi svanisce, ma è stato piacevole e un onore prendere un bicchiere di vino rosso con Danny e i suoi amici, e lasciarsi contagiare, anche solo per la durata di una lettura, dallo stordimento di una vita povera e sregolata, ma non per questo meno felice.

John Steinbeck (Salinas ,California, 27/2/1902 – New York, 1968)  è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e della cosiddetta “Generazione perduta”. Dopo aver frequentato la Stanford University senza mai laurearsi, compare sulla scena letteraria con opere minori finché non raggiunge la notorietà con Pian della Tortilla (1935) a cui seguono molti romanzi racconti e saggi tra cui Uomini e topi, La lunga vallata, Furore – opera grazie a cui Steinbeck riceve il Premio Pulitzer -, La luna è tramontata, La valle dell’Eden, Quel fantastico giovedì, Viaggio con Charley. Nel 1962 gli viene conferito il Premio Nobel per la letteratura.

Bagheria di Dacia Maraini: “odi et amo”della scrittrice per la sua Sicilia

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Fosco Maraini, Topazia Alliata e le tre figlie Dacia, Yuki e Toni in Giappone poco dopo la fine del periodo di prigionia, Tokyo, Giappone, 1945

La piccola Dacia arriva nel 1947 a Bagheria, paese natale della madre, dopo  aver trascorso con la sua famiglia due anni in un campo di concentramento in Giappone, tra fame e maltrattamenti.  A Bagheria  Dacia potrà finalmente dire addio alla “cugina idiota”, ossia l’idea della morte sempre presente durante la guerra. In particolare villa Valguarnera, la residenza della nobile famiglia della madre, gli Alliata di Salaparuta,  richiamerà a sé negli anni  la memoria dell’autrice  con un canto  dolceamaro da sirena . Dacia Maraini  snoda in questo libro il cordone ombelicale che la lega alla terra degli agrumi portando alla luce ricordi sui luoghi,le usanze del posto, vecchi traumi, disseppellendo i morti. Il nonno Enrico, la nonna Sonia, la madre Topazia, il padre Fosco,  la zia Felicita e altri personaggi minori rendono vive queste pagine e abitano come fantasmi le vecchie stanze e il giardino settecentesco di Villa Valguarnera. Per la prima volta Dacia Maraini legge ai suoi lettori pagine di vita privata, tenute nell’oscurità dal dolore che il ricordo di Bagheria suscitava nel cuore dell’autrice. Bagheria non è un’isola felice: “la porta del vento” ( significato della parola Bagheria) è stata scardinata da speculatori che hanno distrutto il polmone verde del posto; la mafia, da sempre spalleggiata dalle famiglie aristocratiche del tempo come quella materna, è denunciata senza peli sulla lingua; l’usanza macabra dell’incesto diffusa tra i contadini non è taciuta. Ricordi della sua passata infanzia e adolescenza si mescolano a ricordi più recenti in un divagare libero senza limiti :”Ma questa è un’altra storia,tendo a divagare come un’ubriaca”. Questo disserrare la cassaforte della memoria di famiglia termina sotto gli occhi insofferenti e vivacissimi  del ritratto di Marianna Ucrià, la parente protagonista di un suo noto libro.  Ed è così che Dacia Maraini saluta i lettori , in compagnia dei suoi “figli” di fantasia, e dei suoi sogni, oasi di ristoro da sempre, per gli spiriti miti come il suo.

Dacia Maraini, Fiesole 13 novembre 1936. Narratrice, drammaturga, giornalista. Figlia dell’orientalista Fosco Maraini, ha soggiornato a lungo in Giappone. Autrice d’ambito nettamente moraviano ( si ricorda la lunga relazione avuta con l’autore dal 1962 al 1983), ha cominciato con un romanzo, La vacanza, sulla disponibilità sessuale della gioventù femminile contemporanea. Ha poi evoluto la sua tematica esplicitando l’impegno ideologico, sul versante della rivendicazione della pienezza esistenziale della donna e della protesta contro le tradizioni che la frenano. Nel 1990 ha vinto il Premio Campiello con La lunga vita di Marianna Ucrìa e nel 1999 il Premio Strega con Buio. Il suo ultimo romanzo è Tre donne (Rizzoli 2017).

La buona terra di Pearl S. Buck. Un viaggio tra le campagne cinesi alla scoperta del senso delle cose

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Lavori agricoli in una risaia, miniatura cinese di epoca Ming

Questa storia non è  cibo per cittadini amanti del cemento e delle comodità. È una storia di fatica e sudore , spesso non ripagata, di semplicità e gioia nelle piccole cose, che solo chi è stato punto dalla zanzara dell’amore febbrile per la terra da coltivare può capire. Il protagonista è il contadino Wang Lung, che in età da matrimonio, si lega alla schiava, non bellissima ma operosa, O-Lan. L’arrivo nella casa della donna, prima abitata dai soli due uomini Wang Lung e suo padre, sembra essere una manna dal cielo: la donna non disdegna il lavoro in campagna e la cura della casa. Grazie alla sua parsimonia i due riescono a rilevare la terra dei Hwang, presso i quali O-Lan prestava servizio prima del matrimonio. S’inizia  l’ascesa e il riscatto sociale, ma la terra e il cielo non sono sempre buoni e, in seguito a una carestia, la famiglia, che ora è aumentata di numero, è costretta a emigrare in una città del Sud. Wang Lung lì subirà il trauma di sentirsi straniero, figlio della terra trapiantato in città. Il richiamo dei campi è sempre troppo forte e grazie ad un colpo di fortuna Wang Lung e i suoi riusciranno a tornare a casa  e a ricominciare da capo. Il lettore si sentirà come sulle montagne russe, salendo e precipitando seguendo le vicissitudini di questa famiglia cinese che da povera diventa ricca e rispettata. E in seguito alla tranquillità economica, all’abbandono della continua lotta in campagna per la vita, nel cuore di Wang Lung e dei suoi figli trovano terreno fertile i germi dell’ambizione e della voluttà. Altri drammi infestano la famiglia di Wang Lung come la malattia di O-Lan, l’unica che resta fedele a se stessa. Dal tocco caravaggesco, la storia di questa famiglia è una tela della realtà  quotidiana che appartiene a tutti noi, priva di  giudizi o ipocrisie; mai forse abbiamo sentito il cuore nudo di un uomo con le sue imperfezioni così vicino al nostro . Tocchiamo la vita con mano, in tutte le sue fasi e sfaccettature, proprio come il vecchio Wang Lung teneva stretta tra le mani un pugno della sua buona terra.

Pearl S. Buck (pseudonimo per Pearl Walsh) è nata a Hillsboro (Virginia occidentale) nel 1892, da una coppia di missionari americani trasferiti in Cina poco dopo la sua nascita. L’educazione della Buck, affidata nei primi anni a una governante cinese, fu completata in Inghilterra e in America. Terminati gli studi, Pearl Buck tornò in Cina dove rimase fino al 1932, dedicandosi all’insegnamento. Nel 1934 si stabilì definitivamente in America; nel 1938 conseguì il premio Nobel per la letteratura con questa motivazione: “Per le sue ricche ed epiche descrizioni della vita contadina in Cina e per i suoi lavori autobiografici”. Tra i suoi numerosissimi romanzi ricordiamo: Vento dell’Est: vento dell’Ovest, 1930; Figli, 1932, che insieme con La buona terra e La famiglia dispersa, 1935, forma una trilogia; Stirpe di drago, 1942; La saggezza di Madama Wu, 1946; Lettera da Pechino, 1957. Ha scritto inoltre alcuni racconti per ragazzi e un’autobiografia: Le mie patrie, 1954. I suoi ultimi romanzi sono stati La casa dei fiori, Un ponte per I’altra riva e Le ragazze di Madame Liang. Morì il 6 marzo del 1973.

Amore di Isabel Allende. Una carrellata di emozioni selezionate dalla nota scrittrice cilena

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Giulio Aristide Sartorio, La sirena, 1893, Olio su tela applicata su tavola, 71 x 142 cm, Torino, GAM

Tutte le frecce scoccate dall’arco di Cupido durante una vita intera sono raccolte e offerte al lettore dall’autrice di “La casa degli spiriti”. Frammenti di uno specchio che compongono il riflesso del dio Amore sono selezionati dall’ autrice all’ interno delle sue opere più o meno famose: le schegge ritrovate si riferiscono alla perdita del candore infantile, al primo amore, alla gelosia, all’amore scanzonato e all’amore maturo. Ogni pietra miliare che segna la tappa sentimentale e sessuale è decorata da un breve commento introduttivo della stessa autrice in merito  alle scelte artistiche e alle sue personali esperienze d’ intimità senza tabù e omissioni. Da donna caliente del Sud del mondo l’ Allende non può nascondere i particolari più piccanti e osé del rapporto a due, senza scadere nella volgarità, e dipingendo sempre la carnalità  con un’immagine poetica e trascendentale. Isabel Allende si racconta contestualizzando la sua evoluzione di donna e di amante ai vari periodi storici vissuti in prima persona come la rivoluzione sessuale degli anni ’70 e l’affermazione del femminismo. Una lettura forse un po’ priva di brio perché le scene sembrano ripetersi ma dal gusto delicato, spensierato, frizzante. Le lettrici  nelle sue parole e fantasie potranno riconoscersi. Ai lettori sarà concesso per una volta di scrutare  attraverso l’occhio di una donna il mondo dell’eros e dell’amore.

Isabel Allende nasce nel 1942 a Lima, in Perù, ma a soli tre anni si trasferisce in Cile, dove rimarrà fino al 1973. Proprio in Cile, a soli 17 anni, comincia la sua carriera come giornalista.Nel 1962 si sposa con Miguel Frias dal quale avrà due figli, Paula e Nicolas. Il 1973 è un anno fatale per il Cile: a seguito del golpe militare guidato dal generale Augusto Pinochet, l’allora attuale Presidente cileno, Salvador Allende, zio di Isabel, viene assassinato e comincia un lungo e terribile periodo di repressione. Isabel è costretta all’esilio con il marito e i due figli in Venezuela, dove vi rimane per ben 13 anni. Sono anni difficili e il rapporto con il marito si deteriora fino al divorzio nel 1986.  Nel 1983 esordisce con la sua opera più apprezzata “La casa degli spiriti” con forti richiami autobiografici e dal quale sarà tratto l’omonimo film. Tra gli altri romanzi noti “La città delle bestie” “D’amore e ombra”, “L’isola sotto il mare”.Molto toccante è Paula, scritto in ricordo della figlia Paula, morta a soli 28 anni di una malattia rara. Nel 2010 ha ricevuto il Premio Nazionale Cileno per la Letteratura. Allende è oggi cittadina americana e vive in California con il secondo marito William Gordon.

 

La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin di Enrico Ianniello. Il terremoto dell’Irpinia “fischiato” da un bambino

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Tonino Guerra, n. 107, affresco, cm50x40, 2005

La tragica storia del terremoto dell’Irpinia del 80’ è raccontata attraverso gli occhi  e i “fischi” di un bambino di dieci anni, residente a Mattinella. Isidoro Raggiola, questo è il suo nome, è figlio di una coppia innamoratissima e non convenzionale: suo padre è Quirino, un sindacalista comunista strabico e poeta  e sua madre si chiama Stella e fa la pasta in casa per tutto il paese. Isidoro non è un bambino come tutti gli altri: ha il dono particolare di saper fischiare come gli uccelli e questo gli permette di diventare amico di un merlo indiano, Alì. Il bambino parla un linguaggio primitivo, pieno di vita, possibile strumento rivoluzionario nella lotta dei poveri contro i ricchi. Grazie alla sua ironia e al suo dono, Isidoro diventa celebre per tutta l’Irpinia e tutti lo acclamano. In quest’atmosfera di magica spensieratezza, la vita “vera” viene a bussare con forza alla porta di Isidoro prima con le crisi epilettiche di Marella, la sua innamorata, e poi con le scosse sismiche che demoliranno per sempre la vita del piccolo fischiatore. Ma il destino è ancora pieno di sorprese strabilianti per questo bambino prodigio che conoscerà, diventando gli occhi per il cieco cinquantenne Enzo, la bellezza di Napoli e la solitudine della vita di un uomo dalla sensibilità troppo acuta. Un libro goliardico, dove potersi far cullare dalla dolcezza della semplicità e della saggezza popolare. In questa sua prima produzione letteraria, Enrico Ianniello, noto attore, ha superato brillantemente la prova, mettendo nero su carta un pizzico della sua arte d’interprete delle anime altrui. Trattando temi profondi con una filosofia tutta mediterranea, alla Totò, l’autore ci commuove in un modo salutare, senza rattristarci. Non sempre capita a bordo delle nostre vite di lettori di avere un dito che ci indica all’orizzonte una possibile terra migliore, più genuina e giusta: la vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin è quel dito magico. Anche se la scelta di un linguaggio scritto dialettale può costituire una barriera per chi non è del Sud-Italia, il libro di Enrico Ianniello parla dritto al cuore di tutti gli abitanti dello stivale , con messaggi universali  di una saggezza quasi “illuminante”e, della quale abbiamo oggi tutti  così bisogno.

Enrico Ianniello (Caserta, 1970) è un attore, regista e traduttore. Ha lavorato a lungo nella compagnia di Toni Servillo. Dal catalano ha tradotto le opere di Pau Miró, Jordi Galceran, Sergi Belbel. Al cinema ha lavorato con Nanni Moretti, in televisione è il commissario Nappi della serie “Un passo dal cielo”. La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin (Feltrinelli, 2015), il suo primo romanzo, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2015 e diversi altri premi, tra cui Il premio John Fante Opera prima 2015, il Premio Cuneo 2015 e il premio Selezione Bancarella 2015. Per Feltrinelli ha pubblicato anche, nella collana digitale Zoom Flash, Appocundría (2016) e il romanzo La Compagnia delle Illusioni (2019).

Sylvia Plath, la poetessa che viveva sull’orlo della perfezione

in Cultura/Storie d'Inchiostro

“Morire è un’arte / come qualunque altra cosa / io lo faccio in modo eccezionale”.

In questi versi tratti dalla poesia Lady Lazarus sono custoditi  la vita e la poetica della statunitense Sylvia Plath, due rami intrecciati e inseparabili di un albero che puntano verso il cielo infinito. Questo a significare che non si può parlare della Sylvia Plath poetessa, senza parlare prima di Sylvia, la ragazza che voleva esser Dio e arrivare sempre prima degli altri per bellezza e talento. Insieme a Anne Sexton, la Plath è nota per essere una delle maggiori esponenti della poesia confessionale, genere promosso da Robert Lowell negli Stati Uniti degli anni 50′-60′.  La materia prima di questo fare poesia è il  vissuto personale del poeta e i suoi traumi. La poesia diventa un contenitore nel quale gettare tutte le cattive emozioni, l’io maltrattato.  Nella sua poesia Sylvia Plath riversa  il suo esser figlia di  genitori tedeschi emigrati nel Nuovo mondo; il rapporto conflittuale con il fratellino appena nato, l’aver perso il padre a soli otto anni, l’esser continuo oggetto delle ansie da prestazione e delle manie di perfezione della madre. I versi di Sylvia parlano del dolore per la fine del suo matrimonio con il poeta laureato Ted Hughes (sul quale aleggiano accuse e sospetti di violenze domestiche), il genio che Sylvia aveva deciso di adorare e che, come suo padre, l’ha abbandonata per sempre. Freud diceva che “Chi è felice non scrive poesia”, e Sylvia Plath sembra aver tatuato sulla sua pelle questo assunto vivendolo ogni giorno della sua breve vita. A vent’anni si registra già il suo primo tentativo di suicidio in seguito a un forte stress dovuto alla sua prima esperienza lavorativa presso il giornale di moda Mademoiselle di New York; esperienza raccontata nella sua unica opera in prosa “La campana di vetro” e nella poesia Lady Lazarus. A trent’anni, con i resti di un matrimonio andato in pezzi, e due figli piccoli, Sylvia decide di dare al mondo prova di eccellere anche nel morire.  Il mattino dell’ 11 febbraio 1963 Sylvia cura tutti i particolari : lascia la colazione per i suoi due bambini sui rispettivi comodini, apre le finestre  e sigilla con il nastro adesivo le porte delle loro camere, lascia un biglietto per il suo medico e poi accende il forno a gas ponendo la  testa nel forno aperto. Il demone della negazione che abitava in lei ha vinto la sua battaglia finale.

 

Sylvia Plath con il marito-poeta Ted Hughes

Ariel è la raccolta uscita  postuma nel 1965 delle poesie della Plath. Leggerla è per il lettore un’esperienza sconvolgente. E’ come trovarsi rinchiusi in una cella insonorizzata con un matto ed essere l’unico testimone del suo delirio; è come restare intrappolati in fondo ad un pozzo tetro e cercare aiuto, acutizzando tutti i sensi, anche quelli che si crede di non possedere. Leggere i versi di questa giovane mente disperata significa parlare con gli oggetti, con gli eventi quotidiani, con l’esser donna, madre, moglie in una lingua viva ed elettrizzante, ma sepolta da anni di conformismo e aspettative sociali. Significa parlare tramite il senso della poesia. O come diceva Robert Lowell dei suoi versi, che “giocano alla roulette russa con sei pallottole nella pistola”, nella terra di confine tra la vita e la morte. Così  come è stato.

I  suoi versi continuano a vivere per lei e a squarciare il foglio bianco con l’urlo della sua anima ferita.

 Orlo è l’ultima poesia scritta prima del fatale gesto. Buona lettura.

Caspar David Friedrich: Donna alla finestra, cm. 44 x 37, Nationalgalerie, Berlino

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Orlo

La donna è a perfezione.

Il suo morto

Corpo ha il sorriso del compimento,

un’illusione di greca necessità

scorre lungo i drappeggi della sua toga,

i suoi nudi

piedi sembran dire:

abbiamo tanto camminato, è finita.

Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno

come un bianco serpente a una delle due piccole

tazze del latte, ora vuote.

Lei li ha riavvolti

Dentro il suo corpo come petali

di una rosa richiusa quando il giardino

s’intorpidisce e sanguinano odori

dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

Niente di cui rattristarsi ha la luna

che guarda dal suo cappuccio d’osso.

A certe cose è ormai abituata.

Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

L’ amante di Marguerite Duras. Una storia d’amore che ha il sapore di una medicina amara

in Cultura/Storie d'Inchiostro

L’abbraccio di Egon Schiele – 1917, olio su tela, 150×170 cm, Vienna, Österreichische Galerie.

 

In questo breve romanzo autobiografico Marguerite Duras ci afferra per mano e ci conduce per le buie scale che portano all’obitorio, lì dove ci mostrerà la sua anima e le sue ferite mortali. L’amante, infatti, non è solo un libro che parla di un amore travagliato tra una giovanissima e povera colona francese nel Vietnam di inizio Novecento e un ricco trentenne cinese; è anche la storia di una ragazzina (la stessa autrice) che vive in miseria senza padre, lasciata alle cure di una madre assente, alle prepotenze del fratello maggiore, dilaniata dalla sofferenza per la morte del fratello minore. Eventi che lasciano il segno, come le rughe che l’autrice descrive sul suo volto all’inizio del libro: la Marguerite Duras bambina è raccontata dalla Marguerite Duras adulta che guarda attraverso un velo nostalgico e triste il suo passato primo amore.  Con una descrizione secca, precisa, senza pudori, la Duras ci mette al corrente dei traumi, che ognuno di noi nasconde nel cuore, che l’hanno portata a essere la donna, forse prima del tempo. Una confessione autobiografica senza veli scritta sembra, in primo luogo, per se stessa, di getto, con repentini flashback e, a tratti, un arzigogolato flusso di coscienza. La Duras, ora che la tempesta è passata, ed è una donna adulta, guarda i suoi demoni in faccia. Al lettore non resta che coprire con un telo l’anima ferita della scrittrice per non bagnarla con le lacrime di commozione che verserà alla fine del racconto di questa forte passione, che, come un fiume in piena bello e spaventoso allo stesso tempo, lo travolgerà.

L’amante, uscito nel 1992, è il film diretto da Jean-Jacques Annaud tratto da questo romanzo.

 Marguerite Duras(1914-1996), è considerata una delle più grandi scrittrici francesi del Novecento. Ha vissuto nell’Indocina francese (l’attuale Vietnam) fino a diciotto anni. Rientrata in Francia nel 1932, ha preso parte alla Resistenza e ha militato nel dopoguerra nelle file del PCF a cui è stata espulsa nel 1950. La sua opera, riconosciuta nel mondo intero, conta titoli che hanno fatto epoca: Hiroshima mon amour, Moderato cantabile, Il rapimento di Lol V. Stein, In-­dia Song e L’amante, che hanno imposto il suo stile inimitabile e la sua conoscenza profonda della passione amorosa.

Incontro con l’autore Stefano Labbia e le sue “Piccole vite infelici”

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Ospite “virtuale”  della nostra rubrica è oggi il giovane (classe 84′) scrittore e artista poliedrico Stefano Labbia. Di origini brasiliane, ma nato a Roma, Stefano è autore di  due raccolte di poesie  “Gli Orari del Cuore” (2016 -Casa Editrice Leonida) e “I Giardini Incantati”( 2017-Talos Edizioni). Il Faggio Edizioni ha pubblicato nel 2018 la sua prima raccolta di racconti “Bingo Bongo & altre storie.

Piccole vite infelici , pubblicato ad ottobre 2018, è il suo primo romanzo. In un’ epoca nella quale bisogna dimostrare in un modo quasi esasperante una vita ” a mille” , perfetta sui social, con selfie dai sorrisi a trentadue denti  in feste da sballo, Stefano ha il coraggio di mettere in scena la vita precaria, senza un centesimo, povera di affetti di quattro personaggi in cerca di un posto nel mondo cinematografico, nella città regina delle cineprese, l’Eterna Roma. Senza tanti edulcorati giri di parole Stefano Labbia descrive con occhio di ” vetro”, crudo e spietato,  gli aspetti pratici del dramma esistenziale di queste anime in pena nell’inferno di una città dispersiva, caotica, cannibale. A breve la recensione di questa storia dei giorni nostri. Ora, ecco per voi l’intervista a questo meritevole autore emergente.

Se dovessi descrivere “Piccole vite infelici” con una parola quale useresti?

Innanzitutto grazie per la fantastica opportunità! Bella domanda… Credo che direi “verità”. Nel romanzo che è pura fiction, alcune interazioni, alcuni comportamenti risultano piuttosto umani. Finiamo un po’ per riconoscerci in questi quattro “sciagurati” alla ricerca di fortuna che, nonostante provino a lottare e a darsi da fare… si scontrano spesso e volentieri con un muro di mattoni. Muro che può essere la loro inettitudine, il loro pesante passato, il “nepotismo” o altro ancora.

Nel tuo ultimo libro ci hai parlato del male di vivere ,delle difficoltà di esser “umani” e giovani oggi , di entrare nel mondo del lavoro e coltivare rapporti umani sani. Cosa manca di più alla società odierna e come consigli di riparare le crepe della nostra vita attuale?

Non ho vissuto quegli anni (sono un classe 1984…) ma credo (essendo a conoscenza di racconti, aneddoti e descrizioni di quegli anni) che negli anni ’50 in Italia ci fosse più empatia, più unità. Meno competizione – non sto parlando di quella sana ovviamente… Il periodo era “particolare”: la guerra era finalmente un ricordo e c’era voglia di ricostruire (in tutti i sensi). Di tornare a vivere. C’era meno “fortuna” per tutti, economicamente parlando. Meno possibilità. Ma c’era più voglia di parlare, di condividere ciò che si aveva: sogni, ilarità e… cibo. Ma forse si era anche un filino più genuini. Meno falsi, rispetto ad oggi. Non sto dicendo che dovremmo resettare tutto e tornare a quegli anni – anche perché realisticamente non è fattibile… Ma forse dovremmo ritornare “alle basi”. Ritrovare quello spirito. Rivedere i nostri atteggiamenti, le nostre priorità. Lo dico probabilmente con un po’ di “ingenuità” ma… Credo che dovremmo vivere meno di tecnologia e di “black friday” e abbracciare quello che conta davvero: la famiglia, quello che ci fa stare davvero bene. Che ci appaga. Che ci rende davvero felici anche se solo per un attimo. Del resto… la vita non è forse fatta di istanti, di attimi che si affastellano l’uno sull’altro?

Le opere parlano meglio dei propri autori, ma siamo dei lettori un po’ invadenti e indiscreti e vogliamo scoprire qualcosa di più direttamente da te. Parlaci, ad esempio,delle tue abitudini di scrittore. Quando hai iniziato a scrivere, e quante ore al giorno dedichi a questa attività? Sei uno scrittore insonne ? Spremi le meningi o aspetti l’arrivo della tua musa ispiratrice? Riti scaramantici prima di ogni pubblicazione?

Scrivo da sempre. E scrivo ogni giorno, in qualunque situazione / condizione… La scrittura è la mia vita. Non potrei fare altrimenti… In tutta onestà scrivo ogni storia che mi “cade tra le braccia”: l’ispirazione può arrivare da ogni parte ed io sono sempre pronto ad accoglierla. Poi ovviamente c’è un lavoro dietro al “soggetto”, all’idea di base… Ma spesso viene tutto da sé. Personaggi, plot, location. Anche il genere di narrazione (film, romanzo, graphic novel) riesco ad inquadrarlo quasi subito. Non ho riti scaramantici – forse dovrei averne invece, chissà!

Di chi ti senti figlio “di penna”? Gli autori a te più cari che ti hanno accompagnato nella tua crescita letteraria e che sono tua fonte d’ispirazione.

Di tanti e di nessuno fondamentalmente… Gli autori che stimo sono tantissimi… Ma al tempo stesso ho cercato, più che di imitarli, di trovare uno stile tutto mio. Che ovviamente “adatto” di fronte alla storia che scrivo seguendo le regole che ogni forma di espressione richiede. Se dovessi citare gli autori che ho nel cuore ti direi Satre, Dostoevsky, Koestler, Lewis, Dickens, Paasilinna, Baurn, Longanesi… Ma anche Flaiano, Dumas, Harris, King, Doyle, Christie, Nicholas, Mann, Bukowski. E Shakespeare…

Melina, Maya, Caio Sano, MM: a quale personaggio sei maggiormente affezionato e a quale avresti voluto regalare un finale diverso?

I personaggi sono nati così ed avevano dentro di loro, per via del modo in cui “vivono” la loro “esistenza di carta”, già il finale incluso in sé. Noi non siamo diventati ciechi… lo siamo sempre stati. È una frase del nuovo libro che sto scrivendo che parla proprio di questo: di come viviamo le nostre vite senza badare appieno alle scelte che compiamo e di quanto, dall’esterno, sia facile “indovinare”, quasi come se fossimo mentalisti, il finale della nostra “storia”. Non ce ne rendiamo conto ma le nostre vite – e quindi anche quelle dei personaggi (ir)reali che porto spesso in scena su carta e su altri media – sono spesso scontate. Ovvie… Se si sa dove guardare… specialmente per quanto riguarda il finale. Esattamente come ogni storia che viene raccontata: quanti di voi guardando un thriller, specialmente, conosce già una situazione che accadrà, addirittura una battuta di uno dei personaggi… No non siamo tutti Sherlock Holmes. È solo che quel film l’abbiamo “vissuto” in qualche modo, mesi o anni fa sulla nostra pelle. Per questo quando si parla di cliché soffro: tutto può essere un cliché ma non per questo significa che il prodotto sia fatto male o falso. Anzi. Tiene conto delle dinamiche reali, spesso e volentieri. Ovvio che c’è cliché e cliché… Ma sto divagando. Insomma… L’umanità calca questa terra da quanto? Abbiamo avuto filosofi, grandi pensatori, psicologi, psichiatri che hanno scandagliato l’animo umano così in profondità che, senza sforzo, possiamo riconoscere chi è cosa (maschio alfa, ribelle etc.) e allo stesso tempo, possiamo facilmente intuire il finale della sua vita. Non ci sono poi così tanti percorsi, da intraprendere, se ci pensiamo… Così come non ci sono poi molti finali a nostra disposizione. Tornando alla domanda principale: credo che tra i quattro quello che abbia più da dire / dare sia Caio Sano per via del suo carattere. O meglio, mi correggo… Caio non ha un carattere… ha un caratteraccio (cit. … “pulp”). Infatti lo ritroveremo protagonista in una storia breve nella mia prossima raccolta di racconti che sarà portata in scena anche a teatro sottoforma di monologhi. Titolo? “Il padre di Kissinger era un bastardo”. Ovviamente non si parla del vero Kissinger, Segretario di stato americano anni ’60 – ’70…

Cosa ti ha spinto a parlare di questa storia? Quale è stata la tua fonte ispiratrice?

Mi sono guardato attorno. Ho colto le azioni, le reazioni, la falsità. La voglia di vincere edulcorata dall’apatia, dalla noia, dalla tecnologia, dalle manie di grandezza del mondo romano del cinema. E poi ho “condito” il tutto con un bel po’ di fantasia restando sempre saldo alle loro “esistenze”.

Hell panel from The Garden of Earthly Delights – Museo del Prado in Madrid, c. 1495–1505, attributed to Bosch.

Nel tuo libro ci hai introdotto al mondo precario e senza remunerazione dello show biz. Quanta vita vissuta da te c’è in “Piccole vite infelici”? Cioè quanto “”Stefano” , quale percentuale di  esperienze da te realmente vissute abitano le pagine del tuo scritto?

Fortunatamente ben poche… Ho “raccolto” le confessioni di conoscenti e amici che, come già messo in scena abilmente dalla serie tv “Boris” di Fox Italia, sono sotto agli occhi di tutti. Spesso non vogliamo vederle. Neanche se facciamo parte del sistema stesso. Per “comodità” o perché, come detto… siamo ciechi.

Cosa significa essere un autore emergente nello scenario letterario attuale?

La maggior parte delle volte è un sogno. Ma non posso negare che, specialmente nel nostro Belpaese, sia dura. È una sfida quotidiana… una maratona continua. Devi sempre dimostrare chi sei, cosa sai fare. Questo che tutti vedono come un limite però, per me è uno stimolo in più ad essere sempre attento, a continuare a produrre, comporre. All’estero è differente: non importa chi tu sia, quanti libri hai venduto, quanto eco tu abbia sui media, quanti followers hai “collezionato”… Ovvio che il Paradiso in terra non esiste… Ma c’è difficoltà e difficoltà. Ostacolo ed ostacolo. Ho visto moltissimi validi autori, qui nel nostro Belpaese, gettare la spugna dopo un “ko tecnico”. «Hai venduto poco. Lascia perdere.» la sentenza. Ed è un peccato perché per ogni prodotto c’è un tempo, così come per ogni cosa. Quello che adesso non è “recepito”, accolto lo sarà sicuramente fra un anno. Fra cinque. Non siamo eterni, è vero… Ma ditemi quanti autori ricordate che hanno inanellato successi uno dopo l’altro. Senza mai cadere? E quanti sono stati subito “famosi” ed hanno raggiunto le masse? Pochi. Soprattutto perché la vera sfida è competere con se stessi, non con gli altri. Almeno credo…

Scriviamo sempre per qualcuno. Chi vorresti che leggesse “Piccole vite infelici” e che messaggio vuoi che lo raggiunga?

Qualcuno durante le presentazioni romane di “Piccole vite infelici” ha “azzardato”, a mio dire, riguardo al contenuto del romanzo, un paragone con Verga ed il suo verismo. Altri sostengono che questo libro non abbia target – lettori: si può / deve leggere a tutte le età. Gli “adulti” possono conoscere i giovani precari ricchi di sogni e poveri in canna del 2000. I giovani possono rivedersi, fare un po’ di sana autocritica e confrontarsi… Sicuramente l’obiettivo che mi ero posto era quello di scatenare emozioni nel lettore di ogni età, siano esse positive o meno, rispetto ai personaggi presenti nel romanzo e alle loro decisioni. Alle loro (non) azioni, spesso… Spero di esserci in qualche modo riuscito

Nati due volte di Giuseppe Pontiggia. La disabilità raccontata dall’inchiostro di un padre.

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Padre e figlio di Fausto Pirandello. 1934

Nati due volte è uno scorrere di fotogrammi che impressionano le persone incontrate da Paolo nel suo cammino di vita: medici, professori,  i vicini di casa, i nonni, gli operatori del Centro di riabilitazione, i coetanei di Paolo, il fratello Alfredo. Si tratta di istantanee, immagini veloci descritte in modo conciso, con pochi tratti: la vita provata sulla propria pelle lascia cicatrici indelebili che si raccontano da sole e non hanno bisogno di  troppi  studiati aggettivi. Non è difficile capire, per il sentito racconto di vita vissuta, come tutto sia stato provato da Pontiggia in prima persona. Ciò che emerge è una realtà che vede il disabile in tutta la sua dignità: non una parola di pena, nessun lamento, nessuna rabbia. Le parole, né mielose né velenose, sono quelle di un padre che racconta il rapporto con il figlio con handicap, come la “gente” percepisce la disabilità di Paolo, e soprattutto, il regalo più grande che l’autore fa, come Paolo considera il resto del mondo, i suoi pensieri, le reazioni al comportamento altrui, il suo rapporto con la fede. Il padre sostiene in queste pagine la voce del figlio come nella vita reale ne sostiene il passo nel camminare. Di Paolo abbiamo  riportate poche battute, sufficienti a caratterizzarne il temperamento. Un libro sulla malattia e la morte  in senso più esteso, descritte con naturalezza, perché esse non negano la vita, ma fanno parte di essa. Pontiggia con il tocco delicato  e  protettivo dei guanti bianchi porge a noi lettori la sua esperienza con la sofferenza fisica e psicologica della vita della persona a lui più cara al mondo. Tocca a noi saperla maneggiare con cura, senza contaminarla con i nostri pregiudizi o la nostra compassione.

Giuseppe Pontiggia è nato a Como il 25 settembre 1934, figlio di un funzionario di banca e di una attrice dilettante. Trascorre l’infanzia a Erba, in Brianza: campagne, laghi, fiumi, spazi che ritornano nella sua narrativa. Dopo la morte del padre, nel 1943, si sposta a Santa Margherita Ligure, Varese e, infine, a Milano, dove abita dal 1948. Si laurea nel 1959 all’Università Cattolica di Milano. Ma prima ancora di completare gli studi comincia a lavorare: in banca, per necessità. E’ grazie alla pubblicazione del suo primo romanzo (La morte in banca), e all’incoraggiamento di Elio Vittorini, che riesce a svincolarsi dal lavoro e a entrare nel mondo dell’editoria. Redattore del «Verri» la rivista d’avanguardia fondata e diretta da Luciano Anceschi, curatore insieme a M. Forti de «L’Almanacco dello Specchio», consulente editoriale prima per Adelphi e poi per Mondadori. E’ morto il 26 giugno 2003 a Milano.

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