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Storie d’Inchiostro

Sillabario N. 2 di Goffredo Parise. A scuola di emozioni

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Maestro con allievo – Giovanni Costantini (1872-194)

Come coriandoli colorati a Carnevale, questi racconti di Goffredo Parise vi cadranno addosso con leggerezza, vivacità, quasi senza accorgervene. Vi sentirete accarezzare il volto da queste emozioni, messe in ordine alfabetico dalla lettera” f “alla “s”( Sillabario N.1 raccoglie i racconti dalla “a” alla “f”), e che l’autore cerca di catturare con la sua rete d’inchiostro, come se fossero farfalle di straordinaria bellezza, da catalogare, conservare, condividere con i lettori. Esperimento letterario ben riuscito, Premio strega 1982 e Premio Selezione Campiello, Sillabario n.2 cerca di colmare le nostre lacune sentimentali, di porre fine al nostro analfabetismo emotivo: attraverso storie di personaggi semplici, comuni, per lo più borghesi o con l’esperienza del fascismo sulle spalle, sullo sfondo soprattutto di città come Roma e Venezia, Parise ci regala schegge di vita vissuta, piccoli frantumi di esperienza umana semplice, autentica, quadri d’autore , non falsi. Sillabario N.2  apre un piccolo spiraglio di luce nella stanza buia dell’esistenza umana, e  cerca di spiegarci attraverso il vivere dei suoi personaggi emozioni universalmente provate, come la paura, la solitudine, il fascino, la genitorialità, la guerra. Con tutta la pragmaticita’ di un uomo del dopoguerra italiano, l’autore converte la poesia in prosa per renderla masticabile ai più, per farla scendere dal suo piedistallo di alloro e mescolarla alla vita di tutti i giorni, magari in una campagna fitta di nebbia all’alba del Nord Italia ( ricordo della sua infanzia vicentina). E nel suo esser maestro dell’intangibile sentimento, con umiltà riconosce l’impossibilità di comandare, governare, creare ex novo le emozioni, regalandoci un altro grande insegnamento di vita.

“La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un po’ come la vita, soprattutto come l’amore”, dirà nelle sue avvertenze al lettore. Buona lettura, e buona lezione di emozioni!

Goffredo Parise è stato uno scrittore e giornalista italiano. Comincia a scrivere collaborando con giornali come L’Alto Adige, L’Arena, il Corriere della Sera. Nel 1950 appare il suo primo romanzo, Il ragazzo morto e le comete, pubblicato dall’amico Neri Pozza ma stroncato dalla critica. Nel 1953 è la volta de La grande vacanza accompagnato questa volta da una lusinghiera recensione di Eugenio Montale sul Corriere della Sera.È Leo Longanesi ad incoraggiarlo a continuare a scrivere: arriveranno Il prete bello (1954); Il Fidanzamento (1956); Amore e Fervore (1959). La bravura del Parise giornalista emerge da alcuni reportage di viaggio, come Cara Cina (1966), Due o tre cose sul Vietnam (1967) e il libro dedicato al Giappone L’eleganza è frigida (1982). Tra gli altri scritti, tra romanzi, saggi, racconti e poesie, ricordiamo, postumi, L’odore del sangue e I Movimenti remoti, opera sperimentale del ‘48 in versi e prosa andata misteriosamente persa per 50 anni e pubblicata per i tipi di Fandango nel 2007.
L’intera opera di Parise è raccolta nei Meridiani, prestigiosa collana Mondadori.

La ballata di Adam Henry di Ian McEwan. La vita dietro la scrivania di un giudice

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Vincent van Gogh, La resurrezione di Lazzaro (da Rembrandt), 1889, Van Gogh Museum, Amsterdam

Da piccoli abbiamo sognato tutti di avere superpoteri, magari di essere un Dio, dai cui capricci dipendono le sorti del mondo. Essere un dio, o un suo sacerdote/essa ha anche i suoi contro. Può significare portare un peso atroce, avere il peso della felicità delle vite degli altri dipendente dalle proprie scelte. Ne sa qualcosa il giudice dell’Alta Corte d’Appello Fiona Maye, una cinquantanovenne, che per amore della giustizia e della legge ha sacrificato ( ” fiera con la toga indosso, Fiona seppe che apparteneva alla legge come certe donne del passato si erano votate spose di Cristo..”cit.)  la sua maternità ed anche la sua sessualità durante il matrimonio con Jack, elemento che mette in grave crisi la loro relazione. Donna in carriera, proprio come un Dio, il giudice dovrà gettare la moneta per fare testa- croce su questioni di vita o di morte, come la separazione di due gemelli siamesi, ed in piena crisi matrimoniale  s’ imbatterà in un ragazzo dal destino crudele, anche lui con la sua personale crisi,  quella adolescenziale. Adam Henry è un ragazzo prossimo alla maggiore età, intelligente, poeta, bello e purtroppo malato di leucemia. Adam ha bisogno di trasfusioni di sangue, ma, la sua religione di Testimone di Geova, ne vieta l’uso. Il giudice dovrà fare la scelta giusta per salvargli la vita e magari salvare anche se stessa ed il suo matrimonio. Riuscirà a gettare la sua corazza da vestale, ad uscire da schemi, regole, leggi, comandamenti e a vivere in modo autentico e spontaneo la propria vita, i propri sentimenti? Ian McEwan stende un velo drammatico in queste pagine e sembra volerci dire che anche Dio, o chi ne fa le sue veci manifestando il suo potere di giudicante, ha i suoi problemi, le sue contraddizioni e l’autore fa suo il noto motto del”calzolaio che va in giro con le scarpe rotte”: questa donna senza una famiglia, con una vita privata che va a rotoli, s’imbatte in altre situazioni critiche che deve giudicare e delle quali deve cambiarne il corso.Il giudice Maye non riesce a mettere in pratica l’amore e il buon senso che tanto professa nelle sue sentenze, dimostrando come questi sentimenti siano di pertinenza al mondo delle idee, ad un mondo superiore, non terreno. Con una prosa fluida, avvincente, ricca di riferimenti legali McEwan racconta una dramma, che lascia in bocca un po’ di amaro, ma non troppo. Come in un tribunale espone i fatti, ed i fatti, con il loro contorno di sentimenti, autoanalisi, parlano da soli. A voi lettori tocca giudicare. Buona lettura.

The Children Act- Il verdetto è un film del 2017 diretto da Richard Eyre e basato su questo romanzo.

Ian McEwan è nato a Aldershott nel 1948. Suo padre era militare di carriera, la famiglia si sposta seguendo gli spostamenti del padre. Vive a Singapore e poi a Tripoli. Dopo il collegio, nel Suffolk, passa un anno a Londra facendo lo spazzino. Studia letteratura inglese e francese alla Sussex University. Dal 1982 vive a Oxford, con 4 figli e la moglie. Ama condurre una vita tranquilla e metodica.Esordisce nel 1974 con un libro di racconti Primo amore, ultimi riti. Scrive poi: Fra le lenzuola ed altri racconti (1978), Il giardino di cemento (1978) suo primo romanzo che impose McEwan all’attenzione della cultura europea, Cortesie per gli ospiti (1981), Bambini nel tempo (1987), Cani neri (1993), L’inventore di sogni (1994), L’innocente (The innocent, 1989; esce in Italia con il titolo “Lettera a Berlin”) da cui è stato tratto un film diretto da John Schlesinger. Quest’ultimo romanzo appartiene al genere spionistico, un giallo d’azione con relativa storia d’amore.Sono seguiti: L’amore fatale (1997), Amsterdam (1998), Espiazione (2001).

Il carteggio Aspern di Henry James. Quando l’amore era una cosa seria

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Jan Vermeer, Donna in azzurro che legge una lettera

Il carteggio Aspern, un racconto breve del 1888, ispirato ad un aneddoto riferito al poeta inglese Shelley e ad un suo adepto, sopravvive alle intemperie dei secoli  per raggiungerci e rimproverarci della mancanza di privacy, oggi dilagante, e della spettacolarizzazione delle relazioni d’amore ( vedi programmi tipo “Uomini e donne…).Ma entriamo ora più nel dettaglio.

Mettete il caso che potreste incontrare in carne ed ossa la Beatrice di Dante, o la Silvia di Leopardi, o ancora la Laura di Petrarca: non vi fiondereste sulle sue tracce, non sareste disposti a tutto pur di conoscerla? E se potreste magari leggere le lettere d’ amore che il vostro sommo poeta si è scambiato con la sua musa ispiratrice, non sareste forse capaci di travestimenti, di investire tutti i vostri capitali, di diventare anche ladri per impadronirvene? Ecco cosa succede al protagonista di questo racconto, firmato nella prosa misteriosa, intrigante di Henry James, ed  ambientato in un gioco di luci ed ombre nella decadente Venezia: critico di un poeta precocemente scomparso di oltreoceano, tale Jeffrey Aspern, si trasferisce nella città delle gondole per riuscire a conoscere  la ormai centenaria amata dal poeta, Juliana Bourdereau , della quale si sa quasi nulla, tranne che è una schiva ed astuta, procacciatrice di denaro, e che possiede il prezioso carteggio. Poesia e amore vanno da sempre a braccetto, e conoscere da un punto di vista letterario il vissuto privato del poeta è per il critico una questione di vita e di morte. Riuscirà nel suo intento? Lo scoprirete solo leggendo.

Il carteggio Aspern è uno specchio della nostra società attuale, sempre a caccia di svelare l’intimità emotiva dei suoi membri. Non importa se il fine è fuggire dalla propria vita noiosa, sognare attraverso le storie d’amore degli altri la propria, o il gesto più nobile , come il caso del nostro protagonista, di divulgare cultura: oggi ,come nel lontano 1888, ci piace scavare nella vita amorosa degli altri, inutile negarlo. E gli occhi della veneranda Juliana, coperti da una velletta verde, la sua ritrosia, la protezione con le unghie e con i denti che nutre verso i suoi ricordi d’amore , ci invitano ad un’analisi di coscienza sociale e sono di monito al nostro essere un pò voyeur .Buona lettura.

Henry James (1843-1916) nasce a New York in una famiglia benestante. Studia giurisprudenza presso la Harvard University, ma abbandona la carriera forense per assecondare la sua passione per la letteratura. Viaggia in Europa durante l’adolescenza, per poi tornarvi nel 1870, quando visitò per la prima volta l’Italia, dove ritornerà spesso in futuro, fino al 1874.Dopo una breve parentesi newyorkese nel 1875, capisce che la sua vita è nel Vecchio Continente. Morirà infatti a Londra il 28 febbraio 1916 .Henry James non si sposò mai e non assunse cariche nella vita pubblica o politica. Si dedicò quasi completamente alla sua arte, pubblicando una ventina di romanzi, oltre a racconti e saggi. Nelle sue opere affronta la condizione dell’artista, la rappresentazione della realtà, il confronto tra Europa e America, la psicologia dei personaggi e il loro rapporto con la società che ne condiziona le scelte. Traendo spunto dalla sua esperienza personale, i protagonisti delle sue opere sono spesso personaggi di origine americana che si stabiliscono e vivono in Europa. Tra le sue opere principali si ricordano: Ritratto di signora (1881), Il giro di vite (1897), Le ali della colomba (1902) e La coppa d’oro (1905).

La misura del mondo di Daniel Kehlmann. Non solo formule matematiche e dati cartografici

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Carl Friderich Gauss

Ecco un libro con il quale è un piacere misurarsi (lo dice il titolo stesso) e che ci concede di  conoscere persone dal quoziente intellettivo piuttosto alto come il fisico  Carl Friederich  Gauss e  il geografo esploratore  Alexander von Humboldt. Fuori dai tanti odiati libri di scuola e svincolati da asettiche formule fisiche e dati sulle altezze dei monti,  i due scienziati sono alle prese con la missione di conoscere le leggi della natura e con la loro vita “disagiata” di bambino prodigio in un mondo che “va troppo lento”, come fu per Gauss,  o di martire per la scienza , come per  Humboldt, capace di calarsi nel cuore dei vulcani e  di legarsi durante una tempesta all’albero maestro per calcolare l’altezza delle onde (per tutti un pazzo o l’incarnazione del diavolo).

Alexander von Humnboldt

Due modi diversi di fare la conoscenza scientifica del mondo, una comodamente  a tavolino nel proprio studio  e l’altra per le  aree sperdute del mondo . Il loro giovane compatriota  Daniel Kehlmann, nato a Monaco nel 1975,  fa animare con la storia del loro incontro, avvenuto a Berlino nel 1828, le pagine del suo libro. Un ‘opera profumata di avventura e ilarità, e impregnata dallo spirito di uomini fuori dal “comune” che si interrogano su ciò che è comune e scontato della natura per il resto del mondo. Se vi siete qualche volta chiesti cosa si cela dietro ad una scoperta scientifica o dietro le quinte della vita di uomini straordinari , e se volete anche prendervi la vostra rivincita personale su Gauss e le sue formule, scoprendo dettagli scabrosi sulla sua vita familiare, La misura del mondo è la via ironica da battere. Buona lettura.

 

Daniel Kehlmann (Monaco 1975) scrittore di lingua tedesca. Trasferitosi con la famiglia a Vienna, ha esordito nel 1997 con Lo spettacolo di Beerholm (Beerholms Vorstellung, nt). Spesso i protagonisti di K. sono uomini che cercano la celebrità, come l’insignificakehlmannnte biografo protagonista di Io e Kaminski (Ich und Kaminski, 2003) o i personaggi reali di La misura del mondo (Die Vermessung der Welt, 2005), romanzo che ha ottenuto grande successo, o il padre e i tre figli al centro de I fratelli Friedland (2014), «conte philosophique» sulla vita inautentica. È uscito nel 2019 Tyll – Il re, il cuoco e il buffone (Feltrinelli).

La natura esposta di Erri De Luca. A suon di scalpello si fa il dialogo con Dio

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Vento dal mare di A. Wyeth, 1947

Un umile tra gli umili, che ha rifiutato gli onori dei media e di diventare un valente artigiano, si trova a contatto diretto con il capo degli Umili, un Cristo crocifisso, che ritrae nel suo sacrificio il corpo di tanti commilitoni giovani morti in guerra, e di tanti uomini clandestini morti in mare. Così realistico da non nascondere nulla, nemmeno il suo membro, coperto in passato da un velo di marmo. L’incontro con la statua diventa una sfida non solo artistica ma anche emotiva per quest’uomo e per il lettore che seguendo i pensieri e le difficoltà affrontate si troverà quasi inconsciamente a lavorare al rapporto personale con Dio. Che si sia credenti, agnostici o atei, non ha importanza: il libro di Erri de Luca offre a tutti un punto di vista diverso, offre l’immagine di un Dio umano, munito di un membro come tutti, impuro come tutti gli uomini, che soffre fisicamente e moralmente. Quest’universalità si rispecchia anche nella collaborazione che lo scultore trova da parte di rappresentanti di diverse religioni nel tentativo di interpretare i messaggi che la statua porta con sé, nascosti e rivelati solo a chi tocca con mano il marmo e la sofferenza in esso custoditi. Il nostro artigiano chiede aiuto a un Rabbino, a un operaio musulmano, al prete: le grandi religioni insieme cooperano e s’inchinano al mistero rappresentato in una statua.

Oltre al fattore fede, Erri De Luca non ci fa mancare niente in questo libro che è condito con un pizzico di giallo e di tradimento, incarnato nella figura di una seduttrice. L’omaggio alla sua Napoli, descritta attraverso gli occhi dell’artigiano settentrionale, è immancabile.  La nudità esposta è un libro pieno di considerazioni per chi ha necessità di ritirarsi e parlare un po’ con se stesso, con le proprie debolezze, e proiettarsi in un dialogo con l’intangibile.

Erri De Luca ( 20 maggio 1950) è uno dei più importanti scrittori italiani viventi. Diciottenne, vive in prima persona la stagione del ’68 ed entra nel gruppo extraparlamentare Lotta Continua. Poi sceglie di esercitare diversi mestieri manuali in Africa, Francia, Italia: camionista, operaio, muratore. Studia da autodidatta l’ebraico e traduce alcuni libri della Bibbia. È opinionista de «il Manifesto».Tra i suoi libri, ricordiamo Non ora, non qui (1989), Montedidio (1999), Tu, mio (2002), Il contrario di uno (2003), I pesci chiudono gli occhi (2011) Storia di Irene (2013), tutti editi da Feltrinelli e Morso di luna nuova (Mondadori, 2006).
Tra gli ultimi libri pubblicati con Feltrinelli: La faccia delle nuvole (2016), La natura esposta (2016), Il giro dell’oca (2018) e Impossibile (2019).

Triste, solitario y final di Osvaldo Soriano. Il genio di Stanlio e Ollio, dalla pellicola alla carta

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Parte dal finale questa storia. Un finale triste, solitario per dirla con le parole che lo  scrittore Raymond Chandler usa nel romanzo ” Il lungo addio”, e dalle  quali Soriano trova ispirazione per intitolare il suo libro : «Arrivederci, amigo. Non vi dico addio. Vi dissi addio quando significava qualcosa. Vi dissi addio quando ero triste, in un momento di solitudine e quando sembrava definitivo».

Stan Laurel  da acclamato comico si trova solo sul finire degli anni, malato, senza il suo compagno di scena, il ciccione Ollio. Stanlio vuole delle risposte sulla sua situazione di stella del cinema ormai spenta e le vuole da un investigatore privato, uno spirito solitario e povero come lui, Marlowe. Il cinico detective, che è un personaggio nato dalla penna dello scrittore Chandler è restio ,ma alla  fine prende a cuore il suo caso senza tuttavia risolverlo. Stanlio e la sua storia saranno il filo che condurrà il detective a  incontrare un giornalista  argentino appassionato alla vita del duo comico, il quale non è che lo stesso Soriano. L’autore entra in scena in coppia con Marlowe per celebrare e commemorare Stanlio e Ollio, come loro copia ben riuscita: Marlowe nella parte di uno scafato, poco ortodosso, disilluso uomo di mondo e Soriano in quella di ingenuo, un po’ tonto Sancho Panza alle dipendenze del detective. I due vivranno vicende assurde e rocambolesche, fino a rischiare la vita, immischiando in un delirio quasi etilico attori come Chaplin, Wayne, Jane Fonda. Il tutto resterà sospeso e interrotto come in una pellicola. Triste, solitario y final è un omaggio trasognato alla storia del duo comico di fama mondiale che non ha la presunzione di voler imitare la vita “vera”, i giorni vissuti da Stanlio e Ollio prima e dopo le riprese. Su quelle parti della storia regna il buio. La pellicola non è leggibile  o ha subito dei tagli, quindi desistete dalla lettura se cercate i dettagli storici del retroscena delle loro vite. Nonostante gli anni di ricerca Soriano ha trovato ben poco perché  sui libri non ci può esser traccia degli eventi realmente vissuti dagli uomini. Ai posteri resta solo l’esempio del genio, che sia quello di Chandler o dei due attori, il ricordo della creatività che si reincarna nel tempo sotto forma di una nuova storia fantastica, di un nuovo romanzo sperimentale. Proprio come questo.

Osvaldo Soriano (Mar del Plata 1943 – Buenos Aires 1997) è stato uno scrittore argentino. Giornalista sportivo per giornali quali «Primera plana» e «La Opinión», abbandonò l’Argentina dopo il golpe militare del 1976 per stabilirsi in Francia. In seguito al mutamento della situazione politica rientrò in patria verso la fine degli anni ’80. Si impose all’interesse del pubblico e della critica internazionale con il romanzo Triste, solitario y final (1973). Nei libri successivi Mai più pene né oblio (No habrá más penas ni olvido, 1979) e Quartieri di inverno (Cuarteles de invierno, 1981) prevale l’elaborazione di elementi della politica che, in una visione metaforizzata, ironica e paradossale, rinviano al contesto violento dell’Argentina di quegli anni. La resa del leone (A sus plantas rendido un león, 1988) ha sullo sfondo la guerra delle Malvinas; Un’ombra ben presto sarai (Una sombra ya pronto serás, 1990) è ambientato in un villaggio sperduto nella pampa; L’ora senz’ombra (La hora sin sombra, 1995) narra il vagabondaggio di uno scrittore alla ricerca di un suo «finale». Nel 1997 ha pubblicato Pirati, fantasmi e dinosauri (Piratas, fantasmas y dinosaurios); postumo è uscito Fútbol (1998).

 

L’uomo e il cane di Carlo Cassola. Storia di Jack, storia di un abbandono

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Autoritratto con cane, Antonio Ligabue- 1957

In una realtà contadina delle campagne del Nord Italia, nella lotta continua per il pane e per la vita, si ambienta la storia del cane Jack e del suo padrone Alvaro. Alvaro è un pover’uomo, mulattiere, sul quale grava il mantenimento della moglie e del figlioletto. Jack è il suo cane: incapace a far la guardia, sta sempre dietro la gonnella della moglie e pensando di far cosa giusta, si macchia di un grave reato,l’omicidio della gallina del vicino. Di questo cane bisogna disfarsi e Jack, dalla mattina alla sera, diventa un cane randagio. Un atto deplorevole e che,se avete un minimo di cuore condannerete subito. Sembrerebbe una storia già triste così, ma non è ancora finita per il povero Jack. L’autore segue da vicino il cane nei suoi tentativi di tornare a casa o di trovare un’altra sistemazione e ci fa guardare il mondo semplice e povero dell’Italia del dopoguerra attraverso i suoi occhi, descrivendo le sue decisioni e i suoi movimenti come solo un amante dei cani può fare. Jack diventa testimone della lotta per la vita pene di chi incontra nel suo girovagare: dei braccianti che lavorano per quattro soldi, della ragazza innamorata del signorino, del gatto Tommaso, randagio anche lui. Anche se  i luoghi cambiano, resta fermo nel cane il desiderio di sentirsi di nuovo di qualcuno, di avere una casa, qualcuno di cui meritarsi l’amore. Alla fine Jack troverà quello che cercava, ma era davvero quello che voleva, spinto dalla nostalgia e dall’abitudine della vita passata? La storia del cane può esser vista come storia dell’uomo che volendosi sentire parte della società e accettato dai suoi simili, rinuncia alla propria naturale libertà, anche a costo di perdere la felicità. Velatamente, in questa ricetta di vita vera,nella quale dominano sentimenti semplici e bisogni primari, c’è un pizzico di denuncia sociale e politica, come in tutta l’opera e la vita privata di Carlo Cassola. L’uomo e il cane è una lettura che è come una carezza tagliente di un vento freddo sul nostro volto: chiunque vi si immergerà, indipendentemente dall’amore che prova per gli animali, non potrà non provare simpatia  per il povero Jack ed esser concorde nella superiorità morale e affettiva degli animali. Una lacrima anche vi sfuggirà per la sua tragica fine, inutile cercare di trattenerla.

Carlo Cassola nasce il 17 marzo 1917 a Roma.  Il padre, Garzia Cassola, militante socialista e redattore dell’ “Avanti”. La sua infanzia non è certo felice: è, per indole, un ragazzo isolato che ama fuggire nella sua immaginazione e nelle fantasticherie. La sua formazione scolastica è regolare, anche se più tardi la definirà un fallimento. L’ amore per la letteratura si  manifesta durante gli studi liceali. Durante la seconda guerra mondiale e si avvicina all’ermetismo. Tra il 1937 e il 1940 scrive i primi racconti, raccolti nel 1942 in due piccoli volumi, “Alla periferia” e “La vista”. Presta servizio militare a Spoleto e a Bressanone e nel 1939 si laurea in giurisprudenza.  Nel 1949 Cassola ha una profonda crisi, in seguito alla morte prematura della moglie, che aveva solo 31 anni. In discussione viene messa la sua intera poetica esistenziale di uomo e scrittore. Di questo periodo è “ Il taglio del bosco”, rifiutata da Mondadori e Bompiani e poi pubblicata da Vittorini per Einaudi. Nel periodo che segue si dedica molto alla scrittura, dando vita a romanzi come  “Fausto e Anna, “I vecchi compagni” e “La ragazza di Bube “, con cui vince il Premio Strega 1960. Nel 1984 si ammala al cuore e muore a sessantanove anni il 29 gennaio 1987.

 

Diario di un killer sentimentale di Luis Sepúlveda. Sette giorni di baci e spari

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Otto dix, Lust murder, 1922

Come in  un cortometraggio si svolge in modo concitato e fulmineo  l’ultima operazione delittuosa pre- pensionamento di un killer professionista internazionale senza nome, il quale è alle prese con  l’esecuzione di un misterioso uomo trentaseienne, avvenente e membro di una associazione non governativa americana. La missione occupa il tempo della creazione divina: si svolge in sette giorni e il nostro protagonista rimbalza in cerca della sua vittima come una pallina matta da una città europea all’altra,da Madrid, a Istanbul, a Francoforte e poi a Parigi. Proprio Parigi, città dell’amore, nella quale il killer vive con la sua ragazza, la “gran figa francese”, da circa tre anni, vede la fine della loro storia, a causa di lei, innamorata di un altro, appena conosciuto a Città del Messico. Ah, le donne… le donne!!

Il cinico killer che parla alla sua immagine riflessa allo specchio , l’unica di cui si fida, riuscirà a portare a termine la  missione, nonostante la ferita sentimentale non ancora rimarginata? Questo angelo della morte, strapagato e rimasto solo contro tutti, sarà capace di reagire ad un inaspettato colpo di scena? Sarà in grado di mantenere sangue freddo  e mente lucida per scovare il suo “incarico”? Non vi resta che leggere queste pagine “irrequiete”, quasi futuriste per via dell’ azione e del dinamismo, per scoprire quanto sia professionale questo nostro  killer sentimentale!

Luis Sepúlveda è uno scrittore, sceneggiatore, attivista per la difesa dell’ambiente e dei diritti umani, nato in Cile nel 1949,e naturalizzato francese. Ha lasciato il suo Paese al termine di un’intensa stagione di attività politica, conclusasi drammaticamente con l’incarcerazione da parte del regime del generale Pinochet. Ha viaggiato a lungo in America Latina e poi nel resto del mondo, anche al seguito degli equipaggi di Greenpeace. Dopo aver risieduto ad Amburgo e a Parigi, vive attualmente in Spagna, nelle Asturie.
Autore di libri di poesia, «radioromanzi» e racconti, ha conquistato la scena letteraria con il suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, apparso per la prima volta in Spagna nel 1989, e in Italia nel 1993. Amatissimo dal suo pubblico, e in particolare dai lettori italiani, ha pubblicato da allora numerosi altri romanzi, raccolte di racconti e libri di viaggio, tra i quali spicca la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, uno dei libri più letti degli ultimi anni.

Il Ciclope di Paolo Rumiz. L’occhio di un Dio che scruta il mare

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Il ciclope di Odilon Redon- olio su tela, 1895-1900, Museo Kröller-Müller, Otterlo

In una notte violentata da raffiche di vento, un uomo sbarca su un’isola anonima. Brancola nel buio cercando la luce di un faro, la meta del suo viaggio. E’ così che ha inizio l’esperienza vissuta da Rumiz, che volontariamente sceglie di vivere per tre settimane in un faro, luogo ignorato dalla gente di terraferma, ma che esercita un fascino particolare per i nati sulle coste, come lo stesso scrittore, triestino di origini. Rumiz ci apre le porte di una nuova dimensione: quello della natura marina più solitaria e atavica.  I segreti e le storie di queste case di luce si animano e, l’autore, da bravo giornalista, prende in prestito le parole e i pareri di esperti incontrati nei suoi viaggi per portarli alla luce. Il tutto descritto in un’atmosfera magica e soprannaturale: l’uomo, lontano dalla Rete, dai contatti umani, se non quelli dei faristi che si avvicendano, riprende il filo teso dai nostri progenitori, interrotto da anni di civiltà, e guarda alla natura, agli animali, come suoi fratelli umanizzati. E’ così l’asino diventa Ciclope, la gallina Cassandra, i gabbiani, i padroni dell’isola, i venti, chiamati per nome, sono amici o incursori che fanno visita alla costa. La natura è descritta con la poesia del mito, vincendo la noia e incantando lo spirito dell’uomo più cittadino. Protagonista del libro è il faro, il Ciclope, che è sia regno sia carcere: in esso l’uomo diventa padrone di se stesso e allo stesso tempo esule; il faro sfiora anche il mondo sacro; è tempio di luce amica per i naviganti. E’ un’interessante favola ambientata nel passato in cui regna la frugalità e la semplicità, in cui i ritmi sono scanditi dalla natura. Rumiz non dimentica però in questa nuova realtà le brutture del mondo e critica la nostra ’umanità alle prese con la Rete, l’automatizzazione, la pesca intensiva e la strage dei migranti. In questo suo viaggio immobile l’autore ha tempo per ritrovare se stesso e l’essenziale. In questa esperienza al limite della civiltà l’uomo ha imparato una nuova lingua: quella del silenzio della natura, davanti alla quale non ci sono parole idonee. Chi avrà la fortuna di leggere Il Ciclope, guarderà d’ora in poi con occhi diversi il faro; un potere nuovo sarà dato a questo guardiano del mare, oggi quasi trascurato, pensando al mondo che esso rappresenta.E ognuno di noi spererà di potervi riconoscere il superbo faro sull’isola solitaria nel Mediterraneo nel quale Rumiz ha soggiornato, e sul quale con fare dispettoso (per protezione?), conserva l’anonimato geografico e mitologico.

Paolo Rumiz  è  un giornalista e scrittore italiano (n. Trieste 1947). Inviato speciale del”Piccolo” di Trieste, quindi editorialista di “La Repubblica”, ha seguito gli eventi politici che a partire dagli anni Ottanta hanno prodotto profonde trasformazioni nell’area balcanica, pubblicando a seguito di questa esperienza il reportage Maschere per un massacro (1996), e successivamente ha documentato gli eventi bellici verificatisi in Afghanistan dal 2001. Appassionato viaggiatore di viaggi lenti e consapevoli, effettuati a piedi o con mezzi di fortuna, indagatore delle terre di confine e dei luoghi dimenticati, ha percorso itinerari sconosciuti al turismo di massa, soprattutto nell’Est europeo, nel profondo Nordest italiano, lungo il fiume Po.Tra le sue opere citiamo: Danubio. Storie di una nuova Europa (1990); La leggenda dei monti naviganti (2007); Tre uomini in bicicletta (con F. Altan, 2008); L’Italia in seconda classe (2009); Trans Europa Express (2012); Morimondo (2013); Come cavalli che dormono in piedi (2014); entrambi nel 2015, La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna (da leggere soltanto ad alta voce) e Il Ciclope; Appia (2016); La regina del silenzio (2017); Il filo infinito (2019).

La pioggia di Rachid Boudjedra. Gutta cavat lapidem

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Pioggia, vapore e velocità, dipinto a olio su tela, 1844-William Turner, National Gallery Londra

I pensieri di una giovane dottoressa algerina cadono come gocce di pioggia su fogli di carta per sei notti consecutive. Pioggia come lacrime sul viso, come flusso mestruale. In preda all’insonnia, la donna senza nome e senza volto, sotto l’influsso benevolo della luna e dell’albero di  gelso, confida a un diario i suoi pensieri:cavalli selvaggi che corrono all’impazzata in un flusso di coscienza portato agli estremi di un burrone, al di sotto del quale si prova un senso di vertigine e di smarrimento, e si intravvedono le porte di nuove dimensioni miste tra sogno e realtà. I neuroni della protagonista vagano verso il passato, verso i ricordi relativi alla sua famiglia sgangherata, ai suoi genitori, ai suoi due fratelli così diversi, a sua zia. Nel suo errare, la giovane fa accenni anche al suo presente, al suo impiego da medico specializzato in malattie dell’apparato genitale. Sembra uno scherzo del destino che  si dedichi alla cura di queste patologie, lei, che vive un rapporto conflittuale e sofferto con l’altro sesso.  La sessualità è il perno di questo diario “oscuro”: la ragazza riporta l’episodio relativo al suo ingresso nella pubertà, il suo primo rapporto sessuale, l’esser nubile. Come una pallina in un flipper la sua mente è sballotollata da una parte all’altra, caoticamente, violentemente, senza sosta,ma con una lentezza quasi snervante. Il ritmo dei suoi pensieri è rallentato; ogni parola si prende il tempo necessario ad una goccia di pioggia per raggiungere dal cielo la terra,ogni parola cade insieme alle altre. Ciò si riflette in una mancanza di punteggiatura, di pause, di rispetto delle regole. Nella mente della dottoressa vigono altre leggi e la sua essenza interiore scorre sulle pagine come un fluido che non può esser frammentato. “Gutta cavat lapidem” dicevano i latini. La goccia scava la roccia.  Così il lavorio notturno della mente scava lentamente la corazza interiore e fa fuoriuscire la vera natura fragile della protagonista; una natura tormentata, traumatizzata. Come le nuvole partoriscono gocce di pioggia anche la giovane imparerà a mettere al mondo le sue lacrime represse. Boudjedra, in poco più di cento pagine,ci fa penetrare nella selva oscura di un’anima esasperata e senza amore,dilaniata dalla solitudine. Non mi sento di consigliarne la lettura a tutti:” La pioggia” è un libro per chi non ha paura di toccare l’abisso, di camminare all’ombra di un cuore spento, di perlustrare gli anfratti di una profonda tristezza. Se siete dei “grammar nazi” e rischiate di svenire a ogni virgola fuori posto, non accarezzate nemmeno la copertina di questo libro; idem se siete alla ricerca di una lettura spensierata. La pioggia è pane per i denti degli amanti dell’introspezione psicologica,capace di amputare qualsiasi elemento reale e di fisicità  e del genere confessionale.

Rachid Boudjedra è uno scrittore algerino di lingua francese (n. Aïn-Beïda 1941). Attivo in gioventù nel Fronte di liberazione nazionale, sin dai primi romanzi ha affrontato il tema dell’abuso di potere nella vita politica, religiosa, sociale, sessuale e familiare (La répudiation, 1969; Le vainqueur de coupe, 1981). Ha pubblicato anche due raccolte di liriche: Pour ne plus rêver (1965) e Greffe (1983). Tra le altre opere: Le désordre des choses (1991); Fils de la haine (1992); Timimoun (1994); Fascination (2000); Les funérailles (2003; trad. it. Cerimoniale, 2004);Hôtel Saint Georges (2007).

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