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Cultura - page 9

Fra i 33 eroi italiani premiati da Mattarella, Antonio La Cava, il maestro del bibliomotocarro

in Cultura

C’è anche il maestro in pensione Antonio Lacava fra le 33 persone alle quali il presidente della Repubblica, Sergio Matterella, ha conferito l’onorificenza. “Porto i libri dove non si legge più”, è l’idea che ha mosso La Cava, infatti con il suo mezzo gira in lungo e in largo la Basilicata per distribuire gratuitamente i libri.
E’ stato nominato Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana

“Per l’impegno profuso, nel corso della sua vita, nella promozione del valore della cultura”.

Da quasi vent’anni La Cava, a bordo di uno speciale tre ruote-biblioteca ambulante, porta i libri ai bambini delle scuole elementari dei paesi più piccoli e isolati della Basilicata, dove spesso non ci sono biblioteche o librerie. Un’idea nata nel 1999 per richiamare l’attenzione sulla crescente disaffezione nei confronti del libro da parte, soprattutto, delle nuove generazioni.

Tutti i nomi:

Maria Tiziana Andriani, 56 anni (Roma)
Fabio Caramel, 26 anni (Marcon – VE), calciatore e donatore di midollo spinale;
Vincenzo Castelli, 63 anni (Roma), medico specializzato in Allergologia, lavora all’ospedale Vanini;
Vito Massimo Catania, 39 anni (Regalbuto – EN), atleta;
Aldo Chiavari, 76 anni (Tolentino – MC), presidente della Dafram Spa, che costruisce valvole a sfera flottante;
Maria Rosaria Coppola, 62 anni (Napoli), dipendente del centro di produzione Rai;
Roberto Luigi Giuseppe Crippa, 51 anni e Luisa Fricchione, 57 anni (Tione – TN)
Irma Dall’Armellina, 93 anni (Noventa Vicentina – VI);
Mustapha El Aoudi, 40 anni (Crotone);
Carmen Isabel Fernandez Reveles, 60 anni (Milano);
Ilaria Galbusera, 27 anni (Bergamo);
Germana Giacomelli, 71 anni (Craviana – MN);
Antonio La Cava, 73 anni (Matera)Antonio La Cava, 73 anni (Matera);
Roberta Leporati, 52 anni (Martina Franca – TA);
Nilo Mattugini, 65 anni e Simonetta Stefanini, 60 anni;
Claudio Madau, 37 anni (Oristano);
Iacopo Melio, 26 anni (Pisa);
Davide Monticolo, 45 anni (Trieste), ex cestista;
Roberto Morgantini, 71 anni (Bologna), lotta contro l’emarginazione sociale;
Riccardo Muci, 31 anni (Copertino – LE), agente Polstrada di Bologna
Marco Omizzolo, 43 anni (Sabaudia – LT), combatte il caporalato;
Marco Ranieri, 38 anni (Bari)
Roxana Roman, 34 anni (Roma)
Massimiliano Sechi, 32 anni (Sassari)
Rebecca Jean Spitzmiller, 62 anni (Roma), lotta contro il degrado urbano
Rosella Tonti, 51 anni (Norcia);
Igor Trocchia, 46 anni (Bergamo),ex calciatore;
Suor Elvira Tutolo, 69 anni (Termoli – CB);
Annalisa Ubertoni, 56 anni (Treia – MC);
Carlo Vettorato, 71 anni (Aosta);
Don Eugenio Renzo Zocca, 75 anni (Settimo di Pescantina – VR)

Il dono di Natale. Racconto breve di Grazia Deledda

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Paul Gauguin: Notte di Natale (New York Small)
Marc Chagall. Natività. 1941.

Presi dalla frenesia degli acquisti e dagli impegni quotidiani, abbiamo poco tempo da dedicare a grandi letture. Ecco che ci viene in soccorso dalla realtà contadina sarda d’inizio secolo, a soddisfare la nostra passione di lettori, un breve racconto capace di farci respirare su carta la magia del Natale ormai alla porte. Un racconto su una realtà lontana dal consumismo odierno e dalla globalizzazione, più vicina alla vita dei nostri nonni, fatta di povertà e fondata su riti semplici e usanze inviolabili. E’ una vicenda che ha per protagonista un pastorello di undici anni, Felle, e la sua famiglia che, oltre alla nascita del Bambino Gesù,  festeggia il fidanzamento ufficiale della sorella con un ragazzo benestante. Tutto deve quindi esser impeccabile, dal porchetto alla torta, per onorare la presenza del promesso sposo e di suo nonno. Un piatto è riservato comunque secondo la credenza popolare al capofamiglia, recentemente scomparso, a ricordare le assenze che pesano durante le festività. Felle, tutto preso dalla festa e dal desiderio del cibo preparato per il cenone, di certo non immagina il miracolo che si sta compiendo tra le quattro mura più povere e meno fortunate dei suoi vicini di casa. E la storia del piccolo Felle non è che una rappresentazione di un giorno qualunque delle nostre vite: cristallizzati nel tempo dai nostri problemi e pensieri, dalle nostre formalità, dimentichiamo che la vita con il suo senso scorre senza limiti. Prepotentemente bussa alla nostra porta  l’esistenza che fa entrare nelle nostre piccole realtà quotidiane lo spiffero sfuggente e inafferrabile del suo significato. In uno stile semplice e introspettivo, Grazia Deledda con il suo dono di Natale ci sorprende con l’idea di un progetto più grande di noi, al quale nulla possiamo opporre.

Se volete catapultarvi in quest’atmosfera umile e calorosa, dal  sapore antico, potete leggere il racconto in versione integrale scaricandolo gratuitamente dalla piattaforma ebook -sharing LiberLiber al seguente link:

Il dono di Natale di Grazia Deledda

Questo è il regalo di Natale che la rubrica Storie d’Inchiostro fa ai lettori del Metapontino. Buona lettura e buon Natale.

Grazia Deledda nacque il 27 settembre 1871 a Nuoro, da una famiglia benestante, frequentò le scuole pubbliche fino alla quarta elementare. La formazione letteraria della scrittrice  fu soprattutto da autodidatta. A soli quindici anni pubblicò la sua prima novella. Quinta di sette fratelli, subì diverse tragedie familiari molto dolorose come l’alcolismo del fratello Santus e la morte improvvisa del padre, evento che lasciò in miseria la famiglia. Nel 1899 si trasferì a Roma dove sposò Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze, il quale in seguito divenne agente della moglie a tempo pieno. Unica scrittrice italiana ad aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 1926, la Deledda morì per un tumore al seno, dieci anni dopo, nel 1936.

 

Alle soglie dell’eternità. Il nuovo film su Van Gogh.

in Una finestra sul Mondo
Il grande Willem Dafoe, già protagonista dell'indimenticabile 'Platoon' di Oliver Stone.

1853-1890: potrebbero essere due date qualunque. Potrebbero riferirsi alla durata di un regno, di una lunga guerra, di una crisi economica.

 

O potrebbero essere, come sono, le date di nascita e di morte di qualcuno d’importante, un qualcuno che rispondeva al nome di Vincent Van Gogh.

 

Non v’è al mondo chi non abbia sentito nominare, anche solo per sbaglio, accidentalmente, almeno una volta il nome di Van Gogh: e chi abbia un minimo di studi alle spalle, magari sa anche che era un famoso pittore dell’Ottocento.

 

Gli appassionati e i cultori d’arte, invece, al nominare Van Gogh entrano in una dimensione mentale parallela in cui la grandezza, il genio pittorico, la sensibilità umana ed artistica del grande artista olandese si mescolano inestricabilmente alla sua vita complicata, difficile, piena di entusiasmi e dolori, piena d’amore e di sofferenza e conclusasi a soli trentasette anni con un colpo di pistola nello stomaco. Chi ama la pittura, al solo nome di Van Gogh entra dentro un grande, magico racconto. E’ così.

 

Su questo gigante della pittura impressionistica del XIX secolo uscirà i primi giorni di gennaio nelle sale cinematografiche un film intitolato ‘At Eternity’s gate’ che, tradotto, significa più o meno ‘alle soglie dell’eternità’.

 

Questo è un film da non perdere. Non si tratta, infatti, del solito biopic su notizie trite e ritrite copiate ed incollate da enciclopedie cartacee o multimediali. No.

 

Il regista, Julian Schnabel ha voluto rivelare, mescolando sapientemente verità storica e narrazione filmica, il coté più tenero, sognante, solare, fanciullesco di un pittore che, invece, nell’immaginario collettivo è ricordato come un genio un po’ pazzo che volle tagliarsi un orecchio in un momento di tristezza e si sparò nella pancia per finire i suoi giorni.

 

Splendido interprete del film è Willem Dafoe, che riesce, con il suo sguardo profondo ed inquieto a mostrare le sofferenze interiori del grande pittore nel periodo finale della sua vita.

 

Non voglio anticiparvi altro: il film va visto perché non soltanto è un’opera d’arte, ma anche e soprattutto perché ci aiuterà a preservare, insieme alle mostre, ai saggi, ai documentari, ai corsi monografici delle accademie e delle università una personalità, come quella di Van Gogh, che in soli trentasette anni di vita si è saputa guadagnare l’accesso all’eternità.

Jova Beach Party, per la tappa in programma a Policoro prevendite dal 21 dicembre

in Cultura

«Lasceremo le spiagge più pulite di come le abbiamo trovate, useremo tantissimo materiale di recupero, da qui nasce la collaborazione con il WWF».

Il Jova Beach Party 2019 farà tappa a Policoro il prossimo 13 Agosto. La prevendita dei biglietti inizierà domani (21 Dicembre 2018) e il costo del tagliando sarà di 59,80 euro.
Molteplici le notizie circolate nelle ultime settimane, quando dopo che si è diffusa l’indiscrezione circa la possibilità di avere l’artista in Basilicata, molte sono state le candidature avanzate dai territori. Alla fine l’accordo è stato raggiunto con Policoro che ospiterà l’iniziativa in località Torre Mozza.
«È la cosa più bella che abbia mai fatto: sarà più di un festival, più di un concerto, più di un semplice dj set. Sarà una giornata intera fatta di musica, ospiti, dj; ci sarò io con la consolle, con la mia band con cui duetterò e ogni data sarà diversa, con nuovi ospiti fino a notte fonda. Porterò tutto ciò che mi piace come fosse una gigantesca playlist, e solitamente ciò che mi piace ho notato che piace anche agli altri», ha dichiarato Lorenzo di recente parlando del tour.

Sarà realizzata una vera e propria città sulla spiaggia, «In cui ballare e sentirsi liberi, gli uni con gli altri», con l’accesso al mare, «ci si potrà godere tutti i concerti a bagnomaria, la cosa più bella del mondo». E, infine: «Lasceremo le spiagge più pulite di come le abbiamo trovate, useremo tantissimo materiale di recupero, da qui nasce la collaborazione con il WWF».

Rapsodie gitane di Blaise Cendrars. Quando il diverso diventa il braccio destro di uno scrittore.

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Bivacco di Zingari di Van Gogh (1888, Parigi, Musée d’Orsay)

In queste pagine gli ultimi diventano organi, arti, del corpo di Cendrars. Si trasformano nel suo braccio destro, lo stesso che ha perso al fronte: quando essi soffrono, lui soffre con loro in una fusione indissolubile.  In guerra, sembra volerci dire Cendrars, la bocca del cannone, oltre a strumenti di morte, spara in aria anche il fiore dell’unione possibile tra gli sfortunati, i senza nome, i sofferenti, tra uno scrittore mutilato e i nomadi.

Rappresentativi sono i ritratti che l’autore fa dei suoi amici artisti, come il pittore Fernand Léger, che vuole dipingere i piccoli zingari o il sadico giornalista Gustave Le rouge, uomo disinteressato al denaro e legato in un modo malsano a una donna. Tutti personaggi che vivono al limite della normalità.Un ampio spazio è anche dedicato alla gitana ricca mecenate Paquita, sua grande amica. In modo spontaneo, senza artefatti se non quelli dettati dalla fantasia, l’autore ci fa uno schizzo veloce, senza rifiniture e divieti di logica, di quella che è stata la sua vita di uomo libero ma allo stesso tempo prigioniero (come gli sarà predetto dalla zingara Madre): la sua sete di libertà è, infatti, la sua maledizione perché lo condanna alla solitudine. Rapsodie gitane rappresenta una dolce evasione in un mondo parallelo fatto di libertà, magia, e arte senza le manette e le catene delle leggi morali socialmente riconosciute. Consigliato a chi non ha paura di “errare”in tutti i sensi.

Blaise Cendrars (pseudo mino di Frédéric Louis Sauser 1887-1961) condusse vita errabonda sin dall’infanzia, vivendo in Egitto, in Italia, in Germania, in Russia, in America, e viaggiando in tutti i continenti. Dopo alcune raccolte di versi pubblicò numerosi romanzi, spesso di carattere avventuroso ed esotico; fu anche sceneggiatore cinematografico e corrispondente di guerra. Inserito nei circoli di avanguardia del suo tempo, amico di Chagall e di Modigliani, ebbe con la sua opera una profonda influenza sui surrealisti.

 

La Regina dei Sussurri: il successo silenzioso e irresistibile di Pelagea.

in Una finestra sul Mondo
Pelagea Porfirovna, la superstar dell'ASMR.

Normalmente, in questi tempi di caciare e chiacchiericcio inutile, querulo e fastidioso in televisione ed in Rete, ad ogni ora del giorno e della notte, ci si dovrebbe aspettare che ogni exploit, ogni nuovo evento o personaggio sia legato sicuramente a qualche trasmissione un po’ coatta, a qualche rissa catodica di argomento calcistico o a qualche altro non proprio educativo momento di entertainment ‘de noantri’.

 

E invece no.

 

Questa volta vi parlerò di una Star (una vera Diva per coloro che seguono ed apprezzano la sua specialità) che, invece di puntare sulla sovraesposizione mediatica, sulla baruffa gallinacea da teleschermo, insomma, sulla villanìa rozza e cafona che viene elargita a piene mani in ogni trasmissione, ha scelto il silenzio, la quiete, i ritmi lenti oggi sconosciuti, la delicatezza, l’eleganza olimpica che solo una Venere rinata come lei poteva condividere con milioni e milioni di fans.

 

Parlo di Pelagea.

 

Questa giovane e brillante russa, che davvero si chiama Pelagea di nome e fa Porfirovna di cognome, che conosce almeno tre lingue e le parla con una naturalezza e dolcezza disarmante, si è lanciata, quasi per caso, in una nicchia della Rete che però, in poco tempo, ha conquistato milioni di estimatori dei due sessi e di tutte le età: è il mondo dell’ASMR.

 

ASMR è l’acronimo di autonomous sensory meridian response e, detto così, potrebbe sembrare una malattia inguaribile del sistema nervoso o giù di lì.

 

In realtà, dietro questa sigla, che esalta e accomuna milioni di fans al mondo, Pelagea e tante altre sue più o meno fortunate emule si esibiscono in video castissimi, incredibilmente normali, senza musiche di sottofondo o pubblicità invasive, in cui sussurrano ad immaginari interlocutori (cioè tutti quelli che guardano da casa off-line, cioé a giorni, settimane o mesi da quando il video é stato caricato) brevi e piacevoli frasi, simulando le più diverse situazioni reali o fantasiose.

 

Appare, ad esempio, una bellezza classica, dagli occhi profondissimi, ben vestita, curata in ogni aspetto e dalla voce vellutata e simula di essere la titolare di un salone di bellezza. Magari ti fa la barba o ti taglia i capelli, ti parla soavemente, ti guarda (in realtà sta guardando con la massima naturalezza la videocamera montata sul suo portatile o computer da tavolo, ma che differenza fa?), ti sorride e ti fa un sacco di complimenti: è un gioco di ruolo, ovviamente, in cui tu, che continui a stare seduto nel grigiore nebbioso di Milano, nel caos creativo e odoroso di Napoli, nella frenesia rutilante ed asfissiante di Roma immagini, per allontanarti da tutto quello, di essere seduto lì, su quella sedia di barbiere (o magari in quell’ufficio a parlare con l’avvenente segretaria o in quel negozio a flirtare con la commessa un po’ timida) nella segreta speranza che quel sussurro continuo, quei modi gentili e casti, quell’atmosfera ovattata ed un po’ irreale cancelli stanchezza, tristezza, noia ed insonnia incombente ed angosciante.

 

E’ un mondo magico di silenzi e sussurri, di parole pronunciate a fior di labbra e quasi come se le si volesse dire segretamente in un orecchio: ma milioni di persone ogni giorno, collegandosi dalle lontane Americhe o dalla misteriosa Asia, dalla vecchia Europa o dall’avventurosa Oceania, le cercano, le implorano e le ascoltano con la massima attenzione, perché per loro sono l’unica fonte di serenità, di tranquillità e di pace.

 

E di questa serenità, di questa tranquillità e di questa pace Pelagea è, senza alcun dubbio, la Profetessa più ascoltata, l’Oracolo più seguito e l’Imperatrice più venerata.

 

Lunga vita a Pelagea!

Classifica “Dissapore”, il primo posto al panettone lucano di Vincenzo Tiri

in Cultura
vincenzo tiri, il panettone dell'omonima pasticceria al primo posto nella classifica "Dissapore" 2018

Per la quarta volta di seguito, il primo posto è stato conquistato da Vincenzo Tiri e dalla sua Pasticceria Tiri 1957 ad Acerenza (in provincia di Potenza). A convincere la giuria sono state le farine macinate a pietra, l’uva passa australiana, la frutta candita in proprio nella vasca a cielo aperto, il burro francese (anzi, i burri), le uova di galline allevate allo stato brado, il miele di acacia e la vaniglia Bourbon e la segretissima lavorazione a tre impasti con 72 ore di lievitazione. La classifica 2018 dei migliori panettoni artigianali tradizionali d’Italia è stata stilata nei giorni scorsi da Dissapore

Come vestirsi bene con l’essenziale: istruzioni per l’uso.

in Cultura/La Grande Bellezza

‘’ Io voglio i miei soldi là dove li posso vedere: tutti appesi nel mio armadio.’’

 A quanti, leggendo questa nota citazione cinematografica, sarà sicuramente venuta in mente Carrie Bradshaw, personaggio autobiografico creato da Candace Bushnell e protagonista di Sex and City, diventata universalmente icona di stile? Ebbene, vorreste sentirvi come lei dinanzi ai vostri armoire, croce e delizia delle quattro stagioni?

Niente paura, per vestirsi bene basta l’essenziale.

Osservando le guru della moda, tra attrici, blogger e socialite, sempre più spesso si ha l’impressione di non poter raggiungere quel grado di perfezione perché ciò è sintomatico di lusso sfrenato. Eppure, quelle che i media definiscono it girl spesso sono anche sinonimo di estrosità ed eccessi che sarebbero inconciliabili con la vita reale dei comuni mortali più sobri e pratici. Basti pensare all’influencer italiana  più famosa del globo, Chiara Ferragni,  che dal suo attico posizionato nella città simbolo della moda, posta quotidianamente sui social outfit che variano dai total white al total skin, unicamente di brand come Chanel, Prada, o Versace. Per nostra fortuna vale ancora  la stessa vecchia regola di cui Coco Chanel ne fece una filosofia. Per esser sobri bisogna esser essenziali.

‘’ Prima di uscire, guardati allo specchio e togliti qualcosa. ‘’

           Coco Chanel

Ad ogni modo, presentarsi in ordine in un qualsiasi contesto sociale fa la differenza. Che tu vada a un colloquio di lavoro o a una cena con amici, è importante saper scegliere i propri abiti e perché no anche gli accessori nel modo giusto, non dimenticando mai la propria personalità.

GLI ESSENZIALI DA AVERE NEL GUARDAROBA

L’intramontabile Jeans

Hanno fatto la storia di intere generazioni e rappresentano l’icona dell’ abbigliamento casual per eccellenza, i jeans possono aiutarci in ogni occasione. Da indossare con i sandali oppure décolleté, per un party glamour o con le sneakers in situazioni informali.

 

 

 Il tubino nero

Da oltre un secolo è un capo simbolo di eleganza. Un classico eccezionale e versatile per differenti occasioni. Da indossare con una giacca sfiancata nell’ambito lavorativo o con un bolero di raso per una cerimonia. C’è anche chi lo indossa con anfibi e giacca di pelle per rendere il proprio look un misto di eleganza rock.

 

 

 La camicia

Se dalla fine del 1600 la camicia delineava l’appartenenza sociale, dividendo l’aristocrazia dalla plebe, oggi questo capo è tra i più amati sia da donne che da uomini di ogni estrazione sociale. Tra i più versatili degli indumenti, può esser indossato sotto un maglione e i jeans o con un pantalone a palazzo a vita alta per donare al look un tono più glamour.

 

 

Blazer

Con una T-shirt o una camicetta di seta. Con un look da jogging o da disco. Con i jeans strappati o una gonna lunga. Questo capo dovrebbe esser in cima alla lista shopping di ogni donna.

 

 

 

 Il trench

Nato come capospalla per proteggere i soldati sul fronte di battaglia, il trench-coat ovvero cappotto da trincea, di fatto, insieme al tubino nero e alla camicia, è tra gli essenziali di un guardaroba contemporaneo. Può esser indossato con dei tacchi alti e un pantalone a sigaretta oppure con un maglione oversize, grande indumento must-have dell’inverno.

Se, infine,  al tuo outfit vorrai donare un tocco di classe in più, apri l’armadio e indossa un sorriso.

Più essenziale di questo…

 

CURIOSITÀ DALLA STORIA

 Sapevate che i gli antichi romani erano molto vanitosi e ci tenevano particolarmente allo stile? Amavano seguire la moda dell’epoca e abbigliarsi in differenti modi in base alle occasioni e ovviamente al ceto sociale. Il capo di vestiario più in uso erano la toga e la tunica. I tessuti più utilizzati erano la lana e il lino, ma tra la fine del I sec a.C. e l’inizio del I sec d.C., tra i ceti più nobili, iniziarono a diffondersi anche la seta ed il cotone, entrambi molto costosi in quanto provenienti dalla Cina o dall’India; mentre nelle regioni più fredde si usavano anche pellicce e cappelli di feltro.

ATTENZIONE PERÒ: Solo chi godeva della cittadinanza romana aveva il diritto di portare la toga e l’autorità doveva vigilare che gli stranieri non la indossassero. Infine, ieri come oggi, gli accessori contribuivano molto al decoro della donna e tra i più usati vi erano le spille, i pettinini e naturalmente i gioielli: collane, bracciali, catenine, orecchini, anelli alla mani e alle caviglie.

 

copyright:

jeans, vestito nero, trench, camicia bianca, blazer nero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La formula matematica-magica nella poesia di Sinisgalli

in Storie d'Inchiostro

Con l’Ermetismo la singola parola acquista l’apice del suo potere in poesia. Dietro la brevità del verso e la parola priva di aggettivo, c’è da parte del poeta la volontà di rivelare la stessa bellezza luminosa della pelle nuda e di accecare il lettore con una verità illuminante. Tra le file dei seguaci dell’Ermete meridionale, oltre ai noti Quasimodo e Gatto, milita, per alcuni aspetti, il montemurrese Leonardo Sinisgalli (1908-1981). A questo “ giovane poeta dalle parti di Orazio”, come lo definisce Ungaretti, va il merito di aver saputo destreggiarsi con grande abilità tra i numeri quanto tra le lettere. Leonardo spicca per le sue capacità fin da piccolo, tanto che, il vento favorevole del suo genio lo spinge prima a Caserta, e a Benevento poi, per proseguire gli studi. Esperienza, quella dell’abbandono del paese natio, che lo segna profondamente: ” io dico qualche volta per celia che sono morto a nove anni, dico a voi amici che il ponte sull’Agri crollò un’ora dopo il nostro transito…”. Tuttavia, il poeta delle due Muse, laureato in Ingegneria elettrotecnica e Industriale, che vivrà nelle grandi città di Roma e Milano e parlerà alle masse attraverso la sua attività di pubblicista presso Olivetti, non dimenticherà mai il paesello e la Lucania, ai quali farà visita attraverso i suoi versi.
La natura di Sinisgalli è per sua stessa ammissione doppia: il poeta dice di avere ” due teste, due cervelli, come certi granchi che si nascondono sotto le pietre… “. L’amore condiviso per le scienze e le lettere farà di Sinisgalli, un “Leonardo del Novecento”, capace di ricoprire il ruolo di artista poliedrico: fu art director per Pirelli, direttore di riviste come Civiltà delle Macchine, autore radiofonico per la Rai, disegnatore. Se la sua duplice natura, ai più, può apparire conflittuale, in realtà è espressione dello stesso spirito sensibile alla continua scoperta del significato ultimo delle cose. A prova di ciò, Sinisgalli dirà:
“Questo per dire che la matematica non è il frutto della gelida ragione e che i poeti e i matematici, gli eletti, sono i più vulnerabili, perché sono imprudenti, perché vivono al limite dell’inesattezza…E il matematico e il poeta, anche quelli di spirito più eccelsi, non riusciranno mai a riempire tutta la vita di poesia o di matematica. Tra un verso e l’altro, tra un teorema e l’altro, scorre la vita che ci sorprende miserabili, malinconici, deboli…”. Leonardo Sinisgalli- L’età della Luna, cit.129
Un animo teso in uno sforzo continuo di ricerca, che Sinisgalli imputa anche alle sue origini perché “ il lucano non si consola mai di quello che ha fatto, non gli basta mai quello che fa. Il lucano è perseguitato dal demone dell’insoddisfazione”.
Nelle raccolte La vigna Vecchia e Vidi le Muse, Sinisgalli ci dà prova di aver abbracciato lo stile ermetico. Tuttavia la sintesi del verso deriva anche dall’influenza che il linguaggio dei numeri esercita sul poeta. I versi appaiono come delle “formule matematiche”: attraverso un’ essenzialità estremizzata ogni parola cela un significato univoco, necessario per arrivare all’ epilogo del verso, al realizzarsi “della magia” del ritorno all’infanzia perduta, agli affetti veri e alla semplice realtà contadina. La natura umile e pratica del poeta lo conduce a riferirsi nei versi alle “cose”, elementi quotidiani e le muse sinisgalliane sono “volgari”, compagne di giochi, ben lontane dalle classiche muse ispiratrici. La poesia è, quindi, una formula matematico-magica istantanea atta a recuperare il filo interrotto con il passato.
E, ancora, la penna di Sinisgalli incide con tratti stilizzati paesaggi, momenti di vita paesana, senza enfatizzare l’emozione, che, con la forza reale dell’universalità della condizione umana, colpirà il lettore in un modo quasi impercettibile. Come piccoli francobolli di vita vissuta, i versi del poeta-ingegnere se ne vanno a spasso per il mondo in cerca dei cuori dei figli partiti e non ancora tornati da consolare.

Niente per un poeta parla meglio delle sue poesie. Eccone, per voi, alcune. Buona lettura.

BREVE STORIA

Piovve tutto l’inverno quell’anno
di scuola, di chiesa, di cortile.
A quell’età bisognava morire.

SIAMO LEGATI

Siamo legati
dalla miseria della vita.
Ci parliamo piegandoci controvento

FEBBRAIO

Prima che spunti il verde dai rami
ogni anno risorge a mattutino
il fischio del muratore.

L’ANNO NUOVO

Non vuol pesarci
col suo sovraccarico l’anno nuovo,
cammina lesto sulle travi

LA VIGNA VECCHIA

Mi sono seduto per terra
accanto al pagliaio della vigna vecchia.
I fanciulli strappano le noci
dai rami, le schiacciano tra due pietre.
lo mi concio le mani di acido verde,
mi godo l’aria dal fondo degli alberi.

Prima scomparivano solo le lucciole: ora scompaiono anche le api.

in Una finestra sul Mondo

In un lontano, memorabile giorno del febbraio 1975, Pier Paolo Pasolini, sul Corriere della Sera, in un articolo sconsolato, ma anche pieno di vigore intellettuale, parlava di un fenomeno che si stava verificando in Italia (e per estensioni in Occidente, come compresero bene i lettori) già dalla seconda metà degli anni Sessanta: la scomparsa delle lucciole.

Lungi da me aspirare a tale grandezza giornalistica: non ne sarei capace. Ma un piccolo contributo alla migliore conoscenza dell’ambiente lo voglio dare anch’io.

E si: perché, dati alla mano (è uscito da poco un allarmatissimo report del ministero dell’agricoltura statunitense), si può dire che, oltre alle lucciole di pasoliniana memoria, stanno scomparendo, e a ritmi vertiginosi, anche le api.

Un profetico ed inquietante Einstein affermò un giorno che l’uomo non sarebbe sopravvissuto cinque anni alla scomparsa delle api: e non aveva tutti i torti.

Inverni troppo rigidi, siccità eccessive e ripetute, utilizzo folle di pesticidi e fungicidi e persino l’utilizzo di un particolare nutrimento per le api d’allevamento (l’HSFC), contribuiscono a far crollare pesantemente la popolazioni dei preziosi insetti nel mondo: e le api, ricordiamolo, aiutano all’impollinazione di almeno 130 tra frutte e verdure necessarie alla varietà alimentare umana.

Insomma: se non vogliamo farlo per le api, insetti peraltro gentili, simpatici, operosi e, fino a prova contraria utili, facciamolo per noi stessi. Se l’uomo non riuscirà a fermare la morìa sempre più preoccupante di api, nei prossimi anni potrebbero esserci grossi problemi nel raggiungimento del benessere alimentare necessario a tutti noi. E questo, sì, che sarebbe un problema del quale interessarsi urgentemente.

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