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Cultura - page 5

Bambini di tre genitori: la tecnica del MRT.

in Una finestra sul Mondo

Chi non ci è passato, non lo può capire: questo va detto preliminarmente. Chi ha sofferto o soffre per non poter avere figli patisce dolori (spirituali e materiali) indicibili e per tempi lunghissimi.

Va anche detto che nessuno è titolato a giudicare né questo articolo si vuole porre come una presa di posizione ‘pro’ o ‘contro’: qui si vuole fare solo sommessamente un po’ di semplice, sana informazione. Null’altro.

Detto questo doverosamente, possiamo passare rapidamente all’argomento di queste mie poche righe: la tecnica di inseminazione conosciuta come MRT.

Con questa sigla intendiamo la mitochondrial replacement therapy, cioè, per i meno avvezzi all’inglese, la terapia di sostituzione mitocondriale.

Iniziata in Inghilterra ufficialmente e con tanto di riconoscimento del competente ministero della salute, questa tecnica permette a genitori certi (o quasi) di avere figli con malformazioni o malattie genetiche ereditarie di sostituire, tramite una donatrice sana, una parte minimale, ma fondamentale, (intorno allo 0.1% del genoma adulto) del DNA mitocondriale.

A puro scopo informativo ricordiamo che, nei soli Stati Uniti, ogni anno, nascono almeno 800 bambini che, a causa di problemi a livello mitocondriale, appunto, vanno incontro a forme di disabilità pesantemente invalidante o anche alla morte prematura.

Inutile dire che la tecnica è invasiva e non priva di rischi e che, sia a livello medico, sia a livello bioetico, i fronti su questo argomento sono ben netti e contrapposti: da un lato, sin dal 2014, i difensori dei progressi della scienza e della tecnica affermano che, se vi è la possibilità concreta di agire a vantaggio della vita e della salute del nascituro, ogni scoperta deve essere accolta favorevolmente; dall’altro, coloro che ritengono che un intervento sul DNA mitocondriale (quello materno, per intendersi) sia da intendersi sempre e comunque come un’interferenza pesante sulla Natura e sul volere di Dio, ovviamente criticano pesantemente questa nuova metodica.

Vi è, poi, per noi comuni mortali, anche un altro e non meno preoccupante oggetto di attenzione in questa diatriba: poiché la ‘seconda mamma’, cioè la donatrice del materiale genetico sano, dovrebbe/potrebbe essere considerata a suo modo l’altra madre biologica del bambino, questo apre uno squarcio preoccupante su possibili implicazioni non solo anagrafiche, ma anche ereditarie che una situazione del genere potrebbe alla lunga creare.

Quello che è certo è che i bambini nati in Inghilterra e Stati Uniti (ed altri paesi) in questi ultimissimi anni, hanno, a tutti gli effetti, tre genitori: due che si prendono cura di loro direttamente e che risulteranno i loro unici genitori, ed una terza genitrice che, da lontano (o così almeno si spera), seguirà la crescita e la vita di questi bambini che, alla fine, sono bambini come tutti gli altri: belli, teneri, buffi e simpaticissimi e meritevoli di vivere una vita tranquilla senza necessariamente sentirsi al centro dell’attenzione del mondo.

Incontro con l’autore Stefano Labbia e le sue “Piccole vite infelici”

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Ospite “virtuale”  della nostra rubrica è oggi il giovane (classe 84′) scrittore e artista poliedrico Stefano Labbia. Di origini brasiliane, ma nato a Roma, Stefano è autore di  due raccolte di poesie  “Gli Orari del Cuore” (2016 -Casa Editrice Leonida) e “I Giardini Incantati”( 2017-Talos Edizioni). Il Faggio Edizioni ha pubblicato nel 2018 la sua prima raccolta di racconti “Bingo Bongo & altre storie.

Piccole vite infelici , pubblicato ad ottobre 2018, è il suo primo romanzo. In un’ epoca nella quale bisogna dimostrare in un modo quasi esasperante una vita ” a mille” , perfetta sui social, con selfie dai sorrisi a trentadue denti  in feste da sballo, Stefano ha il coraggio di mettere in scena la vita precaria, senza un centesimo, povera di affetti di quattro personaggi in cerca di un posto nel mondo cinematografico, nella città regina delle cineprese, l’Eterna Roma. Senza tanti edulcorati giri di parole Stefano Labbia descrive con occhio di ” vetro”, crudo e spietato,  gli aspetti pratici del dramma esistenziale di queste anime in pena nell’inferno di una città dispersiva, caotica, cannibale. A breve la recensione di questa storia dei giorni nostri. Ora, ecco per voi l’intervista a questo meritevole autore emergente.

Se dovessi descrivere “Piccole vite infelici” con una parola quale useresti?

Innanzitutto grazie per la fantastica opportunità! Bella domanda… Credo che direi “verità”. Nel romanzo che è pura fiction, alcune interazioni, alcuni comportamenti risultano piuttosto umani. Finiamo un po’ per riconoscerci in questi quattro “sciagurati” alla ricerca di fortuna che, nonostante provino a lottare e a darsi da fare… si scontrano spesso e volentieri con un muro di mattoni. Muro che può essere la loro inettitudine, il loro pesante passato, il “nepotismo” o altro ancora.

Nel tuo ultimo libro ci hai parlato del male di vivere ,delle difficoltà di esser “umani” e giovani oggi , di entrare nel mondo del lavoro e coltivare rapporti umani sani. Cosa manca di più alla società odierna e come consigli di riparare le crepe della nostra vita attuale?

Non ho vissuto quegli anni (sono un classe 1984…) ma credo (essendo a conoscenza di racconti, aneddoti e descrizioni di quegli anni) che negli anni ’50 in Italia ci fosse più empatia, più unità. Meno competizione – non sto parlando di quella sana ovviamente… Il periodo era “particolare”: la guerra era finalmente un ricordo e c’era voglia di ricostruire (in tutti i sensi). Di tornare a vivere. C’era meno “fortuna” per tutti, economicamente parlando. Meno possibilità. Ma c’era più voglia di parlare, di condividere ciò che si aveva: sogni, ilarità e… cibo. Ma forse si era anche un filino più genuini. Meno falsi, rispetto ad oggi. Non sto dicendo che dovremmo resettare tutto e tornare a quegli anni – anche perché realisticamente non è fattibile… Ma forse dovremmo ritornare “alle basi”. Ritrovare quello spirito. Rivedere i nostri atteggiamenti, le nostre priorità. Lo dico probabilmente con un po’ di “ingenuità” ma… Credo che dovremmo vivere meno di tecnologia e di “black friday” e abbracciare quello che conta davvero: la famiglia, quello che ci fa stare davvero bene. Che ci appaga. Che ci rende davvero felici anche se solo per un attimo. Del resto… la vita non è forse fatta di istanti, di attimi che si affastellano l’uno sull’altro?

Le opere parlano meglio dei propri autori, ma siamo dei lettori un po’ invadenti e indiscreti e vogliamo scoprire qualcosa di più direttamente da te. Parlaci, ad esempio,delle tue abitudini di scrittore. Quando hai iniziato a scrivere, e quante ore al giorno dedichi a questa attività? Sei uno scrittore insonne ? Spremi le meningi o aspetti l’arrivo della tua musa ispiratrice? Riti scaramantici prima di ogni pubblicazione?

Scrivo da sempre. E scrivo ogni giorno, in qualunque situazione / condizione… La scrittura è la mia vita. Non potrei fare altrimenti… In tutta onestà scrivo ogni storia che mi “cade tra le braccia”: l’ispirazione può arrivare da ogni parte ed io sono sempre pronto ad accoglierla. Poi ovviamente c’è un lavoro dietro al “soggetto”, all’idea di base… Ma spesso viene tutto da sé. Personaggi, plot, location. Anche il genere di narrazione (film, romanzo, graphic novel) riesco ad inquadrarlo quasi subito. Non ho riti scaramantici – forse dovrei averne invece, chissà!

Di chi ti senti figlio “di penna”? Gli autori a te più cari che ti hanno accompagnato nella tua crescita letteraria e che sono tua fonte d’ispirazione.

Di tanti e di nessuno fondamentalmente… Gli autori che stimo sono tantissimi… Ma al tempo stesso ho cercato, più che di imitarli, di trovare uno stile tutto mio. Che ovviamente “adatto” di fronte alla storia che scrivo seguendo le regole che ogni forma di espressione richiede. Se dovessi citare gli autori che ho nel cuore ti direi Satre, Dostoevsky, Koestler, Lewis, Dickens, Paasilinna, Baurn, Longanesi… Ma anche Flaiano, Dumas, Harris, King, Doyle, Christie, Nicholas, Mann, Bukowski. E Shakespeare…

Melina, Maya, Caio Sano, MM: a quale personaggio sei maggiormente affezionato e a quale avresti voluto regalare un finale diverso?

I personaggi sono nati così ed avevano dentro di loro, per via del modo in cui “vivono” la loro “esistenza di carta”, già il finale incluso in sé. Noi non siamo diventati ciechi… lo siamo sempre stati. È una frase del nuovo libro che sto scrivendo che parla proprio di questo: di come viviamo le nostre vite senza badare appieno alle scelte che compiamo e di quanto, dall’esterno, sia facile “indovinare”, quasi come se fossimo mentalisti, il finale della nostra “storia”. Non ce ne rendiamo conto ma le nostre vite – e quindi anche quelle dei personaggi (ir)reali che porto spesso in scena su carta e su altri media – sono spesso scontate. Ovvie… Se si sa dove guardare… specialmente per quanto riguarda il finale. Esattamente come ogni storia che viene raccontata: quanti di voi guardando un thriller, specialmente, conosce già una situazione che accadrà, addirittura una battuta di uno dei personaggi… No non siamo tutti Sherlock Holmes. È solo che quel film l’abbiamo “vissuto” in qualche modo, mesi o anni fa sulla nostra pelle. Per questo quando si parla di cliché soffro: tutto può essere un cliché ma non per questo significa che il prodotto sia fatto male o falso. Anzi. Tiene conto delle dinamiche reali, spesso e volentieri. Ovvio che c’è cliché e cliché… Ma sto divagando. Insomma… L’umanità calca questa terra da quanto? Abbiamo avuto filosofi, grandi pensatori, psicologi, psichiatri che hanno scandagliato l’animo umano così in profondità che, senza sforzo, possiamo riconoscere chi è cosa (maschio alfa, ribelle etc.) e allo stesso tempo, possiamo facilmente intuire il finale della sua vita. Non ci sono poi così tanti percorsi, da intraprendere, se ci pensiamo… Così come non ci sono poi molti finali a nostra disposizione. Tornando alla domanda principale: credo che tra i quattro quello che abbia più da dire / dare sia Caio Sano per via del suo carattere. O meglio, mi correggo… Caio non ha un carattere… ha un caratteraccio (cit. … “pulp”). Infatti lo ritroveremo protagonista in una storia breve nella mia prossima raccolta di racconti che sarà portata in scena anche a teatro sottoforma di monologhi. Titolo? “Il padre di Kissinger era un bastardo”. Ovviamente non si parla del vero Kissinger, Segretario di stato americano anni ’60 – ’70…

Cosa ti ha spinto a parlare di questa storia? Quale è stata la tua fonte ispiratrice?

Mi sono guardato attorno. Ho colto le azioni, le reazioni, la falsità. La voglia di vincere edulcorata dall’apatia, dalla noia, dalla tecnologia, dalle manie di grandezza del mondo romano del cinema. E poi ho “condito” il tutto con un bel po’ di fantasia restando sempre saldo alle loro “esistenze”.

Hell panel from The Garden of Earthly Delights – Museo del Prado in Madrid, c. 1495–1505, attributed to Bosch.

Nel tuo libro ci hai introdotto al mondo precario e senza remunerazione dello show biz. Quanta vita vissuta da te c’è in “Piccole vite infelici”? Cioè quanto “”Stefano” , quale percentuale di  esperienze da te realmente vissute abitano le pagine del tuo scritto?

Fortunatamente ben poche… Ho “raccolto” le confessioni di conoscenti e amici che, come già messo in scena abilmente dalla serie tv “Boris” di Fox Italia, sono sotto agli occhi di tutti. Spesso non vogliamo vederle. Neanche se facciamo parte del sistema stesso. Per “comodità” o perché, come detto… siamo ciechi.

Cosa significa essere un autore emergente nello scenario letterario attuale?

La maggior parte delle volte è un sogno. Ma non posso negare che, specialmente nel nostro Belpaese, sia dura. È una sfida quotidiana… una maratona continua. Devi sempre dimostrare chi sei, cosa sai fare. Questo che tutti vedono come un limite però, per me è uno stimolo in più ad essere sempre attento, a continuare a produrre, comporre. All’estero è differente: non importa chi tu sia, quanti libri hai venduto, quanto eco tu abbia sui media, quanti followers hai “collezionato”… Ovvio che il Paradiso in terra non esiste… Ma c’è difficoltà e difficoltà. Ostacolo ed ostacolo. Ho visto moltissimi validi autori, qui nel nostro Belpaese, gettare la spugna dopo un “ko tecnico”. «Hai venduto poco. Lascia perdere.» la sentenza. Ed è un peccato perché per ogni prodotto c’è un tempo, così come per ogni cosa. Quello che adesso non è “recepito”, accolto lo sarà sicuramente fra un anno. Fra cinque. Non siamo eterni, è vero… Ma ditemi quanti autori ricordate che hanno inanellato successi uno dopo l’altro. Senza mai cadere? E quanti sono stati subito “famosi” ed hanno raggiunto le masse? Pochi. Soprattutto perché la vera sfida è competere con se stessi, non con gli altri. Almeno credo…

Scriviamo sempre per qualcuno. Chi vorresti che leggesse “Piccole vite infelici” e che messaggio vuoi che lo raggiunga?

Qualcuno durante le presentazioni romane di “Piccole vite infelici” ha “azzardato”, a mio dire, riguardo al contenuto del romanzo, un paragone con Verga ed il suo verismo. Altri sostengono che questo libro non abbia target – lettori: si può / deve leggere a tutte le età. Gli “adulti” possono conoscere i giovani precari ricchi di sogni e poveri in canna del 2000. I giovani possono rivedersi, fare un po’ di sana autocritica e confrontarsi… Sicuramente l’obiettivo che mi ero posto era quello di scatenare emozioni nel lettore di ogni età, siano esse positive o meno, rispetto ai personaggi presenti nel romanzo e alle loro decisioni. Alle loro (non) azioni, spesso… Spero di esserci in qualche modo riuscito

La Disneyland dei cellulari. La Fiera di Barcellona 2019.

in Una finestra sul Mondo

Se siete di quelli che si addormentano e si svegliano con la paura di non aver controllato tutti i messaggi e le mail arrivate fino a un secondo prima; se non potete fare a meno di fotografare la colazione, il pranzo, la cena, il cappuccino al bar, il thé con le amiche, la birra con gli amici, la prima e l’ultima sigaretta della giornata; se vi portate il cellulare in bagno, in cucina, in tinello, in sala da pranzo, in garage ed in soffitta; se la vostra vita senza cellulare non avrebbe senso; se siete parte, insomma, di quella gigantesca tribù digitale che ha nel cellulare una estensione naturale del proprio cervello e della propria mano, ebbene, amici, allora non potete non visitare un evento mondiale che si terrà, tra pochissime settimane, in Spagna.

Infatti, a Barcellona, tra il 25 ed il 28 febbraio prossimi si terrà il GSMA MWC 2019.

Detto così, sembrerebbe il convegno mondiale di tutti i nerds appassionati di fisica fantaquantistica delle particelle a tortiglione spiaccicate impegnati a sviluppare su infinite lavagne le più complesse disequazioni irrazionali di quarto grado, bilaterali, antero-posteriori e a chiazze.

Nulla di tutto questo, invece. Il MWC, come brevemente lo chiamano gli addetti ai lavori, è il paradiso neanche troppo fantascientifico di tutto quanto la telefonia mobile e in generale la comunicazione su reti 4G possa offrire allo stato attuale.

Tre volte l’anno, in tre luoghi che non potrebbero essere più diversi per ritrovarsi poi, invece, tanto uguali, oltre 750 operatori di telefonia, provenienti da 250 paesi diversi, s’incontrano per confrontarsi, discutere (ci sono, infatti, momenti di riflessione scientifica ed economica durante queste conventions), proporre al grande pubblico e far apprezzare da tecnici e concorrenti le più strabilianti innovazioni in campo di telefonia senza cavo.

Una volta all’anno a Shangai, un’altra a Los Angeles e ogni febbraio a Barcellona, grande pubblico ed esperti del settore si possono incontrare e crescere, possono sognare e toccare con mano, possono guardare al futuro del telefono (e non solo) senza dimenticare il passato.

La crescita economica del settore è pari al 7.51% all’anno e, solo per dare alcune cifre, i nuovi sottoscrittori di un contratto mobile quest’anno sono stati 5.201.158.979.

Se si pensa che la prima chiamata da dispositivo mobile fu fatta in una piccola emittente radio in Finlandia nel 1991, e che nel 2001 i possessori di telefono mobile erano già 1.000.000.000, direi che è un settore sul quale è bene tenere sempre accesi i riflettori dell’interesse sociale, culturale, economico e politico.

Voi che dite?

Un weekend ricco di appuntamenti per l’I.T.S.E.T. “Manlio Capitolo” di Tursi

in Cultura
I.T.SE.T. "Manlio Capitolo"
I.T.SE.T. "Manlio Capitolo"

Continuano questa settimana gli appuntamenti aperti a studenti e famiglie organizzati dall’I.T.S.E.T. “Manlio Capitolo” di Tursi nell’ambito delle iscrizioni alle classi prime per l’anno scolastico 2019/2020.

Il primo, in programma venerdì 25 gennaio a partire dalle ore 17 nell’auditorium dell’istituto, vedrà la presentazione della “Guida all’Orientamento Universitario” del docente universitario prof. Pasquale Tucciariello. L’incontro, aperto a tutte le famiglie e gli studenti del territorio, vedrà il relatore illustrare le buone pratiche per “prendere una buona laurea e trovare un buon lavoro”. Un’occasione di approfondimento particolarmente utile per gli studenti che si avvicinano all’importante scelta del proprio percorso post diploma.

Domenica 27 gennaio sarà il turno dell’open day: dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 19.30, il “Manlio Capitolo” apre le sue porte agli studenti che frequentano il terzo anno delle scuole medie e alle loro famiglie. Il dirigente scolastico, dott.ssa Anna Di Trani, i docenti e il personale amministrativo saranno lieti di fare da guide per far scoprire gli spazi dell’istituto (aule, numerosi e attrezzati laboratori, sale LIM, auditorium, palestra) e per illustrare l’offerta formativa dei quattro indirizzi: “Amministrazione, Finanza e Marketing” (ex ragioneria) e Turismo per il settore economico e “Costruzioni, Ambiente e Territorio” (ex geometra) e “Informatica e Telecomunicazioni” per il settore tecnologico.

«Il nostro istituto rappresenta un punto di riferimento importante per il territorio», afferma il prof. Giovanni Gatto, referente per l’orientamento in ingresso, «perché offre un ventaglio formativo completo garantendo a fine percorso un diploma finito e direttamente spendibile nel mercato del lavoro. Un mercato che è sempre più alla ricerca di tecnici che possano progettare correttamente l’accoglienza turistica, gestire un cantiere edile in maniera efficiente secondo le attuali normative, amministrare i bilanci di un’impresa di qualsiasi dimensione, sviluppare soluzioni informatiche che rispondano alle sfide del mondo d’oggi».

«Figure professionali», continua il professore, «che contribuiamo a formare combinando approcci didattici innovativi, ambienti d’apprendimento all’avanguardia (un nuovo laboratorio dedicato al CAT è in fase di allestimento), un clima sereno e aperto e personale docente competente. Inoltre, il nostro istituto pensa anche agli adulti proponendo una serie di corsi serali che sono tra i più frequentati della provincia. Invito dunque famiglie e studenti a venirci a trovare durante l’open day di domenica 27 per verificare di persona la bontà della nostra offerta formativa. Il personale di segreteria sarà a disposizione per supportare le famiglie nel completare senza problemi la procedura di iscrizione online dei propri ragazzi».

Tutte le informazioni sull’I.T.S.E.T. “Manlio Capitolo” sono disponibili presso il sito della scuola all’indirizzo http://www.itcgtursi.gov.it e sulla pagina Facebook (https://www.facebook.com/ITSETMCapitolo), mentre la brochure sull’offerta formativa è disponibile a questo indirizzo.

Nati due volte di Giuseppe Pontiggia. La disabilità raccontata dall’inchiostro di un padre.

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Padre e figlio di Fausto Pirandello. 1934

Nati due volte è uno scorrere di fotogrammi che impressionano le persone incontrate da Paolo nel suo cammino di vita: medici, professori,  i vicini di casa, i nonni, gli operatori del Centro di riabilitazione, i coetanei di Paolo, il fratello Alfredo. Si tratta di istantanee, immagini veloci descritte in modo conciso, con pochi tratti: la vita provata sulla propria pelle lascia cicatrici indelebili che si raccontano da sole e non hanno bisogno di  troppi  studiati aggettivi. Non è difficile capire, per il sentito racconto di vita vissuta, come tutto sia stato provato da Pontiggia in prima persona. Ciò che emerge è una realtà che vede il disabile in tutta la sua dignità: non una parola di pena, nessun lamento, nessuna rabbia. Le parole, né mielose né velenose, sono quelle di un padre che racconta il rapporto con il figlio con handicap, come la “gente” percepisce la disabilità di Paolo, e soprattutto, il regalo più grande che l’autore fa, come Paolo considera il resto del mondo, i suoi pensieri, le reazioni al comportamento altrui, il suo rapporto con la fede. Il padre sostiene in queste pagine la voce del figlio come nella vita reale ne sostiene il passo nel camminare. Di Paolo abbiamo  riportate poche battute, sufficienti a caratterizzarne il temperamento. Un libro sulla malattia e la morte  in senso più esteso, descritte con naturalezza, perché esse non negano la vita, ma fanno parte di essa. Pontiggia con il tocco delicato  e  protettivo dei guanti bianchi porge a noi lettori la sua esperienza con la sofferenza fisica e psicologica della vita della persona a lui più cara al mondo. Tocca a noi saperla maneggiare con cura, senza contaminarla con i nostri pregiudizi o la nostra compassione.

Giuseppe Pontiggia è nato a Como il 25 settembre 1934, figlio di un funzionario di banca e di una attrice dilettante. Trascorre l’infanzia a Erba, in Brianza: campagne, laghi, fiumi, spazi che ritornano nella sua narrativa. Dopo la morte del padre, nel 1943, si sposta a Santa Margherita Ligure, Varese e, infine, a Milano, dove abita dal 1948. Si laurea nel 1959 all’Università Cattolica di Milano. Ma prima ancora di completare gli studi comincia a lavorare: in banca, per necessità. E’ grazie alla pubblicazione del suo primo romanzo (La morte in banca), e all’incoraggiamento di Elio Vittorini, che riesce a svincolarsi dal lavoro e a entrare nel mondo dell’editoria. Redattore del «Verri» la rivista d’avanguardia fondata e diretta da Luciano Anceschi, curatore insieme a M. Forti de «L’Almanacco dello Specchio», consulente editoriale prima per Adelphi e poi per Mondadori. E’ morto il 26 giugno 2003 a Milano.

Dall’antica sapienza tribale una speranza per malattie e dipendenze preoccupanti: l’ayahuasca.

in Una finestra sul Mondo

Da sempre le culture meso- e sudamericane hanno dato prova di una conoscenza profonda, atavica, sapienziale delle proprietà delle piante che rappresentano una delle tante ricchezze di quei tanti paradisi della biodiversità che sono raccolti tra il Tropico e l’Equatore.

Da un paio di anni, le università di Exeter e l’University College di Londra sono impegnate nello studio farmacologico e clinico delle proprietà di una bevanda che, fino a pochissimo tempo fa, era solo patrimonio della cultura e della religione tradizionale di molte tribù che abitano nelle foreste pluviali: parlo dell’ayahuasca.

Usata solo nei rituali sciamanici, magico-religiosi di alcune culture tradizionali dell’Amazzonia e non solo, questa bevanda, dagli studi scientifici a cui è stata sottoposta, pare possa avere degli effetti più che positivi nel trattamento di patologie molto gravi quali l’alcolismo, la depressione, lo stress da disordine post-traumatico (tipico dei reduci da tutte le guerre), i disturbi alimentari e varie altre dipendenze(comprese quelle da eroina, cocaina, metanfetamina, etc.).

La bevanda è il frutto della lunghissima cottura in acqua (otto ore) dei gambi di una pianta di quelle latitudini, detta caapi, e delle foglie di un’altra pianta delle stesse terre chiamata chacruna.

L’effetto biochimico studiato è quello cerebrale sulla monoammina ossidasi, con effetto antidepressivo ed ansiolitico non dissimile da quello della triptammina o della 12-metossi-ibogamina, entrambe contenute in piante d’uso rituale proprie dell’area meso- e sudamericana.

Il potere di questa bevanda è tale che, in spagnolo, i popoli che la usano, la chiamano semplicemente ‘La Medicina’: ragion per cui due università inglesi si sono precipitate a comprenderne gli effetti diretti e quelli collaterali.

Sono stati pubblicati già articoli piuttosto interessanti su questa bevanda e l’interesse è tanto: molto ancora si deve capire sugli effetti a medio e lungo termine di questo medicamento naturale, ma con pazienza e determinazione, e la collaborazione di più istituzioni scientifiche internazionali, non è detto che si scopra, tra qualche anno, che in natura, c’era già il rimedio per tanti malanni della nostra società e del nostro tempo, un rimedio detto ‘La Medicina’.

Nomen, omen. Appunto.

Carmela Suriano Club Candonga: “Matera 2019 un traguardo e una scommessa”

in Cultura

«Accogliamo con estremo piacere – afferma Carmela Suriano, Ceo Club Candonga – l’inaugurazione di Matera Capitale della Cultura 2019 che viviamo come un traguardo ed unascommessa per il futuro della nostra regione».

La Basilicata è terra di eccellenza nel settore ortofrutticolo e la fragola ne è la massima espressione.

In occasione di questa giornata storica per tutti i lucani, il Consorzio di valorizzazione della Candonga Fragola Top Quality ® offrirà agli ospiti della cerimonia di inaugurazione un assaggio di questa primizia dal sapore e aroma inconfondibile.

Nadia Toffa fiorisce in questo martedì d’inverno per il suo rione Tamburi

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Quando il quartiere Tamburi sanguinava ruggine, come nel wind day di oggi, vedendosi tingere le strade, le case di color rosa, la giornalista di origini bresciane, Nadia Toffa era lì  per le Iene a documentarlo. Oggi alle 14.30 presso il Teatro della Parrocchia in piazza Gesù Divin Lavoratore, nell’omonima piazza al quartiere Tamburi di Taranto, vicino al Minibar, il rione le ha ricambiato il favore:gli abitanti erano lì vicini a questa piccola e grande donna dal cappotto bianco e il capellino nero ( da ieri cittadina onoraria della città) e al dramma che sta attraversando, e che, in bene e male, ha fatto parlare di lei su tutti social: il cancro, un male così noto al popolo tarantino a causa dell’inquinamento industriale. In un luogo sobrio, Nadia ha sentito l’abbraccio dei suoi “tarantini” e degli amici dell’associazione “Arcobaleno nel cuore”, con i quali ha promosso il progetto “Ie jesce pacce pe te”, la cui raccolta fondi ha portato alla realizzazione delle nuove strutture di Oncoematologia Pediatrica dell’Ospedale SS. Annunziata di Taranto. Come in una chiacchierata tra vecchi amici la giornalista ha avuto modo di presentare il suo libro “Fiorire d’inverno. La mia storia”, edito Mondadori, dedicato alla sua esperienza di malata oncologica, scritto con il cuore  e come una lettera. In queste pagine Nadia parla di come “una sfiga” possa trasformarsi in “sfida” e di come si può “fiorire d’inverno”, vivere al freddo, nelle condizioni più ostili e difficili, come può esser affrontare una malattia, alla stregua delle stelle alpine che da bambina osservava crescere tra la neve, dimostrando la propria forza rispetto agli altri fiori. Come i capelli della piccola Gabriellina, malata di cancro, che cresceranno ancora più forti dopo la chemioterapia. Alla domanda allora se Nadia si sentisse invincibile, la “nanetta “, come la chiamava affettuosamente suo padre, ha risposto che più che invincibile e coraggiosa, si sentiva spericolata, indipendente, selvatica, e che la malattia le ha permesso di trovare la “bellezza della fragilità”, di farsi aiutare dalle persone care come sua madre.

Rione Tamburi- Minibar degli Amici, in attesa di Nadia Toffa.
Foto tratta dalla pagina Facebook ” Ie jesche pacce pe te

 

Scavando ancora di più nella vita di questa iena, è venuto a galla il suo esser in lotta continua contro le ingiustizie patite dai più deboli fin dai banchi di scuola e il suo rapporto con la fede: per Nadia siamo tutti speciali e il Signore non è cattivo, ad ognuno dà la sua sfida, che bisogna cogliere al volo, anche se all’apparenza sembra essere una pillola amara difficile da ingoiare. “In una partita a carte, può capitarti una carta che spazza via tutte le altre: la vita è come ti giochi quest’ultima carta, che ti è toccata e che magari non vuoi , ma è il tuo destino”, afferma la Iena, regalandoci un grande insegnamento di vita. Anche gli abitanti dei Tamburi hanno insegnato qualcosa a questa guerriera: “Mi avete insegnato a tener duro, siete le persone più con le palle di Taranto”. Ed ha le palle davvero una delle tante madri presenti oggi che ha condiviso con Nadia Toffa il dolore per la perdita recente dei suoi due figli per tumore e che ora sta perdendo suo marito per lo stesso atroce motivo. Nadia ha accolto la richiesta d’aiuto della donna e l’ha consolata con la promessa che i suoi figli vivranno per sempre con lei. Per ora restano due dei tanti figli dell’Ilva. Al di là di qualsiasi incomprensione mediatica, chi era presente oggi ha visto una donna provata dalla vita, ma che ha il coraggio di guardare in faccia la sofferenza altrui o la propria e di condividerla. In bocca al lupo per tutto, Nadia!

 

Strappami la vita di Angeles Mastretta. Come scambiarsi le carte da gioco per amore

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Litografia di Hullmandel del 1824 per un dipinto di John Hayter raffigurante il governatore di Oahu Na Poki e sua moglie Liliha.

Dietro il governatore Ascencio c’è una ragazzina ingenua di quindici anni, originaria di Puebla, di nome Catilina, figlia di povera gente, sulla quale il trentenne Andrés, con il suo savoir faire misterioso da uomo di mondo, esercita un fascino irresistibile. Catilina rinuncia al velo bianco in nome di idee rivoluzionarie; accetta in casa figli non suoi, avuti da Andrés nelle sue precedenti relazioni. Per amore vive all’ombra di questo suo marito che come un diavolo una ne fa e mille ne pensa pur di raggiungere  la vetta della notorietà politica. Tenuta all’oscuro dei suoi traffici poco ortodossi, o quasi, vittima dei suoi continui tradimenti, Catilina crescerà al fianco del governatore Ascencio: da bambina diventerà, donna, madre e poi sua première dame. Da semplice ragazza di paese, diverrà spettatrice dei fulminei intrighi politici, della violenza che il potere esercita sulle masse, respirerà il marciume che infiltra le pareti di una vita comoda e benestante, e della quale non potrà più far a meno. Solidale con le altre donne che condividono lo stesso destino di esser legate a uomini potenti e senza scrupoli, Catilina per sopravvivere affinerà le sue capacità e farà uscire la parte più maschia di sé .” Con te mi sono proprio fregato. Sei la mia migliore donna e il mio migliore uomo, stronzetta”, le dirà il governatore Ascencio . E proprio come un uomo, Catilina segue i suoi bisogni sessuali e d’amore, senza risparmiarsi. Intreccia relazioni clandestine, la prima con il direttore d’ orchestra Vives e poi con il regista Quijano . E non ci penserà due volte nel lasciar solo il governatore Andrés, ormai uscito dalla scena politica. Sullo sfondo di magagne politiche, di interessi economici che poco si sposano con le idee rivoluzionarie messicane di giustizia sociale, Angeles Mastretta, attraverso il racconto in prima persona di Catilina, realizza l’ affresco di una storia d’amore mista a odio, che percorrendo tutte le stagioni della vita, plasma i due amanti l’uno a immagine e somiglianza dell’altro. In questa partita d’amore i due giocatori si scambiano le carte per giocare ad armi pari, contaminando l’altra o l’altro con la propria strategia di stare al mondo: in Catilina troveremo inevitabilmente qualcosa del suo tanto amato e odiato governatore e in lui saranno sparsi  i frammenti dell’amore rassegnato e inascoltato che per anni ha abitato il cuore della sua compagna.

 

Angeles Mastretta è nata in Messico, a Puebla, nel 1949. E’ stata giornalista, prima di dedicarsi alla letteratura e raggiungere la fama internazionale con il romanzo Strappami la vita, uscito nel 1985 e in Italia nel 1988. Sono seguiti altri libri di grande successo come Donne dagli occhi grandi (1995) e Male d’amore (1997).

Follia di Patrick McGrath. La parola a una passione brutale

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Saturno che divora i suoi figli -dipinto a olio su intonaco trasportato su tela (146×83 cm) di Francesco Goya, 1821-1823 .Museo del Prado di Madrid.

Lo psichiatra Cleave è testimone diretto dell’amore che esplode all’interno di un ospedale criminale tra il suo paziente Edgar Stark e la moglie di un suo collega, Stella Raphael.  Con il ritmo della cronaca nera il dottore racconta i fatti drammatici che porteranno alla distruzione della famiglia Raphael, e dei quali viene a conoscenza personalmente e in seguito, grazie alle confidenze di Stella,diventata sua paziente. Le pagine vengono smosse sotto gli occhi del lettore come se fossero le acque torbide della psiche umana, passate al setaccio per renderle limpide e trovare la tanto agognata pepita d’oro, la verità sull’amore e la mente umana. Ciò che viene alla luce, però, non è metallo prezioso, ma il lato umano contaminato dalla malattia mentale dei due protagonisti. Lui: artista violento e paranoico, colpevole di aver decapitato sua moglie. Lei: una donna alcolista, ninfomane, e infanticida. Insieme diventano una coppia inseparabile, morbosa, pronta pur di stare insieme, ad abbattere come un ariete i battenti della vita delle persone che gli stanno vicino con una forza sovrumana. Un amore distruttivo in grado di sovrastare l’amore più naturale al mondo tra Stella e Charlie, madre e figlio. Dall’altro lato rispetto al mondo senza regole della follia vi è quello della psichiatria, di chi cerca la cura al dolore dell’Io. Un mondo personificato nella figura del dottor Raphael e del dottor Cleave e che presenta le falle e le crepe delle loro debolezze e problematiche di uomini, prima che medici: Raphael è un uomo stacanovista, succube della madre Brenda, asessuato,mentre Cleave è un uomo solo, che si arrende alla bellezza di Stella, dimenticandosi il suo ruolo di terapeuta. McGrath in questo thriller psicologico offre su un piatto d’argento con una scrittura fluida e avvincente uno sguardo sui bassifondi dell’animo umano e sulla forza di una passione brutale. Un libro che cerca di svelare gli ingranaggi psichici che stanno dietro i comportamenti anomali e violenti e che impone alla ragione del lettore di porsi continui perché. Davanti ad un tale dolore, spesso autoprocuratosi dai protagonisti e inevitabile, perché dettato dalla malattia, non si può che restare interdetti in un dignitoso silenzio.

In queste pagine parla solo la follia.

Patrick McGrath è nato a Londra nel 1950. Il padre lavorava come psichiatra nel manicomio criminale di Broadmoor, dove il giovane Patrick passa gran parte della propria infanzia. Rifiutatosi di seguire le orme paterne in campo medico, la sua irrequietezza lo ha portato altrove, alla scrittura, ed ha immediatamente conquistato i lettori con la trama originale e coinvolgente di Follia.Dai suoi romanzi sono stati tratti i film The Grotesque (1995), di John-Paul Davidson, Spider (2002), di David Cronenberg e Asylum, di David Mackenzie nel 2005. Attualmente vive tra New York e Londra, ed è sposato con l’attrice Maria Aitken.

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