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Cultura - page 4

Buon compleanno, Frida! La “Smilace” messicana aggrappata alla vita

in Cultura/Una finestra sul Mondo

 “Aveva una dignità e una sicurezza di sé del tutto…e negli occhi le brillava uno strano fuoco”. Diego Rivera su Frida Kahlo

Nota alle masse per la sua storia personale tragica, costellata da disabilità e sofferenza cronica psico-fisica,e per il legame forte ma poco felice con l’artista Diego Rivera, Frida Kahlo incarna l’immagine di un’ artista capace di contrastare il dolore, quel dolore che ognuno di noi si trova ad affrontare nella propria vita, per mezzo dei suoi pennelli. Il suo motto Viva la vida! ci insegna ad accettare la vita per quella che é, senza abbatterci. Proprio come Smilace, che fu trasformata dagli dei in edera, in seguito al suicidio del suo amato Croco, la minuta e dalla cagionevole salute pittrice messicana,è emblema di tenacia e determinazione.

Frida Kahlo scende dall’Olimpo degli artisti belli e dannati e si mescola con le masse, per insegnargli a non lasciarsi piegare dalle difficoltà e ad “aggrapparsi”, anche se si è fragili e senza sostegno come un’edera, con tutto se stessi alle proprie passioni.

Oggi, giorno del suo compleanno, parliamo di lei.

Il 6 luglio del 1907, o meglio del 1910, come lei teneva a precisare, in quanto amava considerarsi figlia della Rivoluzione Messicana (avvenuta appunto in quel anno) , nasceva sotto il segno del Cancro , Frida Kahlo, la donna che a partire dagli anni 70’ è diventata un’icona pop, tanto da vederla oggi ” scritta su tutti i muri” e da far parlare di “fridaismo” come fenomeno sociale.Andiamo a ricostruire  il suo identikit oggi , il giorno che ha visto 112 anni fa la sua nascita a Coyoacàn, una delegazione di Città del Messico.

Per ricomporre il puzzle -Frida Kahlo abbiamo a disposizione i seguenti tasselli: la donna e il suo stile, il Messico, l’amore con Diego Rivera, l’arte. Incominciamo.

Autoritratto con collana di spine, 1940

Frida Kahlo, la donna. Nata con la sindrome della spina bifida, come la sorella minore, ma non curata perché scambiata per una poliomelite, Frida è la primogenita di un fotografo tedesco di successo,  Wilhelm Kahlo,dal quale erediterà la precisione artistica, e di madre benestante di origine spagnola e armenide, Matilde Calderón y González. In tedesco il suo nome “Frieda” significa pace; niente di più lontano dalla sua personalità passionale, inquieta, creativa, che la fa avvicinare fin da giovanissima ai primi movimenti socialisti. Ed è in queste riunioni che incontrerà il suo primo amore Alejandro. Tornando a casa con lui su un tram, il 17 settembre del 1925, Frida resterà vittima di un incidente che le cambierà la vita: la colonna vertebrale sarà spezzata in tre punti, femore e costole frantumate, osso pubico spezzato. Il suo corpo così distrutto non sarà mai in grado di ospitare una gravidanza. Sottoposta ad anni di riposo a letto, a subire  32 interventi chirurgici e ad un busto ingessato, Frida ,per sfuggire a questa immobilità obbligata e alla solitudine si dedicherà alla lettura di testi socialisti e ad eseguire autoritratti , grazie all’artificio di uno specchio montato dalla madre sul suo letto a baldacchino. “Dipingo me stessa, sono il soggetto che conosco meglio”, dirà. Da qui nasce la  Frida che tutti conosciamo sulle sue tele: da un momento di tragedia fisica e morale, questa piccola e fragile donna trova la forza per  “rinascere” grazie all’arte.

 

Frida Kahlo, lo stile. Quando parliamo di Frida la nostra mente non può che associare gli elementi propri di questa personalità così eccentrica: subito immaginiamo i suoi occhi neri intensi, i capelli corvini intrecciati all’uso delle Tehuane, le folte sopracciglia a formare un’unica linea, i “baffetti” portati con disinvoltura per rivendicare le sue origini da parte di madre armenide. E ancora come dimenticare gli orecchini coloniali o a forma di mano, e le collane di giada precolombiane. In particolar modo la giada viene considerata la pietra verde più preziosa  dagli aztechi perché portatrice di vita. Tutta la sua persona si proclama ad emblema della tradizione e della popolarità e di quella messicanità,che ritrarrà anche nelle sue tele.  Frida Kahlo è questo:  amore per la tradizione in uno spirito libero.

Frieda e Diego Rivera, 1931. San Francisco Moma

Frida Kahlo e Diego Rivera, “l’elefante e la colomba” Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego.  Nel 1928 Frida sottopone allo sguardo esperto e critico del famoso e ormai maturo Diego Rivera ( 21 anni più grande di lei) i suoi autoritratti, il quale ne resta entusiasta. Ha inizio un connubio artistico ed emotivo della portata di un’alluvione: i due si sposano, nonostante Frida sappia del carattere libertino e fedigrafo di suo marito, che arriverà a tradirla persino con la sorella , Cristina.“ Perché lo chiamo il mio Diego?Non è mai stato e non sarà mai mio. Diego appartiene a se stesso! Questo evento porterà al loro divorzio, ma a distanza di un anno, incapaci a restar separati, si risposeranno a San Francisco. Un amore travagliato, un’attrazione fatale, che darà origine ad un rapporto sicuramente trasgressivo per l’epoca: Frida a sua volta tradirà,( per vendetta, gelosia o per puro piacere) Diego con molti amanti sia donne che uomini, come il poeta francese Andre Breton, o il politico russo Trockjj, fuggito dalla Russia o la fotografa Tina Modotti. Diego e Frida vivranno in una casa ,la Casa Azul (Azzurra), in due aree separate, unite da un ponticello, per conservare ognuno i propri spazi.

Frida Kahlo e il Messico. Frida poggia la sua arte sulle solidi basi del passato precolombiano e del mondo indigeno, collezionando con il marito Diego  ceramiche e sculture azteche, conservandole in una piramide nel giardino della loro Casa Azul. In tutto il suo essere Frida parla della sua terra: dai suoi vestiti tradizionali, ai suoi quadri nei quali ritrae la giungla, pappagalli, scimmie e cani senza pelo ( xolotl), i quali rappresentano il suo alter ego, il suo “nahualli”, l’unica essenza tra uomini e animali, secondo la credenza messicana. Il cuore palpitante, sanguinante, caro alla cultura azteca e alla fede cristiana, è un elemento ricorrente nella sua opera, come anche le radici degli alberi che rappresentano l’attaccamento alle origini. Non bisogna dimenticare che Frida aderisce nel 1928 al partito comunista, quindi è vicina alle tematiche di lotta sociale del suo Paese; elemento che l’accomuna agli artisti appartenenti al  mexicanismo, una corrente pittorica che si manifesta attraverso murales per parlare al popolo analfabeta.

Frida Kahlo e l’arte. Il poeta nonché suo amante Andre Breton volle fortemente una sua mostra a Parigi nel 1939  e la definì una “surrealista creatasi con le proprie mani”, ma Frida,sofferente alle etichette  si dissociò dal movimento  surrealisra dichiarando :” Hanno pensato che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà.” Una realtà fatta principalmente della sua immagine: Frida ci ha lasciato un diario, un epistolario  di lettere scambiate con Diego e  143 ritratti, di cui 55 autoritratti. Il suo corpo martoriato, malato, è rappresentato così come è, senza edulcoranti per piacere al sesso maschile. Il corpo è dipinto con colori vivaci,e il tratto fermo e deciso è un modo per affermare se stessa e per manifestare un attaccamento alla vita ed una forza di volontà che non ha eguali. Una determinazione che l’ha condotta ad esser se stessa nonostante il dolore fisico. Una tenacia dimostrata anche in senso negativo, aggrappandosi come un granchio con la sua chela all’ amore malsano con il suo sapo-rana (l’uomo rospo- rana)  Rivera. Spesso nei suo quadri compare un bambino, simbolo dell’ innocenza e spensieratezza rubate dalle catastrofi della vita ed anche espressione di una maternità mancata.

 

 

Al di là delle libere interpretazioni, resta di Frida la figura di una donna dai tratti androgini, capace di affrontare  dolori  “sovrumani”, sia fisici e morali, grazie alla sua pittura e all’amore per la vita.

Sulla vita di  Frida Kahlo sono stati diretti due film Frida, Naturaleza Viva (1986), diretto da Paul Leduc  e Frida (2002), interpretato da Salma Hayek. Numerosi sono anche i documentari realizzati su di lei.

Viva la vida, 1954, Museo Frida Kahlo, Città del Messico

Pino Cacucci ha realizzato per il teatro il monologo breve “!Viva la vida”!( Feltrinelli, Gennaio 2014, 80 pg), il cui titolo richiama una frase scritta da Frida sul suo ultimo quadro, otto giorni prima di morire, un inno ad un’ esistenza sofferta e amata, degna di esser vissuta. Nonostante tutto.

Non ci resta che dire, viva la vida, Frida, siempre!

Diario di un killer sentimentale di Luis Sepúlveda. Sette giorni di baci e spari

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Otto dix, Lust murder, 1922

Come in  un cortometraggio si svolge in modo concitato e fulmineo  l’ultima operazione delittuosa pre- pensionamento di un killer professionista internazionale senza nome, il quale è alle prese con  l’esecuzione di un misterioso uomo trentaseienne, avvenente e membro di una associazione non governativa americana. La missione occupa il tempo della creazione divina: si svolge in sette giorni e il nostro protagonista rimbalza in cerca della sua vittima come una pallina matta da una città europea all’altra,da Madrid, a Istanbul, a Francoforte e poi a Parigi. Proprio Parigi, città dell’amore, nella quale il killer vive con la sua ragazza, la “gran figa francese”, da circa tre anni, vede la fine della loro storia, a causa di lei, innamorata di un altro, appena conosciuto a Città del Messico. Ah, le donne… le donne!!

Il cinico killer che parla alla sua immagine riflessa allo specchio , l’unica di cui si fida, riuscirà a portare a termine la  missione, nonostante la ferita sentimentale non ancora rimarginata? Questo angelo della morte, strapagato e rimasto solo contro tutti, sarà capace di reagire ad un inaspettato colpo di scena? Sarà in grado di mantenere sangue freddo  e mente lucida per scovare il suo “incarico”? Non vi resta che leggere queste pagine “irrequiete”, quasi futuriste per via dell’ azione e del dinamismo, per scoprire quanto sia professionale questo nostro  killer sentimentale!

Luis Sepúlveda è uno scrittore, sceneggiatore, attivista per la difesa dell’ambiente e dei diritti umani, nato in Cile nel 1949,e naturalizzato francese. Ha lasciato il suo Paese al termine di un’intensa stagione di attività politica, conclusasi drammaticamente con l’incarcerazione da parte del regime del generale Pinochet. Ha viaggiato a lungo in America Latina e poi nel resto del mondo, anche al seguito degli equipaggi di Greenpeace. Dopo aver risieduto ad Amburgo e a Parigi, vive attualmente in Spagna, nelle Asturie.
Autore di libri di poesia, «radioromanzi» e racconti, ha conquistato la scena letteraria con il suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, apparso per la prima volta in Spagna nel 1989, e in Italia nel 1993. Amatissimo dal suo pubblico, e in particolare dai lettori italiani, ha pubblicato da allora numerosi altri romanzi, raccolte di racconti e libri di viaggio, tra i quali spicca la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, uno dei libri più letti degli ultimi anni.

Matera 2019, Piergiorgio Odifreddi e Piero Angela raccontano Pitagora a Metaponto

in Cultura

Sarà inaugurata fra il 21 e il 23 giugno la terza grande mostra del programma di Matera Capitale Europea della Cultura 2019 “La Poetica Dei Numeri Primi. Da Pitagora agli algoritmi”, con la direzione scientifica del matematico Piergiorgio Odifreddi, coprodotta da Fondazione Matera Basilicata 2019 e Polo Museale della Basilicata.

La mostra intende vedere la matematica dall’interno, attraverso la bellezza dei numeri e i suoi contenuti specifici, e dall’esterno attraverso i numeri della bellezza e le sue relazioni con il resto della cultura. Le facce della matematica sono multiformi ed essa trascende qualunque confine, nazionale e culturale. Il progetto si sviluppa in cinque esposizioni fra Metaponto e Matera, con due percorsi, storico-didattico e artistico, un laboratorio interattivo, a cui si affiancano una serie di iniziative che si svolgeranno in parte a giugno, in occasione del solstizio d’estate, e in parte a settembre, per l’equinozio d’autunno.

Venerdì 21 giugno alle 18:30 si terrà la cerimonia di apertura delle due mostre allestite presso il Museo archeologico di Metaponto in un evocativo percorso tra storia, arte e matematica: “Numeri nel tempo. Contare, misurare, calcolare” a cura di Claudio Bartocci e Luigi Civalleri e “Riempire il vuoto. Le simmetrie da M.C. Escher ai contemporanei” a cura di Federico Giudiceandrea.

Gli allestimenti delle mostre sono stati ideati, progettati e realizzati dall’Open Design School, progetto pilastro di Matera 2019, in collaborazione con il Polo Museale e al team che lavora al progetto esecutivo del nuovo museo di Metaponto. In particolare nella prima mostra, dedicata alla figura di Pitagora, sono presenti sei pezzi speciali, che corrispondono ad altrettante funzioni matematiche, realizzati con un approccio analogico, per favorire l’interazione manuale del visitatore.

All’inaugurazione saranno presenti i curatori, il direttore scientifico Odifreddi, il team di Open Design School, insieme ai rappresentanti della Fondazione Matera Basilicata 2019, del Polo e del museo di Metaponto. In tale occasione, la Coldiretti offrirà una degustazione di ortofrutta del metapontino.

Sabato 22 giugno dalle 11.00 alle 18.00 sarà possibile effettuare visite guidate delle mostre presso il Museo insieme ai curatori (accesso con Passaporto per Matera 2019 in accordo con il Polo Museale).

Dalla serata fino al mattino successivo, il Parco Archeologico di Metaponto diventerà il suggestivo scenario per due diversi momenti, “Una notte con Pitagora” dalle 19:00 alle 24:00 (accesso con Passaporto per Matera 2019 e prenotazione) e “Aspettando l’alba con Pitagora” dalle 5:30 alle 9:00 del 23 giugno (accesso con Passaporto per Matera 2019) con conferenze, musica e yoga.

Alle 20:30 di sabato (apertura cancelli ore 19:00) andrà in scena lo spettacolo “Vite immaginarie di Pitagora e Ipazia”, testo scritto da Piergiorgio Odifreddi sulle vite di Pitagora, matematico e filosofo, padre fondatore della intelligibilità matematica della natura e di Ipazia, matematica e filosofa greca uccisa dall’intolleranza religiosa, interpretati rispettivamente da David Riondino e Valeria Solarino. Una spettacolare quanto naturale introduzione alla conferenza “Scienza e tecnologia nella società moderna” che vedrà protagonista il grande divulgatore scientifico Piero Angela, con la conduzione di Piergiorgo Odifreddi.

Alle 23:00 il fisico Guido Tonelli aprirà le porte del cielo nella sua conferenza “A spasso fra le stelle”, accompagnato dagli interventi musicali di Eleuteria Arena.

Alle 5.30 del 23 giugno si saluterà l’alba con il concerto della pianista Alessandra Celletti, musicista che già in fase di candidatura aveva sostenuto Matera 2019 portando il progetto nelle tappe del suo Piano tour. Mentre alle 7:00 si potrà partecipare alla lezione di Yoga a cura di Rosalia Stellacci del centro Studi di Yoga e Meditazione “Al Jalil Yoga”. Sarà possibile trascorrere la notte e aspettare l’alba e gli eventi della prima mattina in un’area predisposta del Parco archeologico muniti di sacco a pelo (non è consentito utilizzare tende da campeggio).

Domenica 23 giugno alle 11:30 verrà inaugurato il percorso artistico de La Poetica dei numeri primi allestito a Matera presso Palazzo Acito, uno dei palazzi simbolo dei Sassi, riaperto al pubblico di Matera 2019. Le mostre che compongono il percorso sono: “Numbers”, con opere di Ugo Nespolo, che ha da sempre messo in scena immagini connesse alla matematica e dunque alla ragione ; “Elementi di calcolo trascendentale” con opere di Tobia Ravà, un approccio simbolico attraverso le infinite possibilità combinatorie dei numeri; “Computed Art”, con opere di Aldo Spizzichino, intrise di matematica, con una indicibile profondità. Tre sguardi, tre diversi percorsi che indagano la stretta relazione fra arte e matematica. Ad introdurre le mostre sarà il dialogo fra matematica e arte condotto da Piergiorgio Odifreddi.

Alle 18.30 l’Auditorium dell’Università degli studi della Basilicata a Matera ospiterà la conferenza divulgativa del matematico inglese Ian Stewart, “Numeri primi e loro applicazioni” e il reading del premio Nobel per la Letteratura John Maxwell Coetzee, “Le avventure matematiche”, intervallato dalla lettura di alcuni brani a cura di Piergiorgio Odifreddi. Accesso con prenotazione e Passaporto per Matera 2019.

Dal giorno successivo all’inaugurazione, ovvero dal 22 giugno per quelle allestite a Metaponto e dal 24 giugno per quelle allestite a Matera, le mostre de “La poetica dei numeri primi” saranno visitabili con Passaporto per Matera 2019 fino al 30 novembre.

Servizio navetta

Per raggiungere il Museo e il Parco Archeologico di Metaponto nella giornata del 22 giugno è stato predisposto un servizio navetta in autobus gran turismo con partenza e rientro a Matera, Piazza Matteotti, con i seguenti orari:

Visite guidate

• Partenza h 09:30

• Ritorno h 12:30

Una notte con Pitagora

• Partenza h 18:00

• Ritorno h 00:30 oppure h 08:30 (23 Giugno)

Aspettando l’alba con Pitagora

• Partenza h 04:30

• Ritorno h 08:30

Per usufruire del servizio navetta sarà indispensabile la prenotazione e il pagamento di euro 6 (a/r) entro il 20 Giugno presso l’agenzia Ridola Viaggi.

Per info e contatti: Ridola Viaggi – Via Ridola 54/b, Matera

Tel. +39 0835 314233

Whatsapp 346 7236540

Email escursioni@ridolaviaggi.it

Il Ciclope di Paolo Rumiz. L’occhio di un Dio che scruta il mare

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Il ciclope di Odilon Redon- olio su tela, 1895-1900, Museo Kröller-Müller, Otterlo

In una notte violentata da raffiche di vento, un uomo sbarca su un’isola anonima. Brancola nel buio cercando la luce di un faro, la meta del suo viaggio. E’ così che ha inizio l’esperienza vissuta da Rumiz, che volontariamente sceglie di vivere per tre settimane in un faro, luogo ignorato dalla gente di terraferma, ma che esercita un fascino particolare per i nati sulle coste, come lo stesso scrittore, triestino di origini. Rumiz ci apre le porte di una nuova dimensione: quello della natura marina più solitaria e atavica.  I segreti e le storie di queste case di luce si animano e, l’autore, da bravo giornalista, prende in prestito le parole e i pareri di esperti incontrati nei suoi viaggi per portarli alla luce. Il tutto descritto in un’atmosfera magica e soprannaturale: l’uomo, lontano dalla Rete, dai contatti umani, se non quelli dei faristi che si avvicendano, riprende il filo teso dai nostri progenitori, interrotto da anni di civiltà, e guarda alla natura, agli animali, come suoi fratelli umanizzati. E’ così l’asino diventa Ciclope, la gallina Cassandra, i gabbiani, i padroni dell’isola, i venti, chiamati per nome, sono amici o incursori che fanno visita alla costa. La natura è descritta con la poesia del mito, vincendo la noia e incantando lo spirito dell’uomo più cittadino. Protagonista del libro è il faro, il Ciclope, che è sia regno sia carcere: in esso l’uomo diventa padrone di se stesso e allo stesso tempo esule; il faro sfiora anche il mondo sacro; è tempio di luce amica per i naviganti. E’ un’interessante favola ambientata nel passato in cui regna la frugalità e la semplicità, in cui i ritmi sono scanditi dalla natura. Rumiz non dimentica però in questa nuova realtà le brutture del mondo e critica la nostra ’umanità alle prese con la Rete, l’automatizzazione, la pesca intensiva e la strage dei migranti. In questo suo viaggio immobile l’autore ha tempo per ritrovare se stesso e l’essenziale. In questa esperienza al limite della civiltà l’uomo ha imparato una nuova lingua: quella del silenzio della natura, davanti alla quale non ci sono parole idonee. Chi avrà la fortuna di leggere Il Ciclope, guarderà d’ora in poi con occhi diversi il faro; un potere nuovo sarà dato a questo guardiano del mare, oggi quasi trascurato, pensando al mondo che esso rappresenta.E ognuno di noi spererà di potervi riconoscere il superbo faro sull’isola solitaria nel Mediterraneo nel quale Rumiz ha soggiornato, e sul quale con fare dispettoso (per protezione?), conserva l’anonimato geografico e mitologico.

Paolo Rumiz  è  un giornalista e scrittore italiano (n. Trieste 1947). Inviato speciale del”Piccolo” di Trieste, quindi editorialista di “La Repubblica”, ha seguito gli eventi politici che a partire dagli anni Ottanta hanno prodotto profonde trasformazioni nell’area balcanica, pubblicando a seguito di questa esperienza il reportage Maschere per un massacro (1996), e successivamente ha documentato gli eventi bellici verificatisi in Afghanistan dal 2001. Appassionato viaggiatore di viaggi lenti e consapevoli, effettuati a piedi o con mezzi di fortuna, indagatore delle terre di confine e dei luoghi dimenticati, ha percorso itinerari sconosciuti al turismo di massa, soprattutto nell’Est europeo, nel profondo Nordest italiano, lungo il fiume Po.Tra le sue opere citiamo: Danubio. Storie di una nuova Europa (1990); La leggenda dei monti naviganti (2007); Tre uomini in bicicletta (con F. Altan, 2008); L’Italia in seconda classe (2009); Trans Europa Express (2012); Morimondo (2013); Come cavalli che dormono in piedi (2014); entrambi nel 2015, La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna (da leggere soltanto ad alta voce) e Il Ciclope; Appia (2016); La regina del silenzio (2017); Il filo infinito (2019).

Non semplici patate, ma SUPERPATATE.

in Una finestra sul Mondo

Tante, troppe aree del mondo soffrono di malnutrizione o di fame vera e propria: interi territori asiatici e africani, infatti, prima ancora che d’infrastrutture primarie avrebbero bisogno semplicemente di quello che noi chiamiamo il ‘pane quotidiano’.

La mia generazione (io sono del ’68) è vissuta con le scene spaventose dei bambini idropisici del Biafra che attendevano solo di morire d’inedia, arrotati di mosche che loro non allontanavano neanche più, tanto erano spossati dalla fame, dalla sete e dall’abbandono in cui il mondo intero li aveva costretti.

Molto, tanto si è fatto, da quegli anni lontani (ma poi mica tanto), a livello internazionale, con la FAO e con altre organizzazioni anche private, perché quelle scene dell’orrore non popolassero mai più giornali e servizi televisivi: ma ancora non basta.

Troppe zone, soprattutto africane, non sanno come risolvere questo annoso problema e da anni si studia un modo per contenere questa piaga.

Quattro ricercatori dell’International Potato Center (per la precisione, i dottori Andrade, Mwanga, Low e Bouis), nel 2016, hanno vinto il World Food Prize perché hanno inventato una patata dolce arricchita di vitamina A. Sono passati già tre anni abbondanti, ma quella scoperta fa ancora notizia tra gli specialisti di genetica vegetale e gli studiosi del problema della fame nel mondo.

Una patata del genere, una sorta di superpatata, oltre ad essere più saporita e nutriente, riduce tantissimo i tassi di cecità, dovuti proprio alla mancanza di vitamina A, oltre che i tassi di mortalità dovuti in genere alla povertà della dieta.

Poco tempo fa é stato inventato un riso anch’esso arricchito di vitamina A: insieme alla patata, questi due nuovi alimenti potrebbero salvare milioni di vite umane soprattutto nell’Africa sub-sahariana, che è quella a più elevato rischio alimentare. Bisogna attendere, speriamo non troppo, che queste invenzioni diventino cibo in larga scala e a prezzi modici da commercializzare regolarmente nel Terzo e Quarto mondo.

Complimenti, allora, a questi e ai tanti coraggiosi e geniali ricercatori che, anche oggi, nel mondo, aiutano l’umanità a raggiungere standards di vita più alti e migliori, soprattutto nelle aree più depresse e povere.

COSTUMI DA BAGNO: IL VINTAGE CONTAMINA LA MODA ESTATE 2019

in Cultura/La Grande Bellezza
costumi da bagno vintage 2019

Pronti per la prova costume?

Quanti sono stanchi di sentire questo slogan che rimbomba tra pubblicità, giornali, amici e parenti e che innalza la nostra temperatura corporea ancor prima di quella ambientale?

Sì, perché, esser in forma è bello ma non c’è prova che tenga se non si ha il costume giusto. 

Tra bikini, costumi a fascia o interi, ogni anno ci si ritrova tempestati dalle nuove proposte dei guru della moda e così come il dress code – insieme di regole scritte, o il più delle volte tacite, relative all’abbigliamento – richiede, bisogna tener conto della propria fisicità per poter fare la scelta giusta che possa, soprattutto, risultare fashion. 

Prendiamo, ad esempio, il tanto discusso costume intero; spesso si sente dire che è il capo da bagno più consono per una donna curvy. Sbagliato! Segnando il punto vita, sarebbe più adatto per un corpo longilineo e slanciato oltre ad essere l’alleato perfetto per un aperitivo al tramonto in spiaggia o in piscina, per chi non vuole compromettere la propria abbronzatura ( quasi) total body

Se le vostre forme copiose necessitano giustizia, l’ideale è indossare un bikini che possa esaltare il décolleté e lasciare morbidi i fianchi grazie ai laccetti regolabili. 

Quest’estate 2019 abbiamo visto una netta contaminazione vintage anche nella moda balneare. 

Stiamo parlando dei crochet, costumi da bagno cuciti all’uncinetto; interi o due pezzi, tinta unita o a fantasia, arrivano dagli anni ’70 e vantano un sapore di mare che oscilla tra lo stile hippy al retrò-chic.

Si va dalle fantasie azteche ( perché la lavorazione all’uncinetto si presta molto bene a un tripudio di colori), ai colori pastello, al total black fino ad arrivare a fantasie di ricami crochet di murrine handmade ( per omaggiare la laguna di Venezia che si intreccerà alla preziosità del vetro di Murano). 

fantasie di ricami crochet di murrine handmade,
credits Missoni.com
fantasie azteche
credits annakosturova.com

Se, invece, avete più un animo candido, la vostra scelta non potrebbe che ricadere su un total white effetto crochet, il non plus ultra dello charme anni ’50 che vi donerà un’aria all’Elizabeth Taylor. 

CURIOSITÀ DALLA STORIA

La storia del costume da bagno ha origini molto antiche.

Già in epoca romana era in uso un indumento molto simile al bikini che indossiamo oggi, anche se in origine non si usava né per fare il bagno né per prendere il sole, ma per l’attività sportiva. Questo tipo di utillizzo viene mostrato anche nelle opere d’arte di quel tempo, come il famoso mosaico con le “fanciulle in bikini” conservato nel complesso romano della Villa Romana del Casale ad Enna (Patrimonio dell’Umanità UNESCO). L’opera, che risale al III secolo d.C., raffigura dieci ragazze dedite a differenti attività atletiche che indossano un costume a due pezzi composto da una fascia per la parte superiore e da una parte inferiore che richiama la forma di un paio di slip.

Italia Sicilia Mosaici e resti archeologici Romani di Villa del Casale di Piazza Armerina, Donne in costume da bagno | Sicily Italy mosaics and archaeological remains of the Roman Villa del Casale in Piazza Armerina,Women swimsuit

Fonte: https://thelivingnews.it/il-costume-da-bagno-una-storia-piu-che-centenaria/

Solo nel 1824 Maria Carolina di Berry, moglie di Carlo Ferdinando di Borbone, si gettò completamente vestita in acqua aprendo le danze balneari anche alle donne alle quali fino a quel momento era concesso unicamente bagnarsi i piedi. 

La duchessa Maria Carolina fu davvero lungimirante, nonostante la mentalità obsoleta dell’epoca, perché comprese con cinquant’anni di anticipo che il bagno al mare sarebbe divenuta un’attività unisex.

L’emancipazione al due pezzi arriverà solo nel 1946 quando un sarto francese Louis Reard creò il bikini paragonandolo addirittura alla bomba atomica che pochi giorni prima era stata testata dagli americani nell’atollo di Bikini ( nelle Isole Marshal ) e da cui, poi, prese il nome. 

Louis Reard, celebra la nascita del bikini il 5 luglio del 1946
@copyright foto https://lolawho.com/bikini-day-jacques-heim-and-louis-reard/

Pisticci, il workshop di fotografia curato da Mariano Silletti

in Cultura

Si terrà nei giorni 22 e 23 Giugno 2019 a Pisticci il primo workshop di fotografia promosso dall’Associazione PLUS in collaborazione con il fotografo Mariano Silletti.
Il workshop denominato “Conoscere la fotografia per raccontare storie” sarà curato dal fotografo Mariano Silletti, vincitore di numerosi premi, (World Report Award/Short Story, Moscow International Photo Award, Italy Photo Series e Leica Talent Italy).
Mariano Silletti sarà coadiuvato dalla fotografa freelance Marina Di Tursi che contribuirà al raggiungimento degli obiettivi del workshop trasferendo ai partecipanti competenze e conoscenza.
Due giorni intensi dedicati alla fotografia e all’editing delle immagini con l’obiettivo di fornire ai partecipanti gli strumenti per ideare e realizzare un progetto fotografico: dalla scelta del tema all’organizzazione, allo scatto, alla post produzione, fino all’editing e alla costruzione del portfolio.
Il workshop si inserisce nelle attività di formazione dell’Associazione PLUS e si connetterà alla residenza artistica InsideSouth / Fotografia in Basilicata che si svolgerà nei mesi di settembre, ottobre e novembre 2019 nell’ambito del programma residenze artistiche di Matera 2019 ed è finalizzato anche a preparare i futuri partecipanti alla residenza che vedrà coinvolti esperti fotografi e creativi per sviluppare un progetto artistico attraverso un processo di ricerca.
Filo conduttore il tema della rigenerazione urbana in base al quale facendo leva sulla partecipazione si intendono fornire strumenti di riflessione sul futuro del territorio in particolare sugli spazi marginali, in abbandono.
L’indagine fotografica si svilupperà a cavallo dei temi fragilità e opportunità e la residenza sarà occasione per costruire uno sguardo nuovo sul patrimonio culturale, materiale e immateriale.
La partecipazione è aperta ai foto amatori, appassionati di fotografia e a tutti coloro che vogliono avvicinarsi al mondo della fotografia, conoscitori del territorio e vogliosi di esplorarlo ed osservarlo con occhi diversi.
Con una reflex o con un cellulare non importa, purchè fortemente animati dalla voglia di costruire un progetto collettivo e formarsi a partire dallo scambio di conoscenze e competenze.
Invitiamo alla partecipazione, il workshop sarà anche occasione per co-costruire un progetto fotografico collettivo
Per iscrizioni ed informazioni contattare pluspisticci@gmail.com

Lucania Film Festival 2019: sesto incontro formativo giuria popolare – 14 Giugno

in Cultura

Venerdì 14 giugno 2019 alle ore 19.30 si terrà, presso il CineParco Tilt di Marconia, l’incontro con il pluripremiato regista lucano Nicola Ragone.

 

Sarà Nicola Ragone, giovane e talentuoso regista lucano, l’ospite del sesto appuntamento della rassegna di incontri di in-formazione per la giuria popolare del Lucania Film Festival promossi dall’Associazione Allelammie.

Venerdì 14 giugno 2019 a partire dalle ore 19.30 presso il CineParco Tilt (in diretta streaming per i residenti fuori regione e all’estero), il giovane cineasta, vincitore del Nastro d’argento nel 2015 con “Sonderkommando”, terrà una lezione di regia incentrata sulla sua intensa attività artistica, offrendo così ai partecipanti le linee guida per realizzare un prodotto audiovisivo. Il ciclo di incontri in- formativi consentono alla giuria popolare di avere una formazione specifica e adeguata alla corretta valutazione delle opere in concorso alla 20esima edizione del Lucania Film Festival, in programma dal 7 all’11 agosto 2019.

Al momento la macchina organizzativa della kermesse cinematografica lucana è in piena attività e sta lavorando alla pre-selezione di circa 4.500 opere pervenute da tutti i cinque continenti.

 

L’ultimo incontro formativo si terrà:

Venerdì – 05 luglio  2019 – H 19:30/21:30 – CineParco TILT
Antonio Andrisani / Cinema fuori dagli Schermi: La satira.

 

NICOLA RAGONE – BREVE NOTA BIOGRAFICA

Sceneggiatore, regista teatrale, cinematografico e di opere liriche, Nicola Ragone con altri suoi collaboratori fonda l’officina culturale “Fullframe” e aderisce al movimento teatrale “Minimo Comune Teatro”. Nel 2013 partecipa, come aiuto-regia, alla realizzazione del documentario “Che strano chiamarsi Federico” diretto da Ettore Scola. Nel 2014 firma il lavoro “Sonderkommando”, affresco che racconta la nascita di un amore omosessuale in un campo di sterminio, opera ritenuta di interesse culturale nazionale dal Ministero dei Beni Culturali, ottiene il Nastro d’argento. Nello stesso anno dirige i cortometraggi “La Riva” e “Marciapiedi”. Nel 2019 firma la regia del documentario “Vado Verso Dove Vengo”, la pellicola è parte del progetto di Matera Capitale Europea della cultura 2019 – “Storylines – The Lucanian Ways”.

“Arbëria”, il film di Francesca Olivieri arriva nella regione che ha contribuito a realizzarlo

in Cultura

Il film di Francesca Olivieri, sul ritorno alle radici arbëreshë, sarà  proiettato a Potenza, Matera e Melfi

Il film “Arbëria”, opera prima della regista Francesca Olivieri, arriva nella regione che ha contribuito a realizzarlo: la Basilicata.

Dopo la distribuzione in 12 sale della Calabria; il successo alla Casa del Cinema di Roma, dove in occasione delle “Giornate del Cinema Albanese“ (dal 31 maggio al 2 giugno scorsi) è stato necessario allestire una doppia proiezione – non programmata – per consentire l’ingresso a tutto al pubblico in fila; e dopo il Premio del Pubblico al Dea Open Air International Film Fetivale di Tirana, Arbëria continua la sua diffusione.

Il film prodotto dalla Open Fields Production sarà infatti in proiezione il 13 giugno al Cine Teatro “Ruggiero” di Melfi, alle 18.30 e alle 20.30; il 17 giugno al Cine Teatro “Don Bosco” di Potenza, alle 20.30; e il 17, il 18 e il 19 giugno al Cinema “il Piccolo” di Matera, alle 19.30.

Alla proiezione presso il Don Bosco di Potenza, e alla seconda giornata di Matera (il 18), saranno presenti Francesca Olivieri e il direttore della Lucana Film Commission, Paride Leporace; i produttori della Open Fields e il distributore, Lago Film.
Alla proiezione del 13 giugno, a Melfi ci saranno invece Donato Michele Mazzeo, presidente dell’associazione “Basilicata Arbëreshë” e Giampiero Francese regista del film “Luci su Tirana” e gestore del Cine Teatro Ruggiero.

Il film – che racconta il ritorno alla origini da parte di Aida, una giovane donna arbereshe, intraprendente e autronoma, che deve fare i conti con la propria identità sociale e culturale – è un film molto lucano, non solo per la presenza, in Basilicata, di diverse comunità arbëreshe, ma anche per il sostegno che ha ottenuto della Lucana Film Commission attraverso il Bando Lu.Ca. (finanziemanto condiviso delle Regioni Basilicata e Calabria) e, soprattutto per il cast artistico e tecnico che lo ha realizzato: Antonio Andrisani (nel ruolo di “Giordano”, compagno della protagonista, interpretata da Caterina Misasi); Fabio Pappacena (ruolo “Vincenzo”, ex amante della protagonista); Giuseppe Ricciardi (costumista); Cristian Auricchio (assistente costumista e arredatore); Davide Laguardia (reparto fotografia); Robert Lani (coreografo); Marica Montemurro (storyboard).

Inoltre, alcune scene in esterna sono state girate ad Aliano, sui Calanchi e nelle zone della Basentana. Mentrre a Melfi sono stati effettuati i casting ai quali hanno partecipato circa 200 persone.

 

“Arbëria” (80 min; Italia, 2019) è il docufilm opera prima della regista calabrese Francesca Olivieri, che indaga i legami forti e l’eredità culturale delle comunità arbëreshë che ancora sopravvivono in alcuni piccoli borghi di Calabria e Basilicata.

Attraverso gli occhi della protagonista Aida, la regista – la cui famiglia ha origini nel piccolo borgo arbëreshë di Santa Caterina Albanese – vuole affrontare il tema della riscoperta delle proprie origini e, soprattutto della ricucitura degli strappi con essa e i suoi stringenti vincoli. Il film non racconta solo le vicissitudini della protagonista, ma si fa carico anche del ricordo di un’intera comunità, quella degli arbëreshë, che ha dato origini al territorio dell’Arbëria – un enclave di Albania in Italia – per sfuggire dalle persecuzioni subite tra il XV ed il XVIII secolo, e la cui cultura oggi rischia di scomparire sotto il peso di una omologante cultura globale.

È un conflitto tra tradizione e modernità quello attraversato dalla protagonista del film all’interno di questa aerea geografica e sentimentale, l’Arbëria, che di fatto non esiste. La donna vive una vera nostalgia dell’appartenenza, un sentimento comune dei tempi moderni che paralizza il presente e sterilizza il futuro di molti, sempre alla costante ricerca di se stessi e della propria identità.

Il film è prodotto dalla Open Fields Productions, in collaborazione con Lucana Film Commission e Calabria Film Commission, con il sostegno di MiBAC e SIAE nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina”, con il supporto di BCC Mediocrati e Echoes. Arbëria è distribuito dalla LAGO Film, nuova realtà cinematografica calabrese.

FRANCESCA OLIVIERI

Francesca Olivieri si è formata a Bologna, dove si è laureata in Discipline Semiotiche e ha iniziato a lavorare sui set come aiuto regista. Ha continuato la sua formazione professionale in Francia, dove ha affiancato documentaristi e registi televisivi. Si è avvicinata alla scrittura e alla regia frequentando la scuola di Marco Bellocchio.

Arbëria è la sua opera prima.

NOTE DI REGIA

“La storia di Arbëria è ispirata alle vicende di alcune donne della mia fagrafici con la modalità narrativa dell’auto-fiction, cercando di ricreare una grazia nell’ invenzione del reale. Il soggetto in questione è evidentemente personale, sono a mia volta una giovane donna migrata, e spero che questa storia di generosità umana possa interessare un pubblico disperso culturalmente. La dispersione del sangue, la doppia cultura, l’appartenenza etnica rifiutata, oppure nascosta, questi sono i temi che mi hanno ispirato.

Filmare questa storia in una comunità arbëreshë è anche un atto politico: ho capito che la storia e l’attualità di questo popolo sono un paradigma di tutte le minoranze etniche che subiscono un decadimento. Ho voluto raccontare la storia di un individuo sradicato che vive

una vera nostalgia dell’ appartenenza. Ho quindi deciso di parlare del rapporto di una donna con le sue origini, soprattutto per rendere omaggio alle donne arbëreshë che sono state capaci di elaborare vecchio e nuovo, mantenendo la loro lingua e i costumi in equilibrio tra senso della memoria e desiderio di emancipazione”.

CAST ARTISTICO

A interpretare il difficle ruolo di Aida è Caterina Misasi, attrice romana di origini calabresi nota al grande pubblico per le sue partecipazioni sul piccolo schermo in “Un Medico in Famiglia”, “Centovetrine”, “Vivere”. Ha lavorato con registi come il premio Oscar Enzo Monteleone, Paolo Genovese, Riccardo Donna, Tiziana Aristarco, e al fianco di Alessio Boni, Giulio Scarpati, Nino Frassica, Alessandro Gassman, Enrico Brignano, Terence Hill, Elena Sofia Ricci, Alessandra Mastronardi, Francesco Pannofino.

Sul set di Arbëria, a Caterina si sono affiancati la giovane co-protagonista Brixhilda Shqalsi, attrice di origini albanesi, Carmelo Giordano, Anna Stratigò, Mario Scerbo, Alessandro Castriota Scanderbeg, Fabio Pappacena, Antonio Andrisani. Grande entusiasmo ha prodotto anche la presenza della giovanissima e talentuosa interprete Denise Sapia.

CAST TECNICO

Fotografia: Mario Parruccini; montaggio Fabio Nunziata; musiche: Luigi Porto; scenografia: Federica Bologna; costumi: Giuseppe Ricciardi; trucco: Marinella Giorni; produttori esecutivi: Fabrizio Nucci, Nicola Rovito, Andrea Solano.

SOSTEGNO ECONOMICO

Il film è stato realizzato anche grazie al patrocinio di molti comuni che hanno sposato questa operazione di racconto del territorio, come Vaccarizzo Albanese, Oriolo, Acquaformosa, Spezzano Albanese, Plataci, Santa Caterina Albanese, Mongrassano, Caraffa di Catanzaro, Mormanno, San Cosmo Albanese, Cerzeto, San Giorgio Albanese e San Demetrio Corone. Diversi partner privati hanno, infine, collaborato nella realizzazione: Madeo, Amarelli, Patata della Sila, Minisci, La Molazza, Majorana Group, Juvat, IAS, Life, Davida Sposa, Teatro in Note, Francesco Paldino.

Montalbano e Nova Siri, bilancio delle manifestazioni culturali scolastiche

in Cultura

Oggi 11 giugno si concludono le attività di diffusione dei risultati dell’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Pitagora di Montalbano Jonico e Nova Siri. Tutti gli indirizzi hanno dato luogo a manifestazioni in cui si è rendicontato alle famiglie e alle comunità cittadine dell’operato della scuola.

I momenti – clou di questo “finale di stagione” sono consistiti in due forme di spettacolo, una tenuta a Montalbano ed allestita dai docenti e dagli studenti dei Licei Coreutico e Musicale con una sorta di “musical” sulle canzoni e la carriera di Lucio Battisti e dal titolo emblematico “Il mio canto libero”; l’altro rappresentato all’Amfiteatro “Totò” di Nova Siri e consistente nella rappresentazione del “Miles Gloriosus” di Plauto ad opera degli studenti del Liceo classico e del Liceo artistico.

Ma altre attività sono degne di nota, nello specifico il completamento della decorazione delle panchine del lungomare di Nova Siri ad opera della seconda classe del Liceo artistico di Nova Siri, il seminario “Generazione 2.0” del Liceo delle Scienze Umane di Montalbano Jonico per mettere in guardia le famiglie dall’abuso del cellulare e di indiscriminata connessione al web. Di rilievo anche l’inaugurazione del “Parco della Filosofia” nella Rabatana di Tursi, protagonisti gli studenti del Liceo Classico, e i saggi strumentistici del Liceo Musicale di Montalbano, tenuti strumento per strumento.

Al riguardo il Dirigente scolastico, Leonardo Giordano ha dichiarato:<< Queste iniziative dimostrano come gli allievi siano stati capaci di tradurre in competenze le loro conoscenze e danno il senso dello spessore e dell’intensità del nostro lavoro. Ringrazio studenti, famiglie e i docenti che, col loro sapiente lavoro, hanno accompagnato questo percorso.>>

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