Archivio categoria

Cultura - page 3

Teatro dei Calanchi apre con Odissea

in Cultura

Odissea, per la regia di Daniele Onorati, aprirà la programmazione 2019 di Teatro dei Calanchi. 
Il classico senza tempo attribuito ad Omero andrà in scena nella serata del primo agosto nel palcoscenico naturale dei calanchi di Pisticci.
 Si tratta di uno spettacolo corale interpretato dagli attori di Teatrolab, la scuola di arte scenica del Circus, chiamati a dar vita ad uno dei massimi miti della cultura antica, attuale fino ai nostri giorni.
Il mito di Ulisse si esprime in una narrazione essenziale fatta di richiami lontani e naufragi d’amore, un viaggio tempestuoso nel mare d’argilla dei calanchi. 
In scena gli allievi attori di TeatroLab.

Dall’altra parte il pubblico, chiamato a calarsi in un percorso esperienziale unico. Accomodato su sedute di paglia che fanno da contorno ideale ad un contesto selvaggio ed autentico, privo tra l’altro di strutture artificiali, lo spettatore potrà seguire il dramma epico illuminato soltanto da una costellazione di fiaccole e respirerà la stessa polvere d’argilla levata dagli attori nell’enfasi narrativa, condividendo il buio ed i silenzi dell’opera e del contesto, la calura della valle del Cavone ed il fresco delle sue serate estive, fra grilli impertinenti e stelle cadenti.

Nel Teatro dei Calanchi, gli agenti atmosferici, la fauna e la flora sono elementi che caratterizzano la proposta artistica del Circus, resa possibile anche da una quota di micro-produzione da parte del pubblico che permette di sostenere l’evento dal basso ed eleva lo spettatore ad un ruolo attivo, in cui contribuisce a creare il contenuto culturale di cui fruisce.
Una formula sulla quale il Circus di Pisticci ha scommesso sin da subito dimostrando che un modo differente di fare spettacolo è possibile.

L’offerta del programma di Teatro dei Calanchi 2019 si amplia ulteriormente il 2 agosto, quando una esperienza naturalistica unica ed avvincente permetterà di conoscere da vicino i luoghi che ospitano l’evento soddisfacendo una curiosità più volte manifestata dal grande pubblico intervenuto in questi anni in uno dei più ancestrali luoghi della memoria presente in Basilicata. Calanchi Xp è un percorso esperienziale alla scoperta di una delle bellezze naturali più affascinanti del territorio lucano. Terre argillose non sempre ospitali si rivelano ai visitatori come oasi silenziose abitate da forme vitali estremamente resistenti. Una sorta di viaggio nel tempo, in avanti e a ritroso. Guidano l’escursione Fabio Quinto e Rossella Casalaspro.

Nella stessa serata la parola torna al teatro, che per l’occasione punta sui piccoli allievi di Teatrolab. Un cast di giovanissimi aspiranti attori interpreterà il Festivàl degli Insetti, una irriverente commedia ecologista per ragazzi. Un microcosmo pungente e svolazzante scuote gli animi sensibili e pizzica urticando un povero pubblico di inermi mammiferi. In questo caso l’occasione creata dal Circus è doppia: da un lato una proposta di spettacolo brillante e sorprendente, dall’altra l’opportunità per gli stessi piccoli e per le loro famiglie di trascorrere una giornata immersi nella natura ed alla scoperta di un paesaggio unico nel suo genere.
Anche in tal caso è possibile microprodurre l’evento dal basso. Sul sito ufficiale della manifestazione www.teatrodeicalanchi.com, infatti, è possibile sostenere sia le singole giornate che l’intera programmazione 2019.

Sul web e sui social, alla pagina www.facebook.com/actincircus, sono presenti, inoltre, tutte le info per raggiungere la location, collocata lungo la strada comunale di Madonna delle Grazie, alla quale è possibile accedere dalla provinciale che collega Pisticci a Craco via Pozzitello. In loco sarà presente adeguata segnaletica.

Bordelli 3.0. La nuova frontiera del sesso.

in Una finestra sul Mondo
Una esemplare di robo-prostituta in tenuta professionale.

Cosa il prossimo faccia dal punto di vista sessuale, con chi, dove e come sono tutti fatti che riguardano esclusivamente i singoli individui.

C’è chi si eccita guardando i meloni, chi guardando le zucchine; c’è chi ama il chiuso, il buio e il silenzio della camera da letto e chi gli spazi aperti, ventilati ed illuminati della natura incontaminata; c’è, magari, chi prova un’attrazione pericolosa per le delicatissime farfalle e chi ama colpirsi gioiosamente in zone intime con pesanti mazze da baseball. Ripeto: sono fatti loro e che ciascuno trovi la sua pace nel luogo e nel modo che più gli aggrada, senza danneggiare se stesso e gli altri.

Ma davvero la fantasia dell’uomo nell’ambito della lussuria non ha confini e questo, giornalisticamente, ma anche intellettualmente, m’interroga e m’intriga non poco.

Che la professione più antica del mondo abbia prosperato in ogni latitudine e in ogni condizione è cosa nota a tutti: le etére greche avevano sandali che imprimevano nella polvere la seducente parola ‘seguimi’; al seguito degli eserciti medievali c’erano schiere di ragazze e donne che vendevano per pochi spiccioli la loro virtù; la lunga storia delle case chiuse e della prostituzione, di alto o basso rango, è terminata solo alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso; e infine, nelle strade delle grandi città italiane, da nord a sud, ancora oggi c’è un’ampia scelta di alternative che vanno dal brivido della trasgressione estrema al banale mercimonio di mezz’ora d’amore.

Fin qui nulla di strano o di nuovo: o forse no.

E si: perché in Europa ed in Asia si sta diffondendo una nuova (come posso definirla?) ‘moda’ sessuale, per niente economica e piuttosto ‘di nicchia’ ad un primo sguardo.

Infatti, per somme che vanno dagli ottanta ai centottanta euro, alcune ‘case d’appuntamento’ di nuovissimo conio permettono di ‘vivere una storia passionale’ con una donna-robot o qualcosa che le assomiglia moltissimo.

Normalmente le ‘donne-robot’ a disposizione sono di quattro tipi: una caucasica (vale a dire una tipologia euro-americana bianca/capelli biondi), una di tipo afro, un’asiatica e un personaggio da cartoni animati.

Quando il primo robo-bordello ha aperto a Torino ci sono state prenotazioni da tutta l’Italia del Nord: donne, uomini e coppie hanno prepagato anche cifre importanti (tra i 360 e i 400 euro) per avere per più ore a disposizione le ‘professioniste’ robotiche della casa d’appuntamenti. A Barcellona il successo è stato ancor maggiore. E pare che il mercato sia ancora agli inizi con promettentissime aspettative di crescita.

Ribadisco che in guerra ed in amore tutto è lecito: e che Dio ci perdoni. Ma la tristezza di dover comprare addirittura il tempo di un robot, di una pseudo-bambolona pseudo-vivente, testimonia di una paurosa solitudine, di una crescente paura e insicurezza nelle relazioni interpersonali e di uno svilimento progressivo di un settore, come quello dell’amore a pagamento, che, nei decenni e nei secoli passati, è anche stato, a modo suo e con tutti i suoi limiti e defaillances, fonte di ispirazione per tanti artisti e sognatori.

Mi sa, però, che quel tempo è proprio finito.

Gli auto-reclusi: storie dal mondo di chi non vuole il mondo.

in Una finestra sul Mondo

Che la società capitalistica fosse ipercompetitiva e fortemente stressante, ne eravamo già certi da moltissimo tempo.

Ma che, oltre alle dipendenze classiche da sostanze (nicotina, droghe e alcool), ci fosse una nuova malattia strisciante, che poi malattia in senso classico non è, questo ci lascia sbalorditi.

I giapponesi, che hanno conosciuto questo problema già oltre trent’anni fa, chiamano i colpiti da questo strano ‘morbo’ hikikomori, che più o meno dovrebbe significare, in quella complessa lingua, ‘coloro che si ritirano’.

Il fenomeno degli hikikomori, inizialmente, sembrò interessare soltanto giovanissimi, tra il 14 ed il 25 anni, con un picco inquietante intorno ai 17 anni.

Questi ragazzi, in Giappone, ma non solo, decidevano, in una progressione inquietante di atteggiamenti sempre più patologici, di ritirarsi non solo in casa, ma proprio in camera, uscendone solo per mangiare ed espletare i propri bisogni fisiologici: il resto del tempo era occupato in letture, film e giochi elettronici.

Una recente indagine statistica (2016) ha valutato in almeno mezzo milione i giovani giapponesi afflitti da questo nuovo ‘male’ che si va ad assommare ai tanti danni che questa società consumistica ha arrecato a tutti noi: ma adesso il problema appare un po’ più complesso.

Infatti, oltre alla platea di giovanissime vittime di questa nuova malattia della relazione e del comportamento, c’è un nuovo popolo di auto-reclusi, vale a dire tanti quarantenni e cinquantenni che, stritolati da un sistema troppo competitivo e troppo pieno di aspettative, letteralmente si nascondono in casa dei genitori regredendo ad una dimensione filiale forzata in cui dipendono da padri e madri ottantenni o novantenni.

La cosa ha talmente preoccupato il governo giapponese, da portare all’approvazione di una legge speciale che prevede, alla morte del genitore, la corresponsione di una pensione minima alle persone affette da questa forma di disabilità comportamentale che interessa una platea non inferiore alle seicentomila persone, che sono, però, solo quelle ufficialmente censite dal sistema sanitario giapponese.

Il problema, ovviamente, non è solo giapponese: anche negli States e nella cara, vecchia Europa ci sono molti teenagers e alcuni adulti che proprio non riescono a sopportare l’impatto con una società che ci richiede tutti e sempre performanti. Lo dimostra il fatto che in Italia è nata una onlus che s’interessa proprio del drammatico problema degli hikikomori del Belpaese.

Un articolo on-line non è il luogo adatto per una disamina clinico-psicologica di un fenomeno tanto allarmante: ma, dal punto di vista sociologico, mi pare che sia importante sottolineare che questa nostra società dovrebbe rivedere parecchi suoi punti di riferimento e dovrebbe davvero permettere a tutti, come suggerisce la costituzione degli Stati Uniti d’America, di esercitare il diritto alla ricerca della felicità, che non sempre fa rima con successo sociale ed economico.

Una riflessione più approfondita a riguardo, non guasterebbe.

Titanic forever. Una piccola ricorrenza intorno al mistero e al fascino dello sfortunato transatlantico.

in Una finestra sul Mondo

All’apparire della parola ‘Titanic’ si evocano in noi le immagini più diverse.

I più romantici immaginano le signore eleganti, i balli, il lusso e quella meravigliosa scalinata, la Grand Staircase, scendendo dalla quale, in vestito da sera, qualunque donna, anche la più insignificante, si sarebbe sentita una regina.

I drogati d’avventura, invece, immaginano il comandante E.J. Smith ed i suoi giovani e coraggiosi ufficiali alle prese col panico dei passeggeri, con le scialuppe penzoloni sull’acqua dell’oceano e con la propria paura da dissimulare perché, come disse loro il comandante, loro “erano inglesi”.

Per i più giovani, e per gli amanti del cinema, è inutile dire che l’immagine che si dipingerà nella mente al solo citare il magico nome sarà quella di Kate Winslet  e Leonardo Di Caprio che si abbracciano innamorati sulla prua della nave.

Ma c’è un terzo gruppo di persone per cui il Titanic è una cosa viva, palpitante, reale, presente: sono gli esperti della nave e dell’affondamento che potremmo definire ‘titanicologi’.

Per loro, ma anche per noi, ricorrono quest’anno i cinque anni da una scoperta clamorosa: quella che per anni si era fatta credere una sopravvissuta del Titanic, la mitomane Helen Kramer, era in realtà un’imbrogliona.

La Kramer aveva tentato, a partire dal 1940, di farsi passare per Loraine Allison, la duenne figlia di Hudson e Bess Allison, che, insieme al loro secondo figlio Trevor, si erano imbarcati sul Titanic il 10 aprile del 1912.

La Kramer aveva fatto questo perché gli Allison erano una ricchissima famiglia canadese e a lei poteva far comodo rientrare in qualche modo nell’asse ereditario.

Dopo le ricerche sul DNA della Kramer, morta nel 1992, e su alcune bisnipoti di Hudson Allison e di sua moglie Bess, la professoressa Oost, una genetista canadese, nel 2014, a 102 anni dall’immane tragedia, ha dimostrato, senza ombra di dubbio, che non poteva esservi legame di parentela tra la Kramer e gli Allison, chiudendo una diatriba che era andata avanti per oltre cinquant’anni, con un ulteriore strascico ultraventennale.

Magari la Kramer non ha risolto il dilemma del famoso ‘Bambino sconosciuto’ né ha aiutato a risolvere altre annose domande rimaste aperte da quella tragica notte tra il 14 ed il 15 aprile del 1912: ma il Titanic rimane sempre il Titanic. Non c’è niente da fare.

Cosa vedere in Madagascar? ecco i tour più in voga tra i turisti

in Cultura

Il Madagascar è certamente una delle isole più affascinanti del nostro Pianeta. Sebbene venga considerata dai più un’unica isola, il Madagascar è altresì un arcipelago comprendente altri 250 isolotti: ognuno di questi, tra l’altro, forma insieme all’isola principale una costa lunga oltre 5000 km.
Ricca di attrazioni, natura incontaminata ma selvaggia e città contraddittorie, il Madagascar è ancora oggi una delle mete più apprezzate per vacanze irripetibili, lune di miele da sogno e viaggi a contatto con la fauna e la flora più unica al mondo.
Gli itinerari tra cui è possibile scegliere sono davvero diversi e molteplici. Ecco alcuni dei più affascinanti.

Tour del Nord del Madagascar

La parte settentrionale dell’isola è prevalentemente immersa nella natura incontaminata: in particolare, Il nord est del Madagascar è ricco di foreste fluviali ma anche giungle incredibili. Inoltre sono presenti diverse catene montuose che regalano paesaggi irripetibili. La vetta più alta dell’isola è il Maromokotro, alto fino ai 2880 metri, che è possibile altresì scalare se siete particolarmente temerari. La città più popolosa del nord, invece, è Mahajanga, una cittadina portuale dove è presente la più importante comunità islamica del Madagascar.

I tour del nord tra cui è possibile scegliere sono:

 

  • Crociera tra le isole del Nord del Madagascar, da Nosy Be ad altre isole più nascoste e deserte;
  • Viaggio naturalistico da Diego Suarez a Nosy Be, perfetto per chi ama particolarmente la natura. In questo caso si visiteranno tutte le isole limitrofe a Nosy Be e si scopriranno i coralli marini e la fauna che popolano questo splendido posto;
  • Avventura nel Parco Nazionale di Masoala: una vera e propria spedizione nelle foreste del Nord Est del Madagascar per scoprire l’essenza più selvaggia del luogo.

Tour del Sud del Madagascar

Su portali come viaggimadagascar.it è possibile, altresì, optare per tour perfetti per scoprire la zona più meridionale del Madagascar. Iniziamo col dire che questa parte dell’isola è senza dubbio la più arida e secca del Paese. Il clima, infatti, è particolarmente tropicale, contraddistinto da piogge davvero rare. Tanto è vero che la stagione delle precipitazioni comprende solo tre mesi, da gennaio a marzo.
Qui sono presenti molteplici spiagge a sabbia bianca, che però possono risultare difficili da raggiungere per via delle strade il più delle volte impraticabili ( spesso si tratta di semplici tracciati di sabbia piuttosto che del più comune asfalto). Le città più belle del Madagascar del sud sono Ilakaka, quasi western e molto affascinante, conosciuta per le sue miniere di gemme e Fort Dauphin, sempre nella costa sud, con un clima leggermente più piovoso rispetto ad altre città, ricca di spiagge e luoghi di ristoro.

In questo caso, è possibile scegliere tra diversi tour quali:

 

  • Tour da Itampolo a Andavadoaka: un viaggio lungo 500 km che vi porterà a scoprire le spiagge più belle del Madagascar. Un tour perfetto per chi ama fare snorkeling ma anche semplici e sensazionali nuotate;

Tour da Antananarivo a Toliara: Antananarivo è la Capitale del Madagascar e si trova in una zona

Parco Letterario “Francesco Lomonaco”, firmata la convenzione a Montalbano Jonico

in Cultura

Nello scenario suggestivo del giardino delle mura medievali nel borgo antico di Montalbano Jonico è stata firmata la convenzione per l’istituzione del Parco Letterario “Francesco Lomonaco” tra il Presidente dei Parchi Letterari Italiani Stanislao De Marsanich, il sindaco Piero Marrese in qualità di Presidente della provincia di Matera e l’assessore alla cultura Ines Nesi in rappresentanza del comune.

E’ il quarto Parco Letterario della provincia di Matera dopo quella di Carlo Levi ad Aliano, di Albino Pierro a Tursi e di Isabella Morra a Valsinni. Erano presenti, infatti, i sindaci di questi comuni: Luigi Di Lorenzo, Salvatore Cosma,  e Gaetano Celano.

Dopo l’introduzione del sindaco Piero Marrese ha preso la parola Vincenzo Maida, giornalista e autore di testi teatrali, che ha tracciato il profilo storico e umano dell’illustre montalbanese, ha riconosciuto il grande impegno profuso dall’amministrazione comunale per il raggiungimento di un obiettivo che con la sua associazione perseguiva da molti anni. E’ stata quindi la volta dell’assessore Ines Nesi che ha annunciato un convegno per il mese di ottobre su Lomonaco con studiosi di diverse università italiane. Ha concluso il Presidente Nazionale dei Parchi Letterari Stanislao De Marsanich.

E’ seguita una straordinaria performance teatrale del testo FRANCESCO LOMONACO – ULTIMO SCRITTO, ideata e scritta dallo Vincenzo Maida e  interpretata da di Emilio Andrisani dell’HermesTeatroLaboratorio con il gruppo del teatro montalbanese. Sono quindi intervenuti il vice-sindaco Giuseppe Di Sanzo e don Filippo Lombardi della diocesi di Matera-Irsina.

Francesco Lomonaco, il cui busto nel 1913 venne  collocato sul Pincio a Roma tra i trecento italiani illustri, soprannominato il Plutarco Italiano, è considerato un precursore dell’Unità Nazionale. Era nato il 22 novembre del 1772 e  aveva vissuto a Montalbano fino ai 18 anni, quando era andato a Napoli a studiare giurisprudenza prima e medicina dopo. La madre era  Margherita Fiorentino, sorella del medico Giuseppe Fiorentino  padre di Niccolò. Nell’atto di battesimo  venne registrato con il nome di Maurizio, Francesco, Saverio, Bernardo, Gaetano e Donato. Francesco sin da piccolo mostrò una passione fuori dal normale per gli studi.

Ebbe come maestro l’abate Nicola Maria Troyli dal quale apprese il latino, il greco, la filosofia, la matematica, la fisica, l’archeologia, della quale l’anziano uomo di cultura era considerato un profondo conoscitore, e anche l’ebraico.

Intellettuale dalla solida cultura, amico di Eleonora de Pimentel Fonseca, di Vincenzo Cuoco e di tanti altri intellettuali partenopei, prese parte al movimento rivoluzionario che portò alla nascita della repubblica napoletana del 1799.  Scampato per caso al capestro borbonico, il suo cognome venne trascritto Lamanica, esule prima a Marsiglia, poi in Svizzera, quindi a Milano, Lomonaco morì suicida a soli 38 anni a Pavia il primo settembre del 1810.

Amico di Vincenzo Monti e medico di Ugo Foscolo e del fratello di costui, anche lui morto suicida, Alessandro Manzoni lo considerò un suo maestro e gli dedicò un sonetto giovanile.

Padre Gabriele Ronzano, storico, autorevole uomo di cultura, gesuita, nel suo libro Fermo e Lucia, ha avanzato l’ipotesi suggestiva, ma non dimostrata, che sarebbe stato lui a donare allo scrittore milanese il manoscritto da cui egli trasse ispirazione per scrivere il romanzo più famoso della letteratura italiana: “I promessi sposi”.

Una  tesi simile e altrettanto suggestiva è stata avanzata da Giuseppe Michele Scaccuto in Eresie su Francesco Lomonaco, dove l’autore si è esercitato anche a trovare delle similitudini tra la forma di scrittura utilizzata dal Lomonaco e quella del Manzoni.

Lomonaco scrisse tra l’altro: Rapporto al cittadino Carnot, Analisi della sensibilità e delle sue leggi e delle sue diverse modificazioni considerate relativamente alla morale ed alla politica, Vite degli eccellenti italiani, Vite dei famosi capitani d’Italia, Discorsi letterari e filosofici. Francesco Lomonaco entrò in dialettico confronto con i grandi della cultura nazionale, assolvendo al notevole compito di portare a conoscenza degli intellettuali del Nord lo storicismo di Giambattista Vico e tutti i fertili stimoli della cultura napoletana. Sarebbe perciò diventato importante nella vita e nell’opera di Foscolo e Manzoni. Senza di lui, e senza il suo vichismo, difficilmente Foscolo sarebbe passato dall’Ortis ai Sepolcri e difficilmente il giovane Manzoni avrebbe superato l’antistoricismo illuministico, si sarebbe aperto allo studio della storia e avrebbe scoperto una Provvidenza sottesa agli eventi umani. Il Manzoni di tutto ciò, in una intervista rilasciata nel 1866 ma pubblicata sul “Corriere della sera” dieci anni dopo, il 12-13 ottobre 1876, gli avrebbe dato ampio riconoscimento e ampio merito.
Francesco Lomonaco era nato a Montalbano Ionico il 22 novembre 1772, in un momento in cui quella cittadina appariva popolata da dottori laureatisi a Napoli, nel clima nascente dell’Illuminismo. Uno di questi era Nicola Lomonaco, padre di Francesco. Un fratello di Francesco era Luigi, che sarebbe stato anche lui coinvolto nei fatti del 1799. Nel 1799, quando aveva ventisette anni, fu tra i promotori della rivoluzione e fra gli assediati di Castel Sant’Elmo. Esule dunque a Milano grazie a Vincenzo Monti riuscì ad ottenere l’insegnamento di storia e geografia presso il Collegio militare di Pavia. La conoscenza e i contatti con la cultura settentrionale d’Italia avevano nel frattempo allargato anche i suoi orizzonti politici. Quando pubblicò l’ultima sua opera, Discorsi politici e letterari, nel 1809, essa fu mal gradita dal potere napoleonico, fu perseguitata dalla censura e ritirata dal mercato. Lomonaco allora, come Iacopo Ortis, cui era molto vicino, perché era vicino al giovane Foscolo, deluso e amareggiato decideva di chiudere con un ulteriore atto di protesta e libertà la sua breve e concitata esistenza. La mattina del 1° settembre 1810 si lasciava affogare nelle acque del Navigliaccio, alla periferia di Pavia. Non aveva ancora compiuto 38 anni.

 

  

L’uomo e il cane di Carlo Cassola. Storia di Jack, storia di un abbandono

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Autoritratto con cane, Antonio Ligabue- 1957

In una realtà contadina delle campagne del Nord Italia, nella lotta continua per il pane e per la vita, si ambienta la storia del cane Jack e del suo padrone Alvaro. Alvaro è un pover’uomo, mulattiere, sul quale grava il mantenimento della moglie e del figlioletto. Jack è il suo cane: incapace a far la guardia, sta sempre dietro la gonnella della moglie e pensando di far cosa giusta, si macchia di un grave reato,l’omicidio della gallina del vicino. Di questo cane bisogna disfarsi e Jack, dalla mattina alla sera, diventa un cane randagio. Un atto deplorevole e che,se avete un minimo di cuore condannerete subito. Sembrerebbe una storia già triste così, ma non è ancora finita per il povero Jack. L’autore segue da vicino il cane nei suoi tentativi di tornare a casa o di trovare un’altra sistemazione e ci fa guardare il mondo semplice e povero dell’Italia del dopoguerra attraverso i suoi occhi, descrivendo le sue decisioni e i suoi movimenti come solo un amante dei cani può fare. Jack diventa testimone della lotta per la vita pene di chi incontra nel suo girovagare: dei braccianti che lavorano per quattro soldi, della ragazza innamorata del signorino, del gatto Tommaso, randagio anche lui. Anche se  i luoghi cambiano, resta fermo nel cane il desiderio di sentirsi di nuovo di qualcuno, di avere una casa, qualcuno di cui meritarsi l’amore. Alla fine Jack troverà quello che cercava, ma era davvero quello che voleva, spinto dalla nostalgia e dall’abitudine della vita passata? La storia del cane può esser vista come storia dell’uomo che volendosi sentire parte della società e accettato dai suoi simili, rinuncia alla propria naturale libertà, anche a costo di perdere la felicità. Velatamente, in questa ricetta di vita vera,nella quale dominano sentimenti semplici e bisogni primari, c’è un pizzico di denuncia sociale e politica, come in tutta l’opera e la vita privata di Carlo Cassola. L’uomo e il cane è una lettura che è come una carezza tagliente di un vento freddo sul nostro volto: chiunque vi si immergerà, indipendentemente dall’amore che prova per gli animali, non potrà non provare simpatia  per il povero Jack ed esser concorde nella superiorità morale e affettiva degli animali. Una lacrima anche vi sfuggirà per la sua tragica fine, inutile cercare di trattenerla.

Carlo Cassola nasce il 17 marzo 1917 a Roma.  Il padre, Garzia Cassola, militante socialista e redattore dell’ “Avanti”. La sua infanzia non è certo felice: è, per indole, un ragazzo isolato che ama fuggire nella sua immaginazione e nelle fantasticherie. La sua formazione scolastica è regolare, anche se più tardi la definirà un fallimento. L’ amore per la letteratura si  manifesta durante gli studi liceali. Durante la seconda guerra mondiale e si avvicina all’ermetismo. Tra il 1937 e il 1940 scrive i primi racconti, raccolti nel 1942 in due piccoli volumi, “Alla periferia” e “La vista”. Presta servizio militare a Spoleto e a Bressanone e nel 1939 si laurea in giurisprudenza.  Nel 1949 Cassola ha una profonda crisi, in seguito alla morte prematura della moglie, che aveva solo 31 anni. In discussione viene messa la sua intera poetica esistenziale di uomo e scrittore. Di questo periodo è “ Il taglio del bosco”, rifiutata da Mondadori e Bompiani e poi pubblicata da Vittorini per Einaudi. Nel periodo che segue si dedica molto alla scrittura, dando vita a romanzi come  “Fausto e Anna, “I vecchi compagni” e “La ragazza di Bube “, con cui vince il Premio Strega 1960. Nel 1984 si ammala al cuore e muore a sessantanove anni il 29 gennaio 1987.

 

Tipi da spiaggia

in Cultura

La crema solare c’è, l’asciugamano pure, ma il vicino quello no, non si può scegliere. E come dato che la Fortuna è cieca, ma la Sfiga ci vede benissimo, t’aspettavi Brad Pitt ma t’è toccato De Niro.

Tipi da spiaggia: kit di sopravvivenza… e relativo contrappasso.

– ‘Pulitzer’ o ‘l’intellettuale dell’ombrellone accanto’. Così detto per il suo modo di esprimersi: dall’italiano a prova di Crusca e gli occhiali rigorosamente rotondi, rigorosamente a metà naso. Se ha due figli si chiamano decisamente Antonluca ed Antongiulio. Se ha una moglie si chiama, necessariamente (all together): ‘Magdaaaaa’!

Merita la vicina che parla solo in dialetto alternato a parolacce parimenti in vernacolo.

– Il patito di fitness. Lo riconosci subito dalla fesa di tacchino a portata di muscolo, mangiata rigorosamente in riva al mare, alle undici spaccate e, se si trattiene, anche verso le diciassette.

Ingurgitando la fesa, a vista, mostrerà i muscoli, degni figli delle proteine ingurgitate.

La vicina obesa dal krapfen assassino a mezza mattinata: è così che si punisce chi mangia proteine a profusione, come se non ci fosse un domani.

– Lo sportivo a tutti i costi. Quello che nella vita normale: “Palestra? What’s palestra? – ma in spiaggia – inaspettatamente – diventa Messi: tutte le palle sono le sue, la sabbia sull’asciugamano tutta tua.

Tolleranza vs Omicidio: 2 – 1.

La receptionist della palestra, esattamente la stessa che ancora li sta aspettando da quel remoto settembre di non si sa quanti anni fa. Meritano l

– La famiglia. Si muove rigorosamente in branco, adombrata da gazebo pendulo che avanza di pari passo con i vari membri. Sollevato a mo’ di baldacchino, occuperà i tre quarti della spiaggia, relegando gli altri aventi diritto al sole alle zone più periferiche e non necessariamente interessate da aria salubre.

L’Inferno, merita l’Inferno. Non foss’altro che per la quantità di fumo sprigionato dalle loro grigliate. E vivaddio (si fa per dire…)!

Colonna sonora: I will survive’, Cake

Ps: in tutti i casi, keep calm and… meno cinque (mesi) e sarà nuovamente Natale!

Buon compleanno, Frida! La “Smilace” messicana aggrappata alla vita

in Cultura/Una finestra sul Mondo

 “Aveva una dignità e una sicurezza di sé del tutto…e negli occhi le brillava uno strano fuoco”. Diego Rivera su Frida Kahlo

Nota alle masse per la sua storia personale tragica, costellata da disabilità e sofferenza cronica psico-fisica,e per il legame forte ma poco felice con l’artista Diego Rivera, Frida Kahlo incarna l’immagine di un’ artista capace di contrastare il dolore, quel dolore che ognuno di noi si trova ad affrontare nella propria vita, per mezzo dei suoi pennelli. Il suo motto Viva la vida! ci insegna ad accettare la vita per quella che é, senza abbatterci. Proprio come Smilace, che fu trasformata dagli dei in edera, in seguito al suicidio del suo amato Croco, la minuta e dalla cagionevole salute pittrice messicana,è emblema di tenacia e determinazione.

Frida Kahlo scende dall’Olimpo degli artisti belli e dannati e si mescola con le masse, per insegnargli a non lasciarsi piegare dalle difficoltà e ad “aggrapparsi”, anche se si è fragili e senza sostegno come un’edera, con tutto se stessi alle proprie passioni.

Oggi, giorno del suo compleanno, parliamo di lei.

Il 6 luglio del 1907, o meglio del 1910, come lei teneva a precisare, in quanto amava considerarsi figlia della Rivoluzione Messicana (avvenuta appunto in quel anno) , nasceva sotto il segno del Cancro , Frida Kahlo, la donna che a partire dagli anni 70’ è diventata un’icona pop, tanto da vederla oggi ” scritta su tutti i muri” e da far parlare di “fridaismo” come fenomeno sociale.Andiamo a ricostruire  il suo identikit oggi , il giorno che ha visto 112 anni fa la sua nascita a Coyoacàn, una delegazione di Città del Messico.

Per ricomporre il puzzle -Frida Kahlo abbiamo a disposizione i seguenti tasselli: la donna e il suo stile, il Messico, l’amore con Diego Rivera, l’arte. Incominciamo.

Autoritratto con collana di spine, 1940

Frida Kahlo, la donna. Nata con la sindrome della spina bifida, come la sorella minore, ma non curata perché scambiata per una poliomelite, Frida è la primogenita di un fotografo tedesco di successo,  Wilhelm Kahlo,dal quale erediterà la precisione artistica, e di madre benestante di origine spagnola e armenide, Matilde Calderón y González. In tedesco il suo nome “Frieda” significa pace; niente di più lontano dalla sua personalità passionale, inquieta, creativa, che la fa avvicinare fin da giovanissima ai primi movimenti socialisti. Ed è in queste riunioni che incontrerà il suo primo amore Alejandro. Tornando a casa con lui su un tram, il 17 settembre del 1925, Frida resterà vittima di un incidente che le cambierà la vita: la colonna vertebrale sarà spezzata in tre punti, femore e costole frantumate, osso pubico spezzato. Il suo corpo così distrutto non sarà mai in grado di ospitare una gravidanza. Sottoposta ad anni di riposo a letto, a subire  32 interventi chirurgici e ad un busto ingessato, Frida ,per sfuggire a questa immobilità obbligata e alla solitudine si dedicherà alla lettura di testi socialisti e ad eseguire autoritratti , grazie all’artificio di uno specchio montato dalla madre sul suo letto a baldacchino. “Dipingo me stessa, sono il soggetto che conosco meglio”, dirà. Da qui nasce la  Frida che tutti conosciamo sulle sue tele: da un momento di tragedia fisica e morale, questa piccola e fragile donna trova la forza per  “rinascere” grazie all’arte.

 

Frida Kahlo, lo stile. Quando parliamo di Frida la nostra mente non può che associare gli elementi propri di questa personalità così eccentrica: subito immaginiamo i suoi occhi neri intensi, i capelli corvini intrecciati all’uso delle Tehuane, le folte sopracciglia a formare un’unica linea, i “baffetti” portati con disinvoltura per rivendicare le sue origini da parte di madre armenide. E ancora come dimenticare gli orecchini coloniali o a forma di mano, e le collane di giada precolombiane. In particolar modo la giada viene considerata la pietra verde più preziosa  dagli aztechi perché portatrice di vita. Tutta la sua persona si proclama ad emblema della tradizione e della popolarità e di quella messicanità,che ritrarrà anche nelle sue tele.  Frida Kahlo è questo:  amore per la tradizione in uno spirito libero.

Frieda e Diego Rivera, 1931. San Francisco Moma

Frida Kahlo e Diego Rivera, “l’elefante e la colomba” Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego.  Nel 1928 Frida sottopone allo sguardo esperto e critico del famoso e ormai maturo Diego Rivera ( 21 anni più grande di lei) i suoi autoritratti, il quale ne resta entusiasta. Ha inizio un connubio artistico ed emotivo della portata di un’alluvione: i due si sposano, nonostante Frida sappia del carattere libertino e fedigrafo di suo marito, che arriverà a tradirla persino con la sorella , Cristina.“ Perché lo chiamo il mio Diego?Non è mai stato e non sarà mai mio. Diego appartiene a se stesso! Questo evento porterà al loro divorzio, ma a distanza di un anno, incapaci a restar separati, si risposeranno a San Francisco. Un amore travagliato, un’attrazione fatale, che darà origine ad un rapporto sicuramente trasgressivo per l’epoca: Frida a sua volta tradirà,( per vendetta, gelosia o per puro piacere) Diego con molti amanti sia donne che uomini, come il poeta francese Andre Breton, o il politico russo Trockjj, fuggito dalla Russia o la fotografa Tina Modotti. Diego e Frida vivranno in una casa ,la Casa Azul (Azzurra), in due aree separate, unite da un ponticello, per conservare ognuno i propri spazi.

Frida Kahlo e il Messico. Frida poggia la sua arte sulle solidi basi del passato precolombiano e del mondo indigeno, collezionando con il marito Diego  ceramiche e sculture azteche, conservandole in una piramide nel giardino della loro Casa Azul. In tutto il suo essere Frida parla della sua terra: dai suoi vestiti tradizionali, ai suoi quadri nei quali ritrae la giungla, pappagalli, scimmie e cani senza pelo ( xolotl), i quali rappresentano il suo alter ego, il suo “nahualli”, l’unica essenza tra uomini e animali, secondo la credenza messicana. Il cuore palpitante, sanguinante, caro alla cultura azteca e alla fede cristiana, è un elemento ricorrente nella sua opera, come anche le radici degli alberi che rappresentano l’attaccamento alle origini. Non bisogna dimenticare che Frida aderisce nel 1928 al partito comunista, quindi è vicina alle tematiche di lotta sociale del suo Paese; elemento che l’accomuna agli artisti appartenenti al  mexicanismo, una corrente pittorica che si manifesta attraverso murales per parlare al popolo analfabeta.

Frida Kahlo e l’arte. Il poeta nonché suo amante Andre Breton volle fortemente una sua mostra a Parigi nel 1939  e la definì una “surrealista creatasi con le proprie mani”, ma Frida,sofferente alle etichette  si dissociò dal movimento  surrealisra dichiarando :” Hanno pensato che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà.” Una realtà fatta principalmente della sua immagine: Frida ci ha lasciato un diario, un epistolario  di lettere scambiate con Diego e  143 ritratti, di cui 55 autoritratti. Il suo corpo martoriato, malato, è rappresentato così come è, senza edulcoranti per piacere al sesso maschile. Il corpo è dipinto con colori vivaci,e il tratto fermo e deciso è un modo per affermare se stessa e per manifestare un attaccamento alla vita ed una forza di volontà che non ha eguali. Una determinazione che l’ha condotta ad esser se stessa nonostante il dolore fisico. Una tenacia dimostrata anche in senso negativo, aggrappandosi come un granchio con la sua chela all’ amore malsano con il suo sapo-rana (l’uomo rospo- rana)  Rivera. Spesso nei suo quadri compare un bambino, simbolo dell’ innocenza e spensieratezza rubate dalle catastrofi della vita ed anche espressione di una maternità mancata.

 

 

Al di là delle libere interpretazioni, resta di Frida la figura di una donna dai tratti androgini, capace di affrontare  dolori  “sovrumani”, sia fisici e morali, grazie alla sua pittura e all’amore per la vita.

Sulla vita di  Frida Kahlo sono stati diretti due film Frida, Naturaleza Viva (1986), diretto da Paul Leduc  e Frida (2002), interpretato da Salma Hayek. Numerosi sono anche i documentari realizzati su di lei.

Viva la vida, 1954, Museo Frida Kahlo, Città del Messico

Pino Cacucci ha realizzato per il teatro il monologo breve “!Viva la vida”!( Feltrinelli, Gennaio 2014, 80 pg), il cui titolo richiama una frase scritta da Frida sul suo ultimo quadro, otto giorni prima di morire, un inno ad un’ esistenza sofferta e amata, degna di esser vissuta. Nonostante tutto.

Non ci resta che dire, viva la vida, Frida, siempre!

Diario di un killer sentimentale di Luis Sepúlveda. Sette giorni di baci e spari

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Otto dix, Lust murder, 1922

Come in  un cortometraggio si svolge in modo concitato e fulmineo  l’ultima operazione delittuosa pre- pensionamento di un killer professionista internazionale senza nome, il quale è alle prese con  l’esecuzione di un misterioso uomo trentaseienne, avvenente e membro di una associazione non governativa americana. La missione occupa il tempo della creazione divina: si svolge in sette giorni e il nostro protagonista rimbalza in cerca della sua vittima come una pallina matta da una città europea all’altra,da Madrid, a Istanbul, a Francoforte e poi a Parigi. Proprio Parigi, città dell’amore, nella quale il killer vive con la sua ragazza, la “gran figa francese”, da circa tre anni, vede la fine della loro storia, a causa di lei, innamorata di un altro, appena conosciuto a Città del Messico. Ah, le donne… le donne!!

Il cinico killer che parla alla sua immagine riflessa allo specchio , l’unica di cui si fida, riuscirà a portare a termine la  missione, nonostante la ferita sentimentale non ancora rimarginata? Questo angelo della morte, strapagato e rimasto solo contro tutti, sarà capace di reagire ad un inaspettato colpo di scena? Sarà in grado di mantenere sangue freddo  e mente lucida per scovare il suo “incarico”? Non vi resta che leggere queste pagine “irrequiete”, quasi futuriste per via dell’ azione e del dinamismo, per scoprire quanto sia professionale questo nostro  killer sentimentale!

Luis Sepúlveda è uno scrittore, sceneggiatore, attivista per la difesa dell’ambiente e dei diritti umani, nato in Cile nel 1949,e naturalizzato francese. Ha lasciato il suo Paese al termine di un’intensa stagione di attività politica, conclusasi drammaticamente con l’incarcerazione da parte del regime del generale Pinochet. Ha viaggiato a lungo in America Latina e poi nel resto del mondo, anche al seguito degli equipaggi di Greenpeace. Dopo aver risieduto ad Amburgo e a Parigi, vive attualmente in Spagna, nelle Asturie.
Autore di libri di poesia, «radioromanzi» e racconti, ha conquistato la scena letteraria con il suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, apparso per la prima volta in Spagna nel 1989, e in Italia nel 1993. Amatissimo dal suo pubblico, e in particolare dai lettori italiani, ha pubblicato da allora numerosi altri romanzi, raccolte di racconti e libri di viaggio, tra i quali spicca la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, uno dei libri più letti degli ultimi anni.

Torna su