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Cultura - page 3

Jeans: le origini dei pantaloni più amati di sempre

in La Grande Bellezza

Al giorno d’oggi tutti hanno almeno un paio di jeans nel guardaroba: dato il grande assortimento di modelli adatti ai gusti più disparati, è davvero impossibile non trovarne un paio che fa al caso proprio. Dagli skinny ai cosiddetti “boyfriend”, passando per quelli più ricercati come i jeans larghi, che hanno visto una rinascita proprio quest’anno, questi pantaloni hanno invaso le vetrine dei negozi e le passerelle di tutto il mondo, adattandosi ai look di ogni tipo.

Le origini del nome

Da dove proviene il nome “jeans”? Secondo alcuni, le origini sarebbero italiane: “blue jeans”deriverebbe infatti dall’espressione “bleu de Gênes”, che tradotto dal francese vuol dire“blu di Genova”.  Secondo altri, invece, le origini di questo amatissimo tipo di pantaloni sarebbero francesi: a dimostrarlo sarebbe la dicitura “denim”, proveniente dall’espressione “de Nîmes”; la città di Nîmes era infatti nota per dei pantaloni usati dai lavoratori per la loro resistenza, che erano color indaco.

Dalle vele dei mercanti al brevetto

Per quanto possa sembrare strano a noi che li abbiamo sempre conosciuti come capi d’abbigliamento, un tempo la stoffa dei jeans non veniva indossata ma serviva per realizzare dei teloni utilizzati coprire i carri e le vele delle imbarcazioni. In seguito proprio la grande resistenza di questa stoffa fu sfruttata per creare degli abiti da lavoro per i minatori e gli scaricatori di porto e, successivamente, per l’esercito statunitense. I jeans che indossiamo ancora oggi hanno delle caratteristiche che sono rimaste uguali dalla fine dell’Ottocento: i piccoli bottoncini di rame che troviamo sui jeans, ad esempio, sono stati aggiunti sul denim da Jacob W. Davis, un sarto lettone che viveva a Reno (Nevada) che collaborava con il più noto Levi Strauss (1829-1902), un mercante originario di Buttenheim (Germania) ed emigrato a New York con la famiglia che diventò il principale produttore di questi celebri pantaloni, dopo averne ottenuto il brevetto nel 1873.

L’ingresso nel mondo del fashion

Il grande successo che decretò l’ingresso ufficiale dei jeans nel mondo della moda venne diversi anni dopo, precisamente nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. In questo periodo, infatti, i jeans statunitensi spopolarono in Europa per merito dei grandi divi del cinema e del rock‘n’roll dell’epoca come James Dean, Marlon Brando ed Elvis Presley, che erano delle vere icone per i giovani.I jeans divennero quindi un simbolo di ribellione e protesta nel corso degli anni Sessanta, per poi diventare nel corso degli anni un capo versatile e che si adattava quindi ad occasioni diverse, persino eleganti.

 

 

Il bello di chiamarsi Jojo.

in Cultura/Una finestra sul Mondo

Chiariamoci subito: quello di cui parlerò in questo articolo non ha niente a che vedere col giochino stupido che facevamo da bambini facendo srotolare e riarrotolare un disco intorno ad una cordicella: quello era lo yoyo o comunque lo chiamavate voi.

Jojo, invece, è una moda, una mania, per alcuni una verità rivelata.

Dietro queste due sillabe facili facili, infatti, c’è niente po’ po’ di meno che una vera industria fatta da una sola persona.

Mai e poi mai, il 19 maggio del 2003, Tom e Jessalynn Siwa avrebbero pensato che quello scricciolo biondo che tenevano amorevolmente tra le loro braccia di neogenitori sarebbe diventata, prima dei sedici anni, una star idolatrata da milioni di ragazzini e ragazzine in America e nel mondo: per loro, quella neonata pacioccona e dormiente, era semplicemente Joelle Joanie Siwa, loro figlia.

Jojo, invece, seguendo le orme della madre, istruttrice di danza professionista, è diventata una provetta ballerina, ha imparato a cantare e recitare e si è subito lanciata nel dorato mondo della televisione diventando la piccola star della televisione americana in una trasmissione intitolata ‘Dance Moms’.

Da lì, la carriera è stata tutta in discesa: altre apparizioni in tv, la produzione di dischi e soprattutto un’attività ‘social’ da far paura persino a Chiara Ferragni. La sua canzone più amata ‘Boomerang’ che parla di lotta al bullismo (soprattutto’cyber’) è stata cliccata la bellezza di 450.000.000 di volte. Se la piccola Jojo avesse guadagnato anche solo un centesimo di dollaro a click, sarebbe diventata già miliardaria.

Ma Jojo non è solo una brava ballerina e cantante: sa anche gestire benissimo la sua immagine di teenager tipica americana tutta colori sgargianti, fiocchi, punti-luce e trucco glitterato.

Per farla breve, tra gadgets e linee di giocattoli e di complementi d’abbigliamento che portano il suo nome, il mondo del business americano si sta divertendo parecchio.

Non tutti, ovviamente, pendono dalle santi-pubblicizzate labbra della giovane cittadina del Nebraska: anche alla stupidaggine televisiva c’è un limite. Ma Jojo va come un treno e, per adesso, nulla sembra poterla fermare.

Se, però, Jojo Siwa ha un minimo di sale in zucca, dovrebbe, andando su Internet, studiare molto bene cosa è successo a tante precoci star come lei dalla Hollywood degli anni Trenta ai giorni nostri: forse così capirebbe che continuare gli studi, farsi una cultura e capire il mondo nei prossimi anni potrebbe rivelarsi per lei fondamentale quando, a trent’anni, non potrà più vestirsi come la controfigura di un cartone animato giapponese, ma dovrà affrontare una cosetta piuttosto complicata come la vita vera.

Auguri Jojo!

Carnival Row: tra Jack lo Squartatore e le Cronache di Narnia, ma con uno sguardo ai successi del Trono di Spade.

in Cultura/Una finestra sul Mondo

Se le ambientazioni vittoriane vi fanno impazzire; se le vie fumose delle città inglesi della seconda metà dell’Ottocento sono lo sfondo dei vostri sogni e dei vostri incubi; se gli slums industriali ed i cocchieri in livrea anglosassoni sono la vostra fissazione, allora la nuova serie di Amazon, Carnival Row, disponibile in italiano dal novembre 2019, farà per voi. Ve lo garantisco.

E tuttavia, se doveste amare l’irreale, etereo mondo delle fate, degli gnomi, degli elfi, dei giganti, dei mostri e di tutte quelle strane creature né umane né ferine né divine che popolano tante fiabe e tanti racconti per i bambini e i ragazzi, signori miei, Carnival Row avrà pane per i vostri denti. E’ sicuro.

No, non mi sono confuso: non preoccupatevi!

E’ che Carnival Row, nuova serie di Amazon Prime Video, contiene proprio tutti e due gli elementi che ricordavo prima: un’affascinante ambientazione vittoriana, seppur ambientata in una fantastica città detta Burgue, ed una trama e personaggi che potrebbero essere stati creati da Clive Staple Lewis, autore delle Cronache di Narnia.

E si: infatti, alla storia criminale legata all’ispettore Rycroft Philostrate, che cerca di fare il suo lavoro in una realtà cittadina sempre più brutale e incomprensibile, si affianca la storia di una particolarissima Fae (un essere fatato, con tanto di ali che fuoriescono dal cappottino) chiamata Vignette Stonemoss, che, pur seguendo col cuore una storia d’amore impossibile, si trova malgré soi invischiata in un brutto giro dal quale sarebbe meglio che uscisse quanto prima.

Per pungolarvi, voglio solo sottolineare che l’ispettore è interpretato da Orlando Bloom e la Fata da Cara Delevigne: e già questo, solo per curiosità, dovrebbe essere un elemento di paurosa attrattività della serie.

Ancora più magnetiche, tuttavia, sono le ambientazioni e la sontuosità delle scenografie, degli effetti speciali, dei costumi, persino delle comparse per le quali non si è badato a spese.

I più coraggiosi e curiosi lo hanno seguito direttamente in lingua inglese da fine agosto: per tutti gli altri, dal 22 novembre, credo che nascerà un nuovo ‘cult’, tipo ‘Trono di Spade’, legato a questa serie che, se non perfetta e un po’ troppo ‘politically correct’, si mostra interessante sotto tanti punti di vista.

Buona visione a tutti, allora.

Scanzano Jonico, iniziativa sociale: “alla caffetteria Glamour assorbenti gratis”

in Cultura

SCANZANO JONICO. “Non è giusto pagare per un qualcosa che è essenziale e necessario”, così Alessandro Gallicchio gestore e titolare della caffetteria Glamour di Scanzano Jonico ha commentato l’iniziativa a cui ha dato vita in questi giorni.

Lo spunto gliel’ha fornito l’esperienza inglese. Gallicchio ha raccontato: “Sull’onda di quanto sta accadendo in Inghilterra, dove gli assorbenti sono stati resi gratuiti per tutte le studentesse, la speranza è anche in Italia si facciano passi avanti in questa direzione. Noi la nostra parte pensiamo di averla fatta e continueremo. Anzi, ascoltiamo i feedback della nostra clientela e accettiamo suggerimenti”.

Infine, Alessandro Gallicchio ha commentato: “Questa iniziativa sociale punta a sensibilizzare e portare alla ribalta un tema importante come quello del costo degli assorbenti – e non solo – che in quanto prodotti di essenziale importanza non possono essere tassati come normalmente accade per un qualsiasi bene di consumo voluttuario e superfluo in molti casi”.

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La natura esposta di Erri De Luca. A suon di scalpello si fa il dialogo con Dio

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Vento dal mare di A. Wyeth, 1947

Un umile tra gli umili, che ha rifiutato gli onori dei media e di diventare un valente artigiano, si trova a contatto diretto con il capo degli Umili, un Cristo crocifisso, che ritrae nel suo sacrificio il corpo di tanti commilitoni giovani morti in guerra, e di tanti uomini clandestini morti in mare. Così realistico da non nascondere nulla, nemmeno il suo membro, coperto in passato da un velo di marmo. L’incontro con la statua diventa una sfida non solo artistica ma anche emotiva per quest’uomo e per il lettore che seguendo i pensieri e le difficoltà affrontate si troverà quasi inconsciamente a lavorare al rapporto personale con Dio. Che si sia credenti, agnostici o atei, non ha importanza: il libro di Erri de Luca offre a tutti un punto di vista diverso, offre l’immagine di un Dio umano, munito di un membro come tutti, impuro come tutti gli uomini, che soffre fisicamente e moralmente. Quest’universalità si rispecchia anche nella collaborazione che lo scultore trova da parte di rappresentanti di diverse religioni nel tentativo di interpretare i messaggi che la statua porta con sé, nascosti e rivelati solo a chi tocca con mano il marmo e la sofferenza in esso custoditi. Il nostro artigiano chiede aiuto a un Rabbino, a un operaio musulmano, al prete: le grandi religioni insieme cooperano e s’inchinano al mistero rappresentato in una statua.

Oltre al fattore fede, Erri De Luca non ci fa mancare niente in questo libro che è condito con un pizzico di giallo e di tradimento, incarnato nella figura di una seduttrice. L’omaggio alla sua Napoli, descritta attraverso gli occhi dell’artigiano settentrionale, è immancabile.  La nudità esposta è un libro pieno di considerazioni per chi ha necessità di ritirarsi e parlare un po’ con se stesso, con le proprie debolezze, e proiettarsi in un dialogo con l’intangibile.

Erri De Luca ( 20 maggio 1950) è uno dei più importanti scrittori italiani viventi. Diciottenne, vive in prima persona la stagione del ’68 ed entra nel gruppo extraparlamentare Lotta Continua. Poi sceglie di esercitare diversi mestieri manuali in Africa, Francia, Italia: camionista, operaio, muratore. Studia da autodidatta l’ebraico e traduce alcuni libri della Bibbia. È opinionista de «il Manifesto».Tra i suoi libri, ricordiamo Non ora, non qui (1989), Montedidio (1999), Tu, mio (2002), Il contrario di uno (2003), I pesci chiudono gli occhi (2011) Storia di Irene (2013), tutti editi da Feltrinelli e Morso di luna nuova (Mondadori, 2006).
Tra gli ultimi libri pubblicati con Feltrinelli: La faccia delle nuvole (2016), La natura esposta (2016), Il giro dell’oca (2018) e Impossibile (2019).

Il nuovo terrorismo che angoscia l’America. L’avanzata del suprematismo bianco.

in Cultura/Una finestra sul Mondo

Tutti coloro che, l’11 settembre 2001 avevano più o meno dai vent’anni in su, molti dei quali oggi sono seri e posati padri (e madri) di famiglia (e alcuni addirittura già nonni), ricordano bene come, da quel momento, che ha rappresentato una tragedia planetaria e non solo statunitense, il focus di ogni attenzione dei servizi di sicurezza e dei network d’informazione mondiali sia diventato il fondamentalismo terroristico islamico.

Per anni, abbiamo vissuto nel sospetto dell’altro, del diverso da noi, soprattutto se questa diversità e quell’alterità erano connesse con l’appartenenza al grande e per molti misterioso mondo islamico.

Decine di inchieste ufficiali e non, giornalistiche, radiofoniche, televisive e sulla Rete ci hanno proposto letture più o meno paurose ed agghiaccianti del pericolo islamico: addirittura un presidente di non grande genio, ma di straordinaria fortuna politica e personale, come George Bush, ha potuto fare il bello e cattivo tempo per due mandati, proprio a causa di quel traumatico evento.

Poi c’è stato Obama, portatore inizialmente di grandi speranze, ma anche lui, alla fine, appiattito sulla retorica anti-islamica e fobico-terroristica che lo spinse, in una con la immarcescibile Clinton, a dare la caccia ed ammazzare nel suo rifugio Osama Bin Laden (lo stesso che, per anni, con la sua famiglia, aveva fatto affari ed aveva avuto eccellenti rapporti ben più che diplomatici con gli U.S.A.; ma questa è un’altra storia).

Obama si è fatto i suoi due bei mandati pieni (2008/2016), aprendo, con la sua politica fallimentare da molti punti di vista, la strada all’affermazione dell’improbabile Trump che, adesso, si prepara per la campagna di rielezione che si terrà nel prossimo anno a novembre.

Nel frattempo, in America e nel mondo, sono successe tante cose, cose che col terrorismo islamico e col mondo arabo non hanno proprio nulla a che vedere: eppure è morta della gente, sono morti uomini innocenti, ragazzi, bambini e i sopravvissuti, disperati, stanno combattendo con tante domande assillanti e tanti quesiti a cui pochissimi sembrano voler dare una risposta.

Quella che si sta profilando già da alcuni anni negli Stati Uniti, già sotto la presidenza Obama, è una nuova emergenza democratica: quella del terrorismo bianco.

Se prima le fattezze del terrorista disegnato nell’immaginario collettivo prendevano quelle del siriano, del libanese, del libico coi capelli e gli occhi neri, il colorito olivastro ed il linguaggio pieno di aspirazioni proprie delle terre dei minareti e dei muezzin, oggi il vero problema, il reale pericolo per gli americani (e per tanti europei che non si rendono conto di questa nuova emergenza) è che il ‘terrorista’ che prepara l’attentato, che piazza la bomba o che entra armato più di Rambo in un centro commerciale e fa una strage, ebbene, quest’uomo è spesso un W.A.S.P., un whithe anglo-saxon protestant, un bianco di un metro e ottanta, biondo e con gli occhi azzurri, dall’inglese fluente, sposato, con figli, devoto praticante di questa o quella chiesa cristiana più o meno di nicchia.

Già dieci anni fa, Cassandra inascoltata dal governo americano, Daryl Johnson, analista del DHS (Department of Homeland Security) aveva rivelato il pericolo che, nel suprematismo bianco, nell’estremismo di destra internazionale, nei rigurgiti neonazisti e nelle nostalgie a tre ‘K’ (Ku Klux Klan) si nascondesse la nuova bomba ad orologeria della società statunitense. Ora, quelle intuizioni che popolavano decine di report segretissimi, sono finite nel saggio ‘Hateland’ dello stesso autore.

Persino Christopher Wray, direttore del Federal Bureau of Investigation (FBI), nella sua audizione di fronte alla camera dei deputati U.S.A. dell’aprile 2019 ha affermato che la minaccia del suprematismo bianco è persistente e pervasiva.

La rivista specialistica Vice News va ancora oltre, parlando della possibilità che si sia creata o si stia creando una sorta di internazionale nazifascista transnazionale, proiettata ad una futura ‘guerra razziale’ che tenga insieme i tanti, troppi ‘cani sciolti’ dell’estremismo anarcoide di destra americano e non. Che poi le reti ideologiche nazifasciste sulle quali viaggiano i messaggi di odio e di violenza fossero trasversali da una parte all’altra dell’Atlantico ce lo aveva già detto anche il direttore di Moonshot CVE qualche tempo fa.

Alcuni analisti, addirittura, temono che, all’interno delle forze armate americane, esistano (e vengano ben sopportate) sacche di razzismo, di estremismo ideologico e politico bianco o di simpatia per le dottrine neonaziste: è di poco tempo fa l’arresto di un tenente della Guardia Costiera, cinquantenne, sposato e padre di due figli, arrestato con un vero arsenale in casa (cinque fucili, sei pistole, tre mitra di cui uno da campo e munizioni per farci una guerra) accusato di aver ideato l’omicidio politico di numerose personalità delle istituzioni e dell’informazione a stelle e strisce.

Prima il nemico lo si immaginava lontano, differente, incomprensibile nella lingua e nelle abitudini religiose, alimentari e di abbigliamento: ora il nemico è affianco a noi, forse, addirittura, dentro di noi.

E gli americani ne hanno paura.

Policoro, la città si prepara ad accogliere le tavole di Heraclea

in Cultura

Il comune di Policoro si prepara ad accogliere le tavole di Heraclea attraverso una serie di iniziative di carattere culturale.

La nostra giovane città si racconta in un percorso storico-culturale che ha radici profonde. Da Heraclea ai giorni nostri passando per la riforma agraria che ci ha visti ancora una volta protagonisti di primo piano. Il ritorno delle tavole di Heraclea, fortemente voluto da questa amministrazione di concerto con gli enti preposti, è di per sé un evento storico che pone il nostro territorio al centro di un processo di rivalutazione di tutti i momenti storici che hanno segnato in modo indelebile la crescita di questa comunità.

Valorizzando il patrimonio storico-archeologico, l’amministrazione propone un calendario di eventi che ci accompagneranno fino all’arrivo delle Tavole che tornano al Museo Nazionale della Siritide proprio nell’anno in cui ricade il cinquantesimo della apertura del Museo, fiore all’occhiello di questa comunità, e nel sessantesimo anniversario della municipalità.

Pertanto Vivi Heraclea, Megale Hellas, La Notte di Eraclea e altre iniziative accompagneranno e arricchiranno questo viaggio in programma che sarà reso noto nei prossimi giorni e che vedrà la comunità coinvolta in un progetto di recupero delle proprie origini e del proprio patrimonio storico-culturale.

Triste, solitario y final di Osvaldo Soriano. Il genio di Stanlio e Ollio, dalla pellicola alla carta

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Parte dal finale questa storia. Un finale triste, solitario per dirla con le parole che lo  scrittore Raymond Chandler usa nel romanzo ” Il lungo addio”, e dalle  quali Soriano trova ispirazione per intitolare il suo libro : «Arrivederci, amigo. Non vi dico addio. Vi dissi addio quando significava qualcosa. Vi dissi addio quando ero triste, in un momento di solitudine e quando sembrava definitivo».

Stan Laurel  da acclamato comico si trova solo sul finire degli anni, malato, senza il suo compagno di scena, il ciccione Ollio. Stanlio vuole delle risposte sulla sua situazione di stella del cinema ormai spenta e le vuole da un investigatore privato, uno spirito solitario e povero come lui, Marlowe. Il cinico detective, che è un personaggio nato dalla penna dello scrittore Chandler è restio ,ma alla  fine prende a cuore il suo caso senza tuttavia risolverlo. Stanlio e la sua storia saranno il filo che condurrà il detective a  incontrare un giornalista  argentino appassionato alla vita del duo comico, il quale non è che lo stesso Soriano. L’autore entra in scena in coppia con Marlowe per celebrare e commemorare Stanlio e Ollio, come loro copia ben riuscita: Marlowe nella parte di uno scafato, poco ortodosso, disilluso uomo di mondo e Soriano in quella di ingenuo, un po’ tonto Sancho Panza alle dipendenze del detective. I due vivranno vicende assurde e rocambolesche, fino a rischiare la vita, immischiando in un delirio quasi etilico attori come Chaplin, Wayne, Jane Fonda. Il tutto resterà sospeso e interrotto come in una pellicola. Triste, solitario y final è un omaggio trasognato alla storia del duo comico di fama mondiale che non ha la presunzione di voler imitare la vita “vera”, i giorni vissuti da Stanlio e Ollio prima e dopo le riprese. Su quelle parti della storia regna il buio. La pellicola non è leggibile  o ha subito dei tagli, quindi desistete dalla lettura se cercate i dettagli storici del retroscena delle loro vite. Nonostante gli anni di ricerca Soriano ha trovato ben poco perché  sui libri non ci può esser traccia degli eventi realmente vissuti dagli uomini. Ai posteri resta solo l’esempio del genio, che sia quello di Chandler o dei due attori, il ricordo della creatività che si reincarna nel tempo sotto forma di una nuova storia fantastica, di un nuovo romanzo sperimentale. Proprio come questo.

Osvaldo Soriano (Mar del Plata 1943 – Buenos Aires 1997) è stato uno scrittore argentino. Giornalista sportivo per giornali quali «Primera plana» e «La Opinión», abbandonò l’Argentina dopo il golpe militare del 1976 per stabilirsi in Francia. In seguito al mutamento della situazione politica rientrò in patria verso la fine degli anni ’80. Si impose all’interesse del pubblico e della critica internazionale con il romanzo Triste, solitario y final (1973). Nei libri successivi Mai più pene né oblio (No habrá más penas ni olvido, 1979) e Quartieri di inverno (Cuarteles de invierno, 1981) prevale l’elaborazione di elementi della politica che, in una visione metaforizzata, ironica e paradossale, rinviano al contesto violento dell’Argentina di quegli anni. La resa del leone (A sus plantas rendido un león, 1988) ha sullo sfondo la guerra delle Malvinas; Un’ombra ben presto sarai (Una sombra ya pronto serás, 1990) è ambientato in un villaggio sperduto nella pampa; L’ora senz’ombra (La hora sin sombra, 1995) narra il vagabondaggio di uno scrittore alla ricerca di un suo «finale». Nel 1997 ha pubblicato Pirati, fantasmi e dinosauri (Piratas, fantasmas y dinosaurios); postumo è uscito Fútbol (1998).

 

Centotrentun’anni da una leggenda nera: 31 agosto 1888-31 agosto 2019.

in Cultura/Una finestra sul Mondo
Una ricostruzione di una delle strade di Whitechapel a Londra alla fine dell'Ottocento.

Non era mai stata una fortunata Mary Ann Nichols, che però gli amici e i clienti chiamavano affettuosamente Polly.

Figlia di un fabbro, sposa a sedici anni, madre di cinque figli, finì presto per consolare le proprie pene nei fumi dell’alcool, lo svago a poco prezzo delle classi proletarie dell’Occidente industrializzato durante tutta la seconda metà del XIX secolo.

Più volte allontanatasi dal marito, probabilmente fedifrago e violento, la povera Mary Ann cominciò lentamente, dal 1881, la sempre più veloce discesa agli inferi dell’abiezione umana entrando e uscendo di galera, lavorando per brevi periodi come cameriera per famiglie non ricche e continuando a rubare ed ubriacarsi, che erano le uniche due cose che le riuscivano bene.

Piuttosto male in arnese, con l’ultima risorsa rimasta nella storia a molte donne povere e sfortunate, Mary Ann, presa una camera in affitto con altre sue colleghe, iniziò a prostituirsi nel quartiere meno chic di Londra, Whitechapel, in quell’East End di clangori ferrosi, fuliggine, grigiore e smog tipici di un insediamento operaio di una città industriale moderna.

Eppure, quel quartiere, cinque secoli prima, era un posto ameno e tranquillo e aveva preso il nome da una piccola cappella di campagna (allora l’East End ‘era’ una campagna) intitolata a Santa Maria Matfellon ed era questa la ragione per cui si era chiamato ‘Whitechapel’ cioè il quartiere della Cappella Bianca.

Quartiere sempre un po’ bohemién, abitato da esuli come Marx e Mazzini, artisti squattrinati, bari, attori in cerca di contratto e fortuna e varia altra umanità alla deriva, era anche, però, la sentina di Londra, il luogo in cui il peccato, declinato in tutti i modi possibili e immaginabili, era a portata di mano e a buon mercato.

In quel quartiere, da qualche anno, Mary Ann si concedeva a gente di passaggio per mezza sterlina, un quarto di sterlina o anche meno: a volte bastavano due buoni boccali di birra e mezz’ora d’amore era assicurata.

La notte tra il 30 e il 31 agosto 1888, una notte fredda, piovosa e schifosa, che non sembrava affatto estiva, Mary Ann, Polly, non avrebbe mai pensato di entrare nella storia: anche perché le era già difficile entrare nelle locande del quartiere o nella stanzetta della sua pensione perché non poteva mai pagare i suoi conti.

Pensava di fare soldi, di fare solo un po’ di soldi, bere e tornare a casa a dormire qualche ora prima di vagare ancora come un fantasma per le strade in cerca di clienti. Pensava questo la povera Polly. Ma le andò male.

Le si avvicinò un cliente (o forse lei cercò, ubriaca, di abbordarlo: non lo sapremo mai): era un tipo elegante, vestito con tanto di mantello lungo e scuro, cilindro e mani guantate. Pensava che magari ad uno così si sarebbe potuta chiedere addirittura una sterlina, invece che pochi pennies.

Si sbagliava, la povera Polly.

Quell’uomo elegante e silenzioso, prima che lei potesse accorgersene, tirò fuori un lungo, luccicante coltello ed iniziò a colpire con freddezza e precisione: e per Polly, Mary Ann Nichols Walker all’anagrafe di Londra, fu il buio per sempre.

Alle prime luci del 31 agosto 1888 due carrettieri si fermarono vicino al suo cadavere: non era propriamente cadavere perché il corpo era ancora caldo e i due uomini giurarono che respirasse ancora quando le si erano avvicinati (anche loro, forse, a quell’ora, avevano già messo in corpo diversi bicchieri di buon rum per poter dire una tale stupidaggine). Ma era un povero corpo di prostituta adagiato in un lago di sangue. Arrivarono presto il primo poliziotto e poi il medico che ne constatò la morte, confermando che l’assalto era avvenuto pochissimo tempo prima.

Mary Ann Nichols, Polly, voleva solo guadagnare disonestamente qualche soldo e farsi una bella bevuta per dimenticare il suo passato e il suo presente: voleva soltanto tornare a casa prima dell’alba per farsi qualche ora di sonno.

Non avrebbe mai pensato di diventare la prima vittima di Jack lo Squartatore.

Poveretta.

Dalla canzone d’autore alla reggae music, il Metaponto Beach Festival chiude con successo la XV edizione

in Cultura

Breve ma intensa, la due giorni del Metaponto Beach Festival 2019 si è conclusa lunedì 19 agosto con il tradizionale melting pot di dialetti del Sud Italia che aleggia sul castello Torremare di Metaponto nella serata dedicata alla Meridional Reggae Reunion, dopo aver ospitato, domenica 18 agosto, una tappa de “Il Club Tenco ascolta”, con un ospite speciale prima in platea e poi sul palco, Brunori Sas.

Il cantautore calabrese ha partecipato alla serata inaugurale del festival durante la quale si sono esibiti la cantautrice pugliese ALEA e i lucani Antonio Langone e Piermichele e i Tecnici del suono, selezionati dal Club Tenco per la tappa lucana del format che gira l’Italia alla ricerca di artisti emergenti.

Brunori ha seguito le performance dal terrazzo dell’antica fortificazione di Torremare, prima di concedersi al pubblico del Metaponto Beach Festival in un’intervista-concerto  diretta dal giornalista e critico musicale de Il Fatto Quotidiano, Paolo Talanca. Dopo aver ricordato di esser stato ospite della comunità bernaldese esattamente dieci anni fa, quando ha avuto inizio la sua carriera musicale, il cantautore ha raccontato brevemente il suo percorso artistico, a partire dalle “canzoni da falò” dei primi album per arrivare al disco “A casa tutto bene” – Targa Tenco 2017 – dove, per la prima volta, ha rappresentato l’attualità in modo diretto: “In quel periodo non mi andava di usare l’ironia per raccontare la realtà – ha spiegato – perché l’ironia a volte diventa un’alibi. Volevo dire le cose in modo più diretto, anche a rischio di essere retorico e di mostrare le mie fragilità”.

Prima di lasciare spazio alle sue canzoni, a partire dalla mitica “Guardia ’82”, è stato proiettato il video della canzone “We are one”, brano nel quale i Krikka Reggae cantano con i profughi degli Sprar lucani gestiti da Arci Basilicata per dire stop al razzismo, a cui ha preso parte lo stesso Brunori, insieme ad altri artisti famosi come Paola Turci, Fiorella Mannoia, Claudio Bisio, Rocco Papaleo e Paolo Kessisosglu. I proventi del video, distribuito e prodotto da Mediterraneo Cinematografica, saranno devoluti alla Mediterranea Saving Human, ong che si occupa del salvataggio di migranti.

Messaggi di pace e speranza sono stati lanciati dal palco del XV Metaponto Beach Festival anche nella seconda e ultima serata, in cui la musica in levare ha dettato il ritmo dei numerosi cambi palco necessari a dare voce ai circa venti reggae singer ospiti della Meridional Reggae Reunion. I pugliesi Mama Marjas, La Marina, Fido Guido, Moddi, Papa buju, Masta G, Rankin Lele, Papa Leu e Papa Ricky, insieme ai campani Enrico Reddog Ausiello, Francesco Boom Buzz Ausiello, Tonico Settanta, Morfuco Piervito Grisù e Uru Mangas Giuann, ai calabresi Killacat e Dj Lugi aka Boogie Lou, e al siciliano Tupie hanno animato la lunga staffetta musicale che ha avuto come ospite d’eccezione il deejay e cantante giamaicano Jah Mason.

Il programma del Metaponto Beach Festival ha pensato anche ai più piccoli, che ogni pomeriggio, già a partire da sabato 17 agosto, hanno partecipato ai laboratori gratuiti di circo, per ragazzi e bambini, a cura di Circo LaboratorioNomade, che si sono svolti sul lungomare di Metaponto.

“Un ringraziamento speciale va al pubblico, numeroso, che anche quest’anno ha preso parte alle serate del Metaponto Beach Festival, tanto diverse in quanto a genere musicale, ma così uguali in termini di sforzi organizzativi e di soddisfazioni. Senza di loro – ha dichiarato Manuel Tataranno, presidente dell’associazione Krikka – non potremmo rinnovare ogni anno l’appuntamento con il festival, soprattutto considerando che la Regione Basilicata, purtroppo, ha tagliato diversi fondi destinati alle manifestazioni culturali come la nostra”.

Il Metaponto Beach Festival è organizzato dalle associazioni Krikka di Bernalda e Multietnica di Potenza, con il sostegno di Comune di Bernalda e Regione Basilicata.

 

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