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Cultura - page 14

VEGANO NON SIGNIFICA INSAPORE. L’invenzione della Beyond Meat e i suoi possibili sviluppi.

in Una finestra sul Mondo
Una salsiccia vegana nel suo bel panino.

Due cose temo di più al mondo: la cretinaggine e l’ignoranza. Se poi si manifestano nelle stesse persone e contemporaneamente, il livello di pericolo, per me, sale alle stelle.

Della cretinaggine parleremo in qualche altro articolo: oggi, invece, voglio parlare dell’ignoranza.

Tra le ignoranze più diffuse in questi tempi c’è sicuramente quella alimentare: si mangia senza sapere cosa dovrebbe davvero far parte di un’alimentazione sana, ci si improvvisa pericolosamente tutti dietologi ed esperti di scienze dell’alimentazione, si trinciano giudizi su questi o su quelli senza un minimo di raziocinio.

Orbene: fatta la tara di tutti gli estremismi e gli integralismi, anche alimentari e salutistici, del mondo vegano si ha ancora un’idea che, nel migliore dei casi, potrei definire confusa.

In questa nebbia conoscitiva, il mito più diffuso sulla scelta vegana è quello che i cibi di quella cultura alimentare siano tutti più o meno insapori: ma questo non era e, oggi ancor di più, non è vero.

A dimostrazione che si può mangiare vegano, e quindi sano, ma anche saporito ha contribuito, negli ultimi anni, una grossa azienda americana fondata  una decina di anni fa da Ethan Brown: dalla ricerca di questa azienda e dalla sua voglia di costruire un nuovo paradigma alimentare vegano hanno contribuito prima il Beyond Burger, ora la Beyond Sausage.

Il primo prodotto era (ed è ancora con grande successo) un hamburger completamente vegano dal sapore, dal profumo e dalla consistenza quasi indistinguibili da un hamburger di bovino classico; il secondo prodotto ha raggiunto i confini della realtà vegana, poiché altro non è che una salsiccia che con la carne di suino non ha il minimo contatto.

Saporitissima, dall’aspetto e dal profumo tipico delle salsicce ‘alla tedesca’ o ‘all’italiana’ (ce ne sono tre versioni per tutti i gusti), la Beyond Sausage ha 16 grammi di proteine, niente soia o glutine, niente ogm e tanto sapore.

Tra gli altri benefici, indiretti, queste salsicce (ed i precedenti hamburger) hanno un impatto minimo sull’ambiente consumando il 99% di acqua in meno rispetto alle salsicce normali, il 93% di terra in meno, il 90% di gas-serra in meno ed il 46% di energia in meno. E questo perché, alle loro spalle, non c’è la filiera dell’allevamento che ha avuto un impatto non indifferente sul consumo di risorse di questa grande nave spaziale chiamata Terra.

Io non sono vegano, e me ne dolgo: ma sono felice che ora chiunque possa fare la scelta salutista dell’alimentazione vegana senza rinunciare a nessuno di quei legittimi piaceri del palato che, insieme a quelli della vista (si mangia anche con gli occhi), rendono la tavola ancora uno dei luoghi migliori dove si possa trascorrere la vita.

La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin di Enrico Ianniello. Il terremoto dell’Irpinia “fischiato” da un bambino

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Tonino Guerra, n. 107, affresco, cm50x40, 2005

La tragica storia del terremoto dell’Irpinia del 80’ è raccontata attraverso gli occhi  e i “fischi” di un bambino di dieci anni, residente a Mattinella. Isidoro Raggiola, questo è il suo nome, è figlio di una coppia innamoratissima e non convenzionale: suo padre è Quirino, un sindacalista comunista strabico e poeta  e sua madre si chiama Stella e fa la pasta in casa per tutto il paese. Isidoro non è un bambino come tutti gli altri: ha il dono particolare di saper fischiare come gli uccelli e questo gli permette di diventare amico di un merlo indiano, Alì. Il bambino parla un linguaggio primitivo, pieno di vita, possibile strumento rivoluzionario nella lotta dei poveri contro i ricchi. Grazie alla sua ironia e al suo dono, Isidoro diventa celebre per tutta l’Irpinia e tutti lo acclamano. In quest’atmosfera di magica spensieratezza, la vita “vera” viene a bussare con forza alla porta di Isidoro prima con le crisi epilettiche di Marella, la sua innamorata, e poi con le scosse sismiche che demoliranno per sempre la vita del piccolo fischiatore. Ma il destino è ancora pieno di sorprese strabilianti per questo bambino prodigio che conoscerà, diventando gli occhi per il cieco cinquantenne Enzo, la bellezza di Napoli e la solitudine della vita di un uomo dalla sensibilità troppo acuta. Un libro goliardico, dove potersi far cullare dalla dolcezza della semplicità e della saggezza popolare. In questa sua prima produzione letteraria, Enrico Ianniello, noto attore, ha superato brillantemente la prova, mettendo nero su carta un pizzico della sua arte d’interprete delle anime altrui. Trattando temi profondi con una filosofia tutta mediterranea, alla Totò, l’autore ci commuove in un modo salutare, senza rattristarci. Non sempre capita a bordo delle nostre vite di lettori di avere un dito che ci indica all’orizzonte una possibile terra migliore, più genuina e giusta: la vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin è quel dito magico. Anche se la scelta di un linguaggio scritto dialettale può costituire una barriera per chi non è del Sud-Italia, il libro di Enrico Ianniello parla dritto al cuore di tutti gli abitanti dello stivale , con messaggi universali  di una saggezza quasi “illuminante”e, della quale abbiamo oggi tutti  così bisogno.

Enrico Ianniello (Caserta, 1970) è un attore, regista e traduttore. Ha lavorato a lungo nella compagnia di Toni Servillo. Dal catalano ha tradotto le opere di Pau Miró, Jordi Galceran, Sergi Belbel. Al cinema ha lavorato con Nanni Moretti, in televisione è il commissario Nappi della serie “Un passo dal cielo”. La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin (Feltrinelli, 2015), il suo primo romanzo, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2015 e diversi altri premi, tra cui Il premio John Fante Opera prima 2015, il Premio Cuneo 2015 e il premio Selezione Bancarella 2015. Per Feltrinelli ha pubblicato anche, nella collana digitale Zoom Flash, Appocundría (2016) e il romanzo La Compagnia delle Illusioni (2019).

CheCoss’èl’Amor?

in Cultura
Credits: "Amori sfigati", di Chiara Rapaccini

Irruente, irrazionale, folle, cieco o sconfinato. Imprevisto o sciagura; alchimia o sventura. Muoverà il sole e sarà “apostrofo”, va bene, ma alla fine, l’amore, che cos’è? L’abbiamo chiesto ad un pittore, cuoco, scrittore; ad una poetessa e a un professore. A tutti, tranne che … al “vento”.

E questa? questa è l’ennesima ‘indagine sui sentimenti’; multisensoriale, però. Mettetevi comodi: li avete, 5 minuti?

VISTA – Pino Oliva mi risponde così: con un acrilico su tela, 120x100cm, “I migliori giorni a venire”. “Privarsi delle emozioni, anche le più piccole, è un peccato feroce”. L’amore secondo Pino Oliva, pittore.

Pino Oliva, “I migliori giorni a venire”

GUSTO E OLFATTO – Cucinare per amore? “Fatto!”, parola di chef stellato, Federico Valicenti. Cibosofo. Che ai mortali dispensava ambrosia (e relativa ricetta), mentre Prometeo gli donava ‘fuochi’. L’amore, si diceva: e se fosse un piatto? “Pasta maritata: fusillo e orecchietta si “maritano”, intrecciandosi in goduriosa unione nel bollente “caldaro” d’acqua. Scolata, la pasta, viene accarezzata e avvolta dai tentacoli dei moscardini, condita dell’ardore rosso del pomodoro, per sfociare in un piccante amplesso fortificato dal peperoncino”. Le dosi? “Non ecceda né manchi; non sia al sangue né ben cotto, né crudo ma nemmeno scotto”.

E questo è tutto tranne che una ricetta.

L’amore? “Un buon piatto di peperoni cruschi: miracoloso, generoso, divertente, dolce e deciso insieme”. Di cibo ho chiesto a Mara Sabia, docente e poetessa che mi ha regalato anche un bigliettino “da parabrezza”: uno di quelli che devi ‘dimenticare’ su un’auto… “a caso”.

UDITO – In principio fu apostrofo (rosa). Se fosse mero segno d’interpunzione, l’amore? Chiedo a chi d’Italiano vive, Trifone Gargano (Università di Stettino): “I due punti, espressione di disponibilità totale ed incondizionata”. E… un punto esclamativo, no? “Beh, il punto chiude, l’amore è apertura”.

TATTO – Roberto Moliterni (scrittore), mi occorre un biglietto da lasciare sul parabrezza a caso, mi dai una mano? Mi risponde con un disegno, girando però la domanda al suo portiere, a (e di) Roma: “L’amore è una sciagura: ti rende ottuso, sordo e cieco e quando te ne accorgi è tardi”.

SINTOMATOLOGIA: come ci si accorge di essere innamorati? “Basta portare due al cinema per vedere se si stanno innamorando: se non riescono a stare zitti durante il film e se, quando i protagonisti sullo schermo si baciano, si baciano anche loro, il danno è fatto” (Roberto Moliterni).

E poi… poi c’è Giuliano, cinque anni e mezzo, altrimenti detto – in famiglia – “il principino”: “Cucciolo (la mamma rivolgendosi a lui), cosa vuol dire essere innamorati? Pausa. Sguardo austero e stizzito: “Mamma… ma che domanda è”?!

Vinicio Capossela – Che cosse’ l’amor


Sopravvivere a San Valentino – Le dieci regole d’oro di Ovidio

in Cultura

In principio fu Carrie Bradshaw, storica protagonista della serie cult Sex And the City, la quale, esasperata dalla rottura con Mr. Big (un soggetto della tipologia “oggi ci sono, domani no … per intenderci!”) decide di creare le “Regole del lasciarsi”.

Ma siamo sicuri che questo fu davvero “il principio”?

Sembra di no. Andando indietro nel tempo e abbandonando Manhattan, ci ritroviamo in un’altra città affollata: l’antica Roma dove fiumi di Cosmopolitan lasciano il posto a coppe di mulsum. Qui vive un tale Publio Ovidio Nasone. Proprio lui! Quell’Ovidio che insegna l’Ars amatoria è autore di un altro poema didascalico denominato Remedia amoris. Come si dice “l’Amore è una cosa meravigliosa” ma che succede quando Cupido sbaglia clamorosamente mira? Si soffre e bisogna dimenticare.

Ed è qui che corre in aiuto Ovidio: “Imparate da me a guarire, come da me imparaste ad amare”.

Il poeta dunque stila una vera e propria serie di consigli pratici, una specie di “pronto soccorso sentimentale”, che indica cosa fare e cosa non fare per superare la delusione. Saranno utili anche a noi che (ahimè!) viviamo le relazioni al tempo dei social? Proviamo ad analizzarne qualcuno!

  1. “Bada di fuggire l’ozio (…): se scacci l’ozio, non ha più forza l’arco di Cupido”. Quindi la prima cosa da fare è… FARE!
  2. “Questa dei filtri è un’arte vecchia..”. Nessun Elisir d’Amore da comprare, caro Mannarino!
  3. “Poniti davanti agli occhi tutti i torti che ne hai ricevuti..”. Se dicessi: spunte blu, ultimo accesso, like come se piovesse? Bene, ci siamo capiti!
  4. “Ogni amore viene vinto dal nuovo, che gli succede”. Non esiste solo lei/lui!
  5. “Non prefissarti la fine del tuo amore..ciò che non dichiarerai succederà”. I sentimenti non sono come uno yogurt a scadenza: prima o poi le cose si evolveranno da sole!
  6. “Ti nuocciono i luoghi solitari..la folla ti sarà d’aiuto”. Assolutamente vietato restare a casa in pigiama tutto il giorno con il telefono stretto a cantare “All by myself”. USCITE E INCONTRATE GENTE!
  7. “Se ami e non vuoi amare, fai in modo da evitare contagi …”. Cene tra coppie innamorate? No, grazie! Non è il momento!
  8. “Anche un altro era già guarito, ma poi l’ha perduto la vicinanza. Non riuscì a resistere all’incontro con la sua donna. L’antica ferita, non ben rimarginata, tornò ad aprirsi..”. Parole d’ordine: CANCELLARE, ARCHIVIARE, BLOCCARE!
  9. “Ora ti parlerò anche dei cibi, quelli da evitare e quelli da scegliere”. Pollice in su per l’erba ruta che acuisce la vista; pollice in giù per tutti quei cibi che “predispongono il nostro corpo a Venere”. E circa “il dono di Bacco”? ”Bando all’ebbrezza, oppure essa sia tale da toglierti ogni pensiero. In caso siate solamente un po’ brilli è SEVERAMENTE VIETATO L’USO DI WHATSAPP!!!
  10. “Sarai triste, se starai da solo … è più triste la notte delle ore del giorno: è allora che manca la schiera degli amici che ti allevino la pena..”. Ed è qui che Ovidio incontra Carrie con la sua “regola del lasciarsi” più importante di tutte: “Non conta chi ti ha spezzato il cuore o quanto ci vuole per guarire, non ce la farai mai senza le tue amiche!”.

Anna Colangelo

Soc. Coop. Hera

Sylvia Plath, la poetessa che viveva sull’orlo della perfezione

in Cultura/Storie d'Inchiostro

“Morire è un’arte / come qualunque altra cosa / io lo faccio in modo eccezionale”.

In questi versi tratti dalla poesia Lady Lazarus sono custoditi  la vita e la poetica della statunitense Sylvia Plath, due rami intrecciati e inseparabili di un albero che puntano verso il cielo infinito. Questo a significare che non si può parlare della Sylvia Plath poetessa, senza parlare prima di Sylvia, la ragazza che voleva esser Dio e arrivare sempre prima degli altri per bellezza e talento. Insieme a Anne Sexton, la Plath è nota per essere una delle maggiori esponenti della poesia confessionale, genere promosso da Robert Lowell negli Stati Uniti degli anni 50′-60′.  La materia prima di questo fare poesia è il  vissuto personale del poeta e i suoi traumi. La poesia diventa un contenitore nel quale gettare tutte le cattive emozioni, l’io maltrattato.  Nella sua poesia Sylvia Plath riversa  il suo esser figlia di  genitori tedeschi emigrati nel Nuovo mondo; il rapporto conflittuale con il fratellino appena nato, l’aver perso il padre a soli otto anni, l’esser continuo oggetto delle ansie da prestazione e delle manie di perfezione della madre. I versi di Sylvia parlano del dolore per la fine del suo matrimonio con il poeta laureato Ted Hughes (sul quale aleggiano accuse e sospetti di violenze domestiche), il genio che Sylvia aveva deciso di adorare e che, come suo padre, l’ha abbandonata per sempre. Freud diceva che “Chi è felice non scrive poesia”, e Sylvia Plath sembra aver tatuato sulla sua pelle questo assunto vivendolo ogni giorno della sua breve vita. A vent’anni si registra già il suo primo tentativo di suicidio in seguito a un forte stress dovuto alla sua prima esperienza lavorativa presso il giornale di moda Mademoiselle di New York; esperienza raccontata nella sua unica opera in prosa “La campana di vetro” e nella poesia Lady Lazarus. A trent’anni, con i resti di un matrimonio andato in pezzi, e due figli piccoli, Sylvia decide di dare al mondo prova di eccellere anche nel morire.  Il mattino dell’ 11 febbraio 1963 Sylvia cura tutti i particolari : lascia la colazione per i suoi due bambini sui rispettivi comodini, apre le finestre  e sigilla con il nastro adesivo le porte delle loro camere, lascia un biglietto per il suo medico e poi accende il forno a gas ponendo la  testa nel forno aperto. Il demone della negazione che abitava in lei ha vinto la sua battaglia finale.

 

Sylvia Plath con il marito-poeta Ted Hughes

Ariel è la raccolta uscita  postuma nel 1965 delle poesie della Plath. Leggerla è per il lettore un’esperienza sconvolgente. E’ come trovarsi rinchiusi in una cella insonorizzata con un matto ed essere l’unico testimone del suo delirio; è come restare intrappolati in fondo ad un pozzo tetro e cercare aiuto, acutizzando tutti i sensi, anche quelli che si crede di non possedere. Leggere i versi di questa giovane mente disperata significa parlare con gli oggetti, con gli eventi quotidiani, con l’esser donna, madre, moglie in una lingua viva ed elettrizzante, ma sepolta da anni di conformismo e aspettative sociali. Significa parlare tramite il senso della poesia. O come diceva Robert Lowell dei suoi versi, che “giocano alla roulette russa con sei pallottole nella pistola”, nella terra di confine tra la vita e la morte. Così  come è stato.

I  suoi versi continuano a vivere per lei e a squarciare il foglio bianco con l’urlo della sua anima ferita.

 Orlo è l’ultima poesia scritta prima del fatale gesto. Buona lettura.

Caspar David Friedrich: Donna alla finestra, cm. 44 x 37, Nationalgalerie, Berlino

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Orlo

La donna è a perfezione.

Il suo morto

Corpo ha il sorriso del compimento,

un’illusione di greca necessità

scorre lungo i drappeggi della sua toga,

i suoi nudi

piedi sembran dire:

abbiamo tanto camminato, è finita.

Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno

come un bianco serpente a una delle due piccole

tazze del latte, ora vuote.

Lei li ha riavvolti

Dentro il suo corpo come petali

di una rosa richiusa quando il giardino

s’intorpidisce e sanguinano odori

dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

Niente di cui rattristarsi ha la luna

che guarda dal suo cappuccio d’osso.

A certe cose è ormai abituata.

Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

Sempre in contatto…e senza smartphone. Le funzioni del LynQ.

in Una finestra sul Mondo

Per chi abbia un po’ di vita alle spalle è notorio che, in molte occasioni, forse in troppe, quando si va in giro con una famiglia o un gruppo di amici pieni di curiosità e di entusiasmi, si passa più tempo a controllare che siano tutti a portata di mano (o almeno di occhio) che a godersi la festa, l’evento, il concerto di turno.

Si fa presto a dire: “A me non potrebbe mai succedere”. Ricordatevi che la Legge di Murphy è sempre all’opera e tutto ciò che può andare storto va storto. Per cui, al concerto rock si entra insieme e, nella calca che spinge, travolge, preme e separa, ci si trova uno sotto il palco e l’altro all’altezza del centrocampo (i concerti amano i campi da calcio, anche se degli stessi, alla fine dei concerti rimane ben poco). Quando si va a sciare, come sempre, l’amico fanatico ex-campione condominiale di slalom gigante si fionda a valle più veloce di una slavina, mentre gli altri si attardano nei pressi della partenza, cadendo ripetutamente, oppure appena più giù perdendosi nei boschi alla ricerca dello Yeti.

Tutto questo non accadrà più.

Infatti la Indiegogo ha messo sul mercato un aggeggino tecnologico piccolo, maneggevole e fortunatamente supertecnologico, chiamato LynQ, che senza aver bisogno di campo, di 4G, di WH, di FB o di altro riesce a rimanere in contatto con altri dodici dispositivi uguali ognuno dei quali può essere impostato col nome del legittimo proprietario o momentaneo possessore.

Cosa succede quindi? Succede che se Raffaele (io, quindi) va al concertone rock di Ligabue con altri quattro cinquantenni allo sbaraglio, invece di rintracciarsi tramite avvisi della Protezione Civile, i cinque sapranno sempre esattamente dove e quanto distanti si troveranno l’uno dall’altro. Il LynQ, infatti, su un visore grande quanto una grossa moneta, indicherà i nomi degli altri quattro amici nel raggio di tre miglia e guiderà uno verso l’altro o tutti verso un punto comune scelto da uno di loro. Funzione utilissima anche per chi abbia a che fare con gruppi di bambini/ragazzi velocissimi a sparire dalla circolazione, ma anche piuttosto portati alla paura ed al panico.

In preordine il LynQ costa 89 dollari (85/86 euro): a prezzo pieno lo troverete a 149.

Ma la soddisfazione di avere tutto e tutti sotto controllo, quella, amici miei, non ha prezzo.

L’ amante di Marguerite Duras. Una storia d’amore che ha il sapore di una medicina amara

in Cultura/Storie d'Inchiostro

L’abbraccio di Egon Schiele – 1917, olio su tela, 150×170 cm, Vienna, Österreichische Galerie.

 

In questo breve romanzo autobiografico Marguerite Duras ci afferra per mano e ci conduce per le buie scale che portano all’obitorio, lì dove ci mostrerà la sua anima e le sue ferite mortali. L’amante, infatti, non è solo un libro che parla di un amore travagliato tra una giovanissima e povera colona francese nel Vietnam di inizio Novecento e un ricco trentenne cinese; è anche la storia di una ragazzina (la stessa autrice) che vive in miseria senza padre, lasciata alle cure di una madre assente, alle prepotenze del fratello maggiore, dilaniata dalla sofferenza per la morte del fratello minore. Eventi che lasciano il segno, come le rughe che l’autrice descrive sul suo volto all’inizio del libro: la Marguerite Duras bambina è raccontata dalla Marguerite Duras adulta che guarda attraverso un velo nostalgico e triste il suo passato primo amore.  Con una descrizione secca, precisa, senza pudori, la Duras ci mette al corrente dei traumi, che ognuno di noi nasconde nel cuore, che l’hanno portata a essere la donna, forse prima del tempo. Una confessione autobiografica senza veli scritta sembra, in primo luogo, per se stessa, di getto, con repentini flashback e, a tratti, un arzigogolato flusso di coscienza. La Duras, ora che la tempesta è passata, ed è una donna adulta, guarda i suoi demoni in faccia. Al lettore non resta che coprire con un telo l’anima ferita della scrittrice per non bagnarla con le lacrime di commozione che verserà alla fine del racconto di questa forte passione, che, come un fiume in piena bello e spaventoso allo stesso tempo, lo travolgerà.

L’amante, uscito nel 1992, è il film diretto da Jean-Jacques Annaud tratto da questo romanzo.

 Marguerite Duras(1914-1996), è considerata una delle più grandi scrittrici francesi del Novecento. Ha vissuto nell’Indocina francese (l’attuale Vietnam) fino a diciotto anni. Rientrata in Francia nel 1932, ha preso parte alla Resistenza e ha militato nel dopoguerra nelle file del PCF a cui è stata espulsa nel 1950. La sua opera, riconosciuta nel mondo intero, conta titoli che hanno fatto epoca: Hiroshima mon amour, Moderato cantabile, Il rapimento di Lol V. Stein, In-­dia Song e L’amante, che hanno imposto il suo stile inimitabile e la sua conoscenza profonda della passione amorosa.

DJ in Basilicata: si può nonostante le difficoltà. Giuseppe racconta la sua passione per la musica

in Cultura

E’ di Scanzano Jonico, ha 30 anni appena compiuti e da 13 anni una passione sfrenata per la consolle e i dischi. Giuseppe Stasi, nel circuito musicale locale conosciuto come Peppe Stasi DJ, cerca di trasformare la sua passione in un lavoro esclusivo. Al momento, come egli stesso ha raccontato, è quasi impensabile poter vivere facendo solo quel mestiere: almeno qui in Basilicata. Ma lui ci crede e porta avanti il suo progetto lavorando allo stesso tempo anche come operaio.

Come è nata questa passione?

Da piccolo, prima verso la musica in generale, per poi approdare alla consolle.

Il tuo dj preferito?

Non ho un dj preferito ascolto un po’ tutti.

Quando hai capito che quello del dj doveva essere il tuo mestiere?

Ho capito che era il mio campo quando ho iniziato a vedere la gente divertirsi con i miei dj set.

Qui al Sud, in Basilicata, quali sono le possibilità di lavoro per un ragazzo che sceglie di fare il tuo stesso mestiere?

 Al Sud,  soprattutto in Basilicata, le possibilità di mantenersi solo facendo il dj sono un po’ limitate: si lavora per la maggiore nel periodo estivo

 Qual è, secondo te, il genere che in discoteca  non tramonterà mai ed è sempre gradito?

La musica  degli anni 90 che coinvolge tutte le fasce d’età.

 In quale locale/discoteca sogni di esibirti?

“Non ce n’è una in particolare:; il mio sogno, come penso di chiunque faccia questo lavoro, è di esibirsi in locali e discoteche famose e super affollate.

Il posto più bello in cui ti sei esibito?

Ho messo musica in tanti locali nella fascia jonica e anche nelle zone più interne della Regione. Al Maraja disco club , Virginia Bay , Cali Alive Summer , Sballos Music Club , Club 86 , Tropicana 2.0 insieme allo staff Manolio Group Event  e ho affiancato grandi artisti tipo Provenzano dj , Albert Marzinotto , Emanuele Inglese , Cube Guys , Georgia Mos , Daddy’s Groove, Jack la Furia Micheal Feiner dj produttore a livello mondiale e tanti altri.

Prossimi appuntamenti: dove ti esibirai?

Appuntamenti in vista ce ne sono,  ma sono ancora da definire le date. Attualmente ogni venerdi dalle 22.00 circa mi esibisco in una emittente radio fm ( RG studio ) con un programma ideato da me e chiamato Dance Station con tanta musica mixata da ballare.

 

Hai già pensato al pezzo che suonerai in apertura in occasione della prossima serata?

Non ve lo dico. Venitelo a scoprire, potete rimanere aggiornati attraverso la mia pagina Facebook @peppestasidj.

 

Bambini di tre genitori: la tecnica del MRT.

in Una finestra sul Mondo

Chi non ci è passato, non lo può capire: questo va detto preliminarmente. Chi ha sofferto o soffre per non poter avere figli patisce dolori (spirituali e materiali) indicibili e per tempi lunghissimi.

Va anche detto che nessuno è titolato a giudicare né questo articolo si vuole porre come una presa di posizione ‘pro’ o ‘contro’: qui si vuole fare solo sommessamente un po’ di semplice, sana informazione. Null’altro.

Detto questo doverosamente, possiamo passare rapidamente all’argomento di queste mie poche righe: la tecnica di inseminazione conosciuta come MRT.

Con questa sigla intendiamo la mitochondrial replacement therapy, cioè, per i meno avvezzi all’inglese, la terapia di sostituzione mitocondriale.

Iniziata in Inghilterra ufficialmente e con tanto di riconoscimento del competente ministero della salute, questa tecnica permette a genitori certi (o quasi) di avere figli con malformazioni o malattie genetiche ereditarie di sostituire, tramite una donatrice sana, una parte minimale, ma fondamentale, (intorno allo 0.1% del genoma adulto) del DNA mitocondriale.

A puro scopo informativo ricordiamo che, nei soli Stati Uniti, ogni anno, nascono almeno 800 bambini che, a causa di problemi a livello mitocondriale, appunto, vanno incontro a forme di disabilità pesantemente invalidante o anche alla morte prematura.

Inutile dire che la tecnica è invasiva e non priva di rischi e che, sia a livello medico, sia a livello bioetico, i fronti su questo argomento sono ben netti e contrapposti: da un lato, sin dal 2014, i difensori dei progressi della scienza e della tecnica affermano che, se vi è la possibilità concreta di agire a vantaggio della vita e della salute del nascituro, ogni scoperta deve essere accolta favorevolmente; dall’altro, coloro che ritengono che un intervento sul DNA mitocondriale (quello materno, per intendersi) sia da intendersi sempre e comunque come un’interferenza pesante sulla Natura e sul volere di Dio, ovviamente criticano pesantemente questa nuova metodica.

Vi è, poi, per noi comuni mortali, anche un altro e non meno preoccupante oggetto di attenzione in questa diatriba: poiché la ‘seconda mamma’, cioè la donatrice del materiale genetico sano, dovrebbe/potrebbe essere considerata a suo modo l’altra madre biologica del bambino, questo apre uno squarcio preoccupante su possibili implicazioni non solo anagrafiche, ma anche ereditarie che una situazione del genere potrebbe alla lunga creare.

Quello che è certo è che i bambini nati in Inghilterra e Stati Uniti (ed altri paesi) in questi ultimissimi anni, hanno, a tutti gli effetti, tre genitori: due che si prendono cura di loro direttamente e che risulteranno i loro unici genitori, ed una terza genitrice che, da lontano (o così almeno si spera), seguirà la crescita e la vita di questi bambini che, alla fine, sono bambini come tutti gli altri: belli, teneri, buffi e simpaticissimi e meritevoli di vivere una vita tranquilla senza necessariamente sentirsi al centro dell’attenzione del mondo.

Incontro con l’autore Stefano Labbia e le sue “Piccole vite infelici”

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Ospite “virtuale”  della nostra rubrica è oggi il giovane (classe 84′) scrittore e artista poliedrico Stefano Labbia. Di origini brasiliane, ma nato a Roma, Stefano è autore di  due raccolte di poesie  “Gli Orari del Cuore” (2016 -Casa Editrice Leonida) e “I Giardini Incantati”( 2017-Talos Edizioni). Il Faggio Edizioni ha pubblicato nel 2018 la sua prima raccolta di racconti “Bingo Bongo & altre storie.

Piccole vite infelici , pubblicato ad ottobre 2018, è il suo primo romanzo. In un’ epoca nella quale bisogna dimostrare in un modo quasi esasperante una vita ” a mille” , perfetta sui social, con selfie dai sorrisi a trentadue denti  in feste da sballo, Stefano ha il coraggio di mettere in scena la vita precaria, senza un centesimo, povera di affetti di quattro personaggi in cerca di un posto nel mondo cinematografico, nella città regina delle cineprese, l’Eterna Roma. Senza tanti edulcorati giri di parole Stefano Labbia descrive con occhio di ” vetro”, crudo e spietato,  gli aspetti pratici del dramma esistenziale di queste anime in pena nell’inferno di una città dispersiva, caotica, cannibale. A breve la recensione di questa storia dei giorni nostri. Ora, ecco per voi l’intervista a questo meritevole autore emergente.

Se dovessi descrivere “Piccole vite infelici” con una parola quale useresti?

Innanzitutto grazie per la fantastica opportunità! Bella domanda… Credo che direi “verità”. Nel romanzo che è pura fiction, alcune interazioni, alcuni comportamenti risultano piuttosto umani. Finiamo un po’ per riconoscerci in questi quattro “sciagurati” alla ricerca di fortuna che, nonostante provino a lottare e a darsi da fare… si scontrano spesso e volentieri con un muro di mattoni. Muro che può essere la loro inettitudine, il loro pesante passato, il “nepotismo” o altro ancora.

Nel tuo ultimo libro ci hai parlato del male di vivere ,delle difficoltà di esser “umani” e giovani oggi , di entrare nel mondo del lavoro e coltivare rapporti umani sani. Cosa manca di più alla società odierna e come consigli di riparare le crepe della nostra vita attuale?

Non ho vissuto quegli anni (sono un classe 1984…) ma credo (essendo a conoscenza di racconti, aneddoti e descrizioni di quegli anni) che negli anni ’50 in Italia ci fosse più empatia, più unità. Meno competizione – non sto parlando di quella sana ovviamente… Il periodo era “particolare”: la guerra era finalmente un ricordo e c’era voglia di ricostruire (in tutti i sensi). Di tornare a vivere. C’era meno “fortuna” per tutti, economicamente parlando. Meno possibilità. Ma c’era più voglia di parlare, di condividere ciò che si aveva: sogni, ilarità e… cibo. Ma forse si era anche un filino più genuini. Meno falsi, rispetto ad oggi. Non sto dicendo che dovremmo resettare tutto e tornare a quegli anni – anche perché realisticamente non è fattibile… Ma forse dovremmo ritornare “alle basi”. Ritrovare quello spirito. Rivedere i nostri atteggiamenti, le nostre priorità. Lo dico probabilmente con un po’ di “ingenuità” ma… Credo che dovremmo vivere meno di tecnologia e di “black friday” e abbracciare quello che conta davvero: la famiglia, quello che ci fa stare davvero bene. Che ci appaga. Che ci rende davvero felici anche se solo per un attimo. Del resto… la vita non è forse fatta di istanti, di attimi che si affastellano l’uno sull’altro?

Le opere parlano meglio dei propri autori, ma siamo dei lettori un po’ invadenti e indiscreti e vogliamo scoprire qualcosa di più direttamente da te. Parlaci, ad esempio,delle tue abitudini di scrittore. Quando hai iniziato a scrivere, e quante ore al giorno dedichi a questa attività? Sei uno scrittore insonne ? Spremi le meningi o aspetti l’arrivo della tua musa ispiratrice? Riti scaramantici prima di ogni pubblicazione?

Scrivo da sempre. E scrivo ogni giorno, in qualunque situazione / condizione… La scrittura è la mia vita. Non potrei fare altrimenti… In tutta onestà scrivo ogni storia che mi “cade tra le braccia”: l’ispirazione può arrivare da ogni parte ed io sono sempre pronto ad accoglierla. Poi ovviamente c’è un lavoro dietro al “soggetto”, all’idea di base… Ma spesso viene tutto da sé. Personaggi, plot, location. Anche il genere di narrazione (film, romanzo, graphic novel) riesco ad inquadrarlo quasi subito. Non ho riti scaramantici – forse dovrei averne invece, chissà!

Di chi ti senti figlio “di penna”? Gli autori a te più cari che ti hanno accompagnato nella tua crescita letteraria e che sono tua fonte d’ispirazione.

Di tanti e di nessuno fondamentalmente… Gli autori che stimo sono tantissimi… Ma al tempo stesso ho cercato, più che di imitarli, di trovare uno stile tutto mio. Che ovviamente “adatto” di fronte alla storia che scrivo seguendo le regole che ogni forma di espressione richiede. Se dovessi citare gli autori che ho nel cuore ti direi Satre, Dostoevsky, Koestler, Lewis, Dickens, Paasilinna, Baurn, Longanesi… Ma anche Flaiano, Dumas, Harris, King, Doyle, Christie, Nicholas, Mann, Bukowski. E Shakespeare…

Melina, Maya, Caio Sano, MM: a quale personaggio sei maggiormente affezionato e a quale avresti voluto regalare un finale diverso?

I personaggi sono nati così ed avevano dentro di loro, per via del modo in cui “vivono” la loro “esistenza di carta”, già il finale incluso in sé. Noi non siamo diventati ciechi… lo siamo sempre stati. È una frase del nuovo libro che sto scrivendo che parla proprio di questo: di come viviamo le nostre vite senza badare appieno alle scelte che compiamo e di quanto, dall’esterno, sia facile “indovinare”, quasi come se fossimo mentalisti, il finale della nostra “storia”. Non ce ne rendiamo conto ma le nostre vite – e quindi anche quelle dei personaggi (ir)reali che porto spesso in scena su carta e su altri media – sono spesso scontate. Ovvie… Se si sa dove guardare… specialmente per quanto riguarda il finale. Esattamente come ogni storia che viene raccontata: quanti di voi guardando un thriller, specialmente, conosce già una situazione che accadrà, addirittura una battuta di uno dei personaggi… No non siamo tutti Sherlock Holmes. È solo che quel film l’abbiamo “vissuto” in qualche modo, mesi o anni fa sulla nostra pelle. Per questo quando si parla di cliché soffro: tutto può essere un cliché ma non per questo significa che il prodotto sia fatto male o falso. Anzi. Tiene conto delle dinamiche reali, spesso e volentieri. Ovvio che c’è cliché e cliché… Ma sto divagando. Insomma… L’umanità calca questa terra da quanto? Abbiamo avuto filosofi, grandi pensatori, psicologi, psichiatri che hanno scandagliato l’animo umano così in profondità che, senza sforzo, possiamo riconoscere chi è cosa (maschio alfa, ribelle etc.) e allo stesso tempo, possiamo facilmente intuire il finale della sua vita. Non ci sono poi così tanti percorsi, da intraprendere, se ci pensiamo… Così come non ci sono poi molti finali a nostra disposizione. Tornando alla domanda principale: credo che tra i quattro quello che abbia più da dire / dare sia Caio Sano per via del suo carattere. O meglio, mi correggo… Caio non ha un carattere… ha un caratteraccio (cit. … “pulp”). Infatti lo ritroveremo protagonista in una storia breve nella mia prossima raccolta di racconti che sarà portata in scena anche a teatro sottoforma di monologhi. Titolo? “Il padre di Kissinger era un bastardo”. Ovviamente non si parla del vero Kissinger, Segretario di stato americano anni ’60 – ’70…

Cosa ti ha spinto a parlare di questa storia? Quale è stata la tua fonte ispiratrice?

Mi sono guardato attorno. Ho colto le azioni, le reazioni, la falsità. La voglia di vincere edulcorata dall’apatia, dalla noia, dalla tecnologia, dalle manie di grandezza del mondo romano del cinema. E poi ho “condito” il tutto con un bel po’ di fantasia restando sempre saldo alle loro “esistenze”.

Hell panel from The Garden of Earthly Delights – Museo del Prado in Madrid, c. 1495–1505, attributed to Bosch.

Nel tuo libro ci hai introdotto al mondo precario e senza remunerazione dello show biz. Quanta vita vissuta da te c’è in “Piccole vite infelici”? Cioè quanto “”Stefano” , quale percentuale di  esperienze da te realmente vissute abitano le pagine del tuo scritto?

Fortunatamente ben poche… Ho “raccolto” le confessioni di conoscenti e amici che, come già messo in scena abilmente dalla serie tv “Boris” di Fox Italia, sono sotto agli occhi di tutti. Spesso non vogliamo vederle. Neanche se facciamo parte del sistema stesso. Per “comodità” o perché, come detto… siamo ciechi.

Cosa significa essere un autore emergente nello scenario letterario attuale?

La maggior parte delle volte è un sogno. Ma non posso negare che, specialmente nel nostro Belpaese, sia dura. È una sfida quotidiana… una maratona continua. Devi sempre dimostrare chi sei, cosa sai fare. Questo che tutti vedono come un limite però, per me è uno stimolo in più ad essere sempre attento, a continuare a produrre, comporre. All’estero è differente: non importa chi tu sia, quanti libri hai venduto, quanto eco tu abbia sui media, quanti followers hai “collezionato”… Ovvio che il Paradiso in terra non esiste… Ma c’è difficoltà e difficoltà. Ostacolo ed ostacolo. Ho visto moltissimi validi autori, qui nel nostro Belpaese, gettare la spugna dopo un “ko tecnico”. «Hai venduto poco. Lascia perdere.» la sentenza. Ed è un peccato perché per ogni prodotto c’è un tempo, così come per ogni cosa. Quello che adesso non è “recepito”, accolto lo sarà sicuramente fra un anno. Fra cinque. Non siamo eterni, è vero… Ma ditemi quanti autori ricordate che hanno inanellato successi uno dopo l’altro. Senza mai cadere? E quanti sono stati subito “famosi” ed hanno raggiunto le masse? Pochi. Soprattutto perché la vera sfida è competere con se stessi, non con gli altri. Almeno credo…

Scriviamo sempre per qualcuno. Chi vorresti che leggesse “Piccole vite infelici” e che messaggio vuoi che lo raggiunga?

Qualcuno durante le presentazioni romane di “Piccole vite infelici” ha “azzardato”, a mio dire, riguardo al contenuto del romanzo, un paragone con Verga ed il suo verismo. Altri sostengono che questo libro non abbia target – lettori: si può / deve leggere a tutte le età. Gli “adulti” possono conoscere i giovani precari ricchi di sogni e poveri in canna del 2000. I giovani possono rivedersi, fare un po’ di sana autocritica e confrontarsi… Sicuramente l’obiettivo che mi ero posto era quello di scatenare emozioni nel lettore di ogni età, siano esse positive o meno, rispetto ai personaggi presenti nel romanzo e alle loro decisioni. Alle loro (non) azioni, spesso… Spero di esserci in qualche modo riuscito

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