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Cultura

Nati due volte di Giuseppe Pontiggia. La disabilità raccontata dall’inchiostro di un padre.

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Padre e figlio di Fausto Pirandello. 1934

Nati due volte è uno scorrere di fotogrammi che impressionano le persone incontrate da Paolo nel suo cammino di vita: medici, professori,  i vicini di casa, i nonni, gli operatori del Centro di riabilitazione, i coetanei di Paolo, il fratello Alfredo. Si tratta di istantanee, immagini veloci descritte in modo conciso, con pochi tratti: la vita provata sulla propria pelle lascia cicatrici indelebili che si raccontano da sole e non hanno bisogno di  troppi  studiati aggettivi. Non è difficile capire, per il sentito racconto di vita vissuta, come tutto sia stato provato da Pontiggia in prima persona. Ciò che emerge è una realtà che vede il disabile in tutta la sua dignità: non una parola di pena, nessun lamento, nessuna rabbia. Le parole, né mielose né velenose, sono quelle di un padre che racconta il rapporto con il figlio con handicap, come la “gente” percepisce la disabilità di Paolo, e soprattutto, il regalo più grande che l’autore fa, come Paolo considera il resto del mondo, i suoi pensieri, le reazioni al comportamento altrui, il suo rapporto con la fede. Il padre sostiene in queste pagine la voce del figlio come nella vita reale ne sostiene il passo nel camminare. Di Paolo abbiamo  riportate poche battute, sufficienti a caratterizzarne il temperamento. Un libro sulla malattia e la morte  in senso più esteso, descritte con naturalezza, perché esse non negano la vita, ma fanno parte di essa. Pontiggia con il tocco delicato  e  protettivo dei guanti bianchi porge a noi lettori la sua esperienza con la sofferenza fisica e psicologica della vita della persona a lui più cara al mondo. Tocca a noi saperla maneggiare con cura, senza contaminarla con i nostri pregiudizi o la nostra compassione.

Giuseppe Pontiggia è nato a Como il 25 settembre 1934, figlio di un funzionario di banca e di una attrice dilettante. Trascorre l’infanzia a Erba, in Brianza: campagne, laghi, fiumi, spazi che ritornano nella sua narrativa. Dopo la morte del padre, nel 1943, si sposta a Santa Margherita Ligure, Varese e, infine, a Milano, dove abita dal 1948. Si laurea nel 1959 all’Università Cattolica di Milano. Ma prima ancora di completare gli studi comincia a lavorare: in banca, per necessità. E’ grazie alla pubblicazione del suo primo romanzo (La morte in banca), e all’incoraggiamento di Elio Vittorini, che riesce a svincolarsi dal lavoro e a entrare nel mondo dell’editoria. Redattore del «Verri» la rivista d’avanguardia fondata e diretta da Luciano Anceschi, curatore insieme a M. Forti de «L’Almanacco dello Specchio», consulente editoriale prima per Adelphi e poi per Mondadori. E’ morto il 26 giugno 2003 a Milano.

Dall’antica sapienza tribale una speranza per malattie e dipendenze preoccupanti: l’ayahuasca.

in Una finestra sul Mondo

Da sempre le culture meso- e sudamericane hanno dato prova di una conoscenza profonda, atavica, sapienziale delle proprietà delle piante che rappresentano una delle tante ricchezze di quei tanti paradisi della biodiversità che sono raccolti tra il Tropico e l’Equatore.

Da un paio di anni, le università di Exeter e l’University College di Londra sono impegnate nello studio farmacologico e clinico delle proprietà di una bevanda che, fino a pochissimo tempo fa, era solo patrimonio della cultura e della religione tradizionale di molte tribù che abitano nelle foreste pluviali: parlo dell’ayahuasca.

Usata solo nei rituali sciamanici, magico-religiosi di alcune culture tradizionali dell’Amazzonia e non solo, questa bevanda, dagli studi scientifici a cui è stata sottoposta, pare possa avere degli effetti più che positivi nel trattamento di patologie molto gravi quali l’alcolismo, la depressione, lo stress da disordine post-traumatico (tipico dei reduci da tutte le guerre), i disturbi alimentari e varie altre dipendenze(comprese quelle da eroina, cocaina, metanfetamina, etc.).

La bevanda è il frutto della lunghissima cottura in acqua (otto ore) dei gambi di una pianta di quelle latitudini, detta caapi, e delle foglie di un’altra pianta delle stesse terre chiamata chacruna.

L’effetto biochimico studiato è quello cerebrale sulla monoammina ossidasi, con effetto antidepressivo ed ansiolitico non dissimile da quello della triptammina o della 12-metossi-ibogamina, entrambe contenute in piante d’uso rituale proprie dell’area meso- e sudamericana.

Il potere di questa bevanda è tale che, in spagnolo, i popoli che la usano, la chiamano semplicemente ‘La Medicina’: ragion per cui due università inglesi si sono precipitate a comprenderne gli effetti diretti e quelli collaterali.

Sono stati pubblicati già articoli piuttosto interessanti su questa bevanda e l’interesse è tanto: molto ancora si deve capire sugli effetti a medio e lungo termine di questo medicamento naturale, ma con pazienza e determinazione, e la collaborazione di più istituzioni scientifiche internazionali, non è detto che si scopra, tra qualche anno, che in natura, c’era già il rimedio per tanti malanni della nostra società e del nostro tempo, un rimedio detto ‘La Medicina’.

Nomen, omen. Appunto.

Carmela Suriano Club Candonga: “Matera 2019 un traguardo e una scommessa”

in Cultura

«Accogliamo con estremo piacere – afferma Carmela Suriano, Ceo Club Candonga – l’inaugurazione di Matera Capitale della Cultura 2019 che viviamo come un traguardo ed unascommessa per il futuro della nostra regione».

La Basilicata è terra di eccellenza nel settore ortofrutticolo e la fragola ne è la massima espressione.

In occasione di questa giornata storica per tutti i lucani, il Consorzio di valorizzazione della Candonga Fragola Top Quality ® offrirà agli ospiti della cerimonia di inaugurazione un assaggio di questa primizia dal sapore e aroma inconfondibile.

Nadia Toffa fiorisce in questo martedì d’inverno per il suo rione Tamburi

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Quando il quartiere Tamburi sanguinava ruggine, come nel wind day di oggi, vedendosi tingere le strade, le case di color rosa, la giornalista di origini bresciane, Nadia Toffa era lì  per le Iene a documentarlo. Oggi alle 14.30 presso il Teatro della Parrocchia in piazza Gesù Divin Lavoratore, nell’omonima piazza al quartiere Tamburi di Taranto, vicino al Minibar, il rione le ha ricambiato il favore:gli abitanti erano lì vicini a questa piccola e grande donna dal cappotto bianco e il capellino nero ( da ieri cittadina onoraria della città) e al dramma che sta attraversando, e che, in bene e male, ha fatto parlare di lei su tutti social: il cancro, un male così noto al popolo tarantino a causa dell’inquinamento industriale. In un luogo sobrio, Nadia ha sentito l’abbraccio dei suoi “tarantini” e degli amici dell’associazione “Arcobaleno nel cuore”, con i quali ha promosso il progetto “Ie jesce pacce pe te”, la cui raccolta fondi ha portato alla realizzazione delle nuove strutture di Oncoematologia Pediatrica dell’Ospedale SS. Annunziata di Taranto. Come in una chiacchierata tra vecchi amici la giornalista ha avuto modo di presentare il suo libro “Fiorire d’inverno. La mia storia”, edito Mondadori, dedicato alla sua esperienza di malata oncologica, scritto con il cuore  e come una lettera. In queste pagine Nadia parla di come “una sfiga” possa trasformarsi in “sfida” e di come si può “fiorire d’inverno”, vivere al freddo, nelle condizioni più ostili e difficili, come può esser affrontare una malattia, alla stregua delle stelle alpine che da bambina osservava crescere tra la neve, dimostrando la propria forza rispetto agli altri fiori. Come i capelli della piccola Gabriellina, malata di cancro, che cresceranno ancora più forti dopo la chemioterapia. Alla domanda allora se Nadia si sentisse invincibile, la “nanetta “, come la chiamava affettuosamente suo padre, ha risposto che più che invincibile e coraggiosa, si sentiva spericolata, indipendente, selvatica, e che la malattia le ha permesso di trovare la “bellezza della fragilità”, di farsi aiutare dalle persone care come sua madre.

Rione Tamburi- Minibar degli Amici, in attesa di Nadia Toffa.
Foto tratta dalla pagina Facebook ” Ie jesche pacce pe te

 

Scavando ancora di più nella vita di questa iena, è venuto a galla il suo esser in lotta continua contro le ingiustizie patite dai più deboli fin dai banchi di scuola e il suo rapporto con la fede: per Nadia siamo tutti speciali e il Signore non è cattivo, ad ognuno dà la sua sfida, che bisogna cogliere al volo, anche se all’apparenza sembra essere una pillola amara difficile da ingoiare. “In una partita a carte, può capitarti una carta che spazza via tutte le altre: la vita è come ti giochi quest’ultima carta, che ti è toccata e che magari non vuoi , ma è il tuo destino”, afferma la Iena, regalandoci un grande insegnamento di vita. Anche gli abitanti dei Tamburi hanno insegnato qualcosa a questa guerriera: “Mi avete insegnato a tener duro, siete le persone più con le palle di Taranto”. Ed ha le palle davvero una delle tante madri presenti oggi che ha condiviso con Nadia Toffa il dolore per la perdita recente dei suoi due figli per tumore e che ora sta perdendo suo marito per lo stesso atroce motivo. Nadia ha accolto la richiesta d’aiuto della donna e l’ha consolata con la promessa che i suoi figli vivranno per sempre con lei. Per ora restano due dei tanti figli dell’Ilva. Al di là di qualsiasi incomprensione mediatica, chi era presente oggi ha visto una donna provata dalla vita, ma che ha il coraggio di guardare in faccia la sofferenza altrui o la propria e di condividerla. In bocca al lupo per tutto, Nadia!

 

Strappami la vita di Angeles Mastretta. Come scambiarsi le carte da gioco per amore

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Litografia di Hullmandel del 1824 per un dipinto di John Hayter raffigurante il governatore di Oahu Na Poki e sua moglie Liliha.

Dietro il governatore Ascencio c’è una ragazzina ingenua di quindici anni, originaria di Puebla, di nome Catilina, figlia di povera gente, sulla quale il trentenne Andrés, con il suo savoir faire misterioso da uomo di mondo, esercita un fascino irresistibile. Catilina rinuncia al velo bianco in nome di idee rivoluzionarie; accetta in casa figli non suoi, avuti da Andrés nelle sue precedenti relazioni. Per amore vive all’ombra di questo suo marito che come un diavolo una ne fa e mille ne pensa pur di raggiungere  la vetta della notorietà politica. Tenuta all’oscuro dei suoi traffici poco ortodossi, o quasi, vittima dei suoi continui tradimenti, Catilina crescerà al fianco del governatore Ascencio: da bambina diventerà, donna, madre e poi sua première dame. Da semplice ragazza di paese, diverrà spettatrice dei fulminei intrighi politici, della violenza che il potere esercita sulle masse, respirerà il marciume che infiltra le pareti di una vita comoda e benestante, e della quale non potrà più far a meno. Solidale con le altre donne che condividono lo stesso destino di esser legate a uomini potenti e senza scrupoli, Catilina per sopravvivere affinerà le sue capacità e farà uscire la parte più maschia di sé .” Con te mi sono proprio fregato. Sei la mia migliore donna e il mio migliore uomo, stronzetta”, le dirà il governatore Ascencio . E proprio come un uomo, Catilina segue i suoi bisogni sessuali e d’amore, senza risparmiarsi. Intreccia relazioni clandestine, la prima con il direttore d’ orchestra Vives e poi con il regista Quijano . E non ci penserà due volte nel lasciar solo il governatore Andrés, ormai uscito dalla scena politica. Sullo sfondo di magagne politiche, di interessi economici che poco si sposano con le idee rivoluzionarie messicane di giustizia sociale, Angeles Mastretta, attraverso il racconto in prima persona di Catilina, realizza l’ affresco di una storia d’amore mista a odio, che percorrendo tutte le stagioni della vita, plasma i due amanti l’uno a immagine e somiglianza dell’altro. In questa partita d’amore i due giocatori si scambiano le carte per giocare ad armi pari, contaminando l’altra o l’altro con la propria strategia di stare al mondo: in Catilina troveremo inevitabilmente qualcosa del suo tanto amato e odiato governatore e in lui saranno sparsi  i frammenti dell’amore rassegnato e inascoltato che per anni ha abitato il cuore della sua compagna.

 

Angeles Mastretta è nata in Messico, a Puebla, nel 1949. E’ stata giornalista, prima di dedicarsi alla letteratura e raggiungere la fama internazionale con il romanzo Strappami la vita, uscito nel 1985 e in Italia nel 1988. Sono seguiti altri libri di grande successo come Donne dagli occhi grandi (1995) e Male d’amore (1997).

Follia di Patrick McGrath. La parola a una passione brutale

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Saturno che divora i suoi figli -dipinto a olio su intonaco trasportato su tela (146×83 cm) di Francesco Goya, 1821-1823 .Museo del Prado di Madrid.

Lo psichiatra Cleave è testimone diretto dell’amore che esplode all’interno di un ospedale criminale tra il suo paziente Edgar Stark e la moglie di un suo collega, Stella Raphael.  Con il ritmo della cronaca nera il dottore racconta i fatti drammatici che porteranno alla distruzione della famiglia Raphael, e dei quali viene a conoscenza personalmente e in seguito, grazie alle confidenze di Stella,diventata sua paziente. Le pagine vengono smosse sotto gli occhi del lettore come se fossero le acque torbide della psiche umana, passate al setaccio per renderle limpide e trovare la tanto agognata pepita d’oro, la verità sull’amore e la mente umana. Ciò che viene alla luce, però, non è metallo prezioso, ma il lato umano contaminato dalla malattia mentale dei due protagonisti. Lui: artista violento e paranoico, colpevole di aver decapitato sua moglie. Lei: una donna alcolista, ninfomane, e infanticida. Insieme diventano una coppia inseparabile, morbosa, pronta pur di stare insieme, ad abbattere come un ariete i battenti della vita delle persone che gli stanno vicino con una forza sovrumana. Un amore distruttivo in grado di sovrastare l’amore più naturale al mondo tra Stella e Charlie, madre e figlio. Dall’altro lato rispetto al mondo senza regole della follia vi è quello della psichiatria, di chi cerca la cura al dolore dell’Io. Un mondo personificato nella figura del dottor Raphael e del dottor Cleave e che presenta le falle e le crepe delle loro debolezze e problematiche di uomini, prima che medici: Raphael è un uomo stacanovista, succube della madre Brenda, asessuato,mentre Cleave è un uomo solo, che si arrende alla bellezza di Stella, dimenticandosi il suo ruolo di terapeuta. McGrath in questo thriller psicologico offre su un piatto d’argento con una scrittura fluida e avvincente uno sguardo sui bassifondi dell’animo umano e sulla forza di una passione brutale. Un libro che cerca di svelare gli ingranaggi psichici che stanno dietro i comportamenti anomali e violenti e che impone alla ragione del lettore di porsi continui perché. Davanti ad un tale dolore, spesso autoprocuratosi dai protagonisti e inevitabile, perché dettato dalla malattia, non si può che restare interdetti in un dignitoso silenzio.

In queste pagine parla solo la follia.

Patrick McGrath è nato a Londra nel 1950. Il padre lavorava come psichiatra nel manicomio criminale di Broadmoor, dove il giovane Patrick passa gran parte della propria infanzia. Rifiutatosi di seguire le orme paterne in campo medico, la sua irrequietezza lo ha portato altrove, alla scrittura, ed ha immediatamente conquistato i lettori con la trama originale e coinvolgente di Follia.Dai suoi romanzi sono stati tratti i film The Grotesque (1995), di John-Paul Davidson, Spider (2002), di David Cronenberg e Asylum, di David Mackenzie nel 2005. Attualmente vive tra New York e Londra, ed è sposato con l’attrice Maria Aitken.

Noi che siamo fortunati. La storia di Jordyn Walker e l’insegnamento che se ne ricava.

in Una finestra sul Mondo

Natale 2018 è trascorso da appena dieci giorni e solo tre giorni fa, chi poteva si abbracciava sorridente con amici e parenti davanti a tavole imbandite e spumanti traboccanti da bottiglie gelate.

 

Il Natale ci rende più buoni (?), più riflessivi (?), più saggi (?) ed il Capodanno ci fa riflettere filosoficamente sul tempo che passa e su quanto ce ne rimane e come sarà.

 

Tante volte, troppo spesso, in noi prevale una qualche ombra di tristezza, di insoddisfazione, di delusione: ci sentiamo ingannati dai parenti, dagli amici (o da chi credevamo amico), dal lavoro, dalla vita e via discorrendo.

 

Ebbene, proprio per dare uno schiaffo morale, per scuotere le coscienze dormienti di tanti di noi che si lamentano per non avere l’ultimissimo Iphone, l’ultimissima Audi, il posto ed il ruolo che in società ‘ci spetta’, ‘è nostro’, ma non abbiamo ancora, voglio raccontarvi la storia di Jordyn Walker.

 

So che nella mia rubrica, in questa sezione de ‘Il Metapontino’ che ho creato e curato come una creatura in fasce dalle sue origini, e che voi seguite con tanta curiosità e gentilezza, per lo più cerco di trovare posto a notizie dal mondo atipiche, simpatiche, divertenti, originali che riescano a dare una nuova visione delle cose: ma oggi mi perdonerete se vi rattristerò un poco, solo, però, per ragioni pedagogiche.

 

La storia che vi sto per raccontare, infatti, è quella di una bambina di quindici anni, intelligente, bella, curiosa, mite come un agnello e forte come una leonessa, a cui la vita non ha risparmiato nessuna sofferenza.

 

Ammalatasi della sindrome di Henoch-Scholein a soli due anni, a quattro anni ha affrontato una osteomielite e a cinque un’osteoartrite: e già questo sarebbe bastato per definirla una creatura piuttosto sfortunata.

 

In cura da allergologi, immunologi, reumatologi per tanti anni, sembrava aver recuperato la piena salute quando, nel 2017, una purpura anafilattoide l’ha nuovamente colpita fino a degenerare in qualcosa d’inaspettato e attualmente ancora incompreso dalla medicina ufficiale.

 

A causa della sua malattia, infatti, a un certo punto, benché ricoverata già in ospedale e sotto stretto controllo medico, questa bambina si è vista gonfiare la parte alta del volto (labbra, zigomi, naso, occhi e fronte) in maniera così repentina e violenta che lo sbalzo pressorio le ha causato la totale ed irreversibile cecità e la scomparsa dei sensi dell’olfatto e del gusto.

 

Dopo tanti mesi di ospedale, nel dicembre 2018, poche settimane fa, quindi, è uscita dall’ospedale sepolta dai regali e dall’amore della propria famiglia: e, sebbene non possa più guardare il mondo, lei che era lettrice avida, cultrice di cinema, amante della natura; sebbene non possa più sentire il profumo di un caffè, di una torta, di una rosa e del mare; sebbene non possa più gustare i piatti che la sua mamma le faceva e le farà ancora, aveva ancora la forza di ridere nelle foto che parenti e giornalisti le hanno fatto all’uscita dal centro di cure universitarie in cui le hanno comunque salvato la vita.

 

Questa è la storia di Jordyn Walker.

 

E noi ci riteniamo sfortunati.

Capodanno in compagnia di un poeta underground. Foglie di palma di Charles Bukowski

in Cultura/Storie d'Inchiostro

A mezzanotte in punto
1973-74
Los Angeles
ha cominciato a piovere sulle
foglie di palma fuori dalla mia finestra
i clacson e i fuochi d’artificio
erano svaniti
e tuonava.

ero andato a letto alle 21.00
spente le luci
tirate su le coperte –
la loro letizia, la loro felicità,
le loro urla, i loro cappelli di carta,
le loro automobili, le loro donne,
i loro ubriachi dilettanti…

la notte di Capodanno mi atterrisce
sempre

la vita non sa nulla degli anni.

adesso i clacson si sono ammutoliti
e i fuochi d’artificio e i tuoni…
tutto è finito in cinque minuti…
odo soltanto la pioggia
sulle foglie di palma,
e penso:
non capirò mai gli uomini,
ma è andata
anche questa.

Foglie di palma

L’ultimo dell’anno immortalato da un’anima inquieta, solitaria, misantropa, come solo quella di Charles Bukowski può esser definita. Capostipite del Realismo sporco, corrente letteraria affermatasi negli Stati Uniti negli’ 70, Bukowski condisce i suoi versi con momenti di vita privata senza edulcorarli: la realtà, anche se cruda, per l’appunto sporca, è descritta nella sua interezza, senza sconti, con un linguaggio colloquiale, violento e spesso volgare. Nel gergo attuale il Capodanno vissuto da Bukowski nel 1973 verrebbe definito da” sfigati”, come anche la sua intera vita. Charles Bukowski è tutto ciò che di più può esser agli antipodi con una società civile, e ancor di più con la realtà produttiva ed efficiente della società americana, con i suoi self-made men. Alcolista, senza un lavoro fisso, coinvolto in relazioni promiscue e superficiali. In Foglie di palma la solitudine di un uomo ci viene sbattuta in faccia senza troppe cerimonie. Ancora una volta nella poesia di Bukowski compare frapposto al suo io il “loro”, inteso come gli altri, la società americana nella quale questo ragazzone figlio di emigranti dall’accento tedesco e dal viso butterato non si è mai riconosciuto. Gli altri si divertono, giocano, fanno l’amore, e il poeta sta solo, testimone della loro ilarità, ma anche della quiete che segue questa tempesta di eccessi e frenesia. Resta la pioggia e le palme a far compagnia a quest’animo sensibile, restano le piccole cose che catturano l’attenzione e tutti i sensi di un artista. La pioggia che lava tutto, lava via il caos e il rumore della strada, lava via il dolore di chi si sente solo, ma fa parte del mondo. La pioggia è espressione del dolore e sua stessa guarigione. E’ rappresentazione delle lacrime di un uomo burbero e rude che in esse può trovare la cura. Bukowski conclude l’anno con una consapevolezza: anche se non si è divertito com’è socialmente richiesto, è sopravvissuto ai terremoti del suo dolore, alla sua solitudine. Bukowski ce l’ha fatta e anche se vive ai margini, in una stanza buia e alle 21.00 del 31 dicembre si nasconde sotto le coperte, quello che sente e prova,gli dimostra che esiste come tutti gli altri e che è membro anche lui di questa umanità che non capirà mai . Quella stessa umanità che notoriamente “ gli sta sul cazzo”. Sento dunque sono, vuole dirci. I sentimenti ci rendono umani indipendentemente dallo status sociale.

Anche se la notte di Capodanno è una notte come tante altre della nostra vita, per alcuni, come i vagabondi, le prostitute, gli etilisti, i sociopatici, che abitano l’ opera di Bukowski e sono come lui, può essere una notte diversa: può ricordare quanto ci  si senta soli e quanto ci si possa sentire diversi dagli altri. Grazie Charles per aver dato voce e luce a questo sottosuolo di anime ignorate, dandoci prova della tua grande umanità, ben celata sotto la  scorza di un poeta maledetto.

A un passo dalla vetta. Storia del sogno di Angela Ponce.

in Una finestra sul Mondo
La modella transgender Angela Ponce in una delle sue immagini più glamour.

Il prossimo 18 gennaio 2019, nella sua casa di Pilas, in Andalusia, un personaggio che sta conquistando sempre maggiore popolarità in Spagna e altrove festeggerà ventotto anni.

 

Con la stessa allegria, e magari anche un pizzico di orgoglio personale e professionale, la stessa persona, il 29 giugno 2019, festeggerà l’anniversario di un’importante vittoria: quella di Miss Spagna.

 

Sto parlando di Angela Ponce, una modella sulla quale i maggiori giornali di moda e di gossip del Vecchio Continente (e non solo) hanno scritto articoli su articoli sguazzando nel glamour di un mondo irreale e lontanissimo quale quello delle aspiranti Miss Universo.

 

Va bene, direte voi, e allora?

 

Non sarebbe la prima volta che sulla belloccia di turno (cantante, attrice, modella, contorsionista, tronista, equilibrista, amica di Amici, amica degli amici, donna di Uomini e Donne, donna tra le pie donne e gli uomini di buona volontà, incantatrice di serpenti e di anguille o miracolo vivente di intelligenza, santità, poeticità e venustà) si scatena l’attenzione morbosa della stampa. Siamo vecchi e ne abbiamo viste di tutti i colori.

 

Ma nel caso di Angela Ponce, la ragione di tanta attenzione ‘gossippara’ c’è tutta: e sì, perché Angela, un tempo, si chiamava Mario.

 

Il 18 gennaio 1991, infatti, a Pilas, nasceva Angel Mario Ponce Camacho che, però, sin da piccolissimo, si rese conto di essere una fanciulla intrappolata in un corpo maschile.

 

Ascoltata in televisione, a undici anni, la storia di un trans-gender, e compresa la propria condizione e il cammino che l’aspettava, a sedici anni, Angel Mario ha iniziato la terapia ormonale ed il percorso chirurgico estetico e funzionale ed alla fine, nel 2014, con l’operazione decisiva e più importante, ha riconquistato anche anatomicamente quella completezza che cercava dalla nascita.

 

Forte di questa nuova, più matura e solida sicurezza anche fisica, Angel, che aveva finalmente potuto cambiare anche il nome in Angela Maria Ponce Camacho, ha partecipato a Miss Spagna nell’estate del 2018 ed ha vinto a mani basse, diventando la prima Miss Spagna trans della storia della kermesse.

 

Con questo passaporto importante, e col favore degli scommettitori internazionali, ha partecipato anche a Miss Universo 2018, senza riuscire, però, a classificarsi tra le prime venti concorrenti.

 

Angela Ponce è arrivata ad un passo dalla vetta, ma è stata sconfitta: almeno all’apparenza.

 

Ma anche perdendo il massimo titolo a cui una modella possa mai aspirare, Angela Ponce ha conquistato, e non solo per sé, un premio ancora più importante: quello della parità. Con il riconoscimento della sua bellezza e della sua femminilità, sebbene nella dimensione trans-gender, Angel Ponce ha fatto fare al mondo LGBTQ un ulteriore passo avanti nell’integrazione e nel riconoscimento in una società ancora per molti aspetti ottusa.

 

E, naturalmente, nell’occasione, Buon 2019 a tutti voi!

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