Archivio categoria

Quattro Chiacchiere - page 2

L’INTERVISTA. Pino Bianco presidente dei lucani in Germania: “La Basilicata è la mia vita sociale”

in Quattro Chiacchiere

Ha lasciato il piccolo paese dopo aver vissuto anche esperienze amministrative in qualità di consigliere comunale e assessore alla Cultura e alla Pubblica istruzione. Il primo luglio del 1991 ha aperto la trattoria La Muntagnola nel cuore di Berlino, città in cui vive stabilmente anche se spesso è nella sua Scanzano Jonico.

Pino Bianco è “presidente dei lucani in Germania” e in questa nuova veste ha risposto alle domande che gli sono state rivolte. Ha attraversato gli argomenti della sua vita, molto spesso legati a vicende politiche e sociali. Anzi, ha tenuto a precisare che, nonostante i 1918 km che separano Berlino da Scanzano Jonico, “la Basilicata è la sua vita sociale”.

Ha ripercorso i momenti belli e le sue battaglie a favore della legalità,

come quando disse no alle organizzazioni criminali italiane che chiedevano il pizzo ai ristoratori a Berlino.

Fondò, con altri suoi colleghi, “Mafia? Nein Danke”, associazione antimafia molto concreta contro la criminalità organizzata e attiva nel contrastare il pensiero mafioso.

Pino Bianco ha parlato dell’attuale momento di forte crisi economica che vive la Germania, “la locomotiva dell’economia” europea e mondiale che è in stato di recessione.

Infine, il suo commento sull’attualità e le ultime vicende che vedono Scanzano al centro di indagini da parte dell’antimafia.

E fra gli indagati c’è il primo cittadino, Pasquale Cariello, per un presunto “inchino” durante la processione al mare del 15 Agosto 2024.

Ciao Pino, come ci si sente ad essere presidente dei lucani in Germania?

All’inizio un po’ di emozione. Mi aspettavo il classico “chi te l’ha fatta fare” ma come ha detto mia madre in realtà continuerò a fare quello che ho fatto finora: dal 1991 sono stato il portabandiera della Basilicata, quando questa regione non era conosciuta né a Berlino né in Italia. Di questo ne vado orgoglioso.

Essere diventato presidente è la continuazione di quello che ho fatto finora, la Basilicata è al primo posto nella mia vita sociale.

In cosa consiste esattamente il tuo ruolo di presidente?

“Fare il coordinatore fra le rappresentanze di lucani di Germania, sono tante le comunità lucane presenti a Berlino, Francoforte e altre importanti città tedesche. Si tratta di presenze importanti, attive nella diffusione della cultura lucana. Io dovrò coordinare”.

Come sono i lucani che stanno in Germania? Noti delle differenze fra l’essere lucani in Basilicata e l’essere lucani altrove, nel tuo caso in Germania?

“Questo tema l’abbiamo affrontato qualche sera fa con Dino Paradiso (attore e comico, ndr) nel corso di un’iniziativa a Milano con il Corriere della Sera. È sempre più difficile trovare all’estero un italiano che fa il lavapiatti.

Trovi lucani a dirigere aziende, proprietari di ristoranti, in molti casi parliamo di persone che occupano posti di comando importanti. Ci sono direttori di banca, professori universitari.

Perché accade questo è difficile da spiegare, forse la “cappa” in Basilicata non dà possibilità a chi ha voglia di esplodere il proprio talento. Poi si va fuori e quasi tutti i lucani arrivano a conquistare posizioni autorevoli. Mi è capitato di vederlo a New York, a Francoforte e a Berlino mi capita di assistere a queste piacevoli scoperte ogni giorno. Ci sono ragazzi lucani che qui a Berlino sono un patrimonio”.

Il tuo impegno civico anche a Berlino è sempre stato intenso, ricordiamo che sei fra quelli che hanno detto no al pizzo e che con coraggio hanno fatto sì che certe personaggi fossero consegnati alla giustizia. La mafia purtroppo non conosce confini e soprattutto esiste ancora, come si combatte?

“In Germania noi l’abbiamo combattuta facendo rete. Non ci siamo chiusi nella paura. Dopo la strage mafiosa di Duisburg la considerazione dei tedeschi verso gli italiani calò fortemente. Per intenderci tornammo ai tempi delle copertine sui giornali con spaghetti e pistola. Oppure ricordo le prime pagine di riviste che ritraevano la pizza divisa in spicchi e la domanda in tedesco: ogni volta che mangi la pizza quanto paghi alla criminalità? Fu tremendo, andare indietro di trent’anni così decidemmo di dar vita a Mafia? Nein danke, un’associazione che oggi è diventata molto importante e che ha contribuito fortemente a far capire ai tedeschi che la mafia non è solo una questione di pizzo ma che è entrata nel capitale e ha un potere enorme in Italia e fuori. Basta considerare che le organizzazioni criminali dopo la caduta del muro di Berlino hanno acquistato tutto ciò che potevano perché avevano liquidità che proveniva da traffici illeciti. Avevano già all’epoca soldi a palate. Forse in quel tempo faceva comodo anche ai tedeschi ma poi si sono accorti dell’oppressione e della violenza di cui sono capaci le organizzazioni criminali”.

Da quanto leggiamo e ascoltiamo dai mezzi di informazione, la Germania pare stia vivendo un momento di recessione economica: tu che ci vivi cosa sai dirci di più?

“In Germania siamo in una fase di recessione. La popolazione è sfiduciata e non crede nel futuro. C’è un pessimo governo, purtroppo devo ammetterlo da sostenitore. C’è da aggiungere che la Germania ha subito più di tutti le conseguenze della guerra in Ucraina. Sotto sotto questa guerra è stata fatta contro la Germania che aveva un rapporto privilegiato con la Russia in virtù del quale il gas costava meno, come tutte le materie prime in generale. Come si ricorderà il rapporto che la Merkel instaurò con Putin era ottimo. Oggi non è più così e la sfiducia c’è. La politica attuata dai Verdi è deleteria, questa società è in profonda crisi. Tutti aspettano che questo governo vada a casa. Viene da chiedersi quale potrebbe essere l’alternativa e preoccupa la possibilità che come sta accadendo in altri Paesi europei la destra vada al comando. La gente non ce la fa più ma vero è che ormai in Germania si guadagna di più stando a casa anziché andare a lavorare”.

Ti riferisci al troppo assistenzialismo?

“Sì, troppo assistenzialismo. Difficilissimo trovare un operaio disponibile a lavorare, perché tutti i lavoratori vogliono il minijob. Si tratta molto spesso delle stesse persone alle quali lo Stato ha garantito una casa, le spese di prima necessità e 500 euro per sopravvivere. A tutto ciò si aggiunge la possibilità di fare un minijob, quindi una forma atipica di lavoro con una mini retribuzione e tempi di lavoro contenuti. Scegliere di fare un lavoro completo invece farebbe decadere i privilegi, quindi si preferisce rimanere con i minijob.

Faccio questa triste considerazione da uomo di sinistra”.

In risposta al tuo pensiero è frequente in Italia contrapporre l’argomento che i lavoratori sono stanchi di essere sfruttati e quindi preferiscono forme di sostegno e assistenzialismo. Anche in Germania è così?

“In Germania abbiamo il reddito minimo di 13 euro all’ora, che tuttavia per i lavoratori è pochissimo. Poi qui a Berlino, come in tutta la Germania, l’inflazione è altissima. Fino a poco tempo fa un giovane che decideva di stare a Berlino aveva la sua stanza a 300 euro, ora ce ne vogliono almeno 600 al mese. Per una famiglia andare a fare la spesa è un problema”.

Il tuo settore, la ristorazione, come se la passa a Berlino?

“La gastronomia sta morendo, l’Iva è al 19%. Per un periodo è stata al 7 perché c’è stata di mezzo la pandemia, ora i costi sono aumentati, quindi abbiamo alzato i prezzi dei menù altrimenti sarebbe stato impossibile andare avanti. Ovviamente per le famiglie è diventato impossibile andare a mangiare al ristorante, i locali chiudono”.

Torni spesso a Scanzano, la tua città, la prossima volta cosa vorresti trovare di nuovo?

“A me Scanzano turisticamente piace così com’è, ancora molto selvaggia per certi aspetti naturalistici. Mi piacerebbe allo stesso tempo trovare un territorio più evoluto. Ho letto le cronache di questi giorni che riguardano Scanzano, ho appreso di un’inchiesta che coinvolge il sindaco di Scanzano in carica, Pasquale Cariello, per uno pseudo inchino fatto nei confronti della famiglia Scarcia.

Trovo la vicenda ridicola e lo dico da cittadino che non ha votato per Pasquale Cariello. Penso che debba avere la possibilità di lavorare e portare avanti nella legalità il progetto politico che ha proposto alla città con gli altri componenti della maggioranza.

Pasquale Cariello può avere altre pecche ma per quanto lo conosco io, questa no.

Sono preoccupato perché in questi casi i cittadini possono perdere la fiducia verso le istituzioni”.

Altri progetti, Pino?

“Da decenni sono convinto e penso di aver dimostrato che i ristoranti lucani all’estero sono il bigliettino da visita della Basilicata nel mondo.

Sono come delle ambasciate, chi va nei ristoranti lucani, e mangia lucano, poi ha voglia di andare in Basilicata.

Ho in programma di mettere insieme tutti i ristoranti lucani presenti in Germania per fare rete. Inoltre, voglio fare una ricognizione di tutte le giovani menti lucane che sono qui in Germania. Fare un censimento di queste persone, che in molti casi sono ingegneri, donne e uomini con menti geniali e creative, che sono il futuro della Basilicata anche se vivono fuori. Sono convinto che l’amore che hanno verso la loro regione è sempre forte, anzi è ancora più forte quando si è fuori, pertanto hanno tanto da dare.

Lascio i miei contatti e mi metto a disposizione dei ristoratori e dei ragazzi geniali e delle loro famiglie: ristoratorilucani@gmail.com

Flavia Pennetta: la tennista pugliese che raggiunse il tetto del mondo

in Quattro Chiacchiere

Flavia Pennetta è nata nel febbraio 1982 a Brindisi ed è considerata ancora attualmente la tennista pugliese più forte. Il punto più alto della sua carriera coincide senza dubbio con la vittoria degli US Open nel 2015, in una finale che già di per sé era storica. L’avversaria era infatti Roberta Vinci e le due hanno dato vita ad uno scontro tutto italiano in uno dei più prestigiosi palcoscenici mondiali. Lo Slam statunitense, infatti, insieme a Wimbledon, Roland Garros e Australian Open va a costituire il Grande Slam e la vittoria di uno di questi (o tutti, ancor di più) permette alla tennista in questione di rimanere negli annali di questa disciplina sportiva. Non a caso, infatti, Pennetta è stata per anni una delle migliori protagoniste dei grandi tornei internazionali e tenuta in alta considerazione sia per quanto riguarda i pronostici che le scommesse sul tennis mondiale. Il successo nel 2015 è arrivato quando l’atleta aveva già compiuto 33 anni d’età, battendo così il record di tennista più anziana a trionfare in uno Slam per la prima volta. Anche per questo, probabilmente, ha maturato la decisione di ritirarsi dal tennis giocato al termine di quell’anno, quando era ancora in un’ottima forma fisica.

Questo grande risultato sul cemento statunitense non è però stato l’unico della carriera. Anzi, sono ben 11 i titoli portati a casa nel circuito tennistico maggiore. I grandi risultati sono arrivati anche nel doppio: la vittoria dell’Australian Open su tutti nel 2011, anno in cui ha anche raggiunto la prima posizione nel ranking mondiale. La partner storica è stata Gisela Dulko, argentina con cui ha sollevato in tutto 11 sui 17 titoli complessivi vinti nel doppio. Solo in un caso vinse con Sara Errani come partner, all’Ordina Open nel giugno del 2009, sull’erba. Negli ultimi anni di carriera, invece, vinse due volte in coppia con Martina Hingins: nel 2014 al Wuhan Open e nel 2014 alla Kremlin Cup di Mosca, entrambe le volte sul cemento. Tornando però a quanto vinto nel singolare, merita certamente menzione l’Indian Wells ottenuto nel 2014. Un titolo molto prestigioso a livello internazionale e lei è stata la prima tennista italiana a portare il trofeo nella penisola. In seguito, sono riuscite nell’impresa anche Camilla Giorgi e Jasmine Paolini. Spulciando il palmarès di Pennetta, inoltre, è impossibile non notare i ben quattro ori in Fed Cup: il primo successo è arrivato nel 2006, in seguito la doppietta 2009-2010 e infine l’ultimo, nel 2013.

Analizzando invece lo stile di gioco di questa atleta, la brindisina aveva senza dubbio una predilezione per il cemento, superficie su cui ha ottenuto i maggiori traguardi. Raramente la si vedeva avanzare verso rete, prediligendo il gioco da fondo, questo nonostante il suo dritto viene ricordato come particolarmente corto, costringendo agli sprint le avversarie. Volendo invece osservare un aspetto negativo legato al gioco era la resistenza mentale, un elemento invece molto curato attualmente dalla nuova generazione di atleti, che molto spesso si avvalgono del supporto di un mental coach (come nel caso dell’attuale numero uno al mondo, Jannik Sinner).

Il gaming può essere un volano del turismo?

in Quattro Chiacchiere

L’importanza del mondo dei videogiochi è sotto gli occhi di tutti ormai da tempo. Non solo per una quantità sempre maggiore di persone che si avvicinano a questo settore ma soprattutto per l’indotto di tutto il settore, arrivando a contare svariati miliardi di dollari in tutto il mondo. La passione verso i videogiochi ha poi dato vita ad una serie di altre forme di intrattenimento che si ispirano alle saghe videoludiche. È il caso, ad esempio, di serie tv o film, alcuni anche particolarmente noti al grande pubblico come la celebre The last of Us, prodotta da HBO e proclamata dai critici come una delle migliori serie del panorama contemporaneo.

Oltre a questo, una passione per un determinato videogioco può fungere da volano per il turismo di una determinata area. È in tal senso, perciò, che il gioco può andare a incentivare il turismo, ovviamente se l’ambientazione richiama ad aree geograficamente esistenti, grandi o piccole che siano. I videogame spesso si ispirano alla storia e alle tradizioni di una località o una terra. Si pensi ad una slot come Gates of Olympus sull’antichità greca o altre su antichità romana. Ma ci sono anche videogame ispirati a film o serie tv o libri celebri. Si faccia un esempio concreto, preso dalle bellezze italiane. È il caso di Monteriggioni, sconosciuta ai più: si tratta di un comune della Toscana composto da meno di 10mila persone. Di certo non meta di un turismo di massa, anche perché l’intera regione vanta vere e proprie perle di rara bellezza come Firenze, Siena o Pisa. Eppure, Monteriggioni si è conquistata ampio seguito grazie alle vicende contenute in Assassin’s Creed. Nello specifico, il piccolo borgo toscano era il luogo originario di Ezio Auditore, il protagonista dei capitoli più fortunati dell’intera saga. Proprio da qui hanno avuto inizio le gesta del personaggio, che ha poi attraversato Firenze, Venezia e Roma, fino a chiudere l’epopea della sua vita a Costantinopoli, nel corso dell’ultimo capitolo. Ad onor del vero, va precisato che non è l’ultimo in senso assoluto per la saga ma solo il conclusivo del racconto degli Auditore.

Rimanendo in Italia, sempre in Toscana per la precisione, il turismo ha ricevuto un grande impatto anche dal Lucca Comics, strettamente legato al gaming. Dal 1995 è rinominato Lucca Comics and Games, a testimonianza dell’importanza sempre maggiore del settore dei videogiochi. Si svolge a cadenza annuale tra fine ottobre ed inizio novembre ed i numeri dei turisti e degli appassionati che si recano ogni anno alla fiera è in costante aumento. Sono quasi mezzo milione le presenze nei tre giorni di eventi, con un indotto stimato in diverse decine di milioni di euro. Oltre al ticket pagato per accedere alla fiera vera e propria, si calcola infatti tutti i ricavi ad essa strettamente collegata. Ad esempio si faccia riferimento alle strutture alberghiere della zona, che accettano prenotazioni di anno in anno perché è impossibile trovare hotel disponibili con poco preavviso. Lo stesso vale per ristoranti e commercianti del posto, che annualmente si vedono travolti da un vero e proprio fiume di turisti.

Candidatura Bernalda a Capitale italiana della cultura: “corsa di squadra”

in Quattro Chiacchiere

Candidatura della Città di Bernalda a Capitale italiana della cultura. Corsa di squadra, coinvolti anche gli altri comuni dei vicini comprensori

«La candidatura di Bernalda a Capitale italiana della cultura è una corsa di squadra, che coinvolge tutti i Comuni metapontini in un progetto di promozione e valorizzazione di un territorio, che fa della sua unicità una forza per tutta la Basilicata». Così il sindaco di Bernalda, Domenico Tataranno, ha presentato stamattina alla stampa il dossier di candidatura, realizzato dalla Fondazione “MeNO” dopo un profondo lavoro di conoscenza del territorio culla della Magna Grecia Lucana. Al tavolo con Tataranno c’erano 7 dei nove sindaci co-protagonsti della candidatura (assenti per impegni istituzionali solo i primi cittadini di Craco e Rotondella), ovvero: Domenico Albano di Pisticci, Eugenio Lucio Stigliano di Nova Siri, Rocco Oliva vice sindaco di Montescaglioso, Salvatore Cosma di Tursi, Pasquale Cariello di Scanzano Jonico, Piero Marrese di Montalbano Jonico e Enrico Bianco di Policoro. Con loro il presidente del Gal Start 2020 che sostiene il progetto, Angelo Zizzamia, e Margherita Orlando, amministratore unico della Fondazione MeNO, che ha portato i saluti del presidente Roberto Albergoni e del direttore artistico Andrea Cusumano. Assente giustificato il presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, che ha fatto arrivare il suo saluto e la promessa di un sostegno economico di due milioni di euro in caso di vittoria. Il padrone di casa Tatatanno ha espresso la sua grande soddisfazione per la risposta convinta ed entusiasta dei suoi colleghi, al di là di steccati politici e campanili. «E’ stato un percorso politico-amministrativo faticoso e lungo. -ha detto Tataranno-

I Comuni del Metapontino puntano a unire le forze fin dal 2015 con una serie di iniziative in sinergia. Penso al progetto “Magna Grecia”, già finanziato dalla Regione con 5 milioni. Mi fa piacere che si siano uniti anche Montalbano, Craco e Tursi sul solco di una storia comune.

Ringrazio tutti per questo sostegno concreto e convinto. Siamo gli antenati della civiltà europea moderna, e oggi rappresentiamo questo tipo di storia. -ha rimarcato Tataranno- Quindi con questa candidatura, al di là del risultato, dobbiamo puntare sul rafforzamento di un percorso importante per il territorio, che parla con un’unica voce e finora forse è stato un po’ sottovalutato. Il segreto è farsi conoscere, questa è la strada giusta in un’ottica di necessario “contagio” per tutti i nostri cittadini. Ringrazio la Fondazione MeNo per il grande lavoro fatto, e gli uffici comunali per il supporto non indifferente, oltre all’assessore Rocchelia Scarcella». Entusiasta anche il sindaco di Montalbano, Marrese, che ha fatto riferimento al grande esempio di Matera 2019, il cui esempio fa da modello per lo sforzo che si sta compiendo: «Crediamo nella capacità di fare rete -ha detto Marrese- siamo tutti consapevoli che per promuovere il proprio territorio occorre andare al di là dei confini e degli steccati politici. Abbiamo già dimostrato di saper fare rete, siamo ambiziosi e vogliamo raggiungere il massimo risultato; ma al di là di questo, dobbiamo sostenere il progetto per la promozione di tutto il territorio metapontino, che merita di essere conosciuto e quale occasione migliore di questa». Zizzamia ha parlato del coinvolgimento del Gal Start 2020 nell’iniziativa, lodando il progetto sinergico messo in campo. La dottoressa Orlando ha, poi, illustrato per sommi capi il lavoro fatto sul dossier sviluppato in modo sintetico per le esigenze del bando di candidatura, lodando il supporto e l’accoglienza ricevuta: «E’ un progetto di Bernalda con i 9 comuni, che insieme hanno faticato con noi. -ha detto l’Au di MeNO- Noi abbiamo vissuto in questi luoghi, per comprenderne a fondo l’essenza e le risorse. Siamo nati come spin-off di Palermo Capitale italiana della cultura, che ci ha offerto l’occasione di fare un grande lavoro. Stiamo lavorando ad Agrigento Capitale italiana della cultura 2025. La sfida di Bernalda è stata di cuore. Il nostro prossimo obiettivo è di entrare nella short list il prossimo 15 dicembre. Questa è la capacità delle città di pensare sé stesse, sull’esempio delle antiche polis dove il sindaco guida una città per il benessere di tutti. Questo territorio ha una ricchezza naturalistica importante e autentica, incontaminata, nel dossier avremmo potuto scrivere molto di più; ci sono pervenuti tantissimi progetti, ne abbiamo scelti 76 alcuni anche internazionali, e tutti gli artisti vogliono venire a conoscere questo territorio per lavorare qui». Tutti entusiasti anche i sindaci: Stigliano di Nova Siri ha parlato del suo comune che, come Bernalda, fa da cerniera alla Basilicata jonica, esaltando la capacità di fare sistema messa in campo. Cariello di Scanzano Jonico ha rimarcato l’importanza dell’unicità del tessuto produttivo metapontino, rispetto alla quale non esistono steccati politici. Sullo stesso tenore la dichiarazione di Oliva per Montescaglioso, mentre Cosma di Tursi ha espresso il suo dispiacere per la candidatura “antagonista interna” di Maratea: «Si poteva pensare a una candidatura unica -ha detto- anche perché in quella parte di Tirreno si possono ritrovare influssi della Magna Grecia. Sarebbe stato bello». Albano ha sottolineato la natura «ambiziosa del progetto, che mette in luce tutto il nostro territorio -ha detto- mettendo da parte la politica di campanile dei nostri centri. Il mio territorio, come Policoro, avrebbe voluto candidarsi ma alla fine abbiamo trovato una sintesi convinta su Bernalda, che ci permette di valorizzare e promuovere il nostro Metapontino a livello internazionale. Il dossier, a prescindere da come andrà, rimarrà per noi una traccia da seguire sempre insieme. Io ci spero e credo in questo progetto». Bianco ha, infine, sottolineato ancora una volta gli sforzi comuni nel segno della piena collaborazione. In conclusione il sindaco Tataranno ha esaltato il coinvolgimento di alcuni imprenditori locali, come Leo Chiruzzi, che ha allestito un bus di linea con i colori e gli stemmi della candidatura e dei Comuni coinvolti, che sta già girando tutta l’Italia. Un altro imprenditore bernaldese, invece, ha realizzato della t-shirt che saranno distribuite stasera nel corso dell’incontro pubblico di presentazione del dossier a tutti i sindaci partner ed alle persone coinvolte in questo avvincente cammino.

L’Italia di Mancini: la Fiaba di una Rinascita

in Quattro Chiacchiere

L’Italia di Mancini: la Fiaba di una Rinascita. Mancini ha infatti saputo implementare una filosofia di gioco avanguardistica, basata sul controllo della palla e sulla riaggressione.

La trama è di quelle degne dei più grandi romanzi epici, una storia che innalza a piena potenza il senso di patriottismo di un’intera nazione, e che ha riportato il sogno e la speranza nelle menti di adulti e bambini. Sono passati quasi quattro anni dall’incubo sportivo che ha coinvolto i nostri colori, un disastro che per lungo tempo ha affossato entusiasmi e convinzioni, rischiando di allontanare la gente dall’appassionato tifo azzurro. Quando però si raschia il fondo del barile esiste una sola possibilità, la risalita, e la nazionale italiana l’ha compiuta nel migliore dei modi, regalando al mondo intero una delle più belle favole sportive degli ultimi anni. Alla base di una rinascita vi è da sempre un valore fondamentale, la fiducia, un attributo che Roberto Mancini ha da subito elargito a tutto il gruppo, generando un clima di unione ed entusiasmo. L’Italia si è rialzata a piccoli passi, attraverso una crescita costruita e rifinita dalla competenza dell’intero staff azzurro, un lavoro di restaurazione che ha riportato grande consapevolezza nell’ambiente, una virtù che la nostra nazionale aveva perso per lungo tempo. Oggi i ragazzi del “Mancio” sono la in alto, a giocarsi la finale di un Europeo conquistata con le unghie e con i denti, imponendo la propria voglia di rivalsa su potenze come Spagna e Belgio, e riprendendosi con forza il proprio posto fra le protagoniste assolute di questo sport. Dalla mancata qualificazione ai campionati mondiali all’Olimpo delle più grandi, un triennio dal sapore di magia e dai toni a dir poco fiabeschi, in cui i colori azzurri sono tornati a splendere con grande vivacità. Non sono stati solo i valori umani a ritrasformare l’Italia in una squadra di spessore. Mancini ha infatti saputo implementare una filosofia di gioco avanguardistica, basata sul controllo della palla e sulla riaggressione, portando un calcio non solo estremamente offensivo, ma anche stilisticamente elegante e raffinato. Gli azzurri si schierano con ordine, organizzazione ed una maniacale gestione del pallone, con l’intento di imporre la propria qualità su ogni avversario. I nostri ragazzi sono dei pregevoli martelli, ma sanno essere anche dei perfetti incudini, in grado di adattarsi con grande efficacia all’avversario e prendere le giuste contromisure con intelligenza e pragmatismo. Una squadra camaleontica e moderna, in grado di reggere il confronto con chiunque, senza temere nessuno. Altro importante tassello che impreziosisce il mosaico “manciniano”

è la valorizzazione dei giovani, un punto focale del progetto, che ha portato ben 35 calciatori ad esordire in maglia azzurra, fra cui Locatelli, Barella, Pessina, Zaniolo, Raspadori e tanti altri.

Questo tipo di gestione ha notevolmente innalzato la fiducia verso i nostri giovani ed i settori giovanili italiani, dando una vera e propria sterzata rispetto alla mentalità più conservativa e gestionale del passato, incentrata sull’esperienza ed il puro status dei calciatori.
Questi ragazzi ci hanno ridato l’orgoglio di essere italiani e di gioire per questi colori, ed i risultati che continuano a susseguirsi, ormai da tre anni, valgono più di mille parole. Noi tifosi azzurri non possiamo che ringraziarli per tutti i valori che stanno riportando alla nostra nazione, e per tutto il prestigio che hanno riconquistato, con gambe, piedi e soprattutto cuore, arricchito da quel sano ed impattante senso d’appartenenza che ci contraddistingue da sempre. Grazie ragazzi, grazie per averci ridato la gioia di essere italiani.

FRANCESCO LIONETTI

Segui ilMet su Instagram

Foto da goal.com

 

#Posteitaliani: 10 lucani sulla maxi-bandiera

José Mourinho alla Roma: il ritorno dello “Special One”

in Quattro Chiacchiere

La notizia è di quelle difficili da credere, una di quelle che necessitano pizzicotti sulle guance per poterle assimilare del tutto. Il calcio italiano è stato letteralmente sconquassato dall’annuncio della Roma, che ha comunicato, in giornata 4 maggio, l’ingaggio di José Mourinho; un’operazione che ha dell’incredibile, se consideriamo lo status dell’allenatore in questione. Il portoghese è conosciuto molto bene nella penisola italica, in virtù della sua gloriosa avventura all’Inter, che lo ha consacrato fra i più grandi allenatori di quest’epoca calcistica. La sua carriera è però costellata da diverse importanti esperienze, fra cui Porto, Chelsea, Real Madrid, Manchester United e Tottenham, un percorso che ha fruttato allo “Special One” ben 25 trofei, che di fatto lo pongono fra i manager più vincenti di sempre.

La carriera di Mou vive attualmente una fase calante, ma bisognosa di stimoli e di un ambiente che gli dia entusiasmo.

Agli “spurs” era arrivato nello scetticismo generale, in quanto i vertici del Tottenham non hanno mai apprezzato il suo stile spesso troppo “colorito”. Nonostante un percorso iniziale ottimo ed un meritato approdo in finale di “Carabao Cup”, le parti hanno deciso di separarsi, anche a causa di un vistoso crollo dei londinesi nella classifica di Premier League. Il suo ultimo titolo vinto risale quindi al 2017, quando con il Manchester United conquistava l’Europa League insieme ad Ibrahimovic e Pogba. Un vincente rimane però un vincente, e la capacità di rimettersi costantemente in gioco con ambizione è una delle sue qualità più temute ed apprezzate.

La famiglia Friedkin si è mossa con grande convinzione e celerità, manifestando chiaramente la volontà di portare la società giallorossa aimassimi livelli. L’arrivo di Mourinho significa non solo un grande aumento della competitività sportiva, ma anche un upgrade non indifferente dal punto di vista economico. Riuscire adacquisire uno dei più grandi allenatori del panorama mondiale porta inevitabilmente entusiasmo, credibilità e capacità d’investimento, e questo è di per sé un grandissimo punto di partenza.L’idea dei proprietari americani è quindi quella di mettere le basi per un futuro vincente, e la mentalità di José è senza dubbio l’ingrediente più importante per realizzare un progetto di tali ambizioni.

Il portoghese ha parlato attraverso il suo profilo instagram, rilasciando le seguenti dichiarazioni: “Ringrazio la famiglia Friedkin per avermi scelto a guidare questo grande Club e per avermi reso parte della loro visione. Dopo essermi confrontato con la proprietà e con Tiago Pinto ho capito immediatamente quanto sia alta l’ambizione di questa Società. Questa aspirazione e questa spinta sono le stesse che mi motivano da sempre e insieme vogliamo costruire un percorso vincente negli anni a venire. L’incredibile passione dei tifosi della Roma mi ha convinto ad accettare l’incarico e non vedo l’ora di iniziare la prossima stagione. Allo stesso tempo, auguro a Paulo Fonseca le migliori fortune e chiedo ai media di comprendere che rilascerò dichiarazioni solo a tempo debito. Daje Roma!”. Sembra proprio che il portoghese non veda l’ora di iniziare, e il prossimo campionato si preannuncia già scintillante.

Francesco Lionetti

MER-B? No, solo una grande Opportunità.

in Cultura/Quattro Chiacchiere

Se ci fosse un nome per indicare quelli della mia generazione, forse quello più evocativo, quello più ‘poetico’ sarebbe la ‘Moon Generation’.

Quelli nati tra il 1968 e il 1969, infatti, pur nella magnifica, pura, angelica inconsapevolezza della primissima infanzia, si sono potuti dire testimoni di un’impresa eccezionale dell’Umanità: la conquista della Luna.

Quel 20 luglio 1969, coi nostri occhietti sempre un po’ annoiati ed assonnati, sorretti a mezz’asta dai nostri genitori tutti esaltati dal grande, storico momento, davanti alle televisioni rigorosamente in bianco e nero che avevamo all’epoca, abbiamo assistito, con la telecronaca del mitico Tito Stagno, all’allunaggio di Armstrong ed Aldrin (Collins, poverino, era rimasto in orbita per riportare i suoi compagni a casa dopo l’allunaggio).

Conquistata la Luna con una serie di imprese storiche (fatta eccezione per lo sfortunato Apollo 13, che mancò la Luna e rischiò di perdersi nello spazio profondo), dagli anni Novanta, dopo la lunghissima vita dello Shuttle Atlantis, la Nasa e l’ESA hanno collaborato per la realizzazione di un sogno: quello della conquista di Marte.

Il Pianeta Rosso non è fuori dalle nostre possibilità, ma prima di inviarvi i primi astronauti era necessario conoscerlo meglio: e la visione al telescopio non era ritenuta sufficiente.

Nasce così, moltissimi anni fa, una trentina circa, il progetto di inviare sul nostro ‘pianeta cugino’ dei rover, degli automi semoventi che potessero svolgere in piena autonomia riprese, esperimenti, verifiche ‘on the field’.

Fu così che, nell’estate del 2003, col fiato sospeso per la temerarietà dell’impresa, la NASA ha lanciato verso Marte il MER-B 1 ed il MER-B 2 (MARS EXPLORATION ROVER 1 – 2).

Progettati per durare tre mesi o poco più, questi due rover, capaci di muoversi fra rocce, in crateri e in condizioni atmosferiche che qui da noi ci farebbero paura, sono durati invece, uno cinque anni abbondanti, ed OPPORTUNITY, quello di cui parliamo oggi, ben quattordici anni, diventando così il più grande successo di un’esplorazione spaziale a targa USA.

In 5111 giorni di permanenza su Marte, la sonda Opportunity ha potuto inviare qui sulla Terra milioni di dati di ogni tipo sull’atmosfera, sulla composizione del terreno, sui fenomeni meteorologici, sismici, vulcanici del nostro pianeta cugino, arricchendo le conoscenze degli scienziati in vista del primo ‘ammartaggio’ che si spera di poter realizzare entro il 2050, per chi avrà, come noi nel 1969, la fortuna di vederlo.

Opportunity è stato dichiarato ufficialmente ‘morto’ dalla NASA il 13 febbraio 2019: ma per tutti noi, come avviene per gli eroi che conquistano l’eternità, le sue ruote ed i suoi occhietti elettronici sono ancora in cerca della verità sulla superficie del Pianeta Rosso.

Shangri-La tra mito, letteratura e turismo. Come si riesce a rovinare anche il sogno e la fantasia.

in Cultura/Quattro Chiacchiere

Ciascuno di noi, nel suo piccolo, ha la sua Utopia.

Non ho sbagliato a scriverla con la ‘u’ maiuscola: voglio proprio dire che ognuno di noi crede, spera di poter costruirsi, almeno virtualmente, o trovare, alla fine di una lunghissima ricerca, un luogo dove non solo poter trovare la pace che manca ai nostri giorni, ma in cui poter essere se stessi, in maniera libera, fanciullesca, pura, senza dover fare più i conti con l’ipocrisia, la doppiezza e la gratuita malvagità del quotidiano.

Achab aveva individuato la sua terra ideale, il ‘giardino dell’Odio’  tra le assi impeciate del suo Pequod, all’affannosa ricerca di quel gigantesco nemico degli abissi che gli aveva tranciato una gamba; i personaggi del filma da Oscar ‘Mediterraneo’ si erano ritagliati un paradiso di verità e di pace nella lontana, minuscola e dimenticata isola di Kastellorizo; molti, tra Ottocento e Novecento, sono andati alla ricerca, spesso vana, della loro Atlantide.

Per i più colti, dire Shangri-La significa tante cose: ricerca di purezza, ricerca di primitività, ricerca del Non-Luogo della perfezione dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. In questo senso, una Shangri-La la possiamo trovare dovunque, eventualmente anche in un particolare luogo della nostra città o proprio a casa nostra (per i più fortunati ed ‘illuminati’).

Ma c’è gente che all’esistenza di una vera Shangri-La ci crede davvero: pensano davvero che, in Tibet, sui settemila metri, praticamente tra le montagne e tra le nuvole, ci sia questo luogo magico e meraviglioso in cui potersi scoprire diversi, magari migliori.

Purtroppo non è così: Shangri-La, nome bellissimo, musicale, poetico è l’invenzione letteraria di James Hilton, autore di ‘Orizzonte perduto’ best-seller del 1933 poi diventato film nel 1937. Hilton aveva letto di una mitica Shambala nei testi sacri tibetani e da quella suggestione si era fatto guidare dalla sua penna nella creazione e descrizione di un mondo fantastico in cui si viveva centocinquant’anni, si moriva poco e benissimo, non si era legati alle cose materiali e si era riuscito a cancellare tutti quelli che noi chiamiamo peccati capitali come l’ira, l’avarizia, l’invidia, la superbia, la gola, l’accidia e la lussuria.

Questa è la semplice, cruda, scarna verità. Ahimé.

Ma, a volte, la verità è insopportabile ed anche antieconomica: per cui è meglio viaggiare sulle ali della fantasia.

Per questa ragione, costruita ‘ad hoc’ ed ‘ex-novo’, Shangri-La, una Shangri-La turistica, tutta pseudo-casette tibetane, hotel e ristoranti è stata costruita sotto lo pseudo-monastero di Senze Ling, in una località del Tibet cinese che appartiene alla regione dello Yunnan.

Lì, frotte di turisti asiatici ed occidentali, gasati dal fatto di appartenere ad un’elite di iniziati capaci di trovare e godersi una rarità come Shangri-La, stanno trasformando un angolo di paradiso in una sorta di nuova ‘Las Vegas della spiritualità’ non lontana dalle vette del  Karakal.

Nei silenzi pneumatici e mistici di quelle latitudini, di quelle altezze aeronautiche, in cui l’ossigeno si fa desiderare, stanno penetrando, irrefrenabili, le chiacchiere fastidiose, gli urli e gli schiamazzi sguaiati, le fisime e le fregole di un nuovo turismo ‘mistico’ che di religioso e spirituale ha ben poco.

Ma si sa: davanti al Dio Denaro, tutto il resto scompare. Anche Shangri-La.

Il bello di chiamarsi Jojo.

in Cultura/Quattro Chiacchiere

Chiariamoci subito: quello di cui parlerò in questo articolo non ha niente a che vedere col giochino stupido che facevamo da bambini facendo srotolare e riarrotolare un disco intorno ad una cordicella: quello era lo yoyo o comunque lo chiamavate voi.

Jojo, invece, è una moda, una mania, per alcuni una verità rivelata.

Dietro queste due sillabe facili facili, infatti, c’è niente po’ po’ di meno che una vera industria fatta da una sola persona.

Mai e poi mai, il 19 maggio del 2003, Tom e Jessalynn Siwa avrebbero pensato che quello scricciolo biondo che tenevano amorevolmente tra le loro braccia di neogenitori sarebbe diventata, prima dei sedici anni, una star idolatrata da milioni di ragazzini e ragazzine in America e nel mondo: per loro, quella neonata pacioccona e dormiente, era semplicemente Joelle Joanie Siwa, loro figlia.

Jojo, invece, seguendo le orme della madre, istruttrice di danza professionista, è diventata una provetta ballerina, ha imparato a cantare e recitare e si è subito lanciata nel dorato mondo della televisione diventando la piccola star della televisione americana in una trasmissione intitolata ‘Dance Moms’.

Da lì, la carriera è stata tutta in discesa: altre apparizioni in tv, la produzione di dischi e soprattutto un’attività ‘social’ da far paura persino a Chiara Ferragni. La sua canzone più amata ‘Boomerang’ che parla di lotta al bullismo (soprattutto’cyber’) è stata cliccata la bellezza di 450.000.000 di volte. Se la piccola Jojo avesse guadagnato anche solo un centesimo di dollaro a click, sarebbe diventata già miliardaria.

Ma Jojo non è solo una brava ballerina e cantante: sa anche gestire benissimo la sua immagine di teenager tipica americana tutta colori sgargianti, fiocchi, punti-luce e trucco glitterato.

Per farla breve, tra gadgets e linee di giocattoli e di complementi d’abbigliamento che portano il suo nome, il mondo del business americano si sta divertendo parecchio.

Non tutti, ovviamente, pendono dalle santi-pubblicizzate labbra della giovane cittadina del Nebraska: anche alla stupidaggine televisiva c’è un limite. Ma Jojo va come un treno e, per adesso, nulla sembra poterla fermare.

Se, però, Jojo Siwa ha un minimo di sale in zucca, dovrebbe, andando su Internet, studiare molto bene cosa è successo a tante precoci star come lei dalla Hollywood degli anni Trenta ai giorni nostri: forse così capirebbe che continuare gli studi, farsi una cultura e capire il mondo nei prossimi anni potrebbe rivelarsi per lei fondamentale quando, a trent’anni, non potrà più vestirsi come la controfigura di un cartone animato giapponese, ma dovrà affrontare una cosetta piuttosto complicata come la vita vera.

Auguri Jojo!

Carnival Row: tra Jack lo Squartatore e le Cronache di Narnia, ma con uno sguardo ai successi del Trono di Spade.

in Cultura/Quattro Chiacchiere

Se le ambientazioni vittoriane vi fanno impazzire; se le vie fumose delle città inglesi della seconda metà dell’Ottocento sono lo sfondo dei vostri sogni e dei vostri incubi; se gli slums industriali ed i cocchieri in livrea anglosassoni sono la vostra fissazione, allora la nuova serie di Amazon, Carnival Row, disponibile in italiano dal novembre 2019, farà per voi. Ve lo garantisco.

E tuttavia, se doveste amare l’irreale, etereo mondo delle fate, degli gnomi, degli elfi, dei giganti, dei mostri e di tutte quelle strane creature né umane né ferine né divine che popolano tante fiabe e tanti racconti per i bambini e i ragazzi, signori miei, Carnival Row avrà pane per i vostri denti. E’ sicuro.

No, non mi sono confuso: non preoccupatevi!

E’ che Carnival Row, nuova serie di Amazon Prime Video, contiene proprio tutti e due gli elementi che ricordavo prima: un’affascinante ambientazione vittoriana, seppur ambientata in una fantastica città detta Burgue, ed una trama e personaggi che potrebbero essere stati creati da Clive Staple Lewis, autore delle Cronache di Narnia.

E si: infatti, alla storia criminale legata all’ispettore Rycroft Philostrate, che cerca di fare il suo lavoro in una realtà cittadina sempre più brutale e incomprensibile, si affianca la storia di una particolarissima Fae (un essere fatato, con tanto di ali che fuoriescono dal cappottino) chiamata Vignette Stonemoss, che, pur seguendo col cuore una storia d’amore impossibile, si trova malgré soi invischiata in un brutto giro dal quale sarebbe meglio che uscisse quanto prima.

Per pungolarvi, voglio solo sottolineare che l’ispettore è interpretato da Orlando Bloom e la Fata da Cara Delevigne: e già questo, solo per curiosità, dovrebbe essere un elemento di paurosa attrattività della serie.

Ancora più magnetiche, tuttavia, sono le ambientazioni e la sontuosità delle scenografie, degli effetti speciali, dei costumi, persino delle comparse per le quali non si è badato a spese.

I più coraggiosi e curiosi lo hanno seguito direttamente in lingua inglese da fine agosto: per tutti gli altri, dal 22 novembre, credo che nascerà un nuovo ‘cult’, tipo ‘Trono di Spade’, legato a questa serie che, se non perfetta e un po’ troppo ‘politically correct’, si mostra interessante sotto tanti punti di vista.

Buona visione a tutti, allora.

Torna su