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Raffaele Pinto

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MER-B? No, solo una grande Opportunità.

in Cultura/Una finestra sul Mondo

Se ci fosse un nome per indicare quelli della mia generazione, forse quello più evocativo, quello più ‘poetico’ sarebbe la ‘Moon Generation’.

Quelli nati tra il 1968 e il 1969, infatti, pur nella magnifica, pura, angelica inconsapevolezza della primissima infanzia, si sono potuti dire testimoni di un’impresa eccezionale dell’Umanità: la conquista della Luna.

Quel 20 luglio 1969, coi nostri occhietti sempre un po’ annoiati ed assonnati, sorretti a mezz’asta dai nostri genitori tutti esaltati dal grande, storico momento, davanti alle televisioni rigorosamente in bianco e nero che avevamo all’epoca, abbiamo assistito, con la telecronaca del mitico Tito Stagno, all’allunaggio di Armstrong ed Aldrin (Collins, poverino, era rimasto in orbita per riportare i suoi compagni a casa dopo l’allunaggio).

Conquistata la Luna con una serie di imprese storiche (fatta eccezione per lo sfortunato Apollo 13, che mancò la Luna e rischiò di perdersi nello spazio profondo), dagli anni Novanta, dopo la lunghissima vita dello Shuttle Atlantis, la Nasa e l’ESA hanno collaborato per la realizzazione di un sogno: quello della conquista di Marte.

Il Pianeta Rosso non è fuori dalle nostre possibilità, ma prima di inviarvi i primi astronauti era necessario conoscerlo meglio: e la visione al telescopio non era ritenuta sufficiente.

Nasce così, moltissimi anni fa, una trentina circa, il progetto di inviare sul nostro ‘pianeta cugino’ dei rover, degli automi semoventi che potessero svolgere in piena autonomia riprese, esperimenti, verifiche ‘on the field’.

Fu così che, nell’estate del 2003, col fiato sospeso per la temerarietà dell’impresa, la NASA ha lanciato verso Marte il MER-B 1 ed il MER-B 2 (MARS EXPLORATION ROVER 1 – 2).

Progettati per durare tre mesi o poco più, questi due rover, capaci di muoversi fra rocce, in crateri e in condizioni atmosferiche che qui da noi ci farebbero paura, sono durati invece, uno cinque anni abbondanti, ed OPPORTUNITY, quello di cui parliamo oggi, ben quattordici anni, diventando così il più grande successo di un’esplorazione spaziale a targa USA.

In 5111 giorni di permanenza su Marte, la sonda Opportunity ha potuto inviare qui sulla Terra milioni di dati di ogni tipo sull’atmosfera, sulla composizione del terreno, sui fenomeni meteorologici, sismici, vulcanici del nostro pianeta cugino, arricchendo le conoscenze degli scienziati in vista del primo ‘ammartaggio’ che si spera di poter realizzare entro il 2050, per chi avrà, come noi nel 1969, la fortuna di vederlo.

Opportunity è stato dichiarato ufficialmente ‘morto’ dalla NASA il 13 febbraio 2019: ma per tutti noi, come avviene per gli eroi che conquistano l’eternità, le sue ruote ed i suoi occhietti elettronici sono ancora in cerca della verità sulla superficie del Pianeta Rosso.

Shangri-La tra mito, letteratura e turismo. Come si riesce a rovinare anche il sogno e la fantasia.

in Cultura/Una finestra sul Mondo

Ciascuno di noi, nel suo piccolo, ha la sua Utopia.

Non ho sbagliato a scriverla con la ‘u’ maiuscola: voglio proprio dire che ognuno di noi crede, spera di poter costruirsi, almeno virtualmente, o trovare, alla fine di una lunghissima ricerca, un luogo dove non solo poter trovare la pace che manca ai nostri giorni, ma in cui poter essere se stessi, in maniera libera, fanciullesca, pura, senza dover fare più i conti con l’ipocrisia, la doppiezza e la gratuita malvagità del quotidiano.

Achab aveva individuato la sua terra ideale, il ‘giardino dell’Odio’  tra le assi impeciate del suo Pequod, all’affannosa ricerca di quel gigantesco nemico degli abissi che gli aveva tranciato una gamba; i personaggi del filma da Oscar ‘Mediterraneo’ si erano ritagliati un paradiso di verità e di pace nella lontana, minuscola e dimenticata isola di Kastellorizo; molti, tra Ottocento e Novecento, sono andati alla ricerca, spesso vana, della loro Atlantide.

Per i più colti, dire Shangri-La significa tante cose: ricerca di purezza, ricerca di primitività, ricerca del Non-Luogo della perfezione dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. In questo senso, una Shangri-La la possiamo trovare dovunque, eventualmente anche in un particolare luogo della nostra città o proprio a casa nostra (per i più fortunati ed ‘illuminati’).

Ma c’è gente che all’esistenza di una vera Shangri-La ci crede davvero: pensano davvero che, in Tibet, sui settemila metri, praticamente tra le montagne e tra le nuvole, ci sia questo luogo magico e meraviglioso in cui potersi scoprire diversi, magari migliori.

Purtroppo non è così: Shangri-La, nome bellissimo, musicale, poetico è l’invenzione letteraria di James Hilton, autore di ‘Orizzonte perduto’ best-seller del 1933 poi diventato film nel 1937. Hilton aveva letto di una mitica Shambala nei testi sacri tibetani e da quella suggestione si era fatto guidare dalla sua penna nella creazione e descrizione di un mondo fantastico in cui si viveva centocinquant’anni, si moriva poco e benissimo, non si era legati alle cose materiali e si era riuscito a cancellare tutti quelli che noi chiamiamo peccati capitali come l’ira, l’avarizia, l’invidia, la superbia, la gola, l’accidia e la lussuria.

Questa è la semplice, cruda, scarna verità. Ahimé.

Ma, a volte, la verità è insopportabile ed anche antieconomica: per cui è meglio viaggiare sulle ali della fantasia.

Per questa ragione, costruita ‘ad hoc’ ed ‘ex-novo’, Shangri-La, una Shangri-La turistica, tutta pseudo-casette tibetane, hotel e ristoranti è stata costruita sotto lo pseudo-monastero di Senze Ling, in una località del Tibet cinese che appartiene alla regione dello Yunnan.

Lì, frotte di turisti asiatici ed occidentali, gasati dal fatto di appartenere ad un’elite di iniziati capaci di trovare e godersi una rarità come Shangri-La, stanno trasformando un angolo di paradiso in una sorta di nuova ‘Las Vegas della spiritualità’ non lontana dalle vette del  Karakal.

Nei silenzi pneumatici e mistici di quelle latitudini, di quelle altezze aeronautiche, in cui l’ossigeno si fa desiderare, stanno penetrando, irrefrenabili, le chiacchiere fastidiose, gli urli e gli schiamazzi sguaiati, le fisime e le fregole di un nuovo turismo ‘mistico’ che di religioso e spirituale ha ben poco.

Ma si sa: davanti al Dio Denaro, tutto il resto scompare. Anche Shangri-La.

Il bello di chiamarsi Jojo.

in Cultura/Una finestra sul Mondo

Chiariamoci subito: quello di cui parlerò in questo articolo non ha niente a che vedere col giochino stupido che facevamo da bambini facendo srotolare e riarrotolare un disco intorno ad una cordicella: quello era lo yoyo o comunque lo chiamavate voi.

Jojo, invece, è una moda, una mania, per alcuni una verità rivelata.

Dietro queste due sillabe facili facili, infatti, c’è niente po’ po’ di meno che una vera industria fatta da una sola persona.

Mai e poi mai, il 19 maggio del 2003, Tom e Jessalynn Siwa avrebbero pensato che quello scricciolo biondo che tenevano amorevolmente tra le loro braccia di neogenitori sarebbe diventata, prima dei sedici anni, una star idolatrata da milioni di ragazzini e ragazzine in America e nel mondo: per loro, quella neonata pacioccona e dormiente, era semplicemente Joelle Joanie Siwa, loro figlia.

Jojo, invece, seguendo le orme della madre, istruttrice di danza professionista, è diventata una provetta ballerina, ha imparato a cantare e recitare e si è subito lanciata nel dorato mondo della televisione diventando la piccola star della televisione americana in una trasmissione intitolata ‘Dance Moms’.

Da lì, la carriera è stata tutta in discesa: altre apparizioni in tv, la produzione di dischi e soprattutto un’attività ‘social’ da far paura persino a Chiara Ferragni. La sua canzone più amata ‘Boomerang’ che parla di lotta al bullismo (soprattutto’cyber’) è stata cliccata la bellezza di 450.000.000 di volte. Se la piccola Jojo avesse guadagnato anche solo un centesimo di dollaro a click, sarebbe diventata già miliardaria.

Ma Jojo non è solo una brava ballerina e cantante: sa anche gestire benissimo la sua immagine di teenager tipica americana tutta colori sgargianti, fiocchi, punti-luce e trucco glitterato.

Per farla breve, tra gadgets e linee di giocattoli e di complementi d’abbigliamento che portano il suo nome, il mondo del business americano si sta divertendo parecchio.

Non tutti, ovviamente, pendono dalle santi-pubblicizzate labbra della giovane cittadina del Nebraska: anche alla stupidaggine televisiva c’è un limite. Ma Jojo va come un treno e, per adesso, nulla sembra poterla fermare.

Se, però, Jojo Siwa ha un minimo di sale in zucca, dovrebbe, andando su Internet, studiare molto bene cosa è successo a tante precoci star come lei dalla Hollywood degli anni Trenta ai giorni nostri: forse così capirebbe che continuare gli studi, farsi una cultura e capire il mondo nei prossimi anni potrebbe rivelarsi per lei fondamentale quando, a trent’anni, non potrà più vestirsi come la controfigura di un cartone animato giapponese, ma dovrà affrontare una cosetta piuttosto complicata come la vita vera.

Auguri Jojo!

Carnival Row: tra Jack lo Squartatore e le Cronache di Narnia, ma con uno sguardo ai successi del Trono di Spade.

in Cultura/Una finestra sul Mondo

Se le ambientazioni vittoriane vi fanno impazzire; se le vie fumose delle città inglesi della seconda metà dell’Ottocento sono lo sfondo dei vostri sogni e dei vostri incubi; se gli slums industriali ed i cocchieri in livrea anglosassoni sono la vostra fissazione, allora la nuova serie di Amazon, Carnival Row, disponibile in italiano dal novembre 2019, farà per voi. Ve lo garantisco.

E tuttavia, se doveste amare l’irreale, etereo mondo delle fate, degli gnomi, degli elfi, dei giganti, dei mostri e di tutte quelle strane creature né umane né ferine né divine che popolano tante fiabe e tanti racconti per i bambini e i ragazzi, signori miei, Carnival Row avrà pane per i vostri denti. E’ sicuro.

No, non mi sono confuso: non preoccupatevi!

E’ che Carnival Row, nuova serie di Amazon Prime Video, contiene proprio tutti e due gli elementi che ricordavo prima: un’affascinante ambientazione vittoriana, seppur ambientata in una fantastica città detta Burgue, ed una trama e personaggi che potrebbero essere stati creati da Clive Staple Lewis, autore delle Cronache di Narnia.

E si: infatti, alla storia criminale legata all’ispettore Rycroft Philostrate, che cerca di fare il suo lavoro in una realtà cittadina sempre più brutale e incomprensibile, si affianca la storia di una particolarissima Fae (un essere fatato, con tanto di ali che fuoriescono dal cappottino) chiamata Vignette Stonemoss, che, pur seguendo col cuore una storia d’amore impossibile, si trova malgré soi invischiata in un brutto giro dal quale sarebbe meglio che uscisse quanto prima.

Per pungolarvi, voglio solo sottolineare che l’ispettore è interpretato da Orlando Bloom e la Fata da Cara Delevigne: e già questo, solo per curiosità, dovrebbe essere un elemento di paurosa attrattività della serie.

Ancora più magnetiche, tuttavia, sono le ambientazioni e la sontuosità delle scenografie, degli effetti speciali, dei costumi, persino delle comparse per le quali non si è badato a spese.

I più coraggiosi e curiosi lo hanno seguito direttamente in lingua inglese da fine agosto: per tutti gli altri, dal 22 novembre, credo che nascerà un nuovo ‘cult’, tipo ‘Trono di Spade’, legato a questa serie che, se non perfetta e un po’ troppo ‘politically correct’, si mostra interessante sotto tanti punti di vista.

Buona visione a tutti, allora.

Il nuovo terrorismo che angoscia l’America. L’avanzata del suprematismo bianco.

in Cultura/Una finestra sul Mondo

Tutti coloro che, l’11 settembre 2001 avevano più o meno dai vent’anni in su, molti dei quali oggi sono seri e posati padri (e madri) di famiglia (e alcuni addirittura già nonni), ricordano bene come, da quel momento, che ha rappresentato una tragedia planetaria e non solo statunitense, il focus di ogni attenzione dei servizi di sicurezza e dei network d’informazione mondiali sia diventato il fondamentalismo terroristico islamico.

Per anni, abbiamo vissuto nel sospetto dell’altro, del diverso da noi, soprattutto se questa diversità e quell’alterità erano connesse con l’appartenenza al grande e per molti misterioso mondo islamico.

Decine di inchieste ufficiali e non, giornalistiche, radiofoniche, televisive e sulla Rete ci hanno proposto letture più o meno paurose ed agghiaccianti del pericolo islamico: addirittura un presidente di non grande genio, ma di straordinaria fortuna politica e personale, come George Bush, ha potuto fare il bello e cattivo tempo per due mandati, proprio a causa di quel traumatico evento.

Poi c’è stato Obama, portatore inizialmente di grandi speranze, ma anche lui, alla fine, appiattito sulla retorica anti-islamica e fobico-terroristica che lo spinse, in una con la immarcescibile Clinton, a dare la caccia ed ammazzare nel suo rifugio Osama Bin Laden (lo stesso che, per anni, con la sua famiglia, aveva fatto affari ed aveva avuto eccellenti rapporti ben più che diplomatici con gli U.S.A.; ma questa è un’altra storia).

Obama si è fatto i suoi due bei mandati pieni (2008/2016), aprendo, con la sua politica fallimentare da molti punti di vista, la strada all’affermazione dell’improbabile Trump che, adesso, si prepara per la campagna di rielezione che si terrà nel prossimo anno a novembre.

Nel frattempo, in America e nel mondo, sono successe tante cose, cose che col terrorismo islamico e col mondo arabo non hanno proprio nulla a che vedere: eppure è morta della gente, sono morti uomini innocenti, ragazzi, bambini e i sopravvissuti, disperati, stanno combattendo con tante domande assillanti e tanti quesiti a cui pochissimi sembrano voler dare una risposta.

Quella che si sta profilando già da alcuni anni negli Stati Uniti, già sotto la presidenza Obama, è una nuova emergenza democratica: quella del terrorismo bianco.

Se prima le fattezze del terrorista disegnato nell’immaginario collettivo prendevano quelle del siriano, del libanese, del libico coi capelli e gli occhi neri, il colorito olivastro ed il linguaggio pieno di aspirazioni proprie delle terre dei minareti e dei muezzin, oggi il vero problema, il reale pericolo per gli americani (e per tanti europei che non si rendono conto di questa nuova emergenza) è che il ‘terrorista’ che prepara l’attentato, che piazza la bomba o che entra armato più di Rambo in un centro commerciale e fa una strage, ebbene, quest’uomo è spesso un W.A.S.P., un whithe anglo-saxon protestant, un bianco di un metro e ottanta, biondo e con gli occhi azzurri, dall’inglese fluente, sposato, con figli, devoto praticante di questa o quella chiesa cristiana più o meno di nicchia.

Già dieci anni fa, Cassandra inascoltata dal governo americano, Daryl Johnson, analista del DHS (Department of Homeland Security) aveva rivelato il pericolo che, nel suprematismo bianco, nell’estremismo di destra internazionale, nei rigurgiti neonazisti e nelle nostalgie a tre ‘K’ (Ku Klux Klan) si nascondesse la nuova bomba ad orologeria della società statunitense. Ora, quelle intuizioni che popolavano decine di report segretissimi, sono finite nel saggio ‘Hateland’ dello stesso autore.

Persino Christopher Wray, direttore del Federal Bureau of Investigation (FBI), nella sua audizione di fronte alla camera dei deputati U.S.A. dell’aprile 2019 ha affermato che la minaccia del suprematismo bianco è persistente e pervasiva.

La rivista specialistica Vice News va ancora oltre, parlando della possibilità che si sia creata o si stia creando una sorta di internazionale nazifascista transnazionale, proiettata ad una futura ‘guerra razziale’ che tenga insieme i tanti, troppi ‘cani sciolti’ dell’estremismo anarcoide di destra americano e non. Che poi le reti ideologiche nazifasciste sulle quali viaggiano i messaggi di odio e di violenza fossero trasversali da una parte all’altra dell’Atlantico ce lo aveva già detto anche il direttore di Moonshot CVE qualche tempo fa.

Alcuni analisti, addirittura, temono che, all’interno delle forze armate americane, esistano (e vengano ben sopportate) sacche di razzismo, di estremismo ideologico e politico bianco o di simpatia per le dottrine neonaziste: è di poco tempo fa l’arresto di un tenente della Guardia Costiera, cinquantenne, sposato e padre di due figli, arrestato con un vero arsenale in casa (cinque fucili, sei pistole, tre mitra di cui uno da campo e munizioni per farci una guerra) accusato di aver ideato l’omicidio politico di numerose personalità delle istituzioni e dell’informazione a stelle e strisce.

Prima il nemico lo si immaginava lontano, differente, incomprensibile nella lingua e nelle abitudini religiose, alimentari e di abbigliamento: ora il nemico è affianco a noi, forse, addirittura, dentro di noi.

E gli americani ne hanno paura.

Centotrentun’anni da una leggenda nera: 31 agosto 1888-31 agosto 2019.

in Cultura/Una finestra sul Mondo
Una ricostruzione di una delle strade di Whitechapel a Londra alla fine dell'Ottocento.

Non era mai stata una fortunata Mary Ann Nichols, che però gli amici e i clienti chiamavano affettuosamente Polly.

Figlia di un fabbro, sposa a sedici anni, madre di cinque figli, finì presto per consolare le proprie pene nei fumi dell’alcool, lo svago a poco prezzo delle classi proletarie dell’Occidente industrializzato durante tutta la seconda metà del XIX secolo.

Più volte allontanatasi dal marito, probabilmente fedifrago e violento, la povera Mary Ann cominciò lentamente, dal 1881, la sempre più veloce discesa agli inferi dell’abiezione umana entrando e uscendo di galera, lavorando per brevi periodi come cameriera per famiglie non ricche e continuando a rubare ed ubriacarsi, che erano le uniche due cose che le riuscivano bene.

Piuttosto male in arnese, con l’ultima risorsa rimasta nella storia a molte donne povere e sfortunate, Mary Ann, presa una camera in affitto con altre sue colleghe, iniziò a prostituirsi nel quartiere meno chic di Londra, Whitechapel, in quell’East End di clangori ferrosi, fuliggine, grigiore e smog tipici di un insediamento operaio di una città industriale moderna.

Eppure, quel quartiere, cinque secoli prima, era un posto ameno e tranquillo e aveva preso il nome da una piccola cappella di campagna (allora l’East End ‘era’ una campagna) intitolata a Santa Maria Matfellon ed era questa la ragione per cui si era chiamato ‘Whitechapel’ cioè il quartiere della Cappella Bianca.

Quartiere sempre un po’ bohemién, abitato da esuli come Marx e Mazzini, artisti squattrinati, bari, attori in cerca di contratto e fortuna e varia altra umanità alla deriva, era anche, però, la sentina di Londra, il luogo in cui il peccato, declinato in tutti i modi possibili e immaginabili, era a portata di mano e a buon mercato.

In quel quartiere, da qualche anno, Mary Ann si concedeva a gente di passaggio per mezza sterlina, un quarto di sterlina o anche meno: a volte bastavano due buoni boccali di birra e mezz’ora d’amore era assicurata.

La notte tra il 30 e il 31 agosto 1888, una notte fredda, piovosa e schifosa, che non sembrava affatto estiva, Mary Ann, Polly, non avrebbe mai pensato di entrare nella storia: anche perché le era già difficile entrare nelle locande del quartiere o nella stanzetta della sua pensione perché non poteva mai pagare i suoi conti.

Pensava di fare soldi, di fare solo un po’ di soldi, bere e tornare a casa a dormire qualche ora prima di vagare ancora come un fantasma per le strade in cerca di clienti. Pensava questo la povera Polly. Ma le andò male.

Le si avvicinò un cliente (o forse lei cercò, ubriaca, di abbordarlo: non lo sapremo mai): era un tipo elegante, vestito con tanto di mantello lungo e scuro, cilindro e mani guantate. Pensava che magari ad uno così si sarebbe potuta chiedere addirittura una sterlina, invece che pochi pennies.

Si sbagliava, la povera Polly.

Quell’uomo elegante e silenzioso, prima che lei potesse accorgersene, tirò fuori un lungo, luccicante coltello ed iniziò a colpire con freddezza e precisione: e per Polly, Mary Ann Nichols Walker all’anagrafe di Londra, fu il buio per sempre.

Alle prime luci del 31 agosto 1888 due carrettieri si fermarono vicino al suo cadavere: non era propriamente cadavere perché il corpo era ancora caldo e i due uomini giurarono che respirasse ancora quando le si erano avvicinati (anche loro, forse, a quell’ora, avevano già messo in corpo diversi bicchieri di buon rum per poter dire una tale stupidaggine). Ma era un povero corpo di prostituta adagiato in un lago di sangue. Arrivarono presto il primo poliziotto e poi il medico che ne constatò la morte, confermando che l’assalto era avvenuto pochissimo tempo prima.

Mary Ann Nichols, Polly, voleva solo guadagnare disonestamente qualche soldo e farsi una bella bevuta per dimenticare il suo passato e il suo presente: voleva soltanto tornare a casa prima dell’alba per farsi qualche ora di sonno.

Non avrebbe mai pensato di diventare la prima vittima di Jack lo Squartatore.

Poveretta.

Un ‘assassino’ estremamente delicato. Storia di Marlon James.

in Cultura/Una finestra sul Mondo
Marlon James

Immaginate di essere nato in Jamaica, di essere un tipico nerd, di avere come prevalente e forse unica passione quella per la lettura (e quindi di vivere più in un mondo di fiction che in un mondo reale), di non fare e non essere interessato agli sport, di amare la buona musica (tipo quella degli Eurythmics o dei Pet Shop Boys), di venerare Bob Marley come persona prima che come musicista e infine di essere gay e non poterlo dire a nessuno: avete immaginato tutto questo?

Bene: è quello che è successo a Marlon James che, a dirlo così potrebbe essere uno dei tanti gangsta-rap della migliore tradizione e che, invece, è il vincitore di premi come il Man Booker Prize 2015, il National Book Critics Cicle Awards, dell’Anisfield-Wolf Book Award e del Minnesota Book Award: che sarebbe come dire, per un regista italiano, aver vinto il Nastro d’Argento, il David di Donatello o il Taormina Film Festival.

Autore di libri di grande successo, tradotti in molte lingue, come Le donne della notte, Il diavolo e John Crow e soprattutto Breve storia di sette omicidi, Marlon James è riuscito a fondere in una sapiente lega la sua ottima formazione scolastica, l’origine medio-borghese, le sue radici jamaicane, la sua attuale esistenza americana, le tante esperienze lavorative e la capacità di cogliere personaggi e slangs nelle opere che lo hanno reso uno scrittore vincente sempre pronto a scalare classifiche e aspirare a premi.

Ma non è per questo che vi ho parlato di questo scrittore capace di parlare di omicidi come mia nonna sarebbe stata capace di parlare dei suoi ricami, con la stessa pacata levità, con la stessa grazia antica ed ora sconosciuta di cui alcuni esseri straordinari sono in possesso: no.

La storia di Marlon James è una storia di speranza.

Pur convinto di poter, addirittura di ‘dover’ fare lo scrittore, il simpatico James per settantotto volte (78!) ha inviato i propri manoscritti alle più disparate case editrici americane, vedendoseli sempre bocciare, rifiutare, restituire.

Era arrivato alla determinazione che, dopo un così ragguardevole numero di rifiuti, si poteva anche concepire la fine di una carriera neanche iniziata: ed ha iniziato a fare il pubblicitario, il grafic designer ed altre amene attività mini-pagate.

Ad un suo professore di scrittura creativa che gli chiedeva racconti, faceva finta di non averne e di non essere capace di scriverne: finché un amico non fece pervenire, a sua insaputa, uno dei suoi migliori racconti sulla posta elettronica del suo insegnante di scrittura che, nel giro di pochi giorni, fu capace di trovargli un editore e quindi un pubblico.

No: la storia di Marlon James non è una storia di successo. E’ prima di tutto una storia di speranza ed è con questo spirito che la condivido con voi.

Fatene tesoro.

Bordelli 3.0. La nuova frontiera del sesso.

in Una finestra sul Mondo
Una esemplare di robo-prostituta in tenuta professionale.

Cosa il prossimo faccia dal punto di vista sessuale, con chi, dove e come sono tutti fatti che riguardano esclusivamente i singoli individui.

C’è chi si eccita guardando i meloni, chi guardando le zucchine; c’è chi ama il chiuso, il buio e il silenzio della camera da letto e chi gli spazi aperti, ventilati ed illuminati della natura incontaminata; c’è, magari, chi prova un’attrazione pericolosa per le delicatissime farfalle e chi ama colpirsi gioiosamente in zone intime con pesanti mazze da baseball. Ripeto: sono fatti loro e che ciascuno trovi la sua pace nel luogo e nel modo che più gli aggrada, senza danneggiare se stesso e gli altri.

Ma davvero la fantasia dell’uomo nell’ambito della lussuria non ha confini e questo, giornalisticamente, ma anche intellettualmente, m’interroga e m’intriga non poco.

Che la professione più antica del mondo abbia prosperato in ogni latitudine e in ogni condizione è cosa nota a tutti: le etére greche avevano sandali che imprimevano nella polvere la seducente parola ‘seguimi’; al seguito degli eserciti medievali c’erano schiere di ragazze e donne che vendevano per pochi spiccioli la loro virtù; la lunga storia delle case chiuse e della prostituzione, di alto o basso rango, è terminata solo alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso; e infine, nelle strade delle grandi città italiane, da nord a sud, ancora oggi c’è un’ampia scelta di alternative che vanno dal brivido della trasgressione estrema al banale mercimonio di mezz’ora d’amore.

Fin qui nulla di strano o di nuovo: o forse no.

E si: perché in Europa ed in Asia si sta diffondendo una nuova (come posso definirla?) ‘moda’ sessuale, per niente economica e piuttosto ‘di nicchia’ ad un primo sguardo.

Infatti, per somme che vanno dagli ottanta ai centottanta euro, alcune ‘case d’appuntamento’ di nuovissimo conio permettono di ‘vivere una storia passionale’ con una donna-robot o qualcosa che le assomiglia moltissimo.

Normalmente le ‘donne-robot’ a disposizione sono di quattro tipi: una caucasica (vale a dire una tipologia euro-americana bianca/capelli biondi), una di tipo afro, un’asiatica e un personaggio da cartoni animati.

Quando il primo robo-bordello ha aperto a Torino ci sono state prenotazioni da tutta l’Italia del Nord: donne, uomini e coppie hanno prepagato anche cifre importanti (tra i 360 e i 400 euro) per avere per più ore a disposizione le ‘professioniste’ robotiche della casa d’appuntamenti. A Barcellona il successo è stato ancor maggiore. E pare che il mercato sia ancora agli inizi con promettentissime aspettative di crescita.

Ribadisco che in guerra ed in amore tutto è lecito: e che Dio ci perdoni. Ma la tristezza di dover comprare addirittura il tempo di un robot, di una pseudo-bambolona pseudo-vivente, testimonia di una paurosa solitudine, di una crescente paura e insicurezza nelle relazioni interpersonali e di uno svilimento progressivo di un settore, come quello dell’amore a pagamento, che, nei decenni e nei secoli passati, è anche stato, a modo suo e con tutti i suoi limiti e defaillances, fonte di ispirazione per tanti artisti e sognatori.

Mi sa, però, che quel tempo è proprio finito.

Gli auto-reclusi: storie dal mondo di chi non vuole il mondo.

in Una finestra sul Mondo

Che la società capitalistica fosse ipercompetitiva e fortemente stressante, ne eravamo già certi da moltissimo tempo.

Ma che, oltre alle dipendenze classiche da sostanze (nicotina, droghe e alcool), ci fosse una nuova malattia strisciante, che poi malattia in senso classico non è, questo ci lascia sbalorditi.

I giapponesi, che hanno conosciuto questo problema già oltre trent’anni fa, chiamano i colpiti da questo strano ‘morbo’ hikikomori, che più o meno dovrebbe significare, in quella complessa lingua, ‘coloro che si ritirano’.

Il fenomeno degli hikikomori, inizialmente, sembrò interessare soltanto giovanissimi, tra il 14 ed il 25 anni, con un picco inquietante intorno ai 17 anni.

Questi ragazzi, in Giappone, ma non solo, decidevano, in una progressione inquietante di atteggiamenti sempre più patologici, di ritirarsi non solo in casa, ma proprio in camera, uscendone solo per mangiare ed espletare i propri bisogni fisiologici: il resto del tempo era occupato in letture, film e giochi elettronici.

Una recente indagine statistica (2016) ha valutato in almeno mezzo milione i giovani giapponesi afflitti da questo nuovo ‘male’ che si va ad assommare ai tanti danni che questa società consumistica ha arrecato a tutti noi: ma adesso il problema appare un po’ più complesso.

Infatti, oltre alla platea di giovanissime vittime di questa nuova malattia della relazione e del comportamento, c’è un nuovo popolo di auto-reclusi, vale a dire tanti quarantenni e cinquantenni che, stritolati da un sistema troppo competitivo e troppo pieno di aspettative, letteralmente si nascondono in casa dei genitori regredendo ad una dimensione filiale forzata in cui dipendono da padri e madri ottantenni o novantenni.

La cosa ha talmente preoccupato il governo giapponese, da portare all’approvazione di una legge speciale che prevede, alla morte del genitore, la corresponsione di una pensione minima alle persone affette da questa forma di disabilità comportamentale che interessa una platea non inferiore alle seicentomila persone, che sono, però, solo quelle ufficialmente censite dal sistema sanitario giapponese.

Il problema, ovviamente, non è solo giapponese: anche negli States e nella cara, vecchia Europa ci sono molti teenagers e alcuni adulti che proprio non riescono a sopportare l’impatto con una società che ci richiede tutti e sempre performanti. Lo dimostra il fatto che in Italia è nata una onlus che s’interessa proprio del drammatico problema degli hikikomori del Belpaese.

Un articolo on-line non è il luogo adatto per una disamina clinico-psicologica di un fenomeno tanto allarmante: ma, dal punto di vista sociologico, mi pare che sia importante sottolineare che questa nostra società dovrebbe rivedere parecchi suoi punti di riferimento e dovrebbe davvero permettere a tutti, come suggerisce la costituzione degli Stati Uniti d’America, di esercitare il diritto alla ricerca della felicità, che non sempre fa rima con successo sociale ed economico.

Una riflessione più approfondita a riguardo, non guasterebbe.

Titanic forever. Una piccola ricorrenza intorno al mistero e al fascino dello sfortunato transatlantico.

in Una finestra sul Mondo

All’apparire della parola ‘Titanic’ si evocano in noi le immagini più diverse.

I più romantici immaginano le signore eleganti, i balli, il lusso e quella meravigliosa scalinata, la Grand Staircase, scendendo dalla quale, in vestito da sera, qualunque donna, anche la più insignificante, si sarebbe sentita una regina.

I drogati d’avventura, invece, immaginano il comandante E.J. Smith ed i suoi giovani e coraggiosi ufficiali alle prese col panico dei passeggeri, con le scialuppe penzoloni sull’acqua dell’oceano e con la propria paura da dissimulare perché, come disse loro il comandante, loro “erano inglesi”.

Per i più giovani, e per gli amanti del cinema, è inutile dire che l’immagine che si dipingerà nella mente al solo citare il magico nome sarà quella di Kate Winslet  e Leonardo Di Caprio che si abbracciano innamorati sulla prua della nave.

Ma c’è un terzo gruppo di persone per cui il Titanic è una cosa viva, palpitante, reale, presente: sono gli esperti della nave e dell’affondamento che potremmo definire ‘titanicologi’.

Per loro, ma anche per noi, ricorrono quest’anno i cinque anni da una scoperta clamorosa: quella che per anni si era fatta credere una sopravvissuta del Titanic, la mitomane Helen Kramer, era in realtà un’imbrogliona.

La Kramer aveva tentato, a partire dal 1940, di farsi passare per Loraine Allison, la duenne figlia di Hudson e Bess Allison, che, insieme al loro secondo figlio Trevor, si erano imbarcati sul Titanic il 10 aprile del 1912.

La Kramer aveva fatto questo perché gli Allison erano una ricchissima famiglia canadese e a lei poteva far comodo rientrare in qualche modo nell’asse ereditario.

Dopo le ricerche sul DNA della Kramer, morta nel 1992, e su alcune bisnipoti di Hudson Allison e di sua moglie Bess, la professoressa Oost, una genetista canadese, nel 2014, a 102 anni dall’immane tragedia, ha dimostrato, senza ombra di dubbio, che non poteva esservi legame di parentela tra la Kramer e gli Allison, chiudendo una diatriba che era andata avanti per oltre cinquant’anni, con un ulteriore strascico ultraventennale.

Magari la Kramer non ha risolto il dilemma del famoso ‘Bambino sconosciuto’ né ha aiutato a risolvere altre annose domande rimaste aperte da quella tragica notte tra il 14 ed il 15 aprile del 1912: ma il Titanic rimane sempre il Titanic. Non c’è niente da fare.

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