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Raffaele Pinto

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Un nuovo lavoro: la giornalpittrice. Breve storia di Molly Crabapple.

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Aleppo bombardata in un dipinto/cronaca di Molly Crabapple

Tutti noi sappiamo che questo mondo è in continua, vorticosa evoluzione e se da questa parte dell’oceano le cose procedono velocemente, dall’altra addirittura corrono all’impazzata verso il futuro e l’innovazione.

Anche nel settore del lavoro molte antiche e nobili professioni, pur resistendo all’usura del tempo, hanno perso e perderanno ancora molto del loro smalto, lasciando spazio ad altri lavori, magari svolti con lauree simili, ma in contesti completamente diversi.

Dall’America, terra da cui abbiamo già importato i bloggers e gli youtubers, ci arriva l’idea, la proposta di una nuova professione: quella di giornalpittore.

In particolare, a far diventare nota ed importante questa nuova professione a scavalco tra cronaca ed arte, è stata Molly Crabapple, una bella, intelligente e volitiva ragazza di New York che espone niente po’ po’ di meno che al famosissimo MOMA (Museum of Modern Art della Grande Mela).

Molly (che in realtà si chiama Jennifer, ma ha sempre odiato il suo nome di battesimo) ha avuto una vita sulla quale volentieri si girerebbe un film: bambina affetta da disturbo oppositivo-provocatorio, ha con difficoltà terminato le superiori. Vissuta a Parigi per un certo periodo, modella di nudo e ballerina di burlesque, ha fatto del disegno, dell’illustrazione, della pittura la sua vita, dando però a questa bella professione un taglio di vivacità e di dinamismo fuori dal comune.

Infatti, Molly, con i suoi disegni, dal vivo o tramite sms fortunosamente inviati a lei da amici che le scrivono da zone di guerra o inaccessibili alla carta stampata, ha descritto realtà dure e giornalisticamente molto interessanti come Guantanamo, come il movimento di Occupy Wall Street, come la guerra in Siria e come le roccaforti dell’ISIS.

Giornalista, quindi, donna impegnata politicamente, sicuramente, ma anche e soprattutto grande artista, se è vero come è vero che molti critici hanno accostato le sue opere grafiche a grandissimi del passato come Peter Bruegel il Vecchio o addirittura Henry de Toulouse-Lautrec o ad artisti più moderni come Fred Harper.

Una giornalista, un’intellettuale ‘malgré soi’, una pittrice e una disegnatrice che sicuramente incontreremo ancora nel panorama artistico mondiale dei prossimi trent’anni.

La pentola magica: l’idea di Sarah Collins.

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Il Wonderbag e il suo semplicissimo funzionamento

Per noi occidentali che magari, spesso e volentieri, per ragioni di lavoro, saltiamo il pranzo e rimandiamo tutto al crepuscolo e alla sua quiete; per noi che, se lavoriamo in azienda, abbiamo la sala mensa come luogo-principe deputato al pranzo; per noi, infine, che, quando proprio siamo costretti da obblighi imprescindibili, torniamo a casa per scaldare al micro-onde o friggere in padella dei piatti pronti che avrebbero fatto rabbrividire le nostre nonne; ebbene, per tutti noi ricchi e felici abitanti della parte fortunata del mondo cucinare non significa poi un granché, ad onta del fatto che in televisione è tutto un proliferare di cucine e cucinini di chef sedicenti stellati.

Ma, in gran parte dell’Africa e dell’Asia, al contrario, cucinare è un’impresa.

Innanzitutto, non essendoci di norma condotte del gas o linee elettriche, in gran parte del Terzo e del Quarto Mondo si cucina all’aperto sul caro, vecchio fuoco di legna dei nostri progenitori delle caverne: e quel tipo di fuoco non è regolabile con una manopola.

Per badare a quei fuochi migliaia di donne, ragazze e bambine consumano letteralmente la loro vita alla ricerca di legna da ardere e a controllare le fiamme perché non divampino troppo o non si spengano per poca cura. E tutte quelle ore vengono sottratte al lavoro ed alla scuola.

Per di più, cucinare sul fuoco di legna significa contribuire ad abbattere il patrimonio forestale del pianeta a ritmi costanti, aggiungendo al danno anche la beffa dei tanti incendi dovuti al mancato controllo dei tanti, troppi fuochi liberi accesi dovunque dentro e fuori dai villaggi.

Ed infine c’è il discorso dell’inquinamento da combustione di carbone che si va ad aggiungere a tutti gli altri di natura chimica che già abbondano.

Per rimediare a tutti questi problemi e ad altri correlati, un’inventrice sudafricana, Sarah Collins, in collaborazione con la Unilever, ha dato vita al Wonderbag.

L’idea è questa: dopo aver cotto su fuoco vivo per almeno venti minuti ciò che si deve preparare per pranzo o per cena, s’inserisce la pentola, tolta dal fuoco e con tutto il coperchio, dentro un contenitore che, a prima vista, sembra un pouf da salotto e invece è un geniale ritentore di calore che permette di cucinare a puntino e mantenere caldo per ore il cibo che si stava preparando nella pentola sul fuoco.

In questo modo, a cascata, si hanno i seguenti benefici: 1) le mamme (africane ed asiatiche) che spendevano otto ore al giorno davanti al fuoco possono ora lavorare e produrre redditi e benessere per la propria famiglia; 2) le ragazze e le bambine, d’aiuto alle loro mamme, invece che abbandonare precocemente la scuola e finire, magari, spose bambine abusate ed infelici, la possono frequentare con buoni risultati fino al diploma, assicurandosi una qualità di vita migliore; 3) i neonati esposti ai fumi di legna per tante ore non soffrono più di malattie dell’apparato respiratorio; 4) i mariti rompiscatole hanno il loro stufato ed i loro fagioli preferiti perfettamente cotti e magnificamente caldi in qualunque ora tornino da lavoro.

Va detto anche che, per permettere la diffusione di questo dispositivo semplice e geniale, venduto già in oltre 750.000 pezzi nel mondo, la Wonderbag ha attivato una linea di donazioni che permette con 20 dollari di aiutare direttamente una famiglia o un gruppo di famiglie di acquistare un Wonderbag, con 80 dollari di  procurare in zone di particolare disagio 40 pasti ipernutrienti per bambini iponutriti, con 200 dollari di assicurare per un anno colazione, pranzo e cena ad un bambino di aree povere del mondo e con 4000 dollari di fondare quello che si chiama un Wonderfeast, cioè un centro nutrizionale Wonderbag con oltre 150 Wonderbag disponibili, un centro educazionale nutrizionale per donne e ragazze e tanti altri mezzi di superamento della malnutrizione e della fame.

Ditemi voi se Sarah Collins non merita tutto il nostro apprezzamento.

SMS per la vita: la start-up nigeriana di Babymigo.com.

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Una simpaticissima neonata nigeriana.

Forse, quando studiava all’università di Ladoke Akintola (la LAUTECH) in Nigeria, Adeloye Olanrewaju non pensava che, qualche anno dopo, sarebbe stato individuato, con la sua società, tra le migliori cinquanta start-up del mondo e che avrebbe ricevuto numerosi premi in giro per il mondo.

D’altronde, anche vedendolo ora, che è l’amministratore delegato di una serie di fortunate iniziative imprenditoriale, il dr. Olanrewaju non sembra più che un simpatico ed atletico ragazzotto in salute dell’Africa centrale.

E invece no.

Questo giovane imprenditore africano ha messo insieme solidarietà e business creando una società che, dal novembre 2017 ha già registrato l’iscrizione di oltre 90.000 utenti ed ha l’ambizioso scopo di ridurre la mortalità infantile nigeriana (ed africana in genere) del 45% entro il 2020: roba non da poco.

Il gioco è semplice: una donna in attesa (o una neomamma) s’iscrive a questo servizio di SMS ad un costo accessibilissimo e può, ventiquattro ore su ventiquattro e trecentosessantacinque giorni l’anno, porre qualunque tipo di domanda relativa alla propria salute o a quella del suo bambino, sapendo che, in poco tempo, al massimo alcune ore, arriverà via sms una risposta che potrà fugare ogni dubbio su come allattare, come svezzare, come curare e come mantenere in perfetta salute psicologica e fisica il nuovo arrivato della famiglia.

In Nigeria nascono ogni anno circa dieci milioni di bambini che vivono anche in zone rurali in cui non solo gli ospedali, ma nemmeno gli ambulatori sono cose a portata di mano: ma ancor di più, ogni anno, per parto o per complicanze successive, muoiono oltre ottocento donne nigeriane a cui nessuno poteva dare informazioni su cosa fare prima, durante e dopo il parto. Salvare queste mamme e quei bambini con questa idea, per quanto ci riguarda, è qualcosa di favoloso.

Auguri, allora alla Babymigo.com e lodi al dr. Olanrewaju per la sua splendida idea.

Hard brexit vs Soft brexit? No. Badbrexit.

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Theresa May. premier inglese

La telenovela inglese che vede i due verbi ‘remain’ e ‘leave’ al centro del dibattito politico da tanti, troppi mesi, é giunta al suo più osceno, inguardabile epilogo: oggi, per la terza volta, la titolare del N. 10 di Downing Street si é vista bocciare un piano a cui forse lei per prima non crede.

La vicenda, se non avesse del ridicolo, avrebbe sicuramente degli aspetti grotteschi ed inaspettati: nella culla della democrazia, nella patria del parlamentarismo, nel paradiso del rispetto delle leggi ogni razionalità, ogni buon senso, ogni logica sono venuti meno.

Il 52% degli inglesi, in un referendum perfettamente costituzionale, svoltosi nel modo più corretto e trasparente possibile, in uno scontro aperto, forte e prolungato tra i ‘remainers’ ed i ‘brexiters’, si é pronunciato in maniera netta a favore di un’uscita rapida, drastica, senza troppe diplomazie e fronzoli. Questa decisione democratica, nel giro di due inutili anni di tira e molla (in cui le ambizioni personali di molti leaders inglesi si sono sommate ad indicibili ragioni puramente economiche) é stata turlupinata giocando sui bizantinismi di una euroburocrazia che é una delle cause più evidenti del ritorno dei nazionalismi e dei populismi.

Si é teorizzato, profetizzato, argomentato, arguito, discusso e ridiscusso di ‘hard’ brexit o ‘soft’ brexit facendo balenare tanto nell’uno quanto nell’altro caso scenari agghiaccianti che vanno al di là di ogni ragionevolezza e buon senso. Mancava solo il problema irlandese per complicare ulteriormente le cose.

La May, che pensava erroneamente di essere la reincarnazione bimillenial della Thatcher (mentre sta risultando sempre più simile alla versione horror di ‘Tata Mathilda’ in chiave ministeriale) ha per tre volte tentato di condividere il proprio vangelo brexiter senza ottenere ascolto e consenso: dopo tre volte nella polvere, se farà ancora finta di niente potrà iniziare, credo, a scrivere ottime sceneggiature per film di fantascienza, perché probabilmente vive in un mondo parallelo, fantastico appunto, dal quale si rifiuta di guardare in faccia la realtà.

Ormai la disputa non é più tra una hard o una soft brexit: se il parlamento britannico non porrà un argine a questa sua autodissoluzione, il gioco finale sarà quello tra una bad od una worst brexit. Certo la scelta non ci entusiasma.

E non dovrebbe entusiasmare neanche loro.

Beto o Beth? Il dilemma del Partito Democratico Americano per le presidenziali del 2020.

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Il giovane deputato O'Rourke, in corsa per la nomination democratica alle presidenziali del 2020.

Si fa presto a dare Trump già per spacciato. Significa essere osservatori o critici disattenti pensare che le tante gaffes, i tanti scivoloni comunicativi, politici, organizzativi dell’attuale presidente degli Stati Uniti possano davvero aver fatto crollare il solido zoccolo di consenso col quale ‘The Donald’ ha umiliato la Clinton nel 2016. Sarebbe un grave errore dare i Democratici vincitori certi delle prossime presidenziali del 2020.

Trump è riuscito a intercettare, e detiene ancora in grossa parte, un consenso che definire trasversale è poco: un miliardario fanatico e per molti aspetti politically not correct come lui, ha dragato milioni di voti in tutti gli stati e gli strati e, benché in odio all’establishment di Capitol Hill e alla stampa americana, ancora oggi riuscirebbe ad attrarre il proletariato e sottoproletariato urbano e rurale di mezza America, pescando, con altrettanta nonchalance, tra i simpatizzanti del suprematismo bianco così come tra gli evangelici, tra le minoranze etniche e la piccola borghesia wasp delusa dalle politiche della crisi, tra i disillusi democratici e tra i critici repubblicani.

Premesso questo, tanti, troppi candidati democratici cercheranno di ottenere la nomination per sfidare Trump e sottrargli la soddisfazione di un secondo mandato.

Torna alla carica Sanders, per molti più adatto a una bella, comoda, lussuosa casa di riposo che ad una presidential run; si presentano un paio di governatori ed ex-governatori anche di stati importanti (da Hickenlooper, ex-governatore del Colorado a Jay Inslee, attuale governatore dello stato di Washington), tanti senatori (Klobuchar, Booker, Gillibrand), un sindaco (Castro) ed una influencer di Twitter (Marianne Williamson).

Massimo rispetto e un sincero ‘in bocca al lupo’ a tutti loro: quindici minuti di notorietà, come è noto, non si negano a nessuno.

Ma, mettendo un po’ di distanza e di distacco dalle vicende americane, viste le cose del partito democratico statunitense qui dall’Italia, personalmente suggerirei di seguire con molta attenzione la corsa alla nomination di due personaggi che, fra la folla dei pretendenti, mi pare che abbiano quell’aplomb, quel curriculum, quella capacità comunicativa che un buon candidato presidente dovrebbe avere a priori.

Mi riferisco a Beto O’Rourke e a Elizabeth Warren.

Beto (che in realtà si chiama Robert Francis) ha un che di kennediano, nell’aspetto e nel curriculum: se eletto, arriverebbe alla Casa Bianca a soli quarantotto anni (è del 1972), espressione di una generazione che chiede giustamente di poter rappresentare partiti e Paesi un po’ in tutto il mondo. Di origine gallese-irlandese, è cattolico, ma ha studiato in una delle migliori università wasp, la Columbia, dove si è laureato in Letteratura Inglese. Consigliere comunale ad El Paso, quindi pronto a cercare e trovare il consenso dei tanti ‘latinos’ che abitano negli USA, è stato deputato al Congresso dal 2012 al 2018. Sconfitto da Ted Cruz per un seggio al Senato, è uno dei più brillanti sconfitti nella corsa ad un seggio senatoriale. Ha ufficializzato la sua candidatura il 14 marzo 2019.

Beth (Elizabeth) Warren, senatrice di lungo corso, donna del 1949 fieramente nonna, con due figli e due matrimoni alle spalle, presidente della commissione obamiana sulla supervisione delle attività economiche del Senato, è stato nominata da Time tra le 100 persone più influenti del mondo.

Sandersiana, prima di essere clintoniana, la Warren, docente di diritto commerciale ad Harvard, ha grinta(appartiene a famiglia della piccola borghesia combattente americana, quella sospesa tra ‘salvazione e dannazione’), fegato, competenze e determinazione: ha ufficializzato la sua candidatura per il partito democratico il 9 febbraio 2019.

Mi sbaglierò, ed è possibile che nessuno dei due poi corra effettivamente per la Casa Bianca: ma fino a quel momento, fino alla fatidica nomination, io li terrei d’occhio e con un certo interesse.

Vedremo.

Un portachiavi per bere: breve storia di TESTDROP PRO© .

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Dopo esserci divertiti a inquinare tutto l’inquinabile, persino l’etere e le nostre coscienze, come esseri umani ci siamo accorti che forse, e da un pezzo, avevamo superato qualunque limite della decenza e della razionalità.

Gli inquinatori, infatti, si sono resi conto che avevano quasi segato il ramo su cui erano seduti e si sono fermati inorriditi: qualche altro colpo ben assestato e la vivibilità di questo nostro pianeta azzurro e infelice si sarebbe andata a far benedire per sempre.

Nell’Occidente sviluppato questa paura, questa tensione ormai palpabile fra gli elementi naturali, spesso gravemente compromessi, e gli uomini ha portato ad una coscienza, ad una vigilanza ecologica che evita, quasi sempre, tragedie e drammi: ma ci sono parti del mondo in cui dei problemi del terreno, delle acque superficiali e di falda e dell’aria ci si interessa poco o nulla, credendo che non ci sia niente di cui preoccuparsi.

Sapendo questo, e con una capacità di visione non solo imprenditoriale davvero eccezionale, la società israeliana Lishtot (che in ebraico vuol dire ‘bere’) ha inventato un piccolo dispositivo che definire geniale è poco.

Si tratta del TESTDROP PRO© che, grazie alle proprietà dei campi elettrici, riesce a dire, in pochi secondi, se l’acqua di una fonte, di un lago, di un fiume sia potabile o no.

Gli inquinanti più diffusi, biologici e chimici, infatti cambiano le proprietà del campo elettrico dell’acqua e questo apparecchio israeliano, della grandezza di una chiave elettronica di una nostra automobile o poco più, dà risultati affidabili in tempo reale e a costi accessibili.

Per tanti paesi al mondo in cui si crede di poter bere da qualunque fonte senza problemi, andando però incontro a rischi spaventosi, è un’invenzione più che utile e necessaria: è qualcosa d’indispensabile che, magari, per altre ragioni, dovrebbe diffondersi anche in Occidente dove spesso le certezze che avevamo stanno evaporando come gocce d’acqua nel deserto.

Non è romantico? La nuova rom-com di Netflix.

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La simpatica Rebel Wilson, protagonista di 'Isn't it romantic'

Per i cultori della piattaforma più ‘cool’ della televisione italiana di oggi e soprattutto per coloro che non si fanno fermare dall’ostacolo dell’inglese (perché la passione per il cinema lo rende bello ed interessante tutto, anche quello in cinese mandarino), consiglio di godersi una simpatica commedia sceneggiata dalle brillanti penne di Erin Cardillo, Dana Fox, Katie Silberman e Paula Pell: si tratta di ‘Isn’t it romantic’.

Senza rivelarvi tutta la trama, vi dico che si tratta dell’avventura esistenziale di una ragazza ambiziosa e sfortunata, delusa dal lavoro e dalla vita e disillusa sulle capacità curative dell’amore che, dopo un incidente in metropolitana, si trova immersa in una realtà in cui lei è protagonista (involontaria e riottosa) di una sciropposa commedia romantica.

Ci sono tutti gli elementi classici: il brutto anatroccolo che si scopre bello e affascinante e desiderabile, il bel ragazzone americano tutto addominali che impazzisce d’amore per la sconosciuta Bridget Jones della situazione, l’amico gay, l’amica bellissima, ma per una volta lontana dai riflettori e via discorrendo tra le classiche situazioni a scelta tra ‘Pretty woman’, ‘Arthur’, ‘Il matrimonio del mio miglior amico’, ‘Prima o poi mi sposo’, etc.

A fare da sfondo, da palcoscenico di un’ulteriore commedia supermelensa c’è la sempre rutilante ed affascinante e magnetica New York, che da sola basterebbe a reggere la trama e l’intreccio di qualsiasi film.

A dirigere la protagonista, la bionda e pacioccona Rebel Wilson, c’è il regista Strauss-Schulson (quello, di ‘The final girls’, un horror geniale e poco psyco-gotico, che qualche anno fa ha avuto un certo successo) che ha, come nelle migliori tradizioni, individuato in Liam Hemsworth il belloccio della situazione, tutta passione e carinerie nel classico stile romantico americano.

Inutile dire che il film è stato fatto uscire in America a San Valentino di quest’anno.

Tutto calcolato. Buona visione.

VEGANO NON SIGNIFICA INSAPORE. L’invenzione della Beyond Meat e i suoi possibili sviluppi.

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Una salsiccia vegana nel suo bel panino.

Due cose temo di più al mondo: la cretinaggine e l’ignoranza. Se poi si manifestano nelle stesse persone e contemporaneamente, il livello di pericolo, per me, sale alle stelle.

Della cretinaggine parleremo in qualche altro articolo: oggi, invece, voglio parlare dell’ignoranza.

Tra le ignoranze più diffuse in questi tempi c’è sicuramente quella alimentare: si mangia senza sapere cosa dovrebbe davvero far parte di un’alimentazione sana, ci si improvvisa pericolosamente tutti dietologi ed esperti di scienze dell’alimentazione, si trinciano giudizi su questi o su quelli senza un minimo di raziocinio.

Orbene: fatta la tara di tutti gli estremismi e gli integralismi, anche alimentari e salutistici, del mondo vegano si ha ancora un’idea che, nel migliore dei casi, potrei definire confusa.

In questa nebbia conoscitiva, il mito più diffuso sulla scelta vegana è quello che i cibi di quella cultura alimentare siano tutti più o meno insapori: ma questo non era e, oggi ancor di più, non è vero.

A dimostrazione che si può mangiare vegano, e quindi sano, ma anche saporito ha contribuito, negli ultimi anni, una grossa azienda americana fondata  una decina di anni fa da Ethan Brown: dalla ricerca di questa azienda e dalla sua voglia di costruire un nuovo paradigma alimentare vegano hanno contribuito prima il Beyond Burger, ora la Beyond Sausage.

Il primo prodotto era (ed è ancora con grande successo) un hamburger completamente vegano dal sapore, dal profumo e dalla consistenza quasi indistinguibili da un hamburger di bovino classico; il secondo prodotto ha raggiunto i confini della realtà vegana, poiché altro non è che una salsiccia che con la carne di suino non ha il minimo contatto.

Saporitissima, dall’aspetto e dal profumo tipico delle salsicce ‘alla tedesca’ o ‘all’italiana’ (ce ne sono tre versioni per tutti i gusti), la Beyond Sausage ha 16 grammi di proteine, niente soia o glutine, niente ogm e tanto sapore.

Tra gli altri benefici, indiretti, queste salsicce (ed i precedenti hamburger) hanno un impatto minimo sull’ambiente consumando il 99% di acqua in meno rispetto alle salsicce normali, il 93% di terra in meno, il 90% di gas-serra in meno ed il 46% di energia in meno. E questo perché, alle loro spalle, non c’è la filiera dell’allevamento che ha avuto un impatto non indifferente sul consumo di risorse di questa grande nave spaziale chiamata Terra.

Io non sono vegano, e me ne dolgo: ma sono felice che ora chiunque possa fare la scelta salutista dell’alimentazione vegana senza rinunciare a nessuno di quei legittimi piaceri del palato che, insieme a quelli della vista (si mangia anche con gli occhi), rendono la tavola ancora uno dei luoghi migliori dove si possa trascorrere la vita.

Sempre in contatto…e senza smartphone. Le funzioni del LynQ.

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Per chi abbia un po’ di vita alle spalle è notorio che, in molte occasioni, forse in troppe, quando si va in giro con una famiglia o un gruppo di amici pieni di curiosità e di entusiasmi, si passa più tempo a controllare che siano tutti a portata di mano (o almeno di occhio) che a godersi la festa, l’evento, il concerto di turno.

Si fa presto a dire: “A me non potrebbe mai succedere”. Ricordatevi che la Legge di Murphy è sempre all’opera e tutto ciò che può andare storto va storto. Per cui, al concerto rock si entra insieme e, nella calca che spinge, travolge, preme e separa, ci si trova uno sotto il palco e l’altro all’altezza del centrocampo (i concerti amano i campi da calcio, anche se degli stessi, alla fine dei concerti rimane ben poco). Quando si va a sciare, come sempre, l’amico fanatico ex-campione condominiale di slalom gigante si fionda a valle più veloce di una slavina, mentre gli altri si attardano nei pressi della partenza, cadendo ripetutamente, oppure appena più giù perdendosi nei boschi alla ricerca dello Yeti.

Tutto questo non accadrà più.

Infatti la Indiegogo ha messo sul mercato un aggeggino tecnologico piccolo, maneggevole e fortunatamente supertecnologico, chiamato LynQ, che senza aver bisogno di campo, di 4G, di WH, di FB o di altro riesce a rimanere in contatto con altri dodici dispositivi uguali ognuno dei quali può essere impostato col nome del legittimo proprietario o momentaneo possessore.

Cosa succede quindi? Succede che se Raffaele (io, quindi) va al concertone rock di Ligabue con altri quattro cinquantenni allo sbaraglio, invece di rintracciarsi tramite avvisi della Protezione Civile, i cinque sapranno sempre esattamente dove e quanto distanti si troveranno l’uno dall’altro. Il LynQ, infatti, su un visore grande quanto una grossa moneta, indicherà i nomi degli altri quattro amici nel raggio di tre miglia e guiderà uno verso l’altro o tutti verso un punto comune scelto da uno di loro. Funzione utilissima anche per chi abbia a che fare con gruppi di bambini/ragazzi velocissimi a sparire dalla circolazione, ma anche piuttosto portati alla paura ed al panico.

In preordine il LynQ costa 89 dollari (85/86 euro): a prezzo pieno lo troverete a 149.

Ma la soddisfazione di avere tutto e tutti sotto controllo, quella, amici miei, non ha prezzo.

Bambini di tre genitori: la tecnica del MRT.

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Chi non ci è passato, non lo può capire: questo va detto preliminarmente. Chi ha sofferto o soffre per non poter avere figli patisce dolori (spirituali e materiali) indicibili e per tempi lunghissimi.

Va anche detto che nessuno è titolato a giudicare né questo articolo si vuole porre come una presa di posizione ‘pro’ o ‘contro’: qui si vuole fare solo sommessamente un po’ di semplice, sana informazione. Null’altro.

Detto questo doverosamente, possiamo passare rapidamente all’argomento di queste mie poche righe: la tecnica di inseminazione conosciuta come MRT.

Con questa sigla intendiamo la mitochondrial replacement therapy, cioè, per i meno avvezzi all’inglese, la terapia di sostituzione mitocondriale.

Iniziata in Inghilterra ufficialmente e con tanto di riconoscimento del competente ministero della salute, questa tecnica permette a genitori certi (o quasi) di avere figli con malformazioni o malattie genetiche ereditarie di sostituire, tramite una donatrice sana, una parte minimale, ma fondamentale, (intorno allo 0.1% del genoma adulto) del DNA mitocondriale.

A puro scopo informativo ricordiamo che, nei soli Stati Uniti, ogni anno, nascono almeno 800 bambini che, a causa di problemi a livello mitocondriale, appunto, vanno incontro a forme di disabilità pesantemente invalidante o anche alla morte prematura.

Inutile dire che la tecnica è invasiva e non priva di rischi e che, sia a livello medico, sia a livello bioetico, i fronti su questo argomento sono ben netti e contrapposti: da un lato, sin dal 2014, i difensori dei progressi della scienza e della tecnica affermano che, se vi è la possibilità concreta di agire a vantaggio della vita e della salute del nascituro, ogni scoperta deve essere accolta favorevolmente; dall’altro, coloro che ritengono che un intervento sul DNA mitocondriale (quello materno, per intendersi) sia da intendersi sempre e comunque come un’interferenza pesante sulla Natura e sul volere di Dio, ovviamente criticano pesantemente questa nuova metodica.

Vi è, poi, per noi comuni mortali, anche un altro e non meno preoccupante oggetto di attenzione in questa diatriba: poiché la ‘seconda mamma’, cioè la donatrice del materiale genetico sano, dovrebbe/potrebbe essere considerata a suo modo l’altra madre biologica del bambino, questo apre uno squarcio preoccupante su possibili implicazioni non solo anagrafiche, ma anche ereditarie che una situazione del genere potrebbe alla lunga creare.

Quello che è certo è che i bambini nati in Inghilterra e Stati Uniti (ed altri paesi) in questi ultimissimi anni, hanno, a tutti gli effetti, tre genitori: due che si prendono cura di loro direttamente e che risulteranno i loro unici genitori, ed una terza genitrice che, da lontano (o così almeno si spera), seguirà la crescita e la vita di questi bambini che, alla fine, sono bambini come tutti gli altri: belli, teneri, buffi e simpaticissimi e meritevoli di vivere una vita tranquilla senza necessariamente sentirsi al centro dell’attenzione del mondo.

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