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Ilenia Filareti ha pubblicato 22 articoli

Ilenia Filareti

Sylvia Plath, la poetessa che viveva sull’orlo della perfezione

in Cultura/Storie d'Inchiostro

“Morire è un’arte / come qualunque altra cosa / io lo faccio in modo eccezionale”.

In questi versi tratti dalla poesia Lady Lazarus sono custoditi  la vita e la poetica della statunitense Sylvia Plath, due rami intrecciati e inseparabili di un albero che puntano verso il cielo infinito. Questo a significare che non si può parlare della Sylvia Plath poetessa, senza parlare prima di Sylvia, la ragazza che voleva esser Dio e arrivare sempre prima degli altri per bellezza e talento. Insieme a Anne Sexton, la Plath è nota per essere una delle maggiori esponenti della poesia confessionale, genere promosso da Robert Lowell negli Stati Uniti degli anni 50′-60′.  La materia prima di questo fare poesia è il  vissuto personale del poeta e i suoi traumi. La poesia diventa un contenitore nel quale gettare tutte le cattive emozioni, l’io maltrattato.  Nella sua poesia Sylvia Plath riversa  il suo esser figlia di  genitori tedeschi emigrati nel Nuovo mondo; il rapporto conflittuale con il fratellino appena nato, l’aver perso il padre a soli otto anni, l’esser continuo oggetto delle ansie da prestazione e delle manie di perfezione della madre. I versi di Sylvia parlano del dolore per la fine del suo matrimonio con il poeta laureato Ted Hughes (sul quale aleggiano accuse e sospetti di violenze domestiche), il genio che Sylvia aveva deciso di adorare e che, come suo padre, l’ha abbandonata per sempre. Freud diceva che “Chi è felice non scrive poesia”, e Sylvia Plath sembra aver tatuato sulla sua pelle questo assunto vivendolo ogni giorno della sua breve vita. A vent’anni si registra già il suo primo tentativo di suicidio in seguito a un forte stress dovuto alla sua prima esperienza lavorativa presso il giornale di moda Mademoiselle di New York; esperienza raccontata nella sua unica opera in prosa “La campana di vetro” e nella poesia Lady Lazarus. A trent’anni, con i resti di un matrimonio andato in pezzi, e due figli piccoli, Sylvia decide di dare al mondo prova di eccellere anche nel morire.  Il mattino dell’ 11 febbraio 1963 Sylvia cura tutti i particolari : lascia la colazione per i suoi due bambini sui rispettivi comodini, apre le finestre  e sigilla con il nastro adesivo le porte delle loro camere, lascia un biglietto per il suo medico e poi accende il forno a gas ponendo la  testa nel forno aperto. Il demone della negazione che abitava in lei ha vinto la sua battaglia finale.

 

Sylvia Plath con il marito-poeta Ted Hughes

Ariel è la raccolta uscita  postuma nel 1965 delle poesie della Plath. Leggerla è per il lettore un’esperienza sconvolgente. E’ come trovarsi rinchiusi in una cella insonorizzata con un matto ed essere l’unico testimone del suo delirio; è come restare intrappolati in fondo ad un pozzo tetro e cercare aiuto, acutizzando tutti i sensi, anche quelli che si crede di non possedere. Leggere i versi di questa giovane mente disperata significa parlare con gli oggetti, con gli eventi quotidiani, con l’esser donna, madre, moglie in una lingua viva ed elettrizzante, ma sepolta da anni di conformismo e aspettative sociali. Significa parlare tramite il senso della poesia. O come diceva Robert Lowell dei suoi versi, che “giocano alla roulette russa con sei pallottole nella pistola”, nella terra di confine tra la vita e la morte. Così  come è stato.

I  suoi versi continuano a vivere per lei e a squarciare il foglio bianco con l’urlo della sua anima ferita.

 Orlo è l’ultima poesia scritta prima del fatale gesto. Buona lettura.

Caspar David Friedrich: Donna alla finestra, cm. 44 x 37, Nationalgalerie, Berlino

.

Orlo

La donna è a perfezione.

Il suo morto

Corpo ha il sorriso del compimento,

un’illusione di greca necessità

scorre lungo i drappeggi della sua toga,

i suoi nudi

piedi sembran dire:

abbiamo tanto camminato, è finita.

Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno

come un bianco serpente a una delle due piccole

tazze del latte, ora vuote.

Lei li ha riavvolti

Dentro il suo corpo come petali

di una rosa richiusa quando il giardino

s’intorpidisce e sanguinano odori

dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

Niente di cui rattristarsi ha la luna

che guarda dal suo cappuccio d’osso.

A certe cose è ormai abituata.

Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

L’ amante di Marguerite Duras. Una storia d’amore che ha il sapore di una medicina amara

in Cultura/Storie d'Inchiostro
L’abbraccio di Egon Schiele – 1917, olio su tela, 150×170 cm, Vienna, Österreichische Galerie.

 

In questo breve romanzo autobiografico Marguerite Duras ci afferra per mano e ci conduce per le buie scale che portano all’obitorio, lì dove ci mostrerà la sua anima e le sue ferite mortali. L’amante, infatti, non è solo un libro che parla di un amore travagliato tra una giovanissima e povera colona francese nel Vietnam di inizio Novecento e un ricco trentenne cinese; è anche la storia di una ragazzina (la stessa autrice) che vive in miseria senza padre, lasciata alle cure di una madre assente, alle prepotenze del fratello maggiore, dilaniata dalla sofferenza per la morte del fratello minore. Eventi che lasciano il segno, come le rughe che l’autrice descrive sul suo volto all’inizio del libro: la Marguerite Duras bambina è raccontata dalla Marguerite Duras adulta che guarda attraverso un velo nostalgico e triste il suo passato primo amore.  Con una descrizione secca, precisa, senza pudori, la Duras ci mette al corrente dei traumi, che ognuno di noi nasconde nel cuore, che l’hanno portata a essere la donna, forse prima del tempo. Una confessione autobiografica senza veli scritta sembra, in primo luogo, per se stessa, di getto, con repentini flashback e, a tratti, un arzigogolato flusso di coscienza. La Duras, ora che la tempesta è passata, ed è una donna adulta, guarda i suoi demoni in faccia. Al lettore non resta che coprire con un telo l’anima ferita della scrittrice per non bagnarla con le lacrime di commozione che verserà alla fine del racconto di questa forte passione, che, come un fiume in piena bello e spaventoso allo stesso tempo, lo travolgerà.

L’amante, uscito nel 1992, è il film diretto da Jean-Jacques Annaud tratto da questo romanzo.

 Marguerite Duras(1914-1996), è considerata una delle più grandi scrittrici francesi del Novecento. Ha vissuto nell’Indocina francese (l’attuale Vietnam) fino a diciotto anni. Rientrata in Francia nel 1932, ha preso parte alla Resistenza e ha militato nel dopoguerra nelle file del PCF a cui è stata espulsa nel 1950. La sua opera, riconosciuta nel mondo intero, conta titoli che hanno fatto epoca: Hiroshima mon amour, Moderato cantabile, Il rapimento di Lol V. Stein, In-­dia Song e L’amante, che hanno imposto il suo stile inimitabile e la sua conoscenza profonda della passione amorosa.

Incontro con l’autore Stefano Labbia e le sue “Piccole vite infelici”

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Ospite “virtuale”  della nostra rubrica è oggi il giovane (classe 84′) scrittore e artista poliedrico Stefano Labbia. Di origini brasiliane, ma nato a Roma, Stefano è autore di  due raccolte di poesie  “Gli Orari del Cuore” (2016 -Casa Editrice Leonida) e “I Giardini Incantati”( 2017-Talos Edizioni). Il Faggio Edizioni ha pubblicato nel 2018 la sua prima raccolta di racconti “Bingo Bongo & altre storie.

Piccole vite infelici , pubblicato ad ottobre 2018, è il suo primo romanzo. In un’ epoca nella quale bisogna dimostrare in un modo quasi esasperante una vita ” a mille” , perfetta sui social, con selfie dai sorrisi a trentadue denti  in feste da sballo, Stefano ha il coraggio di mettere in scena la vita precaria, senza un centesimo, povera di affetti di quattro personaggi in cerca di un posto nel mondo cinematografico, nella città regina delle cineprese, l’Eterna Roma. Senza tanti edulcorati giri di parole Stefano Labbia descrive con occhio di ” vetro”, crudo e spietato,  gli aspetti pratici del dramma esistenziale di queste anime in pena nell’inferno di una città dispersiva, caotica, cannibale. A breve la recensione di questa storia dei giorni nostri. Ora, ecco per voi l’intervista a questo meritevole autore emergente.

Se dovessi descrivere “Piccole vite infelici” con una parola quale useresti?

Innanzitutto grazie per la fantastica opportunità! Bella domanda… Credo che direi “verità”. Nel romanzo che è pura fiction, alcune interazioni, alcuni comportamenti risultano piuttosto umani. Finiamo un po’ per riconoscerci in questi quattro “sciagurati” alla ricerca di fortuna che, nonostante provino a lottare e a darsi da fare… si scontrano spesso e volentieri con un muro di mattoni. Muro che può essere la loro inettitudine, il loro pesante passato, il “nepotismo” o altro ancora.

Nel tuo ultimo libro ci hai parlato del male di vivere ,delle difficoltà di esser “umani” e giovani oggi , di entrare nel mondo del lavoro e coltivare rapporti umani sani. Cosa manca di più alla società odierna e come consigli di riparare le crepe della nostra vita attuale?

Non ho vissuto quegli anni (sono un classe 1984…) ma credo (essendo a conoscenza di racconti, aneddoti e descrizioni di quegli anni) che negli anni ’50 in Italia ci fosse più empatia, più unità. Meno competizione – non sto parlando di quella sana ovviamente… Il periodo era “particolare”: la guerra era finalmente un ricordo e c’era voglia di ricostruire (in tutti i sensi). Di tornare a vivere. C’era meno “fortuna” per tutti, economicamente parlando. Meno possibilità. Ma c’era più voglia di parlare, di condividere ciò che si aveva: sogni, ilarità e… cibo. Ma forse si era anche un filino più genuini. Meno falsi, rispetto ad oggi. Non sto dicendo che dovremmo resettare tutto e tornare a quegli anni – anche perché realisticamente non è fattibile… Ma forse dovremmo ritornare “alle basi”. Ritrovare quello spirito. Rivedere i nostri atteggiamenti, le nostre priorità. Lo dico probabilmente con un po’ di “ingenuità” ma… Credo che dovremmo vivere meno di tecnologia e di “black friday” e abbracciare quello che conta davvero: la famiglia, quello che ci fa stare davvero bene. Che ci appaga. Che ci rende davvero felici anche se solo per un attimo. Del resto… la vita non è forse fatta di istanti, di attimi che si affastellano l’uno sull’altro?

Le opere parlano meglio dei propri autori, ma siamo dei lettori un po’ invadenti e indiscreti e vogliamo scoprire qualcosa di più direttamente da te. Parlaci, ad esempio,delle tue abitudini di scrittore. Quando hai iniziato a scrivere, e quante ore al giorno dedichi a questa attività? Sei uno scrittore insonne ? Spremi le meningi o aspetti l’arrivo della tua musa ispiratrice? Riti scaramantici prima di ogni pubblicazione?

Scrivo da sempre. E scrivo ogni giorno, in qualunque situazione / condizione… La scrittura è la mia vita. Non potrei fare altrimenti… In tutta onestà scrivo ogni storia che mi “cade tra le braccia”: l’ispirazione può arrivare da ogni parte ed io sono sempre pronto ad accoglierla. Poi ovviamente c’è un lavoro dietro al “soggetto”, all’idea di base… Ma spesso viene tutto da sé. Personaggi, plot, location. Anche il genere di narrazione (film, romanzo, graphic novel) riesco ad inquadrarlo quasi subito. Non ho riti scaramantici – forse dovrei averne invece, chissà!

Di chi ti senti figlio “di penna”? Gli autori a te più cari che ti hanno accompagnato nella tua crescita letteraria e che sono tua fonte d’ispirazione.

Di tanti e di nessuno fondamentalmente… Gli autori che stimo sono tantissimi… Ma al tempo stesso ho cercato, più che di imitarli, di trovare uno stile tutto mio. Che ovviamente “adatto” di fronte alla storia che scrivo seguendo le regole che ogni forma di espressione richiede. Se dovessi citare gli autori che ho nel cuore ti direi Satre, Dostoevsky, Koestler, Lewis, Dickens, Paasilinna, Baurn, Longanesi… Ma anche Flaiano, Dumas, Harris, King, Doyle, Christie, Nicholas, Mann, Bukowski. E Shakespeare…

Melina, Maya, Caio Sano, MM: a quale personaggio sei maggiormente affezionato e a quale avresti voluto regalare un finale diverso?

I personaggi sono nati così ed avevano dentro di loro, per via del modo in cui “vivono” la loro “esistenza di carta”, già il finale incluso in sé. Noi non siamo diventati ciechi… lo siamo sempre stati. È una frase del nuovo libro che sto scrivendo che parla proprio di questo: di come viviamo le nostre vite senza badare appieno alle scelte che compiamo e di quanto, dall’esterno, sia facile “indovinare”, quasi come se fossimo mentalisti, il finale della nostra “storia”. Non ce ne rendiamo conto ma le nostre vite – e quindi anche quelle dei personaggi (ir)reali che porto spesso in scena su carta e su altri media – sono spesso scontate. Ovvie… Se si sa dove guardare… specialmente per quanto riguarda il finale. Esattamente come ogni storia che viene raccontata: quanti di voi guardando un thriller, specialmente, conosce già una situazione che accadrà, addirittura una battuta di uno dei personaggi… No non siamo tutti Sherlock Holmes. È solo che quel film l’abbiamo “vissuto” in qualche modo, mesi o anni fa sulla nostra pelle. Per questo quando si parla di cliché soffro: tutto può essere un cliché ma non per questo significa che il prodotto sia fatto male o falso. Anzi. Tiene conto delle dinamiche reali, spesso e volentieri. Ovvio che c’è cliché e cliché… Ma sto divagando. Insomma… L’umanità calca questa terra da quanto? Abbiamo avuto filosofi, grandi pensatori, psicologi, psichiatri che hanno scandagliato l’animo umano così in profondità che, senza sforzo, possiamo riconoscere chi è cosa (maschio alfa, ribelle etc.) e allo stesso tempo, possiamo facilmente intuire il finale della sua vita. Non ci sono poi così tanti percorsi, da intraprendere, se ci pensiamo… Così come non ci sono poi molti finali a nostra disposizione. Tornando alla domanda principale: credo che tra i quattro quello che abbia più da dire / dare sia Caio Sano per via del suo carattere. O meglio, mi correggo… Caio non ha un carattere… ha un caratteraccio (cit. … “pulp”). Infatti lo ritroveremo protagonista in una storia breve nella mia prossima raccolta di racconti che sarà portata in scena anche a teatro sottoforma di monologhi. Titolo? “Il padre di Kissinger era un bastardo”. Ovviamente non si parla del vero Kissinger, Segretario di stato americano anni ’60 – ’70…

Cosa ti ha spinto a parlare di questa storia? Quale è stata la tua fonte ispiratrice?

Mi sono guardato attorno. Ho colto le azioni, le reazioni, la falsità. La voglia di vincere edulcorata dall’apatia, dalla noia, dalla tecnologia, dalle manie di grandezza del mondo romano del cinema. E poi ho “condito” il tutto con un bel po’ di fantasia restando sempre saldo alle loro “esistenze”.

Hell panel from The Garden of Earthly Delights – Museo del Prado in Madrid, c. 1495–1505, attributed to Bosch.

Nel tuo libro ci hai introdotto al mondo precario e senza remunerazione dello show biz. Quanta vita vissuta da te c’è in “Piccole vite infelici”? Cioè quanto “”Stefano” , quale percentuale di  esperienze da te realmente vissute abitano le pagine del tuo scritto?

Fortunatamente ben poche… Ho “raccolto” le confessioni di conoscenti e amici che, come già messo in scena abilmente dalla serie tv “Boris” di Fox Italia, sono sotto agli occhi di tutti. Spesso non vogliamo vederle. Neanche se facciamo parte del sistema stesso. Per “comodità” o perché, come detto… siamo ciechi.

Cosa significa essere un autore emergente nello scenario letterario attuale?

La maggior parte delle volte è un sogno. Ma non posso negare che, specialmente nel nostro Belpaese, sia dura. È una sfida quotidiana… una maratona continua. Devi sempre dimostrare chi sei, cosa sai fare. Questo che tutti vedono come un limite però, per me è uno stimolo in più ad essere sempre attento, a continuare a produrre, comporre. All’estero è differente: non importa chi tu sia, quanti libri hai venduto, quanto eco tu abbia sui media, quanti followers hai “collezionato”… Ovvio che il Paradiso in terra non esiste… Ma c’è difficoltà e difficoltà. Ostacolo ed ostacolo. Ho visto moltissimi validi autori, qui nel nostro Belpaese, gettare la spugna dopo un “ko tecnico”. «Hai venduto poco. Lascia perdere.» la sentenza. Ed è un peccato perché per ogni prodotto c’è un tempo, così come per ogni cosa. Quello che adesso non è “recepito”, accolto lo sarà sicuramente fra un anno. Fra cinque. Non siamo eterni, è vero… Ma ditemi quanti autori ricordate che hanno inanellato successi uno dopo l’altro. Senza mai cadere? E quanti sono stati subito “famosi” ed hanno raggiunto le masse? Pochi. Soprattutto perché la vera sfida è competere con se stessi, non con gli altri. Almeno credo…

Scriviamo sempre per qualcuno. Chi vorresti che leggesse “Piccole vite infelici” e che messaggio vuoi che lo raggiunga?

Qualcuno durante le presentazioni romane di “Piccole vite infelici” ha “azzardato”, a mio dire, riguardo al contenuto del romanzo, un paragone con Verga ed il suo verismo. Altri sostengono che questo libro non abbia target – lettori: si può / deve leggere a tutte le età. Gli “adulti” possono conoscere i giovani precari ricchi di sogni e poveri in canna del 2000. I giovani possono rivedersi, fare un po’ di sana autocritica e confrontarsi… Sicuramente l’obiettivo che mi ero posto era quello di scatenare emozioni nel lettore di ogni età, siano esse positive o meno, rispetto ai personaggi presenti nel romanzo e alle loro decisioni. Alle loro (non) azioni, spesso… Spero di esserci in qualche modo riuscito

Nati due volte di Giuseppe Pontiggia. La disabilità raccontata dall’inchiostro di un padre.

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Padre e figlio di Fausto Pirandello. 1934

Nati due volte è uno scorrere di fotogrammi che impressionano le persone incontrate da Paolo nel suo cammino di vita: medici, professori,  i vicini di casa, i nonni, gli operatori del Centro di riabilitazione, i coetanei di Paolo, il fratello Alfredo. Si tratta di istantanee, immagini veloci descritte in modo conciso, con pochi tratti: la vita provata sulla propria pelle lascia cicatrici indelebili che si raccontano da sole e non hanno bisogno di  troppi  studiati aggettivi. Non è difficile capire, per il sentito racconto di vita vissuta, come tutto sia stato provato da Pontiggia in prima persona. Ciò che emerge è una realtà che vede il disabile in tutta la sua dignità: non una parola di pena, nessun lamento, nessuna rabbia. Le parole, né mielose né velenose, sono quelle di un padre che racconta il rapporto con il figlio con handicap, come la “gente” percepisce la disabilità di Paolo, e soprattutto, il regalo più grande che l’autore fa, come Paolo considera il resto del mondo, i suoi pensieri, le reazioni al comportamento altrui, il suo rapporto con la fede. Il padre sostiene in queste pagine la voce del figlio come nella vita reale ne sostiene il passo nel camminare. Di Paolo abbiamo  riportate poche battute, sufficienti a caratterizzarne il temperamento. Un libro sulla malattia e la morte  in senso più esteso, descritte con naturalezza, perché esse non negano la vita, ma fanno parte di essa. Pontiggia con il tocco delicato  e  protettivo dei guanti bianchi porge a noi lettori la sua esperienza con la sofferenza fisica e psicologica della vita della persona a lui più cara al mondo. Tocca a noi saperla maneggiare con cura, senza contaminarla con i nostri pregiudizi o la nostra compassione.

Giuseppe Pontiggia è nato a Como il 25 settembre 1934, figlio di un funzionario di banca e di una attrice dilettante. Trascorre l’infanzia a Erba, in Brianza: campagne, laghi, fiumi, spazi che ritornano nella sua narrativa. Dopo la morte del padre, nel 1943, si sposta a Santa Margherita Ligure, Varese e, infine, a Milano, dove abita dal 1948. Si laurea nel 1959 all’Università Cattolica di Milano. Ma prima ancora di completare gli studi comincia a lavorare: in banca, per necessità. E’ grazie alla pubblicazione del suo primo romanzo (La morte in banca), e all’incoraggiamento di Elio Vittorini, che riesce a svincolarsi dal lavoro e a entrare nel mondo dell’editoria. Redattore del «Verri» la rivista d’avanguardia fondata e diretta da Luciano Anceschi, curatore insieme a M. Forti de «L’Almanacco dello Specchio», consulente editoriale prima per Adelphi e poi per Mondadori. E’ morto il 26 giugno 2003 a Milano.

Nadia Toffa fiorisce in questo martedì d’inverno per il suo rione Tamburi

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Quando il quartiere Tamburi sanguinava ruggine, come nel wind day di oggi, vedendosi tingere le strade, le case di color rosa, la giornalista di origini bresciane, Nadia Toffa era lì  per le Iene a documentarlo. Oggi alle 14.30 presso il Teatro della Parrocchia in piazza Gesù Divin Lavoratore, nell’omonima piazza al quartiere Tamburi di Taranto, vicino al Minibar, il rione le ha ricambiato il favore:gli abitanti erano lì vicini a questa piccola e grande donna dal cappotto bianco e il capellino nero ( da ieri cittadina onoraria della città) e al dramma che sta attraversando, e che, in bene e male, ha fatto parlare di lei su tutti social: il cancro, un male così noto al popolo tarantino a causa dell’inquinamento industriale. In un luogo sobrio, Nadia ha sentito l’abbraccio dei suoi “tarantini” e degli amici dell’associazione “Arcobaleno nel cuore”, con i quali ha promosso il progetto “Ie jesce pacce pe te”, la cui raccolta fondi ha portato alla realizzazione delle nuove strutture di Oncoematologia Pediatrica dell’Ospedale SS. Annunziata di Taranto. Come in una chiacchierata tra vecchi amici la giornalista ha avuto modo di presentare il suo libro “Fiorire d’inverno. La mia storia”, edito Mondadori, dedicato alla sua esperienza di malata oncologica, scritto con il cuore  e come una lettera. In queste pagine Nadia parla di come “una sfiga” possa trasformarsi in “sfida” e di come si può “fiorire d’inverno”, vivere al freddo, nelle condizioni più ostili e difficili, come può esser affrontare una malattia, alla stregua delle stelle alpine che da bambina osservava crescere tra la neve, dimostrando la propria forza rispetto agli altri fiori. Come i capelli della piccola Gabriellina, malata di cancro, che cresceranno ancora più forti dopo la chemioterapia. Alla domanda allora se Nadia si sentisse invincibile, la “nanetta “, come la chiamava affettuosamente suo padre, ha risposto che più che invincibile e coraggiosa, si sentiva spericolata, indipendente, selvatica, e che la malattia le ha permesso di trovare la “bellezza della fragilità”, di farsi aiutare dalle persone care come sua madre.

Rione Tamburi- Minibar degli Amici, in attesa di Nadia Toffa.
Foto tratta dalla pagina Facebook ” Ie jesche pacce pe te

 

Scavando ancora di più nella vita di questa iena, è venuto a galla il suo esser in lotta continua contro le ingiustizie patite dai più deboli fin dai banchi di scuola e il suo rapporto con la fede: per Nadia siamo tutti speciali e il Signore non è cattivo, ad ognuno dà la sua sfida, che bisogna cogliere al volo, anche se all’apparenza sembra essere una pillola amara difficile da ingoiare. “In una partita a carte, può capitarti una carta che spazza via tutte le altre: la vita è come ti giochi quest’ultima carta, che ti è toccata e che magari non vuoi , ma è il tuo destino”, afferma la Iena, regalandoci un grande insegnamento di vita. Anche gli abitanti dei Tamburi hanno insegnato qualcosa a questa guerriera: “Mi avete insegnato a tener duro, siete le persone più con le palle di Taranto”. Ed ha le palle davvero una delle tante madri presenti oggi che ha condiviso con Nadia Toffa il dolore per la perdita recente dei suoi due figli per tumore e che ora sta perdendo suo marito per lo stesso atroce motivo. Nadia ha accolto la richiesta d’aiuto della donna e l’ha consolata con la promessa che i suoi figli vivranno per sempre con lei. Per ora restano due dei tanti figli dell’Ilva. Al di là di qualsiasi incomprensione mediatica, chi era presente oggi ha visto una donna provata dalla vita, ma che ha il coraggio di guardare in faccia la sofferenza altrui o la propria e di condividerla. In bocca al lupo per tutto, Nadia!

 

Strappami la vita di Angeles Mastretta. Come scambiarsi le carte da gioco per amore

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Litografia di Hullmandel del 1824 per un dipinto di John Hayter raffigurante il governatore di Oahu Na Poki e sua moglie Liliha.

Dietro il governatore Ascencio c’è una ragazzina ingenua di quindici anni, originaria di Puebla, di nome Catilina, figlia di povera gente, sulla quale il trentenne Andrés, con il suo savoir faire misterioso da uomo di mondo, esercita un fascino irresistibile. Catilina rinuncia al velo bianco in nome di idee rivoluzionarie; accetta in casa figli non suoi, avuti da Andrés nelle sue precedenti relazioni. Per amore vive all’ombra di questo suo marito che come un diavolo una ne fa e mille ne pensa pur di raggiungere  la vetta della notorietà politica. Tenuta all’oscuro dei suoi traffici poco ortodossi, o quasi, vittima dei suoi continui tradimenti, Catilina crescerà al fianco del governatore Ascencio: da bambina diventerà, donna, madre e poi sua première dame. Da semplice ragazza di paese, diverrà spettatrice dei fulminei intrighi politici, della violenza che il potere esercita sulle masse, respirerà il marciume che infiltra le pareti di una vita comoda e benestante, e della quale non potrà più far a meno. Solidale con le altre donne che condividono lo stesso destino di esser legate a uomini potenti e senza scrupoli, Catilina per sopravvivere affinerà le sue capacità e farà uscire la parte più maschia di sé .” Con te mi sono proprio fregato. Sei la mia migliore donna e il mio migliore uomo, stronzetta”, le dirà il governatore Ascencio . E proprio come un uomo, Catilina segue i suoi bisogni sessuali e d’amore, senza risparmiarsi. Intreccia relazioni clandestine, la prima con il direttore d’ orchestra Vives e poi con il regista Quijano . E non ci penserà due volte nel lasciar solo il governatore Andrés, ormai uscito dalla scena politica. Sullo sfondo di magagne politiche, di interessi economici che poco si sposano con le idee rivoluzionarie messicane di giustizia sociale, Angeles Mastretta, attraverso il racconto in prima persona di Catilina, realizza l’ affresco di una storia d’amore mista a odio, che percorrendo tutte le stagioni della vita, plasma i due amanti l’uno a immagine e somiglianza dell’altro. In questa partita d’amore i due giocatori si scambiano le carte per giocare ad armi pari, contaminando l’altra o l’altro con la propria strategia di stare al mondo: in Catilina troveremo inevitabilmente qualcosa del suo tanto amato e odiato governatore e in lui saranno sparsi  i frammenti dell’amore rassegnato e inascoltato che per anni ha abitato il cuore della sua compagna.

 

Angeles Mastretta è nata in Messico, a Puebla, nel 1949. E’ stata giornalista, prima di dedicarsi alla letteratura e raggiungere la fama internazionale con il romanzo Strappami la vita, uscito nel 1985 e in Italia nel 1988. Sono seguiti altri libri di grande successo come Donne dagli occhi grandi (1995) e Male d’amore (1997).

Follia di Patrick McGrath. La parola a una passione brutale

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Saturno che divora i suoi figli -dipinto a olio su intonaco trasportato su tela (146×83 cm) di Francesco Goya, 1821-1823 .Museo del Prado di Madrid.

Lo psichiatra Cleave è testimone diretto dell’amore che esplode all’interno di un ospedale criminale tra il suo paziente Edgar Stark e la moglie di un suo collega, Stella Raphael.  Con il ritmo della cronaca nera il dottore racconta i fatti drammatici che porteranno alla distruzione della famiglia Raphael, e dei quali viene a conoscenza personalmente e in seguito, grazie alle confidenze di Stella,diventata sua paziente. Le pagine vengono smosse sotto gli occhi del lettore come se fossero le acque torbide della psiche umana, passate al setaccio per renderle limpide e trovare la tanto agognata pepita d’oro, la verità sull’amore e la mente umana. Ciò che viene alla luce, però, non è metallo prezioso, ma il lato umano contaminato dalla malattia mentale dei due protagonisti. Lui: artista violento e paranoico, colpevole di aver decapitato sua moglie. Lei: una donna alcolista, ninfomane, e infanticida. Insieme diventano una coppia inseparabile, morbosa, pronta pur di stare insieme, ad abbattere come un ariete i battenti della vita delle persone che gli stanno vicino con una forza sovrumana. Un amore distruttivo in grado di sovrastare l’amore più naturale al mondo tra Stella e Charlie, madre e figlio. Dall’altro lato rispetto al mondo senza regole della follia vi è quello della psichiatria, di chi cerca la cura al dolore dell’Io. Un mondo personificato nella figura del dottor Raphael e del dottor Cleave e che presenta le falle e le crepe delle loro debolezze e problematiche di uomini, prima che medici: Raphael è un uomo stacanovista, succube della madre Brenda, asessuato,mentre Cleave è un uomo solo, che si arrende alla bellezza di Stella, dimenticandosi il suo ruolo di terapeuta. McGrath in questo thriller psicologico offre su un piatto d’argento con una scrittura fluida e avvincente uno sguardo sui bassifondi dell’animo umano e sulla forza di una passione brutale. Un libro che cerca di svelare gli ingranaggi psichici che stanno dietro i comportamenti anomali e violenti e che impone alla ragione del lettore di porsi continui perché. Davanti ad un tale dolore, spesso autoprocuratosi dai protagonisti e inevitabile, perché dettato dalla malattia, non si può che restare interdetti in un dignitoso silenzio.

In queste pagine parla solo la follia.

Patrick McGrath è nato a Londra nel 1950. Il padre lavorava come psichiatra nel manicomio criminale di Broadmoor, dove il giovane Patrick passa gran parte della propria infanzia. Rifiutatosi di seguire le orme paterne in campo medico, la sua irrequietezza lo ha portato altrove, alla scrittura, ed ha immediatamente conquistato i lettori con la trama originale e coinvolgente di Follia.Dai suoi romanzi sono stati tratti i film The Grotesque (1995), di John-Paul Davidson, Spider (2002), di David Cronenberg e Asylum, di David Mackenzie nel 2005. Attualmente vive tra New York e Londra, ed è sposato con l’attrice Maria Aitken.

Capodanno in compagnia di un poeta underground. Foglie di palma di Charles Bukowski

in Cultura/Storie d'Inchiostro

A mezzanotte in punto
1973-74
Los Angeles
ha cominciato a piovere sulle
foglie di palma fuori dalla mia finestra
i clacson e i fuochi d’artificio
erano svaniti
e tuonava.

ero andato a letto alle 21.00
spente le luci
tirate su le coperte –
la loro letizia, la loro felicità,
le loro urla, i loro cappelli di carta,
le loro automobili, le loro donne,
i loro ubriachi dilettanti…

la notte di Capodanno mi atterrisce
sempre

la vita non sa nulla degli anni.

adesso i clacson si sono ammutoliti
e i fuochi d’artificio e i tuoni…
tutto è finito in cinque minuti…
odo soltanto la pioggia
sulle foglie di palma,
e penso:
non capirò mai gli uomini,
ma è andata
anche questa.

Foglie di palma

L’ultimo dell’anno immortalato da un’anima inquieta, solitaria, misantropa, come solo quella di Charles Bukowski può esser definita. Capostipite del Realismo sporco, corrente letteraria affermatasi negli Stati Uniti negli’ 70, Bukowski condisce i suoi versi con momenti di vita privata senza edulcorarli: la realtà, anche se cruda, per l’appunto sporca, è descritta nella sua interezza, senza sconti, con un linguaggio colloquiale, violento e spesso volgare. Nel gergo attuale il Capodanno vissuto da Bukowski nel 1973 verrebbe definito da” sfigati”, come anche la sua intera vita. Charles Bukowski è tutto ciò che di più può esser agli antipodi con una società civile, e ancor di più con la realtà produttiva ed efficiente della società americana, con i suoi self-made men. Alcolista, senza un lavoro fisso, coinvolto in relazioni promiscue e superficiali. In Foglie di palma la solitudine di un uomo ci viene sbattuta in faccia senza troppe cerimonie. Ancora una volta nella poesia di Bukowski compare frapposto al suo io il “loro”, inteso come gli altri, la società americana nella quale questo ragazzone figlio di emigranti dall’accento tedesco e dal viso butterato non si è mai riconosciuto. Gli altri si divertono, giocano, fanno l’amore, e il poeta sta solo, testimone della loro ilarità, ma anche della quiete che segue questa tempesta di eccessi e frenesia. Resta la pioggia e le palme a far compagnia a quest’animo sensibile, restano le piccole cose che catturano l’attenzione e tutti i sensi di un artista. La pioggia che lava tutto, lava via il caos e il rumore della strada, lava via il dolore di chi si sente solo, ma fa parte del mondo. La pioggia è espressione del dolore e sua stessa guarigione. E’ rappresentazione delle lacrime di un uomo burbero e rude che in esse può trovare la cura. Bukowski conclude l’anno con una consapevolezza: anche se non si è divertito com’è socialmente richiesto, è sopravvissuto ai terremoti del suo dolore, alla sua solitudine. Bukowski ce l’ha fatta e anche se vive ai margini, in una stanza buia e alle 21.00 del 31 dicembre si nasconde sotto le coperte, quello che sente e prova,gli dimostra che esiste come tutti gli altri e che è membro anche lui di questa umanità che non capirà mai . Quella stessa umanità che notoriamente “ gli sta sul cazzo”. Sento dunque sono, vuole dirci. I sentimenti ci rendono umani indipendentemente dallo status sociale.

Anche se la notte di Capodanno è una notte come tante altre della nostra vita, per alcuni, come i vagabondi, le prostitute, gli etilisti, i sociopatici, che abitano l’ opera di Bukowski e sono come lui, può essere una notte diversa: può ricordare quanto ci  si senta soli e quanto ci si possa sentire diversi dagli altri. Grazie Charles per aver dato voce e luce a questo sottosuolo di anime ignorate, dandoci prova della tua grande umanità, ben celata sotto la  scorza di un poeta maledetto.

Il giro del mondo nei dieci secondi prima dello scoccar di mezzanotte

in Cultura/Una finestra sul Mondo
Il giro del mondo nei dieci secondi prima dello scoccar di mezzanotte
Il giro del mondo nei dieci secondi prima dello scoccar di mezzanotte

Fra poche ore arriverà puntuale il nostro appuntamento con le bollicine per brindare al nuovo anno. Lo scoccare della mezzanotte è un momento magico, un punto di passaggio tra la dimensione del passato e quella del futuro, che tutti noi valichiamo con valigie colme di desideri e attese. Ci lasciamo alle spalle un anno ormai sfinito, per abbracciare altri 365 giorni appena nati. Per prepararci al meglio in questa competizione con il nostro avvenire tutti ricorriamo a riti propiziatori, appartenenti alla nostra identità culturale, gesti ripetitivi che ci infondono sicurezza e catturano positività, come indossare intimo rosso o le classiche scorpacciate di lenticchie e zampone per ottenere ricchezza.  Ma fuori dai confini del Bel Paese come si accoglie il nuovo anno? Vinciamo per un attimo la pigrizia e saliamo a bordo di questa virtuale mongolfiera per sorvolare il  mondo e vedere come questo si prepara a festeggiare il 2019.

Nella calda Spagna, alla mezzanotte per ottenere fortuna si mangiano dodici chicchi d’uva, uno per volta a ogni rintocco dell’orologio di Puerta del Sol di Madrid. L’evento è trasmesso in tutte le tv del Paese.

In Polonia, se siete in cerca dell’anima gemella la notte del 31 dicembre dovete indossare dell’intimo nuovo, non importa il colore, ma ricordatevi di non staccare l’etichetta.

In Portogallo, come legume portafortuna alle nostre lenticchie, preferiscono i piselli, da mangiare come zuppa. Inoltre, per tradizione, è di buon auspicio tenere sette chicchi di melograno o una foglia di alloro nel proprio portafogli.

I tedeschi hanno le idee un po’ confuse sul Capodanno. Lo festeggiano goliardicamente in maschera come se fosse Carnevale, bevendo litri di Feuerzangenbowle, la bevanda delle associazioni studentesche a base di vino, cannella, chiodi di garofano, buccia d’arancia e rum. Inoltre per sapere se l’anno nuovo porterà fortuna, sciolgono del piombo in un cucchiaino (vedi foto), poi lo versano dentro un contenitore di acqua fredda. A seconda della forma che assumerà se ne deduce il futuro. La tradizione vuole anche che nella notte del 31 dicembre vengano mangiati i krapfen. Tra i tanti, ce n’è uno farcito con la senape, destinato a chi avrà un anno fortunato (e uno stomaco in subbuglio).

Bleigießen- Tradizione tedesca per predire il futuro durante la notte di San Silvestro.

Anche in Cile le festività si confondono.  Il Capodanno cileno ha molto a che vedere con Halloween. Molto spazio viene dedicato ai defunti, visitando i cimiteri e con la possibilità di potervi  dormire all’interno durante l’ultima notte dell’anno.

Nella romantica Francia vige la regola del “Gui de l’An Neuf”: chi si bacia a mezzanotte sotto il vischio avrà prosperità  in futuro e le coppie che lo faranno saranno destinate a sposarsi nell’anno che verrà.

Se il bianco vi dona particolarmente, potreste decidervi a festeggiare la notte di San Silvestro in Brasile. Durante questa festa tutti indossano degli abiti bianchi, colore che ha il potere di attirare la felicità. Inoltre, rendono omaggio alla dea delle acque Lemanja gettando in mare dei fiori e delle zattere illuminate da candele in suo onore.

I turchi per la fine dell’anno non badano a spese e alla bolletta dell’acqua: a mezzanotte vengono aperti tutti i rubinetti in casa perché l’acqua che scorre è sinonimo di benedizione per le famiglie nell’anno nuovo.

In Perù viene realizzato una muñeco, una bambola simile a uno spaventapasseri che simboleggia l’anno vecchio, fatta di un materiale infiammabile, (talvolta viene anche imbottita di fuochi d’artificio), quindi incendiata a mezzanotte. In Messico per tutta la giornata si accende e si spegne il fuoco gettando tra le fiamme pietre o mestoli di legno.

Kadomatsu- decorazioni giapponesi in bambù e pino per il nuovo anno

In Giappone si festeggia dal 1 al 3 gennaio e si onorano gli spiriti degli antenati.  Il popolo del Sol Levante saluta il nuovo anno a mezzanotte con 108 rintocchi di campane (si ritiene, infatti, che questo sia il numero dei peccati che una persona commette in un anno e che in tal modo ci si purifichi). Si espongono decorazioni di rami di pino e bambù o con fili di paglia all’ingresso delle case.

In Sud Africa, il nuovo anno viene inaugurato il 2 gennaio con l’inizio del Carnevale. In questa data si commemora il “Giorno dell’emancipazione“, in cui furono liberati in Sud Africa 1830 schiavi.

In Russia si è soliti scrivere un desiderio su un foglio di carta, bruciarlo e gettarlo in un bicchiere di champagne che va bevuto prima che arrivi mezzanotte e un minuto. La tradizione vuole anche che, al dodicesimo rintocco, si apra la porta di casa per far entrare l’anno nuovo.

Dopo questa veloce carrellata di usanze provenienti dai posti più disparati del nostro pianeta, indipendentemente dal modo come saluterete il 2018, non resta che augurarvi buon anno.

 

 

Il dono di Natale. Racconto breve di Grazia Deledda

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Paul Gauguin: Notte di Natale (New York Small)
Marc Chagall. Natività. 1941.

Presi dalla frenesia degli acquisti e dagli impegni quotidiani, abbiamo poco tempo da dedicare a grandi letture. Ecco che ci viene in soccorso dalla realtà contadina sarda d’inizio secolo, a soddisfare la nostra passione di lettori, un breve racconto capace di farci respirare su carta la magia del Natale ormai alla porte. Un racconto su una realtà lontana dal consumismo odierno e dalla globalizzazione, più vicina alla vita dei nostri nonni, fatta di povertà e fondata su riti semplici e usanze inviolabili. E’ una vicenda che ha per protagonista un pastorello di undici anni, Felle, e la sua famiglia che, oltre alla nascita del Bambino Gesù,  festeggia il fidanzamento ufficiale della sorella con un ragazzo benestante. Tutto deve quindi esser impeccabile, dal porchetto alla torta, per onorare la presenza del promesso sposo e di suo nonno. Un piatto è riservato comunque secondo la credenza popolare al capofamiglia, recentemente scomparso, a ricordare le assenze che pesano durante le festività. Felle, tutto preso dalla festa e dal desiderio del cibo preparato per il cenone, di certo non immagina il miracolo che si sta compiendo tra le quattro mura più povere e meno fortunate dei suoi vicini di casa. E la storia del piccolo Felle non è che una rappresentazione di un giorno qualunque delle nostre vite: cristallizzati nel tempo dai nostri problemi e pensieri, dalle nostre formalità, dimentichiamo che la vita con il suo senso scorre senza limiti. Prepotentemente bussa alla nostra porta  l’esistenza che fa entrare nelle nostre piccole realtà quotidiane lo spiffero sfuggente e inafferrabile del suo significato. In uno stile semplice e introspettivo, Grazia Deledda con il suo dono di Natale ci sorprende con l’idea di un progetto più grande di noi, al quale nulla possiamo opporre.

Se volete catapultarvi in quest’atmosfera umile e calorosa, dal  sapore antico, potete leggere il racconto in versione integrale scaricandolo gratuitamente dalla piattaforma ebook -sharing LiberLiber al seguente link:

Il dono di Natale di Grazia Deledda

Questo è il regalo di Natale che la rubrica Storie d’Inchiostro fa ai lettori del Metapontino. Buona lettura e buon Natale.

Grazia Deledda nacque il 27 settembre 1871 a Nuoro, da una famiglia benestante, frequentò le scuole pubbliche fino alla quarta elementare. La formazione letteraria della scrittrice  fu soprattutto da autodidatta. A soli quindici anni pubblicò la sua prima novella. Quinta di sette fratelli, subì diverse tragedie familiari molto dolorose come l’alcolismo del fratello Santus e la morte improvvisa del padre, evento che lasciò in miseria la famiglia. Nel 1899 si trasferì a Roma dove sposò Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze, il quale in seguito divenne agente della moglie a tempo pieno. Unica scrittrice italiana ad aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 1926, la Deledda morì per un tumore al seno, dieci anni dopo, nel 1936.

 

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