Autore

Ilenia Filareti

Ilenia Filareti ha pubblicato 22 articoli

Ilenia Filareti

L’uomo e il cane di Carlo Cassola. Storia di Jack, storia di un abbandono

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Autoritratto con cane, Antonio Ligabue- 1957

In una realtà contadina delle campagne del Nord Italia, nella lotta continua per il pane e per la vita, si ambienta la storia del cane Jack e del suo padrone Alvaro. Alvaro è un pover’uomo, mulattiere, sul quale grava il mantenimento della moglie e del figlioletto. Jack è il suo cane: incapace a far la guardia, sta sempre dietro la gonnella della moglie e pensando di far cosa giusta, si macchia di un grave reato,l’omicidio della gallina del vicino. Di questo cane bisogna disfarsi e Jack, dalla mattina alla sera, diventa un cane randagio. Un atto deplorevole e che,se avete un minimo di cuore condannerete subito. Sembrerebbe una storia già triste così, ma non è ancora finita per il povero Jack. L’autore segue da vicino il cane nei suoi tentativi di tornare a casa o di trovare un’altra sistemazione e ci fa guardare il mondo semplice e povero dell’Italia del dopoguerra attraverso i suoi occhi, descrivendo le sue decisioni e i suoi movimenti come solo un amante dei cani può fare. Jack diventa testimone della lotta per la vita pene di chi incontra nel suo girovagare: dei braccianti che lavorano per quattro soldi, della ragazza innamorata del signorino, del gatto Tommaso, randagio anche lui. Anche se  i luoghi cambiano, resta fermo nel cane il desiderio di sentirsi di nuovo di qualcuno, di avere una casa, qualcuno di cui meritarsi l’amore. Alla fine Jack troverà quello che cercava, ma era davvero quello che voleva, spinto dalla nostalgia e dall’abitudine della vita passata? La storia del cane può esser vista come storia dell’uomo che volendosi sentire parte della società e accettato dai suoi simili, rinuncia alla propria naturale libertà, anche a costo di perdere la felicità. Velatamente, in questa ricetta di vita vera,nella quale dominano sentimenti semplici e bisogni primari, c’è un pizzico di denuncia sociale e politica, come in tutta l’opera e la vita privata di Carlo Cassola. L’uomo e il cane è una lettura che è come una carezza tagliente di un vento freddo sul nostro volto: chiunque vi si immergerà, indipendentemente dall’amore che prova per gli animali, non potrà non provare simpatia  per il povero Jack ed esser concorde nella superiorità morale e affettiva degli animali. Una lacrima anche vi sfuggirà per la sua tragica fine, inutile cercare di trattenerla.

Carlo Cassola nasce il 17 marzo 1917 a Roma.  Il padre, Garzia Cassola, militante socialista e redattore dell’ “Avanti”. La sua infanzia non è certo felice: è, per indole, un ragazzo isolato che ama fuggire nella sua immaginazione e nelle fantasticherie. La sua formazione scolastica è regolare, anche se più tardi la definirà un fallimento. L’ amore per la letteratura si  manifesta durante gli studi liceali. Durante la seconda guerra mondiale e si avvicina all’ermetismo. Tra il 1937 e il 1940 scrive i primi racconti, raccolti nel 1942 in due piccoli volumi, “Alla periferia” e “La vista”. Presta servizio militare a Spoleto e a Bressanone e nel 1939 si laurea in giurisprudenza.  Nel 1949 Cassola ha una profonda crisi, in seguito alla morte prematura della moglie, che aveva solo 31 anni. In discussione viene messa la sua intera poetica esistenziale di uomo e scrittore. Di questo periodo è “ Il taglio del bosco”, rifiutata da Mondadori e Bompiani e poi pubblicata da Vittorini per Einaudi. Nel periodo che segue si dedica molto alla scrittura, dando vita a romanzi come  “Fausto e Anna, “I vecchi compagni” e “La ragazza di Bube “, con cui vince il Premio Strega 1960. Nel 1984 si ammala al cuore e muore a sessantanove anni il 29 gennaio 1987.

 

Buon compleanno, Frida! La “Smilace” messicana aggrappata alla vita

in Cultura/Una finestra sul Mondo

 “Aveva una dignità e una sicurezza di sé del tutto…e negli occhi le brillava uno strano fuoco”. Diego Rivera su Frida Kahlo

Nota alle masse per la sua storia personale tragica, costellata da disabilità e sofferenza cronica psico-fisica,e per il legame forte ma poco felice con l’artista Diego Rivera, Frida Kahlo incarna l’immagine di un’ artista capace di contrastare il dolore, quel dolore che ognuno di noi si trova ad affrontare nella propria vita, per mezzo dei suoi pennelli. Il suo motto Viva la vida! ci insegna ad accettare la vita per quella che é, senza abbatterci. Proprio come Smilace, che fu trasformata dagli dei in edera, in seguito al suicidio del suo amato Croco, la minuta e dalla cagionevole salute pittrice messicana,è emblema di tenacia e determinazione.

Frida Kahlo scende dall’Olimpo degli artisti belli e dannati e si mescola con le masse, per insegnargli a non lasciarsi piegare dalle difficoltà e ad “aggrapparsi”, anche se si è fragili e senza sostegno come un’edera, con tutto se stessi alle proprie passioni.

Oggi, giorno del suo compleanno, parliamo di lei.

Il 6 luglio del 1907, o meglio del 1910, come lei teneva a precisare, in quanto amava considerarsi figlia della Rivoluzione Messicana (avvenuta appunto in quel anno) , nasceva sotto il segno del Cancro , Frida Kahlo, la donna che a partire dagli anni 70’ è diventata un’icona pop, tanto da vederla oggi ” scritta su tutti i muri” e da far parlare di “fridaismo” come fenomeno sociale.Andiamo a ricostruire  il suo identikit oggi , il giorno che ha visto 112 anni fa la sua nascita a Coyoacàn, una delegazione di Città del Messico.

Per ricomporre il puzzle -Frida Kahlo abbiamo a disposizione i seguenti tasselli: la donna e il suo stile, il Messico, l’amore con Diego Rivera, l’arte. Incominciamo.

Autoritratto con collana di spine, 1940

Frida Kahlo, la donna. Nata con la sindrome della spina bifida, come la sorella minore, ma non curata perché scambiata per una poliomelite, Frida è la primogenita di un fotografo tedesco di successo,  Wilhelm Kahlo,dal quale erediterà la precisione artistica, e di madre benestante di origine spagnola e armenide, Matilde Calderón y González. In tedesco il suo nome “Frieda” significa pace; niente di più lontano dalla sua personalità passionale, inquieta, creativa, che la fa avvicinare fin da giovanissima ai primi movimenti socialisti. Ed è in queste riunioni che incontrerà il suo primo amore Alejandro. Tornando a casa con lui su un tram, il 17 settembre del 1925, Frida resterà vittima di un incidente che le cambierà la vita: la colonna vertebrale sarà spezzata in tre punti, femore e costole frantumate, osso pubico spezzato. Il suo corpo così distrutto non sarà mai in grado di ospitare una gravidanza. Sottoposta ad anni di riposo a letto, a subire  32 interventi chirurgici e ad un busto ingessato, Frida ,per sfuggire a questa immobilità obbligata e alla solitudine si dedicherà alla lettura di testi socialisti e ad eseguire autoritratti , grazie all’artificio di uno specchio montato dalla madre sul suo letto a baldacchino. “Dipingo me stessa, sono il soggetto che conosco meglio”, dirà. Da qui nasce la  Frida che tutti conosciamo sulle sue tele: da un momento di tragedia fisica e morale, questa piccola e fragile donna trova la forza per  “rinascere” grazie all’arte.

 

Frida Kahlo, lo stile. Quando parliamo di Frida la nostra mente non può che associare gli elementi propri di questa personalità così eccentrica: subito immaginiamo i suoi occhi neri intensi, i capelli corvini intrecciati all’uso delle Tehuane, le folte sopracciglia a formare un’unica linea, i “baffetti” portati con disinvoltura per rivendicare le sue origini da parte di madre armenide. E ancora come dimenticare gli orecchini coloniali o a forma di mano, e le collane di giada precolombiane. In particolar modo la giada viene considerata la pietra verde più preziosa  dagli aztechi perché portatrice di vita. Tutta la sua persona si proclama ad emblema della tradizione e della popolarità e di quella messicanità,che ritrarrà anche nelle sue tele.  Frida Kahlo è questo:  amore per la tradizione in uno spirito libero.

Frieda e Diego Rivera, 1931. San Francisco Moma

Frida Kahlo e Diego Rivera, “l’elefante e la colomba” Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego.  Nel 1928 Frida sottopone allo sguardo esperto e critico del famoso e ormai maturo Diego Rivera ( 21 anni più grande di lei) i suoi autoritratti, il quale ne resta entusiasta. Ha inizio un connubio artistico ed emotivo della portata di un’alluvione: i due si sposano, nonostante Frida sappia del carattere libertino e fedigrafo di suo marito, che arriverà a tradirla persino con la sorella , Cristina.“ Perché lo chiamo il mio Diego?Non è mai stato e non sarà mai mio. Diego appartiene a se stesso! Questo evento porterà al loro divorzio, ma a distanza di un anno, incapaci a restar separati, si risposeranno a San Francisco. Un amore travagliato, un’attrazione fatale, che darà origine ad un rapporto sicuramente trasgressivo per l’epoca: Frida a sua volta tradirà,( per vendetta, gelosia o per puro piacere) Diego con molti amanti sia donne che uomini, come il poeta francese Andre Breton, o il politico russo Trockjj, fuggito dalla Russia o la fotografa Tina Modotti. Diego e Frida vivranno in una casa ,la Casa Azul (Azzurra), in due aree separate, unite da un ponticello, per conservare ognuno i propri spazi.

Frida Kahlo e il Messico. Frida poggia la sua arte sulle solidi basi del passato precolombiano e del mondo indigeno, collezionando con il marito Diego  ceramiche e sculture azteche, conservandole in una piramide nel giardino della loro Casa Azul. In tutto il suo essere Frida parla della sua terra: dai suoi vestiti tradizionali, ai suoi quadri nei quali ritrae la giungla, pappagalli, scimmie e cani senza pelo ( xolotl), i quali rappresentano il suo alter ego, il suo “nahualli”, l’unica essenza tra uomini e animali, secondo la credenza messicana. Il cuore palpitante, sanguinante, caro alla cultura azteca e alla fede cristiana, è un elemento ricorrente nella sua opera, come anche le radici degli alberi che rappresentano l’attaccamento alle origini. Non bisogna dimenticare che Frida aderisce nel 1928 al partito comunista, quindi è vicina alle tematiche di lotta sociale del suo Paese; elemento che l’accomuna agli artisti appartenenti al  mexicanismo, una corrente pittorica che si manifesta attraverso murales per parlare al popolo analfabeta.

Frida Kahlo e l’arte. Il poeta nonché suo amante Andre Breton volle fortemente una sua mostra a Parigi nel 1939  e la definì una “surrealista creatasi con le proprie mani”, ma Frida,sofferente alle etichette  si dissociò dal movimento  surrealisra dichiarando :” Hanno pensato che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà.” Una realtà fatta principalmente della sua immagine: Frida ci ha lasciato un diario, un epistolario  di lettere scambiate con Diego e  143 ritratti, di cui 55 autoritratti. Il suo corpo martoriato, malato, è rappresentato così come è, senza edulcoranti per piacere al sesso maschile. Il corpo è dipinto con colori vivaci,e il tratto fermo e deciso è un modo per affermare se stessa e per manifestare un attaccamento alla vita ed una forza di volontà che non ha eguali. Una determinazione che l’ha condotta ad esser se stessa nonostante il dolore fisico. Una tenacia dimostrata anche in senso negativo, aggrappandosi come un granchio con la sua chela all’ amore malsano con il suo sapo-rana (l’uomo rospo- rana)  Rivera. Spesso nei suo quadri compare un bambino, simbolo dell’ innocenza e spensieratezza rubate dalle catastrofi della vita ed anche espressione di una maternità mancata.

 

 

Al di là delle libere interpretazioni, resta di Frida la figura di una donna dai tratti androgini, capace di affrontare  dolori  “sovrumani”, sia fisici e morali, grazie alla sua pittura e all’amore per la vita.

Sulla vita di  Frida Kahlo sono stati diretti due film Frida, Naturaleza Viva (1986), diretto da Paul Leduc  e Frida (2002), interpretato da Salma Hayek. Numerosi sono anche i documentari realizzati su di lei.

Viva la vida, 1954, Museo Frida Kahlo, Città del Messico

Pino Cacucci ha realizzato per il teatro il monologo breve “!Viva la vida”!( Feltrinelli, Gennaio 2014, 80 pg), il cui titolo richiama una frase scritta da Frida sul suo ultimo quadro, otto giorni prima di morire, un inno ad un’ esistenza sofferta e amata, degna di esser vissuta. Nonostante tutto.

Non ci resta che dire, viva la vida, Frida, siempre!

Diario di un killer sentimentale di Luis Sepúlveda. Sette giorni di baci e spari

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Otto dix, Lust murder, 1922

Come in  un cortometraggio si svolge in modo concitato e fulmineo  l’ultima operazione delittuosa pre- pensionamento di un killer professionista internazionale senza nome, il quale è alle prese con  l’esecuzione di un misterioso uomo trentaseienne, avvenente e membro di una associazione non governativa americana. La missione occupa il tempo della creazione divina: si svolge in sette giorni e il nostro protagonista rimbalza in cerca della sua vittima come una pallina matta da una città europea all’altra,da Madrid, a Istanbul, a Francoforte e poi a Parigi. Proprio Parigi, città dell’amore, nella quale il killer vive con la sua ragazza, la “gran figa francese”, da circa tre anni, vede la fine della loro storia, a causa di lei, innamorata di un altro, appena conosciuto a Città del Messico. Ah, le donne… le donne!!

Il cinico killer che parla alla sua immagine riflessa allo specchio , l’unica di cui si fida, riuscirà a portare a termine la  missione, nonostante la ferita sentimentale non ancora rimarginata? Questo angelo della morte, strapagato e rimasto solo contro tutti, sarà capace di reagire ad un inaspettato colpo di scena? Sarà in grado di mantenere sangue freddo  e mente lucida per scovare il suo “incarico”? Non vi resta che leggere queste pagine “irrequiete”, quasi futuriste per via dell’ azione e del dinamismo, per scoprire quanto sia professionale questo nostro  killer sentimentale!

Luis Sepúlveda è uno scrittore, sceneggiatore, attivista per la difesa dell’ambiente e dei diritti umani, nato in Cile nel 1949,e naturalizzato francese. Ha lasciato il suo Paese al termine di un’intensa stagione di attività politica, conclusasi drammaticamente con l’incarcerazione da parte del regime del generale Pinochet. Ha viaggiato a lungo in America Latina e poi nel resto del mondo, anche al seguito degli equipaggi di Greenpeace. Dopo aver risieduto ad Amburgo e a Parigi, vive attualmente in Spagna, nelle Asturie.
Autore di libri di poesia, «radioromanzi» e racconti, ha conquistato la scena letteraria con il suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, apparso per la prima volta in Spagna nel 1989, e in Italia nel 1993. Amatissimo dal suo pubblico, e in particolare dai lettori italiani, ha pubblicato da allora numerosi altri romanzi, raccolte di racconti e libri di viaggio, tra i quali spicca la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, uno dei libri più letti degli ultimi anni.

Il Ciclope di Paolo Rumiz. L’occhio di un Dio che scruta il mare

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Il ciclope di Odilon Redon- olio su tela, 1895-1900, Museo Kröller-Müller, Otterlo

In una notte violentata da raffiche di vento, un uomo sbarca su un’isola anonima. Brancola nel buio cercando la luce di un faro, la meta del suo viaggio. E’ così che ha inizio l’esperienza vissuta da Rumiz, che volontariamente sceglie di vivere per tre settimane in un faro, luogo ignorato dalla gente di terraferma, ma che esercita un fascino particolare per i nati sulle coste, come lo stesso scrittore, triestino di origini. Rumiz ci apre le porte di una nuova dimensione: quello della natura marina più solitaria e atavica.  I segreti e le storie di queste case di luce si animano e, l’autore, da bravo giornalista, prende in prestito le parole e i pareri di esperti incontrati nei suoi viaggi per portarli alla luce. Il tutto descritto in un’atmosfera magica e soprannaturale: l’uomo, lontano dalla Rete, dai contatti umani, se non quelli dei faristi che si avvicendano, riprende il filo teso dai nostri progenitori, interrotto da anni di civiltà, e guarda alla natura, agli animali, come suoi fratelli umanizzati. E’ così l’asino diventa Ciclope, la gallina Cassandra, i gabbiani, i padroni dell’isola, i venti, chiamati per nome, sono amici o incursori che fanno visita alla costa. La natura è descritta con la poesia del mito, vincendo la noia e incantando lo spirito dell’uomo più cittadino. Protagonista del libro è il faro, il Ciclope, che è sia regno sia carcere: in esso l’uomo diventa padrone di se stesso e allo stesso tempo esule; il faro sfiora anche il mondo sacro; è tempio di luce amica per i naviganti. E’ un’interessante favola ambientata nel passato in cui regna la frugalità e la semplicità, in cui i ritmi sono scanditi dalla natura. Rumiz non dimentica però in questa nuova realtà le brutture del mondo e critica la nostra ’umanità alle prese con la Rete, l’automatizzazione, la pesca intensiva e la strage dei migranti. In questo suo viaggio immobile l’autore ha tempo per ritrovare se stesso e l’essenziale. In questa esperienza al limite della civiltà l’uomo ha imparato una nuova lingua: quella del silenzio della natura, davanti alla quale non ci sono parole idonee. Chi avrà la fortuna di leggere Il Ciclope, guarderà d’ora in poi con occhi diversi il faro; un potere nuovo sarà dato a questo guardiano del mare, oggi quasi trascurato, pensando al mondo che esso rappresenta.E ognuno di noi spererà di potervi riconoscere il superbo faro sull’isola solitaria nel Mediterraneo nel quale Rumiz ha soggiornato, e sul quale con fare dispettoso (per protezione?), conserva l’anonimato geografico e mitologico.

Paolo Rumiz  è  un giornalista e scrittore italiano (n. Trieste 1947). Inviato speciale del”Piccolo” di Trieste, quindi editorialista di “La Repubblica”, ha seguito gli eventi politici che a partire dagli anni Ottanta hanno prodotto profonde trasformazioni nell’area balcanica, pubblicando a seguito di questa esperienza il reportage Maschere per un massacro (1996), e successivamente ha documentato gli eventi bellici verificatisi in Afghanistan dal 2001. Appassionato viaggiatore di viaggi lenti e consapevoli, effettuati a piedi o con mezzi di fortuna, indagatore delle terre di confine e dei luoghi dimenticati, ha percorso itinerari sconosciuti al turismo di massa, soprattutto nell’Est europeo, nel profondo Nordest italiano, lungo il fiume Po.Tra le sue opere citiamo: Danubio. Storie di una nuova Europa (1990); La leggenda dei monti naviganti (2007); Tre uomini in bicicletta (con F. Altan, 2008); L’Italia in seconda classe (2009); Trans Europa Express (2012); Morimondo (2013); Come cavalli che dormono in piedi (2014); entrambi nel 2015, La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna (da leggere soltanto ad alta voce) e Il Ciclope; Appia (2016); La regina del silenzio (2017); Il filo infinito (2019).

La pioggia di Rachid Boudjedra. Gutta cavat lapidem

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Pioggia, vapore e velocità, dipinto a olio su tela, 1844-William Turner, National Gallery Londra

I pensieri di una giovane dottoressa algerina cadono come gocce di pioggia su fogli di carta per sei notti consecutive. Pioggia come lacrime sul viso, come flusso mestruale. In preda all’insonnia, la donna senza nome e senza volto, sotto l’influsso benevolo della luna e dell’albero di  gelso, confida a un diario i suoi pensieri:cavalli selvaggi che corrono all’impazzata in un flusso di coscienza portato agli estremi di un burrone, al di sotto del quale si prova un senso di vertigine e di smarrimento, e si intravvedono le porte di nuove dimensioni miste tra sogno e realtà. I neuroni della protagonista vagano verso il passato, verso i ricordi relativi alla sua famiglia sgangherata, ai suoi genitori, ai suoi due fratelli così diversi, a sua zia. Nel suo errare, la giovane fa accenni anche al suo presente, al suo impiego da medico specializzato in malattie dell’apparato genitale. Sembra uno scherzo del destino che  si dedichi alla cura di queste patologie, lei, che vive un rapporto conflittuale e sofferto con l’altro sesso.  La sessualità è il perno di questo diario “oscuro”: la ragazza riporta l’episodio relativo al suo ingresso nella pubertà, il suo primo rapporto sessuale, l’esser nubile. Come una pallina in un flipper la sua mente è sballotollata da una parte all’altra, caoticamente, violentemente, senza sosta,ma con una lentezza quasi snervante. Il ritmo dei suoi pensieri è rallentato; ogni parola si prende il tempo necessario ad una goccia di pioggia per raggiungere dal cielo la terra,ogni parola cade insieme alle altre. Ciò si riflette in una mancanza di punteggiatura, di pause, di rispetto delle regole. Nella mente della dottoressa vigono altre leggi e la sua essenza interiore scorre sulle pagine come un fluido che non può esser frammentato. “Gutta cavat lapidem” dicevano i latini. La goccia scava la roccia.  Così il lavorio notturno della mente scava lentamente la corazza interiore e fa fuoriuscire la vera natura fragile della protagonista; una natura tormentata, traumatizzata. Come le nuvole partoriscono gocce di pioggia anche la giovane imparerà a mettere al mondo le sue lacrime represse. Boudjedra, in poco più di cento pagine,ci fa penetrare nella selva oscura di un’anima esasperata e senza amore,dilaniata dalla solitudine. Non mi sento di consigliarne la lettura a tutti:” La pioggia” è un libro per chi non ha paura di toccare l’abisso, di camminare all’ombra di un cuore spento, di perlustrare gli anfratti di una profonda tristezza. Se siete dei “grammar nazi” e rischiate di svenire a ogni virgola fuori posto, non accarezzate nemmeno la copertina di questo libro; idem se siete alla ricerca di una lettura spensierata. La pioggia è pane per i denti degli amanti dell’introspezione psicologica,capace di amputare qualsiasi elemento reale e di fisicità  e del genere confessionale.

Rachid Boudjedra è uno scrittore algerino di lingua francese (n. Aïn-Beïda 1941). Attivo in gioventù nel Fronte di liberazione nazionale, sin dai primi romanzi ha affrontato il tema dell’abuso di potere nella vita politica, religiosa, sociale, sessuale e familiare (La répudiation, 1969; Le vainqueur de coupe, 1981). Ha pubblicato anche due raccolte di liriche: Pour ne plus rêver (1965) e Greffe (1983). Tra le altre opere: Le désordre des choses (1991); Fils de la haine (1992); Timimoun (1994); Fascination (2000); Les funérailles (2003; trad. it. Cerimoniale, 2004);Hôtel Saint Georges (2007).

Pian della Tortilla di John Steinbeck. Cosa non si fa per un gallone di vino!

in Cultura/Storie d'Inchiostro

John Steinbeck raccoglie i personaggi  di Pian della Tortilla

Fumatori e bevitori di David Tenier il Figlio- 1652, olio, Museo del Prado

direttamente dalla pianta della vita che ha trascorsocome guardiano di fattoria nei ranches, tra avventurieri di ogni nazione. Li ha scelti tra i  frutti dalla forma più buffa, deformata dalla caduta o dalla malattia della dipendenza alcolica: sono quattro paisanos, ” quello strano miscuglio di spagnolo, di indio, di messicano e di varie razze caucasiche”, che vivono nel quartiere Pian della Tortilla della città di Monterey. Danny, Pilon, Pablo, il Pirata e i suoi cinque cani, Gesù Maria sono i nomi di questi popolani furbi che passano la vita al sole,  dormono nei boschi o in prigione e sono capaci di vendersi un organo e di rivoltare il buon senso e la logica comune pur di ottenere un gallone di vino. Uomini dagli istinti primitivi, dagli amori carnali e superficiali, tipici picari senza scrupoli, che vivono alla giornata e rifiutano di cambiare in meglio, ma così svincolati dalla cultura dell’avere , della cura dei beni materiali , così estranei al vivere civile, da esser capaci di portare il lettore in un mondo sregolato di “idee”, di “parola”, vedi il caso del Pirata e della raccolta del denaro per il candeliere d’oro per S. Francesco. Danny è l’amico-pianeta attorno al quale gravitano gli altri come satelliti. Tornato dalla guerra scopre di esser proprietario di ben due case, eredità del nonno, e…di non aver la più pallida idea di cosa farne!

Con uno stile divertente, ironico, vivace, vengono descritte le avventure di questi scavezzacollo e la vita del paese con il locandiere speculatore Torrelli e con  le  donne dai facili costumi , sempre a caccia di uomini da spolpare. Una lettura leggera, spensierata , sul cui sfondo c’è sempre una sfumatura di poesia e uno sguardo rivolto al divino. I paisanos da buoni uomini semplici e istintivi vedono il mondo pervaso dai movimenti invisibili del burattinaio per eccellenza ,Dio,  in nome del quale  si interrogano su se stessi e si pongono come giudici e castigatori degli amici,in chiara sintonia con il modo di fare dello zio Sam americano.

La bolla di sapone di un mondo fondato sull’amicizia e l’abolizione dei beni materiali, come tutte le cose belle, poi svanisce, ma è stato piacevole e un onore prendere un bicchiere di vino rosso con Danny e i suoi amici, e lasciarsi contagiare, anche solo per la durata di una lettura, dallo stordimento di una vita povera e sregolata, ma non per questo meno felice.

John Steinbeck (Salinas ,California, 27/2/1902 – New York, 1968)  è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e della cosiddetta “Generazione perduta”. Dopo aver frequentato la Stanford University senza mai laurearsi, compare sulla scena letteraria con opere minori finché non raggiunge la notorietà con Pian della Tortilla (1935) a cui seguono molti romanzi racconti e saggi tra cui Uomini e topi, La lunga vallata, Furore – opera grazie a cui Steinbeck riceve il Premio Pulitzer -, La luna è tramontata, La valle dell’Eden, Quel fantastico giovedì, Viaggio con Charley. Nel 1962 gli viene conferito il Premio Nobel per la letteratura.

Bagheria di Dacia Maraini: “odi et amo”della scrittrice per la sua Sicilia

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Fosco Maraini, Topazia Alliata e le tre figlie Dacia, Yuki e Toni in Giappone poco dopo la fine del periodo di prigionia, Tokyo, Giappone, 1945

La piccola Dacia arriva nel 1947 a Bagheria, paese natale della madre, dopo  aver trascorso con la sua famiglia due anni in un campo di concentramento in Giappone, tra fame e maltrattamenti.  A Bagheria  Dacia potrà finalmente dire addio alla “cugina idiota”, ossia l’idea della morte sempre presente durante la guerra. In particolare villa Valguarnera, la residenza della nobile famiglia della madre, gli Alliata di Salaparuta,  richiamerà a sé negli anni  la memoria dell’autrice  con un canto  dolceamaro da sirena . Dacia Maraini  snoda in questo libro il cordone ombelicale che la lega alla terra degli agrumi portando alla luce ricordi sui luoghi,le usanze del posto, vecchi traumi, disseppellendo i morti. Il nonno Enrico, la nonna Sonia, la madre Topazia, il padre Fosco,  la zia Felicita e altri personaggi minori rendono vive queste pagine e abitano come fantasmi le vecchie stanze e il giardino settecentesco di Villa Valguarnera. Per la prima volta Dacia Maraini legge ai suoi lettori pagine di vita privata, tenute nell’oscurità dal dolore che il ricordo di Bagheria suscitava nel cuore dell’autrice. Bagheria non è un’isola felice: “la porta del vento” ( significato della parola Bagheria) è stata scardinata da speculatori che hanno distrutto il polmone verde del posto; la mafia, da sempre spalleggiata dalle famiglie aristocratiche del tempo come quella materna, è denunciata senza peli sulla lingua; l’usanza macabra dell’incesto diffusa tra i contadini non è taciuta. Ricordi della sua passata infanzia e adolescenza si mescolano a ricordi più recenti in un divagare libero senza limiti :”Ma questa è un’altra storia,tendo a divagare come un’ubriaca”. Questo disserrare la cassaforte della memoria di famiglia termina sotto gli occhi insofferenti e vivacissimi  del ritratto di Marianna Ucrià, la parente protagonista di un suo noto libro.  Ed è così che Dacia Maraini saluta i lettori , in compagnia dei suoi “figli” di fantasia, e dei suoi sogni, oasi di ristoro da sempre, per gli spiriti miti come il suo.

Dacia Maraini, Fiesole 13 novembre 1936. Narratrice, drammaturga, giornalista. Figlia dell’orientalista Fosco Maraini, ha soggiornato a lungo in Giappone. Autrice d’ambito nettamente moraviano ( si ricorda la lunga relazione avuta con l’autore dal 1962 al 1983), ha cominciato con un romanzo, La vacanza, sulla disponibilità sessuale della gioventù femminile contemporanea. Ha poi evoluto la sua tematica esplicitando l’impegno ideologico, sul versante della rivendicazione della pienezza esistenziale della donna e della protesta contro le tradizioni che la frenano. Nel 1990 ha vinto il Premio Campiello con La lunga vita di Marianna Ucrìa e nel 1999 il Premio Strega con Buio. Il suo ultimo romanzo è Tre donne (Rizzoli 2017).

La buona terra di Pearl S. Buck. Un viaggio tra le campagne cinesi alla scoperta del senso delle cose

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Lavori agricoli in una risaia, miniatura cinese di epoca Ming

Questa storia non è  cibo per cittadini amanti del cemento e delle comodità. È una storia di fatica e sudore , spesso non ripagata, di semplicità e gioia nelle piccole cose, che solo chi è stato punto dalla zanzara dell’amore febbrile per la terra da coltivare può capire. Il protagonista è il contadino Wang Lung, che in età da matrimonio, si lega alla schiava, non bellissima ma operosa, O-Lan. L’arrivo nella casa della donna, prima abitata dai soli due uomini Wang Lung e suo padre, sembra essere una manna dal cielo: la donna non disdegna il lavoro in campagna e la cura della casa. Grazie alla sua parsimonia i due riescono a rilevare la terra dei Hwang, presso i quali O-Lan prestava servizio prima del matrimonio. S’inizia  l’ascesa e il riscatto sociale, ma la terra e il cielo non sono sempre buoni e, in seguito a una carestia, la famiglia, che ora è aumentata di numero, è costretta a emigrare in una città del Sud. Wang Lung lì subirà il trauma di sentirsi straniero, figlio della terra trapiantato in città. Il richiamo dei campi è sempre troppo forte e grazie ad un colpo di fortuna Wang Lung e i suoi riusciranno a tornare a casa  e a ricominciare da capo. Il lettore si sentirà come sulle montagne russe, salendo e precipitando seguendo le vicissitudini di questa famiglia cinese che da povera diventa ricca e rispettata. E in seguito alla tranquillità economica, all’abbandono della continua lotta in campagna per la vita, nel cuore di Wang Lung e dei suoi figli trovano terreno fertile i germi dell’ambizione e della voluttà. Altri drammi infestano la famiglia di Wang Lung come la malattia di O-Lan, l’unica che resta fedele a se stessa. Dal tocco caravaggesco, la storia di questa famiglia è una tela della realtà  quotidiana che appartiene a tutti noi, priva di  giudizi o ipocrisie; mai forse abbiamo sentito il cuore nudo di un uomo con le sue imperfezioni così vicino al nostro . Tocchiamo la vita con mano, in tutte le sue fasi e sfaccettature, proprio come il vecchio Wang Lung teneva stretta tra le mani un pugno della sua buona terra.

Pearl S. Buck (pseudonimo per Pearl Walsh) è nata a Hillsboro (Virginia occidentale) nel 1892, da una coppia di missionari americani trasferiti in Cina poco dopo la sua nascita. L’educazione della Buck, affidata nei primi anni a una governante cinese, fu completata in Inghilterra e in America. Terminati gli studi, Pearl Buck tornò in Cina dove rimase fino al 1932, dedicandosi all’insegnamento. Nel 1934 si stabilì definitivamente in America; nel 1938 conseguì il premio Nobel per la letteratura con questa motivazione: “Per le sue ricche ed epiche descrizioni della vita contadina in Cina e per i suoi lavori autobiografici”. Tra i suoi numerosissimi romanzi ricordiamo: Vento dell’Est: vento dell’Ovest, 1930; Figli, 1932, che insieme con La buona terra e La famiglia dispersa, 1935, forma una trilogia; Stirpe di drago, 1942; La saggezza di Madama Wu, 1946; Lettera da Pechino, 1957. Ha scritto inoltre alcuni racconti per ragazzi e un’autobiografia: Le mie patrie, 1954. I suoi ultimi romanzi sono stati La casa dei fiori, Un ponte per I’altra riva e Le ragazze di Madame Liang. Morì il 6 marzo del 1973.

Amore di Isabel Allende. Una carrellata di emozioni selezionate dalla nota scrittrice cilena

in Cultura/Storie d'Inchiostro
Giulio Aristide Sartorio, La sirena, 1893, Olio su tela applicata su tavola, 71 x 142 cm, Torino, GAM

Tutte le frecce scoccate dall’arco di Cupido durante una vita intera sono raccolte e offerte al lettore dall’autrice di “La casa degli spiriti”. Frammenti di uno specchio che compongono il riflesso del dio Amore sono selezionati dall’ autrice all’ interno delle sue opere più o meno famose: le schegge ritrovate si riferiscono alla perdita del candore infantile, al primo amore, alla gelosia, all’amore scanzonato e all’amore maturo. Ogni pietra miliare che segna la tappa sentimentale e sessuale è decorata da un breve commento introduttivo della stessa autrice in merito  alle scelte artistiche e alle sue personali esperienze d’ intimità senza tabù e omissioni. Da donna caliente del Sud del mondo l’ Allende non può nascondere i particolari più piccanti e osé del rapporto a due, senza scadere nella volgarità, e dipingendo sempre la carnalità  con un’immagine poetica e trascendentale. Isabel Allende si racconta contestualizzando la sua evoluzione di donna e di amante ai vari periodi storici vissuti in prima persona come la rivoluzione sessuale degli anni ’70 e l’affermazione del femminismo. Una lettura forse un po’ priva di brio perché le scene sembrano ripetersi ma dal gusto delicato, spensierato, frizzante. Le lettrici  nelle sue parole e fantasie potranno riconoscersi. Ai lettori sarà concesso per una volta di scrutare  attraverso l’occhio di una donna il mondo dell’eros e dell’amore.

Isabel Allende nasce nel 1942 a Lima, in Perù, ma a soli tre anni si trasferisce in Cile, dove rimarrà fino al 1973. Proprio in Cile, a soli 17 anni, comincia la sua carriera come giornalista.Nel 1962 si sposa con Miguel Frias dal quale avrà due figli, Paula e Nicolas. Il 1973 è un anno fatale per il Cile: a seguito del golpe militare guidato dal generale Augusto Pinochet, l’allora attuale Presidente cileno, Salvador Allende, zio di Isabel, viene assassinato e comincia un lungo e terribile periodo di repressione. Isabel è costretta all’esilio con il marito e i due figli in Venezuela, dove vi rimane per ben 13 anni. Sono anni difficili e il rapporto con il marito si deteriora fino al divorzio nel 1986.  Nel 1983 esordisce con la sua opera più apprezzata “La casa degli spiriti” con forti richiami autobiografici e dal quale sarà tratto l’omonimo film. Tra gli altri romanzi noti “La città delle bestie” “D’amore e ombra”, “L’isola sotto il mare”.Molto toccante è Paula, scritto in ricordo della figlia Paula, morta a soli 28 anni di una malattia rara. Nel 2010 ha ricevuto il Premio Nazionale Cileno per la Letteratura. Allende è oggi cittadina americana e vive in California con il secondo marito William Gordon.

 

La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin di Enrico Ianniello. Il terremoto dell’Irpinia “fischiato” da un bambino

in Cultura/Storie d'Inchiostro

Tonino Guerra, n. 107, affresco, cm50x40, 2005

La tragica storia del terremoto dell’Irpinia del 80’ è raccontata attraverso gli occhi  e i “fischi” di un bambino di dieci anni, residente a Mattinella. Isidoro Raggiola, questo è il suo nome, è figlio di una coppia innamoratissima e non convenzionale: suo padre è Quirino, un sindacalista comunista strabico e poeta  e sua madre si chiama Stella e fa la pasta in casa per tutto il paese. Isidoro non è un bambino come tutti gli altri: ha il dono particolare di saper fischiare come gli uccelli e questo gli permette di diventare amico di un merlo indiano, Alì. Il bambino parla un linguaggio primitivo, pieno di vita, possibile strumento rivoluzionario nella lotta dei poveri contro i ricchi. Grazie alla sua ironia e al suo dono, Isidoro diventa celebre per tutta l’Irpinia e tutti lo acclamano. In quest’atmosfera di magica spensieratezza, la vita “vera” viene a bussare con forza alla porta di Isidoro prima con le crisi epilettiche di Marella, la sua innamorata, e poi con le scosse sismiche che demoliranno per sempre la vita del piccolo fischiatore. Ma il destino è ancora pieno di sorprese strabilianti per questo bambino prodigio che conoscerà, diventando gli occhi per il cieco cinquantenne Enzo, la bellezza di Napoli e la solitudine della vita di un uomo dalla sensibilità troppo acuta. Un libro goliardico, dove potersi far cullare dalla dolcezza della semplicità e della saggezza popolare. In questa sua prima produzione letteraria, Enrico Ianniello, noto attore, ha superato brillantemente la prova, mettendo nero su carta un pizzico della sua arte d’interprete delle anime altrui. Trattando temi profondi con una filosofia tutta mediterranea, alla Totò, l’autore ci commuove in un modo salutare, senza rattristarci. Non sempre capita a bordo delle nostre vite di lettori di avere un dito che ci indica all’orizzonte una possibile terra migliore, più genuina e giusta: la vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin è quel dito magico. Anche se la scelta di un linguaggio scritto dialettale può costituire una barriera per chi non è del Sud-Italia, il libro di Enrico Ianniello parla dritto al cuore di tutti gli abitanti dello stivale , con messaggi universali  di una saggezza quasi “illuminante”e, della quale abbiamo oggi tutti  così bisogno.

Enrico Ianniello (Caserta, 1970) è un attore, regista e traduttore. Ha lavorato a lungo nella compagnia di Toni Servillo. Dal catalano ha tradotto le opere di Pau Miró, Jordi Galceran, Sergi Belbel. Al cinema ha lavorato con Nanni Moretti, in televisione è il commissario Nappi della serie “Un passo dal cielo”. La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin (Feltrinelli, 2015), il suo primo romanzo, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2015 e diversi altri premi, tra cui Il premio John Fante Opera prima 2015, il Premio Cuneo 2015 e il premio Selezione Bancarella 2015. Per Feltrinelli ha pubblicato anche, nella collana digitale Zoom Flash, Appocundría (2016) e il romanzo La Compagnia delle Illusioni (2019).

Torna su