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alba gallo

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Tipi da spiaggia

in Cultura

La crema solare c’è, l’asciugamano pure, ma il vicino quello no, non si può scegliere. E come dato che la Fortuna è cieca, ma la Sfiga ci vede benissimo, t’aspettavi Brad Pitt ma t’è toccato De Niro.

Tipi da spiaggia: kit di sopravvivenza… e relativo contrappasso.

– ‘Pulitzer’ o ‘l’intellettuale dell’ombrellone accanto’. Così detto per il suo modo di esprimersi: dall’italiano a prova di Crusca e gli occhiali rigorosamente rotondi, rigorosamente a metà naso. Se ha due figli si chiamano decisamente Antonluca ed Antongiulio. Se ha una moglie si chiama, necessariamente (all together): ‘Magdaaaaa’!

Merita la vicina che parla solo in dialetto alternato a parolacce parimenti in vernacolo.

– Il patito di fitness. Lo riconosci subito dalla fesa di tacchino a portata di muscolo, mangiata rigorosamente in riva al mare, alle undici spaccate e, se si trattiene, anche verso le diciassette.

Ingurgitando la fesa, a vista, mostrerà i muscoli, degni figli delle proteine ingurgitate.

La vicina obesa dal krapfen assassino a mezza mattinata: è così che si punisce chi mangia proteine a profusione, come se non ci fosse un domani.

– Lo sportivo a tutti i costi. Quello che nella vita normale: “Palestra? What’s palestra? – ma in spiaggia – inaspettatamente – diventa Messi: tutte le palle sono le sue, la sabbia sull’asciugamano tutta tua.

Tolleranza vs Omicidio: 2 – 1.

La receptionist della palestra, esattamente la stessa che ancora li sta aspettando da quel remoto settembre di non si sa quanti anni fa. Meritano l

– La famiglia. Si muove rigorosamente in branco, adombrata da gazebo pendulo che avanza di pari passo con i vari membri. Sollevato a mo’ di baldacchino, occuperà i tre quarti della spiaggia, relegando gli altri aventi diritto al sole alle zone più periferiche e non necessariamente interessate da aria salubre.

L’Inferno, merita l’Inferno. Non foss’altro che per la quantità di fumo sprigionato dalle loro grigliate. E vivaddio (si fa per dire…)!

Colonna sonora: I will survive’, Cake

Ps: in tutti i casi, keep calm and… meno cinque (mesi) e sarà nuovamente Natale!

CheCoss’èl’Amor?

in Cultura
Credits: "Amori sfigati", di Chiara Rapaccini

Irruente, irrazionale, folle, cieco o sconfinato. Imprevisto o sciagura; alchimia o sventura. Muoverà il sole e sarà “apostrofo”, va bene, ma alla fine, l’amore, che cos’è? L’abbiamo chiesto ad un pittore, cuoco, scrittore; ad una poetessa e a un professore. A tutti, tranne che … al “vento”.

E questa? questa è l’ennesima ‘indagine sui sentimenti’; multisensoriale, però. Mettetevi comodi: li avete, 5 minuti?

VISTA – Pino Oliva mi risponde così: con un acrilico su tela, 120x100cm, “I migliori giorni a venire”. “Privarsi delle emozioni, anche le più piccole, è un peccato feroce”. L’amore secondo Pino Oliva, pittore.

Pino Oliva, “I migliori giorni a venire”

GUSTO E OLFATTO – Cucinare per amore? “Fatto!”, parola di chef stellato, Federico Valicenti. Cibosofo. Che ai mortali dispensava ambrosia (e relativa ricetta), mentre Prometeo gli donava ‘fuochi’. L’amore, si diceva: e se fosse un piatto? “Pasta maritata: fusillo e orecchietta si “maritano”, intrecciandosi in goduriosa unione nel bollente “caldaro” d’acqua. Scolata, la pasta, viene accarezzata e avvolta dai tentacoli dei moscardini, condita dell’ardore rosso del pomodoro, per sfociare in un piccante amplesso fortificato dal peperoncino”. Le dosi? “Non ecceda né manchi; non sia al sangue né ben cotto, né crudo ma nemmeno scotto”.

E questo è tutto tranne che una ricetta.

L’amore? “Un buon piatto di peperoni cruschi: miracoloso, generoso, divertente, dolce e deciso insieme”. Di cibo ho chiesto a Mara Sabia, docente e poetessa che mi ha regalato anche un bigliettino “da parabrezza”: uno di quelli che devi ‘dimenticare’ su un’auto… “a caso”.

UDITO – In principio fu apostrofo (rosa). Se fosse mero segno d’interpunzione, l’amore? Chiedo a chi d’Italiano vive, Trifone Gargano (Università di Stettino): “I due punti, espressione di disponibilità totale ed incondizionata”. E… un punto esclamativo, no? “Beh, il punto chiude, l’amore è apertura”.

TATTO – Roberto Moliterni (scrittore), mi occorre un biglietto da lasciare sul parabrezza a caso, mi dai una mano? Mi risponde con un disegno, girando però la domanda al suo portiere, a (e di) Roma: “L’amore è una sciagura: ti rende ottuso, sordo e cieco e quando te ne accorgi è tardi”.

SINTOMATOLOGIA: come ci si accorge di essere innamorati? “Basta portare due al cinema per vedere se si stanno innamorando: se non riescono a stare zitti durante il film e se, quando i protagonisti sullo schermo si baciano, si baciano anche loro, il danno è fatto” (Roberto Moliterni).

E poi… poi c’è Giuliano, cinque anni e mezzo, altrimenti detto – in famiglia – “il principino”: “Cucciolo (la mamma rivolgendosi a lui), cosa vuol dire essere innamorati? Pausa. Sguardo austero e stizzito: “Mamma… ma che domanda è”?!

Vinicio Capossela – Che cosse’ l’amor


Sopravvivere a San Valentino – Le dieci regole d’oro di Ovidio

in Cultura

In principio fu Carrie Bradshaw, storica protagonista della serie cult Sex And the City, la quale, esasperata dalla rottura con Mr. Big (un soggetto della tipologia “oggi ci sono, domani no … per intenderci!”) decide di creare le “Regole del lasciarsi”.

Ma siamo sicuri che questo fu davvero “il principio”?

Sembra di no. Andando indietro nel tempo e abbandonando Manhattan, ci ritroviamo in un’altra città affollata: l’antica Roma dove fiumi di Cosmopolitan lasciano il posto a coppe di mulsum. Qui vive un tale Publio Ovidio Nasone. Proprio lui! Quell’Ovidio che insegna l’Ars amatoria è autore di un altro poema didascalico denominato Remedia amoris. Come si dice “l’Amore è una cosa meravigliosa” ma che succede quando Cupido sbaglia clamorosamente mira? Si soffre e bisogna dimenticare.

Ed è qui che corre in aiuto Ovidio: “Imparate da me a guarire, come da me imparaste ad amare”.

Il poeta dunque stila una vera e propria serie di consigli pratici, una specie di “pronto soccorso sentimentale”, che indica cosa fare e cosa non fare per superare la delusione. Saranno utili anche a noi che (ahimè!) viviamo le relazioni al tempo dei social? Proviamo ad analizzarne qualcuno!

  1. “Bada di fuggire l’ozio (…): se scacci l’ozio, non ha più forza l’arco di Cupido”. Quindi la prima cosa da fare è… FARE!
  2. “Questa dei filtri è un’arte vecchia..”. Nessun Elisir d’Amore da comprare, caro Mannarino!
  3. “Poniti davanti agli occhi tutti i torti che ne hai ricevuti..”. Se dicessi: spunte blu, ultimo accesso, like come se piovesse? Bene, ci siamo capiti!
  4. “Ogni amore viene vinto dal nuovo, che gli succede”. Non esiste solo lei/lui!
  5. “Non prefissarti la fine del tuo amore..ciò che non dichiarerai succederà”. I sentimenti non sono come uno yogurt a scadenza: prima o poi le cose si evolveranno da sole!
  6. “Ti nuocciono i luoghi solitari..la folla ti sarà d’aiuto”. Assolutamente vietato restare a casa in pigiama tutto il giorno con il telefono stretto a cantare “All by myself”. USCITE E INCONTRATE GENTE!
  7. “Se ami e non vuoi amare, fai in modo da evitare contagi …”. Cene tra coppie innamorate? No, grazie! Non è il momento!
  8. “Anche un altro era già guarito, ma poi l’ha perduto la vicinanza. Non riuscì a resistere all’incontro con la sua donna. L’antica ferita, non ben rimarginata, tornò ad aprirsi..”. Parole d’ordine: CANCELLARE, ARCHIVIARE, BLOCCARE!
  9. “Ora ti parlerò anche dei cibi, quelli da evitare e quelli da scegliere”. Pollice in su per l’erba ruta che acuisce la vista; pollice in giù per tutti quei cibi che “predispongono il nostro corpo a Venere”. E circa “il dono di Bacco”? ”Bando all’ebbrezza, oppure essa sia tale da toglierti ogni pensiero. In caso siate solamente un po’ brilli è SEVERAMENTE VIETATO L’USO DI WHATSAPP!!!
  10. “Sarai triste, se starai da solo … è più triste la notte delle ore del giorno: è allora che manca la schiera degli amici che ti allevino la pena..”. Ed è qui che Ovidio incontra Carrie con la sua “regola del lasciarsi” più importante di tutte: “Non conta chi ti ha spezzato il cuore o quanto ci vuole per guarire, non ce la farai mai senza le tue amiche!”.

Anna Colangelo

Soc. Coop. Hera

La Startup (lucana) del Caciocavallo Impiccato

in Storie di Frutta

Non è una bufala, semmai… una vacca, dal cui latte viene fuori poesia in stato solido, quella che in Lucania si suol definire col termine “caciocavallo”. Perché il buon caciocavallo lo riconosci… dalla “scorza”: coriacea, dura, come la gente di Lucania. E dal latte, prevalentemente vaccino.

“Fin da quando ero piccolo ho sempre avuto un amore particolare per la festa del mio paese. A Pignola, in Basilicata, la tradizione vuole che amici, parenti e compaesani si riversino in piazza per vivere insieme momenti di gioia e convivialità. Il padrone della festa è sempre stato lui, il Caciocavallo Impiccato”. Così Saverio Mancino, fondatore, ideatore, degustatore della startup “Caciocavallo Impiccato” ne parla, ce ne descrive la genesi e quasi quasi… ce la fa “degustare” verbalmente.

La storia è quella di un amore. La storia è quella di chi ama talmente tanto un alimento da ragionarci su in termini di guadagno. Del resto, l’hanno fatto di recente a Roma, inventandosi il primo Avocado Bar; lo hanno fatto a Senise, inventandosi il Crusco in versione “chips”, da sgranocchiare allegramente passeggiando.

E se “non esiste amore più sincero di quello per il cibo” (G.B.Shaw), questa è la storia d’amore più… autentica che si possa raccontare.

“Ora vivo con la mia famiglia nella città più bella del mondo, Roma (…) – prosegue Saverio. Mi è venuta un po’ di nostalgia. Per questo, qualche anno fa, sono tornato a celebrare quest’antico rito in occasione di cene e feste con gli amici più cari. Sono stati loro, scherzando, a propormi di portare questa tradizione in tutto il mondo. Io li ho presi sul serio. Ho alzato il mio bicchiere di vino davanti alla brace e ho risposto: “Impicchiamolo!”.

Esiste uno starter kit, esiste un kit… di ricarica. I prezzi? 79 euro per il kit di base che comprende asta (per “impiccagione”), caciocavallo da 1,2 kg e miele, fino ai 169 euro per avere in più del pane di Matera, una corona di cruschi, dell’Aglianico del Vulture e la Tartufata lucana. La Basilicata, no: quella, Saverio, non ve la può portare.

 

FRANTOI APERTI – COSì NASCE L’OLIO D’OLIVA. UNA GIORNATA AL MOOM DI MATERA

in Storie di Frutta

L’esigenza di aprire un frantoio al pubblico si fa sempre più impellente negli anni. Sempre più necessaria (ed ancor più nel prossimo futuro) da quando sta prendendo piede la malsana idea che l’olio nasca nelle bottiglie del supermercato. Un po’ come la questione della cicogna coi bambini, se non peggio.

I cosiddetti “Musei del Territorio” nascono proprio in questo senso: per raccontare un territorio facendo al contempo “didattica del prodotto”. Spiegando, cioè, che l’olio non nasce tale ma deriva – ad esempio – da un’oliva franta sotto macine. O che la salsa dalla spremitura dei pomodori. E se il museo del pelato (inteso come varietà di pomodoro), almeno in Basilicata, non esiste (e valutare l’idea male non sarebbe), diversa è la situazione dell’olio, che a Matera trova la sua legittimazione e ragion d’essere nel Moom.

Frantoio oleario ipogeo, intagliato nel cuore tufaceo del Sasso Caveoso. Nato nel Seicento, si colloca nel cuore dei Sassi, in una delle vie più periferiche ma più raggiungibile dai carri della Matera che fu.Frantoio che, ricoperto di calce e trasformato nei secoli in cantina, è tornato oggi a rivivere ad opera di giovani, preparati e volenterosi che lo hanno aperto al pubblico da qualche anno, trasformandolo in museo dell’olio, appunto. Ipogeo, quindi sotto terra, il Moom è scavato interamente nella roccia e costituito da diversi ambienti a scandire le varie fasi di trasformazione delle olive: dalla macina alla pressatura, dal lavaggio della materia prima alla conservazione dell’olio in imponenti e numerose vasche mediante le quali separarlo, ad esempio, dal liquido di conservazione.

Il Moom insegna ed educa al “prodotto” (come si arriva all’olio dalle olive) quanto al riciclo: nulla va sprecato in nessuna fase del processo. Perché la civiltà contadina è prima di tutto figlia di un mondo di povertà, in cui tutto doveva essere recuperato. E memore di ciò, ricicla tutto, finanche le foglie, ampiamente impiegate negli infusi, ad esempio. O l’olio “cattivo”, per foraggiare la luce delle lampade o per lubrificare i primi motori.

L’olio fa bene. L’olio è un bene, prezioso peraltro. È – l’olio d’oliva – il vero oro del Sud. Quasi quanto la passata di pomodoro. Quasi patrimonio dell’umanità. E la vera ricchezza è saperli ancora produrre in casa, tramandandone la tradizione. Un po’ come per i cavatelli o gli strascinati. Perché giù al Sud, nell’olio, senti la tonicità dell’oliva, il profumo delle foglie, l’odore della pioggia bagnare le radici delle piante secolari. Perché giù al Sud, l’olio, sarà sempre reato comprarlo al supermercato.

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