Giovedì, 07 Luglio 2022

Maida: 'Bonelli esempio di giudice lucano indipendente'

 

 

In questi tempi che spesso registrano sparte della Magistratura impegnata direttamente in politica, vedi gli esempi di Ingroia, De Magistris, Grasso, o che comunque incide, a torto o a ragione, sulla politica, come nella vicenda giudiziaria del leader del PDL, non è ozioso ricordare un lucano doc Giovanni Battista Bonelli, che in questo settore ha ricoperto ruoli importanti presso la Procura della Repubblica di Milano ed è stato ed è pressoché ignorato nella nostra Regione.

 

Nessun riconoscimento né in vita, né postumo, come lucano illustre. Eppure il suo esempio professionale è stato esemplare per chiunque voglia intraprendere la carriera di Magistrato ed il suo nome ricorre nei manuali di procedura penale.

E’ andato in pensione come Presidente dei GIP del Tribunale di Milano qualche anno dopo “tangentopoli”, da lui dipendevano  i vari Davigo, Colombo, ecc… Era lui ad assegnare le indagini ed era stato il primo in Italia ad ideare una procedura di assegnazione automatica e non discrezionale.

Nativo di Montalbano Jonico vi ritornava ogni anno a settembre, amava il mare in questa parte dell’anno e durante il periodo in cui trattò importanti processi, come quello a Mario Riva, a Franco Nicolazzi, a Giorgio Almirante per ricostituzione del partito fascista, ai terroristi rossi, ecc… alla scorta che vigilava sulla sua incolumità 24 ore su 24, aveva raccomandato di fare meno “scena”  possibile in paese, ed infatti passava quasi inosservata, al contrario di tanti uomini pubblici che spesso l’ hanno ostentata.

Si era rifiutato di far parte della commissione per la riforma dei Codici perché non ne condivideva le premesse: “ la vecchia impostazione giuridica, mi ripeteva, tutelava gli interessi della comunità, la nuova quelli dell’individuo ed è in linea con l’individualismo odierno che annienta lo spirito comunitario. Le conseguenze si vedranno ad iniziare dall’ordine pubblico.”

Era stato in predicato per diventare Procuratore Capo della repubblica a Milano, ma il Ministero di Grazia e Giustizia gli aveva preferito Beria di Argentine, il predecessore di Borrelli.

Quest’ultimo gli stava antipatico: “Quando compare in televisione cambio canale, non sopporto la sua boria”

Un suo ricorso avverso a tale nomina venne respinto e sancito il potere discrezione del Ministero.

Non aveva, né aveva mai cercato protezioni politiche, né aveva  mai aderito a nessuna loggia, anzi era un convinto assertore dell’autonomia della Magistratura in tutti i sensi. Pagava il prezzo della sua indipendenza.

Mi diceva: “Un giudice per svolgere al meglio il suo compito e garantire l’assoluta imparzialità, deve annullarsi come persona nella funzione che svolge ed allo stesso tempo deve resistere alla tentazione del protagonismo e della pubblicità delle sue azioni, né deve sfruttarlo per altri fini, meno che mai per la politica, la sua autorevolezza ne verrebbe irrimediabilmente compromessa”.

Di cultura profonda e vasta, in tanti lo ritenevano tra le persone  più colte e  preparate di Milano, senza che avesse avuto alcuna frequentazione salottiera, era stato fondatore e primo presidente  dell’associazione Italia-Cina.  In tempi non sospetti profeticamente riteneva che quel popolo per uscire dalla miseria e sfamare un miliardo di persone, avrebbe dovuto aprirsi ad una economia di mercato ed archiviare lo statalismo comunista, senza tuttavia calpestare le regole elementari delle garanzie dei lavoratori.

Da giovane era stato di simpatie socialiste, amico di Vittore Fiore; in seguito, pur senza mai rinnegare la sua predilezione per uno Stato che avesse attenzione per le classi sociali più deboli, si era avvicinato al pensiero tradizionalista; leggeva e appuntava i libri di Ernst Junger, Oswald Spengler, soprattutto il monumentale Tramonto dell’occidente, Yukio Mishima, Louis Ferdinand Celine, del quale mi fece dono del romanzo Nord, scritto dall’autore francese mentre durante la II guerra mondiale fuggiva dalla sua patria, Julius Evola, ecc…

Aveva conosciuto sin da piccolo Padre Pio, la madre era originaria di San Giovanni Rotondo, ed era stata tra le pie donne che avevano subito avvertito la santità del frate di Pietralcina. Spesso mi raccontava aneddoti sui loro incontri.

L’ultimo era avvenuto dopo il suo trasferimento a Milano. Da giovane Giudice aveva annunciato al frate con tono quasi trionfale: “ho vinto il concorso in magistratura presso la Procura della Repubblica di Milano”. Padre Pio lo aveva attraversato con lo sguardo e con la sua proverbiale ironia aveva  commentato: “povera repubblica”.

Un’espressione quanto mai attuale.

 

Vincenzo Maida

Centro Studi Jonico DRUS

 

Read 965 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 09:22
Rate this item
(0 votes)