Mercoledì, 29 Maggio 2024

Apologia dello pseudonimo

Stendhal ne aveva tre. L’intrigante George Sand solo uno e così anche Currer Bell, George Elliot, Sibilla Aleramo, Lewis Carroll, Italo Svevo e l’elenco potrebbe continuare per chissà quante altre righe.

Senza contare chi ha voluto decisamente strafare, come George Simenon, che ha stabilito il record con ben diciassette. In effetti chiunque – famoso o meno – ha usato, almeno una volta nella vita e per chissà quale stravagante ragione, uno pseudonimo, un nickname o un nom de plume. In termini strettamente etimologici, un “falso nome” (gr. “pseyès” e “onyma”).


Del resto, ogni supereroe che si rispetti vanta non tanto il suo bel costumino, quanto il nome di battaglia. Abbastanza ovvio giacché ogni appellativo dà origine ad un’identità: il prenome di battesimo, il cognome della famiglia, i nomignoli affettuosi con cui i nostri genitori ci chiamavano da bambini, il soprannome che ci hanno affibbiato gli amici e, ancor più, i nemici. Ne consegue che reinventando il nostro nome, reinventiamo addirittura noi stessi: affascinante. E soprattutto utile, per non dire necessario, a moltissime scrittrici che, ancora nell’ ‘800 erano spesso “scartate” dagli editori perché, come argomentava Oscar Browning, “la migliore delle donne era intellettualmente inferiore al peggiore degli uomini”. Cambiare sesso – o meglio, il sesso del proprio nome – diventava il più delle volte una scelta obbligata.
Portando questa riflessione alle estreme conseguenze, risulta evidente che la più potente forma di pseudonimia è l’anonimato: “privi di nome” e dunque privi di identità, perciò immuni da ogni genere di pregiudizio. L’autore o l’autrice non sono né più né meno di ciò che hanno scritto.


Se nel 1547 Enrico II non tollerava la circolazione di opere firmate con nomi palesemente falsi o non siglate affatto (infatti impose la prima e rudimentale forma di diritto d’autore perché la responsabilità morale dell’opera ricadesse su un soggetto concreto ed eventualmente perseguibile), oggi gli pseudonimi e l’anonimato sono tutelati al pari del nome anagrafico ai sensi degli artt. 6 e seguenti del Codice Civile. Il che è un’arma a doppio taglio. Penso a quel furbetto di Roman Lacew (alias Gary Romain) che usando due diversi pseudonimi riuscì a vincere per due volte il premio Goncourt, irregolarità che fu scoperta solo dopo la sua morte. Ma c’è anche chi, sotto falso nome, riuscì a denunciare un fenomeno alquanto strano: Doris Lessing, ormai già famosa, inviò ad un editore un manoscritto firmato con un nome nuovo e sconosciuto. Scambiandola per un’esordiente, l’editore rifiutò di pubblicarne l’opera e il polverone di polemiche non tardò a travolgerlo.


E poi c’è Pessoa, il cui nome è legato ad un caso limite particolarmente interessante ed istruttivo. Il poeta e scrittore portoghese pubblicò svariati lavori firmandoli con diversi nom de plume (tra i più noti: Alvaro de Campos, Ricardo Reis1, Alberto Caeiro, Bernando Soares). Fin qui nulla di stupefacente. Ciò che invece sorprende è il fatto che per ciascuno di essi egli abbia concepito non solo un vero e proprio ecosistema di racconti, parole e suoni, ma anche una precisa fisionomia, una biografia ed una personalità indipendenti dalla propria. Ed in questo si distinguono dagli pseudonimi: non sono semplicemente dei nomi fittizi dietro i quali si cela il poeta, sono eteronomi, ovvero “diversi nomi” (gr. eteròs e onyma). E a diversi nomi corrispondono diverse identità. Ma Pessoa non ha inventato nulla, non ha costruito degli alter-ego letterari ex nihilo: ha scavato nelle proprie profondità mentali e percorrendo quell’abisso misterioso si è letteralmente “smembrato” in altri Sé. La sua personalità – o meglio, la personalità dell’essere umano – era troppo complessa ed enigmatica perché potesse esprimersi in toto e alla fine è implosa, con il risultato che si è totalmente “spersonalizzata”. Grazie a questa scissione il poeta ha placato la sua ansia di totalità e ha dato voce ad ogni recondito aspetto dell’animo umano. Gli eteronimi dialogano fra loro e con l’ortonimo (Fernando Pessoa) permettendogli di “sentire in tutte le maniere, / vivere tutto da tutti i lati, / essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo / realizzare in sé tutta l’umanità di tutti i momenti / in un solo momento diffuso, profuso, completo e distante”. Compresenza, simultaneità, ed estasi: attraverso la disgregazione e moltiplicazione dell’Io è giunto alla riconciliazione con l’intero universo. Ed in esso si annulla, si spoglia della sua individualità presentandosi come una qualunque “persona”.

O “pessoa”, come si traduce in portoghese, o “personne”, che, in francese, nelle frasi negative, vuol dire “nessuno”. E difatti, giocando appunto con il significato letterale del particolarissimo cognome e alludendo all’incompleto sviluppo di una sua propria personalità, la sua fidanzata Ophélia Queiroz coniò per lui l’eteronimo Ferdinand Personne. Intuizione brillante che ci rimanda al discorso sull’anonimia e sulla pseudonimia: “Nessuno” non solo sarebbe la firma dell’anonimo, ma è anche il “falso nome” grazie al quale Ulisse, dopo aver imbrogliato ed accecato Polifemo, riuscì a salvarsi dalla furia degli altri Ciclopi.  [Sara Calculli]

Read 3430 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 09:16
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