Giovedì, 25 Luglio 2024

''Piantare in asso'', dalla mitologia alle carte francesi

Un filo. Un semplice filo che è anche una metafora, un legame, un giuramento d’amore e fedeltà. Un filo che lega il più nobile dei sentimenti al più terribile: la paura di perdere il proprio amato. Un filo che, come certe promesse d’amore, è molto fragile e può facilmente spezzarsi. 

Si tratta naturalmente del filo che Arianna, figlia del crudele re di Creta Minosse, consegnò astutamente a Teseo perché portasse a termine con successo la sua impresa: uccidere il Minotauro ed uscire dall’intricato labirinto in cui quel terribile essere era stato rinchiuso. È celebre la leggenda secondo la quale Minosse chiedesse periodicamente agli Ateniesi, sconfitti in un precedente scontro, un prezioso tributo di sangue, sette ragazze e sette ragazzi, per saziare la mostruosa fame di quella bestia. E così, braccato quell’orripilante ibrido nella sua piccola Alkatraz e nutrendolo con il giovane sangue della città rivale, a Creta tutto procedeva perfettamente. Minosse non aveva affatto idea che, un giorno, un giovane eroe destinato a governare su Atene avrebbe vendicato tutte quelle morti e posto fine al supplizio degli Ateniesi uccidendo l’insaziabile e spaventosa creatura.

E c’è di più: come avrebbe potuto immaginare che quell’ennesima ed incredibile fatica sarebbe risultata vittoriosa grazie all’aiuto di sua figlia? Eppure è in questo modo che sarebbe andata a finire: una nave come tante altre che spesso giungevano al porto di quell’isola maledetta non fu che un cavallo di Troia. A bordo, assieme alle vittime sacrificali, vi era infatti nascosto Teseo, eroe dalle nobili e grandiose gesta, figlio di Poseidone ed erede al trono di Atene. Come biasimare Arianna per essersi accesa d’amore per lui? Un amore sottile come un filo, ma tanto forte da liberare Teseo dalla trappola del Minotauro ed un intero popolo da una straziante schiavitù. Fu così che Teseo, rientrando vittorioso in patria, acconsentì a portare Arianna con sé. Ma non per molto: la fanciulla non giunse mai nel regno di Egeo perché quell’ingrato l’abbandonò su un’isola. Il filo, quel patto di amore e vita, era stato spezzato. E con esso, il cuore della sventurata amante che fu, letteralmente, piantata in Nasso. Tuttavia le ruote girano ed anche il futuro re di Atene avrebbe avuto la sua buona dose di gatte da pelare mentre Arianna se la spassava su quell’isola greca chiamata Nasso (Naxòs). Infatti, come narra Ovidio, una volta “piantata” lì, vi mise ben presto radici: tutt’altro che sopraffatta dallo sconforto, si unì alle Menadi di Bacco e ne divenne la sposa, per la gioia degli amanti del lieto fine e di chi, almeno una volta nella vita, è stato “piantato in asso”.

L’espressione “piantare in asso”, oggi molto diffusa, era in realtà di uso comune già nella seconda metà del 1600, come attesta Paolo Minucci, e trae origine proprio dalla storia di Arianna. È molto probabile che all’epoca il tragico abbandono di Arianna fosse stato dimenticato, assieme al nome dell’isola. Esso è stato pertanto deformato probabilmente a causa di un’etimologia popolare in cui, come sempre, ha giocato un ruolo fondamentale la fonetica: le due “n” rispettivamente finale ed iniziale delle due parole consecutive veniva percepita come unica (e ovviamente attaccata alla “i”) e la seconda venne così assorbita dalla prima. Si sarà ipotizzato che quell’ultima parola – incomprensibile per chi non conosceva l’isola delle Baccanti –  fosse in realtà “asso”, naturale sviluppo fonetico dell’aggettivo neutro latino “assum” che, guarda caso, vuol dire “da solo”. Del resto, proprio dall’aggettivo latino deriva il nome della carta “asso” che rappresenta non solo il solitario numero uno, ma anche una carta unica nel suo genere: se di logica corrisponde all’unità, nei fatti è molto spesso la carta più alta. Non ci sono prove concrete per verificare se ci sia un collegamento tra l’asso delle carte francesi e la trasformazione per assimilazione retroattiva di Nasso. A favore di tale tesi si potrebbe affermare che già nel XV sec., come testimonia il quadro “Il baro” di Caravaggio, erano diffuse in Italia le carte francesi: passatempo prediletto era lo zarro, antenato del Poker, con cui presenta ben tre punti in comune (la coppia, il tris e il colore). Del resto, l’analogia con le carte da gioco è riscontrabile anche in un’altra frase fatta riguardante, ancora una volta, le delusioni sentimentali: “ricevere un due di picche”. Il due è in effetti il punto più basso, è la classica carta zavorra, quella che ti fa “foldare” per dirla alla texana. In più, il seme delle picche richiama in qualche modo quello dei cuori da cui si distingue per il colore e per una piccola aggiunta nel punto in cui si uniscono le due metà del cuore. È l’impugnatura di un’antica lancia chiamata, per l’appunto, “picca”. Difficile stabilire quando sia stata coniata tale locuzione, probabilmente in seguito all’invenzione del bridge (gioco in cui il due è la carta più bassa).

Quel che però persino i più romantici dovranno ammettere è che l’amore è il più delle volte una partita a poker. Ma, come potrebbe rassicurarci Arianna, in amore non sempre vince chi fugge. O chi bleffa.  [Sara Calculli]

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