Lunedì, 06 Dicembre 2021

L'INTERVISTA. Parla Cristiano Godano, cantante dei Marlene Kuntz: 'Non abbiamo mai snaturato la nostra musica'

I Marlene Kuntz hanno da poco finito il soundcheck per il loro concerto notturno de “La notte dei colori” di Policoro. Cristiano Godano è il frontman e leader carismatico della band fondata nel 1987 con il batterista Luca Bergia e il chitarrista Riccardo Tesio, e che annovera dal 2007 anche il bassista Luca Lagash Saporiti e il polistrumentista Davide Arneodo (tastiere, percussioni e violino). Godano scende dal palco e si concedere per le interviste. Ci rechiamo nei locali dell’ex scuola elementare di via Dante e qui cominciamo a parlare. Non nascondo una certa mia emozione: ebbene si, i Marlene sono tra le band italiane che oggi apprezzo di più e che conosco e ascolto da anni, da quando le loro sonorità distorte e i loro testi, graffianti e poetici, mi catapultarono nel loro universo musicale, nel quale ancora vivo con immenso piacere. Intervistare Cristiano non è stato facile, davvero tante le cose da chiedergli e purtroppo il tempo era limitato.

D. I Marlene Kuntz in concerto a Policoro, un evento più unico che raro, avevate già suonato in Basilicata?
R. Penso una volta, ma è trascorso un po’di tempo, forse è stato 7 o 8 anni fa, era un festival in provincia di Matera, credo si chiamasse Basilicando (si è tenuto a Pisticci nel 2004, ndr). Ne parlavamo prima con gli altri, c’era anche Morgan. Non ricordo altro, dunque sarà la seconda volta.

Un ritorno per voi, band piemontese, nella nostra regione, nota terra di briganti. La conoscete un po’?
Molto poco purtroppo. Ricordo che in certi tour estivi, ad alcune date in Sicilia e/o Calabria si riuscivano a inserire poi alcune tappe in Puglia e spesso si attraversava  la Basilicata. Probabilmente si passava da Cosenza, poi si scendeva giù e si faceva la parte dello Jonio che è la vostra terra. Però, al di là forse di qualche pranzo consumato durante lo spostamento, non è una regione che abbiamo avuto la fortuna di visitare. Una volta, però, in auto facemmo la risalita nell’entroterra della Basilicata, ricordo ancora di aver notato dei paesaggi straordinari, come quelli dei western, anzi, immagino che lì ci abbiano girato anche dei film.

Ha proprio ragione, deve essere accaduto negli anni ’60 e ’70, quando il nostro territorio veniva utilizzato come set di film western, ma poi la produzione diceva che le scene erano state girate in Jugoslavia, Marocco o Spagna o altrove, faceva più effetto.
Fantastici…

Ci sarà tempo per visitare la Basilicata, magari ci ritornerete ancora, ma adesso parliamo di musica. I Marlene Kuntz rispetto agli esordi sono cresciuti, maturati e anche cambiati. C’è chi ha condiviso questa crescita naturale e chi invece l’ha criticata, voi, come vivete questa evoluzione?
Secondo noi è tutto avvenuto in maniera molto genuina, molto veritiera, onesta e anche appagante. Ormai sono abituato al fatto che ogni disco (e sono ormai quattro) sia l’occasione per far dire a qualcuno che siamo definitivamente morti; invece siamo qua, esistiamo e riusciamo comunque a compiere questo piccolo-enorme miracolo di essere un gruppo che bene o male non ha mai fatto nulla di ammiccante e non ha snaturato la sua musica. Molti contesterebbero anche quest’affermazione, direbbero ‘non è vero’, ma quando dico che non abbiamo mai snaturato la nostra musica penso che non abbiamo mai prodotto nessun disco per cercare di rintracciare un target di pubblico e cercare di fare la cosa per quel target. Noi facciamo quello che ci piace. Le critiche e il resto fanno un po’ parte del gioco. Io provengo dal mondo dell’underground più radicale, più estremista, e da quando ero giovane conosco questo meccanismo mentale, quindi so molto bene che vuol dire quando nella tua testa una cosa la etichetti come ‘vecchietta’. Però oggi ho 45 anni, non posso stare dietro ai 20enni, devo fare quello che mi sento di fare e sono sicuro che stiamo facendo qualcosa non da vecchietti rincoglioniti, semmai vecchietti onesti, che fanno cose che attengono a un quarantacinquenne. Non si possono rincorrere le mode, ogni stagione ha le sue e una generazione si avvicenda a un’altra, avendo qualcosa che è cool, ma ciò che lo era prima ora non lo è più. Però, l’importante è viaggiare, bene o male, barra dritta, sicuro di quello che stai facendo, sapendo dentro di te che stai facendo bene. Poi, oltretutto, in ogni caso, quando una band si connota per un suo stile e una personalità non deve cercare di cambiare. Io sono molto più interessato alle band che nel corso del tempo sviluppano un loro percorso autorevole che danno una sensazione tipo ‘cazzo, sono proprio loro, son quella roba lì’ e noi siamo proprio così.

Personalmente ho scoperto i Marlene alla fine anni ’90, ho apprezzato molto i primi album "Catartica" e "Il vile", ma anche "Senza Peso" e oggi quelli di “Canzoni per un figlio”…
Sono contento di questo.

Perché ritengo sia un’evoluzione di quei brani, riarrangiati in modo diverso ma sempre connotati dalla matrice “Marlene”, e la versione di 'Bellezza' è da brividi. Voi siete cresciuti, ma anche chi vi ascoltava e vi ascolta ancora oggi. Cosa vi influenza?
Sì, certo. I nostri ascolti sono molto variegati. Però quando suono la chitarra acustica i miei riferimenti sono quelli che riempiono la bocca di tutta una frangia del mondo “indie”. Neil Young è sempre lassù in cima, ha insegnato a tutto il mondo “indie” che è arrivato; se tu chiedessi allo stesso Lee Ranaldo dei Sonic Youth scopriresti che è un suo idolo, come lo è dei Pearl Jam; ma è anche colui che in qualche modo influenza tutti questi nuovi cantautori del folk-alternative, ce n’è per tutti i gusti. Io ad esempio apprezzo un casino Bonny Prince Billy, quando penso alla mia chitarra acustica penso a quel tipo di atmosfere lì che sono assolutamente non commerciali, underground. Solo che quando si definisce un ‘cliché’ su una band, allora noi dovremmo essere quelli lì che fan sempre gridare le chitarre, e a me non interessa questo.

Nell’ultimo cd “Canzoni per un figlio”, c’è una lettera che lei ha scritto appunto a suo figlio e ogni singolo testo è accompagnato da una sua breve spiegazione. Secondo lei oggi, complice il moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione, è più difficile comunicare emozioni faccia a faccia, magari anche tra genitori e figli?
Beh, io le cose che devo dire a mio figlio per la sua educazione gliele dico direttamente. Anche se detta così sembra minacciosa, diciamo che chiacchieriamo, però non ho certo bisogno dell’espediente della carta scritta. Tale è utilizzato per il disco, essendo cioè solo un’invenzione artistica. A Sanremo abbiamo portato “Canzone per un figlio”, ma quando ho scritto il pezzo non pensavo di scrivere una canzone per mio figlio,ho cominciato a scrivere delle frasi sulla felicità e mi sono reso conto che potevano essere belle come messaggio per un figlio. E da lì è nato il concept perché non avevamo il tempo materiale per fare un disco di inediti. E a Sanremo non vai senza disco, diciamo la verità ci vai per promozione e se vai senza una roba da promuovere sei un cretino. Gli Afterhours quando andarono a Sanremo si inventarono una compilation che forse serviva a tener buona anche la gente che scalpitava: “Ah gli Afterhours a Sanremo!”. Evidentemente neanche loro avevano il disco pronto. Sono sicuro che se avessero avuto un disco pronto non facevano una compilation, ma portavano il loro disco.

Questa è un po’ la sorte che tocca a tutti quei gruppi che provenendo dall’underground decidono di fare questo passo, prima i Subsonica, poi gli Afterhours, i Marlene e toccherà ancora ad altri gruppi.
Il problema di Sanremo teoricamente non dovrebbe esistere, ma in effetti esiste. Se un gruppo lo hai rispettato fino a quel momento, e poi decide di andare a Sanremo, devi avere fiducia. Non puoi pensare che un gruppo come i Marlene vada a Sanremo sputtanandosi, che senso ha? Abbiamo realizzato otto dischi, secondo te possiamo mettere a repentaglio la nostra  carriera andando a fare qualcosa che ammicca a Sanremo? No. Ma non posso nemmeno mettermi nell’ottica di chi vorrebbe che ci andassi per spaccare il palco e rompere le chitarre (sorride, ndr), perché ho letto anche questo. Ho 45 anni, ma ti pare? Quando vidi il cantante dei Placebo fare la cazzata che ha fatto, una stronzata totale, era ridicola quella cosa lì. Tu sei lì per promozione se non volevi andarci non ci andavi. Cosa vuol dire rompere la chitarra e mandare affanculo il pubblico? Non ha senso. Quindi vai e fai la tua cosa. Sanremo rischia comunque di essere pericoloso, perché tu ci vai e fai la tua musica, ma se va male, perché sei in un momento della tua esistenza che devi dimostrare ancora qualcosa, rischi che il tuo pubblico ti abbandoni e non ne guadagni uno nuovo. Quindi, in quei termini può essere molto pericoloso. Però i Marlene Kuntz, dopo otto dischi fatti, si sono detti: vaffanculo, noi a chi dobbiamo dimostrare che cosa? Noi vogliamo solo far notare a un certo tipo di pubblico italiano, che nemmeno sa che esistiamo, che ci siamo eccome. E purtroppo qui in Italia esiste solo Sanremo per fare questa cosa. Se fossi in America, invece, andrei a suonare al ‘David Letterman show’; lì c’è una platea molto più vasta di quella di Sanremo, con milioni di persone, un pubblico generalista. Eppure ci vanno i Sonic Youth, i White Lies, ci vanno tutti e il pubblico non se la mena su questa storia. Invece, in Italia se vai a Sanremo sei venduto, ma di cosa parliamo? Allora Nick Cave e gli altri quando sono andati al programma di Letterman erano venduti? No, sono andati a farsi promozione.

Praticamente: andare a Sanremo non significa svendersi.
Certamente sì. La verità è quella che nessuno dice: tutti i gruppi sono interessati a promuovere ciò che fanno, perché non ammetterlo? Se tu non sei interessato a far apprezzare ciò che suoni, ti fai il tuo disco e te lo tieni nel cassetto, ma dal momento in cui lo divulghi a qualcuno, sei desideroso di farlo conoscere. Allora qual è il discrimine: qualcuno può conoscerlo e altri no? Sono puttanate. Qual è il criterio per cui tu puoi dire che questa parte di pubblico può ascoltare la mia musica e quest’altra no?

È il pubblico che poi decide cosa ascoltare.
Si, in tutto ciò che tu fai, e io faccio le mie cose con molta tranquillità.

A metà anni ’90, Enrico Brizzi definì i Marlene Kuntz "non un gruppo di rock italiano, ma l'unico gruppo italiano di rock". Dopo oltre 15 anni, come definirebbe i Marlene?
Un gruppo che sta riuscendo a fare il musicista da grande, in Italia.

E' facile oggi fare musica nel nostro Paese?
Attualmente no. Non consiglierei a nessuno di tentare la carriera rock. Potrei soltanto dire ‘se ci credi veramente fallo per una tua esperienza personale’. Se porti avanti un progetto artistico e decidi di passare i giovedì e i venerdì a fare musica per quattro ore di fila anziché devastarti al pub, fa bene a te. Di sicuro diventi un uomo migliore, il tuo spirito diventa più raffinato, più sensibile. Però non mi permetterei mai di dire a qualcuno che se fa una cosa avrà successo, perché internet ha scardinato tutto e io, francamente, lascio ai giovani l’illusione di credere che questa cosa sia meglio, ma io credo che ora come ora sia molto peggio. Poi, per carità, fra tre o cinque anni ci si assesterà. La storia dell’umanità è un continuo progresso. In ogni epoca, quando arrivarono cose nuove gettarono scompiglio e sembrava che il mondo andasse peggio, poi per fortuna, poco alla volta, ci si è adattati alla nuova scoperta e l’umanità ha invertito la trotta ed è andata in un’altra direzione, tanto che a distanza di due o tre generazione tutto era cambiato. Quindi in futuro succederà sicuramente qualcosa di simile che rimetterà a posto le cose.

Avrei voluto dire al cortese interlocutore che la loro versione di Monnalisa, incluso in un cd tributo a Ivan Graziani pubblicato la settimana scorsa, mi è piaciuta molto. Ma il tempo a disposizione non era infinito. Il loro concerto è cominciato alle due di notte e si è chiuso intorno alle quattro e venti, oltre due ore di vera musica, tra indie rock e vera poesia. Hanno aperto con "Ape Regina" e chiuso con "Sonica" una scaletta da antologia in cui mancava solo "Nuotando nell’aria". Se i loro detrattori li ascoltassero ancora dal vivo forse si renderebbero conto che i Marlene sono molto più maturi e padroni del palco rispetto a prima, inoltre hanno affinato la tecnica e curato di più i testi degli ultimi album. E una cosa è certa: le loro esibizioni dal vivo lasciano ancora il segno, e non è cosa da poco.

Leandro Verde

Read 3532 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 09:08
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