Sabato, 13 Luglio 2024

Diogene e Alessandro: cinismo e potere, distanti eppur vicini

Diogene di Sinope e Alessandro il Grande: è difficile immaginare un incontro tra due personalità più distanti. Il primo, fondatore della scuola filosofica dei cinici, viveva in una botte e predicava il ritorno alla semplicità e alla natura, l'abbandono dei beni materiali in favore della purezza dello spirito.

Il secondo è l'uomo che in soli dodici anni fu in grado di piegare al suo potere l'intero mondo allora conosciuto, dal Caucaso all'Egitto, dalla Grecia all'India settentrionale: si dice che Alessandro, quando vide su una cartina l'ampiezza dei suoi domini, pianse, perché non vi era più nulla da conquistare.

Oltre alla botte, Diogene aveva con sé solo una ciotola di legno che riempiva per dissetarsi, finché un giorno vide un ragazzo che per bere prendeva acqua da una fontana utilizzando solo l'incavo delle mani. Così, ritenendola un inutile lusso, il filosofo distrusse la ciotola. La materia non era che un vezzo, un retaggio della debolezza umana e come tale andava trattata. In ogni caso, Diogene coniugava l'ascetismo dei suoi insegnamenti ad una condotta ben più terrena. Il cinismo di cui si faceva portavoce, nella sua accezione originale, faceva riferimento al comportamento canino (lo stesso termine 'cinismo' deriva da 'kyon', cane): egli riteneva che gli esseri umani vivessero in modo artificioso ed ipocrita, e che dovessero studiare gli atteggiamenti del cane. I cani, diceva Diogene, vivono nel presente senza ansietà e sanno istintivamente chi è amico e chi è nemico. Al contrario degli uomini, che ingannano o sono ingannati, i cani riconoscono la verità. Questa concezione della vita veniva portata dal filosofo alle estreme conseguenze anche nella quotidianità: Diogene non si curava affatto della sua igiene personale, né del proprio vestire, tantomeno della repulsione che poteva esercitare la sua figura. Spesso espletava i suoi bisogni corporali in pubblico o, citando Laerzio, “faceva per strada le cose di Venere”. Platone lo definì un ‘Socrate impazzito’, e risulta difficile dargli torto.

Le giornate di Alessandro avevano tutt’altro tenore. La sua persona era oggetto di culto: veniva assimilato ad Achille per la virtù guerriera e continuamente celebrato per le sue presunte origini celesti, per la sua bellezza, per la sua potenza, per le sue eccellenti capacità di stratega militare e per altre mille qualità ineguagliabili. Plutarco ci racconta che Lisippo fu “l'unico scultore da lui ritenuto degno di ritrarlo. Riusciva a riprenderlo anche quando piegava il collo, che tendeva a inclinarsi a sinistra, e non tradiva i suoi occhi, che erano umidi”. Invece il pittore Apelle, che lo rappresentò con un fulmine in mano, “non riprodusse fedelmente il colore della sua pelle, che fece troppo bruna e scura”. Il filosofo e compositore Aristosseno testimonia nelle sue memorie che “il suo alito era profumato, come tutta la sua carne, tanto che le tuniche leggere che portava ne rimanevano impregnate”.

Se il destino non fosse quella macchina bizzarra che noi tutti conosciamo, probabilmente le strade di Diogene e di Alessandro non si sarebbero mai incrociate. Invece il re macedone ebbe notizia del carattere eccentrico della dottrina del filosofo e, incuriosito, volle incontrarlo personalmente. Si recò quindi a Corinto, dove Diogene stava tenendo una serie di orazioni in occasione dei Giochi Istmici. Ancora Plutarco ci descrive il colloquio tra i due: Diogene era steso sull’erba, sotto il sole, e parlava ad una platea improvvisata che si era raccolta intorno a lui della vacuità della maggior parte delle azioni umane. Alessandro gli si avvicinò e molti, dacché erano seduti in terra, si alzarono in piedi ed accorsero a tributare un riverente saluto al re. Diogene, che pur lo aveva riconosciuto, non si mosse, al che il sovrano gli si parò davanti e fra i due ci fu il seguente scambio:

- Sono Alessandro. Posso esaudire ogni tuo desiderio, chiedimi quello che vuoi.

- Qualsiasi cosa?

- Tutto ciò che desideri.

- Allora spostati, mi stai facendo ombra.

Si dice che quella risposta così sfrontata e libera piacque talmente tanto al re da fargli ammettere che, se non fosse stato Alessandro, avrebbe voluto essere Diogene.

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