Martedì, 24 Maggio 2022

CAPOTE Musica per camaleonti: truci dettagli della cronaca

In grado di sfumare, meglio di chiunque altro, il confine tra giornalismo e letteratura, Truman Capote,  fondatore nonché maestro indiscusso del New Journalism,  offre un magistrale esempio di come possa essere labile il confine tra fantasia e realtà. Amante della provocazione, antropologo per vocazione, omosessuale dichiarato, in quell’America degli anni ’60, probabilmente la più conservatrice e perbenista, il maggior  pregio di questo scrittore sta proprio nella caratterizzazione e analisi dei suoi protagonisti; imprimendo loro idiosincrasie e peculiarità proprie a se stesso li porta a compiere azioni estreme, inusuali. “ Ho cominciato a scrivere a otto anni , ignorando di essermi legato a un nobile ma spietato padrone. Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta, intesa unicamente per l’autoflagellazione”. Ha inizio con queste parole la prefazione a

Musica per camaleonti, edito Garzanti e pubblicato per la prima volta nel 1980, indiscusso apice della sua narrativa. Il libro, avente il medesimo titolo del primo racconto, che ne fa da apripista, ma fondamentalmente resta l’esemplare meno significativo dell’intera raccolta, narra, non lesinando truci particolari, di efferati fatti di cronaca, ma anche di conversazioni avute con interlocutori d’eccezione: da Marylin Monroe a un membro della banda Manson, passando per due gemelle siamesi che, senza imbarazzo alcuno, parlano delle proprie esperienze sessuali, a Truman Capote stesso. Camaleontico, proprio come i suoi protagonisti con i quali entra subito in sintonia, lo scrittore, forza questi a sottoporsi a una feroce e critica autoanalisi, indagando nel loro inconscio ed esaminandone i gesti, proprio come farebbe solo un fine analista: senza emettere giudizio alcuno.

L’assassino così come l’eroe sono statuiti dal punto di vista del narratore. Da giornalista d’indiscusso talento sa di non potersi permettere il lusso di prendere parti; in Bare intagliate a mano,cardine del romanzo, raccontando di un fatto vero e terribile: un delitto sadico, preparato con l’aiuto di serpenti drogati con anfetamine, ci aiuta a creare un nostro personale giudizio, evitando di esprimerne di suoi. L’eco implacabile della censura sociale non è presente in nessuna delle sue opere; vita quotidiana, pettegolezzi, sregolatezze e bizzarrie sono degne di essere raccontate; non esiste un argomento che sia inferiore all’altro.  “Volevo presentare un romanzo giornalistico, di ampio respiro e che avesse la credibilità del fatto reale, l’immediatezza del film, la profondità della prosa, la precisione della poesia” sostiene Capote;  e proprio come l’Hanry James di The Middle Years, riporta in Musica per camaleonti “la parte più oscura dell’oscurità, più folle della follia” costringendo l’essere, pavido e inerme per natura, a rischiare mostrandosi al lettore a trecentosessanta gradi e mettendo a nudo i grandi ossimori intrinseci nell’animo Americano.

 

Valentina Nesi  (Rubrica "Elzeviro")

 

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