Martedì, 17 Maggio 2022

Umiltà e coraggio? Allora si parla di All Blacks Featured

 

Quest’anno si stanno giocando i campionati del mondo di rugby e tutti gli appassionati di questo sport maschio, eroico, simbolo stesso del sacrificio stoico (negli allenamenti e in campo), si sono incollati ai televisori per seguire le loro squadre del cuore.

Ci sono diverse tradizioni, diversi approcci a questo sport nelle varie parti del mondo e quindi le ‘sette’ rugbistiche sono molto impermeabili alle mode del momento: chi ama la Francia ed il suo gioco classico non cambierà mai bandiera per seguire l’Italia o l’Irlanda o la cara, vecchia Inghilterra, che pare abbia il destino beffardo di inventare tanti sport e di non eccellere in nessuno (vedasi calcio, tennis, etc.).

Ma quando si parla di rugby, che si appartenga alla vecchia scuola o alle più recenti correnti di pensiero, non si può non guardare con rispetto e immensa considerazione alla squadra nazionale che più di tutte le altre rappresenta questa disciplina: gli All Blacks neozelandesi.

Chi non ha mai sentito, almeno una volta in vita sua, che i giocatori neozelandesi iniziano ogni loro partita con una danza rituale spaventosa e particolarissima?

Si tratta della famosissima HAKA, nella quale gli antichi guerrieri di quelle lontane latitudini impressionavano i nemici mostrando tutte le parti del corpo con le quali essi avrebbero inferto colpi dolorosissimi o addirittura mortali.

Adesso, di mortale, c’è soltanto il risultato della partita: infatti, quando giocano gli All Blacks per gli altri rimane davvero poco. Basti pensare che, dal 1973, i giocatori in nero hanno vinto oltre il 75% delle partite, ufficiali e non, giocate in giro per il pianeta.

Qual è il segreto?  La mole dei giocatori! Risponderete sicuri tutti voi. E certo: quando ti vedi arrivare addosso a cinquanta all’ora un gigante di circa due metri e di un centinaio di chili di muscoli, hai poco da stare allegro e scansarti o buttarti a terra è il minimo.

E invece no: la vera risorsa di questi giocatori, che si ammazzano di allenamenti prima e  gioiscono però poi in partita, è l’umiltà, che in lingua maori si dice MANA. E’ il non credersi i più grossi, i più bravi, i più belli e i più invincibili che regala a questi ragazzi, provenienti oltre che dalla Nuova Zelanda anche dalle Isole Fiji, da Tonga e da altri atolli sperduti del Pacifico (e poi ovviamente naturalizzati neozelandesi) le vittorie che illuminano gli occhi e i cuori dei loro tifosi di ogni parte del mondo.

Una lezione per tutti, e non solo nello sport.

RAFFAELE PINTO

Read 2259 times Last modified on Sabato, 23 Luglio 2016 00:38
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