Sabato, 10 Dicembre 2022

“Uccisi dallo Stato, caso Moro: lo spettacolo di Ulderico Pesce che accarezza la verità” Featured

Area archeologica del Museo Nazionale della Siritide di Policoro, vecchi televisori svuotati dello schermo a tubo catodico, proiettore, telo, lenzuolo. Tanto è bastato per allestire la scena dello spettacolo “moro: i 55 giorni che cambiarono l’Italia” di Ferdinando Imposimato e Ulderico Pesce, eppure nonostante i pochi elementi sembrava di tornare indietro a quel lontano 16 marzo del 1978, ed eccoci ora in via Fani, ora a terra accanto ad una pozza di sangue e un vecchio orologio, ora nella prigione di Aldo Moro, ora nella casa di Ciro.

 

Luoghi, storie, stranezze di un assalto, di un rapimento, di morti, di quello che la storia contemporanea ha più generalmente definito “caso Moro” e derubricato a “misteri irrisolti del novecento italiano”. Misteri che sconfinano nella memoria storica con cui Pesce e Imposimato ci chiedono di fare i conti in un accorato spettacolo di denuncia che è anche un appello a non dimenticare. Il “caso Moro” appartiene a quelle storie resettate di quell’Italia dei “dimenticati”, in primis dallo Stato, come la lapide tra via Fani posta a memoria di “cinque uomini fedeli allo Stato e alla democrazia […] uccisi con fredda ferocia mentre adempivano al loro dovere”, una lapide posta 5 centimetri da terra, dove “pisciano i cani”.

Pesce e Imposimato lo raccontano così, senza paura di usare una frase grottesca, perché quest’Italia non puoi raccontarla calibrando i pesi e le parole come se fosse una favola dal lieto fine. Devi farlo con le inchieste, le lettere, le testimonianze e i documenti che hai a disposizione, devi farlo con uno chiamato Ferdinando Imposimato che è titolare dei primi processi sul caso Moro, devi farlo con la consapevolezza di esserti avvicinato alla soluzione dell’enigma senza poterlo gridare al mondo ma con la voce sussurrata della verità appena accarezzata.

È la realtà che Ulderico t’invita a guardare da dentro, dagli occhi spenti di una madre immobilizzata dal dolore per la perdita del figlio e da quelli interrogatori e vispi di due adolescenti, Ciro Iozzino e Adriana Zizzi, rispettivamente fratello e sorella di due degli uomini della scorta a loro volta fratelli di un’Italia tradita e immolati in nome di interessi, equilibri storici, scelte politiche e chissà ancora cosa. È la realtà fatta di microcosmi agli antipodi che si addensano attorno ai protagonisti: le vittime Raffaele Iozzino, Francesco Zizzi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Oreste Leonardi, semplicemente “i ragazzi della scorta” a cui si contrappongono le oscure figure di spicco di quel delicato momento storico, Giulio Andreotti, Francesco Cossiga.

Vite che s’intrecciano come i sogni di Raffaele e Francesco, arrivano dalla provincia sperando nel riscatto, l’uno con le salsicce e la lettera della madre, l’altro con la chitarra in mano e il sogno di diventare un cantante.  E si ritrovano poi con le loro semplici vite a viaggiare assieme a Moro intonando Modugno fino a quel giorno quando il canto de “La lontananza” verrà rotto per sempre dal rumore delle mitragliette, le lacrime di una madre, il pianto di una generazione.

 

 

 

 

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