Venerdì, 19 Agosto 2022

L'INTERVISTA. Rossella Gorgolione: scrivere, un bisogno personale Featured

La sua passione per la scrittura nasce un anno fa. Sessanta poesie a soli 25 anni. Laureata all’università di Trieste, dove frequenta la magistrale in Traduzione specialistica e Interpretazione di conferenza, in francese e spagnolo. L’amore per le lingue l’ha portata a viaggiare: a sedici anni parte per il Belgio, dove ha svolto il 4° anno del liceo; per un anno lontana da tutti senza mai ritornare a casa. Appassionata di Leopardi, D’Annunzio, Pascoli e Montale.

Rossella Gorgoglione di Montalbano Jonico si racconta per la prima volta alla stampa.

“Mi piaceva crogiolarmi in quella melanconia sconfinata. Scrivevo e a farmi compagnia era solo un piccolo barlume. Ho iniziato a scrivere non per finalità editoriali, ma per bisogno personale, di sfogo, in un periodo delicato della mia vita relativo ad una presenza che aleggia. Non c’è, non si sente, non si tocca, con i sensi. Eppure è esistita ed esiste ancora, ma nell’anima. Sentimenti ingigantiti che sentivo alleggerire con la scrittura. Più stavo male e più scrivevo. Mi ha spronata alla pubblicazione chi mi ha letto, in primis: il relatore della tesi di laurea, Graziano Benelli, che saluto da qui a sorpresa”.

Paolo Maria Noseda, scrittore, uno dei più noti interpreti in Italia, speech coach e ghostwriter, che da anni accompagna gli spettatori di “Che tempo che fa”, l'interprete ufficiale degli ospiti stranieri di Fabio Fazio, ad una conferenza universitaria a Trieste esortava tutti a scrivere per un esercizio psichiatrico. Rossella meditava sulle sue parole e a lavoro concluso che si è resa conto dell’importanza della scrittura. Una scrittura più che personale e che la trova quasi imbarazzata: “Raccontare del mio essere scrittrice rispondendo alle domande mi viene difficile”, ha detto; ma noi ci proviamo lo stesso.

 

“Il tuo cuore frigge di vibrazioni di ghiaccio. Sei una piscina verde sul soffitto. Lingua che nuota in un unguento inguinale. Quadro appesa in aria”. Ti senti intesa nella tua originalità?

“Prima che pubblicassi le mie poesie, alcuni amici lettori intravedevano una forma di erotismo. Il bello della poesia è che tutti possono vedere quello che gli pare. Sono per alcuni una scrittrice incomprensibile. Secondo me però non tutto deve essere per forza compreso. L’arte non va per forza capita, ma vissuta. L’importante è che sia arrivato qualcosa leggendomi. Non importa se ho recato fastidio o felicità. Se provoca scossoni, significa che ha funzionato nel suo intento. Non vorrei mai l’asettico”.

Leggendo a tratti qualche poesia, subito lo sguardo cade su di una parola anomala m’istupisco. Incuriosita, ma frenata da un?

“Non chiedermi il perché, perché non lo so. Da stupire, essere preso da meraviglia con notevole rialzo del sopracciglio sinistro”.

Sbadiglio tenace. Buco lo stupore. Cioè?

“È nato in modo assurdo. È una frase composta da me per caso, tempo fa, con delle calamite scritte che ho fissato sul frigo della casa in cui vivo, a Trieste. Mi soffermavo sempre a leggerla finché, l’editore mi ha chiesto quale avrebbe dovuto essere il titolo, la frase scritta per la casa è diventata la frase di copertina. Guardavo la scritta per mesi ed immaginavo nella mia mente un quadro surrealista: una bocca grossa come un buco nero che sbadiglia e un arcobaleno che fuoriesce lateralmente”.

Cosa significa per te vivere?

“Oh Dio! Cos’è vivere”? Risponde di getto. Ma poi si guarda attorno, prende, mangia e parla: “Significa che mentre sto masticando questo mais tostato, ne assaporo il croccante e il piccante nel finale”.

Com’è il leggersi a libro aperto?

“Mi commuovo quando mi leggo. In pubblico sfogliarmi è come avere la sensazione di spogliarmi di un indumento alla volta sino a diventare nuda. È a piedi nudi che presento il libro. Voglio toccare la gente anche su dal palco. Un pensiero che ho elaborato leggendomi è che bisogna meravigliarsi delle piccole cose. C’è una forza evocativa delle semplici parole, delle semplici azioni. Quasi fosse una porzione magica l’abc che ci fa vivere, proprio come quel semplice gesto di mettere il sale sull’uovo appena fritto o il fingersi in altari di luce in armadi aperti. Vedi quanto è magico fare questo semplice gesto con le dita!”.

Tratti di Rossella?

“Malinconica, ma sembro l’opposto. Curiosa, anche se mi piace stare con me stessa. Paziente, anche se ingigantisco tutto. Predico la lentezza, perché questa salverà il mondo, perché questa è la mia difesa. Mi piacciono i contrasti: frangetta corta e capelli lunghi”.

Montalbano o Trieste?

“Che domanda! Sono due cose diverse, in entrambe le città c’è il mio cuore. Ogni partenza per me è una condanna a morte, l’addio e il distacco, ma più si razionalizza la partenza, più l’arrivo sarà morbido”.

Alla domanda su quale fosse il suo colore preferito, sorridendo dice: “Ovvio il rosso”. Rosso come il rossetto che colorano le sue labbra mentre si racconta. Poi, apre il libro, pagina 40 e legge: “Rosso come il pensiero che mi affoga e tinge le lenzuola bianche dopo una notte dello stesso colore”.

Presentate in senso cronologico e a passo con il trascorrere delle emozioni, le sue poesie non hanno titolo. Pensieri interamente scritti con penna e quaderno. In tutti c’è una sua catarsi, uno stacco ironico, quasi inaspettato: “Lo chiamavano amore, invece è così amaro. Ne prendo due”.

La sua è una scrittura surrealista. Aveva delle epifanie, si presentavano le immagini e la necessità di scriverle anche di notte quando si svegliava. Si stupiva per tutto. Vedeva la routine, diventare originale. Quando scriveva era immersa e tutto si animava. Gli odori prendevano forma, proprio come quella tazza a fiori blu che odoravano di bucato.

 

Cose di te che non abbiamo detto?

“L’acqua è un mio rigeneratore. Mi reco al molo di Trieste per calmare i miei tumulti. Ci vado quando sto male, ma anche solo per guardarlo. Li si resetta tutto. Prendo le valigie, vado al mare, le lascio, e me ne vado. Le cose che arrivano si devono annotare, le si devono lasciare andare senza attaccamento e condizionamento. Di tutto quello che abbiamo bisogno è dentro di noi. Per quello che è fuori, formicolio, prurito, pensieri di ieri e sul domani, non bisogna arrabbiarsi. Predico bene, ma raziono male, perché è difficile eseguire tutto ciò”. Ah ecco: “Amo cucinare. La cucina è il luogo in cui vengono concentrate le sinestesie”.

 

Rossella Gorgoglione in “Sentire”, collana di poesia, edito da “Pagine”, 2015, e in “Sbadiglio tenace. Buco lo stupore”, edito da “Terre d’ulivi”, agosto 2015.

 

Cristina Longo

 

 

 

 

Read 2297 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 12:43
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