Martedì, 17 Maggio 2022

Il cielo sopra Metaponto è bianconero. Simone, la Juve, un sogno Featured

A Metaponto non abbiamo che un paio di campi da calcio. Niente erbetta, zero reti e si gioca di pomeriggio. Queste sono le regole che devi conoscere. Poi magari il parroco non c'è, ma il pallone sì. E c'è poco da fare: o scavalchi o non giochi.

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Poi c'è una terza via: puoi sempre prendere due grosse pietre (facciamo anche quattro), andare in piazza, schierarle agli antipodi e farti due porte. Le dimensioni del campo, beh, non saranno proprio regolamentari e la tua squadra non avrà una vera divisa: indosserai quella maglia che tua madre ti ha concesso di usare, dopo lunghe preghiere ed il consueto rosario di raccomandazioni: dal non sudare troppo (!) al non farti male, passando per il “non fare tardi”. Puntualmente tornerai lercio e malconcio, ma felice e soddisfatto. E tante saranno le mazzate che saprai di prendere.

Ogni anno andava così: le scuole si chiudevano e Metaponto diventava un campo aperto. Le femmine si costruivano le reti da pallavolo tra gli alberi e i maschi si contendevano la strada con le macchine o la piazza con gli uccelli. Dovevi solo stare attento alle signore che uscivano dalla chiesa: in quel momento si doveva giocare “piano”. Ora, come questa formula si potesse tradurre in concreto, non era molto chiaro, non s'è mai capito. Ma tacitamente, tra bambini, ci si intendeva. E non ci sono mai state vittime.

Insomma, bastavano un gesso e qualche corda e quella era la tua ricchezza: gessi per creare le caselle della settimana da saltare e corde per separare gli universi: bambini vs resto del mondo. Ti servivano solo gambe e testa. Per parlare non c'era tempo. E quando ce l'avevi, il tempo, era la timidezza che ti fregava. Specie quando da Metaponto dovevi andartene perché dopo le medie non c'erano alternative. Timidezza: segno particolare che non hai sul documento d'identità che si identifica con uno sguardo basso e schivo, guance rosse e ritrosia. Scuola Metaponto. E lascia fare a Dio...

Essere metapontino vuol dire improvvisare, farsi all'occorrenza artigiani della fantasia, vuol dire che quattro pietre fanno due porte. Vuol dire inventarsi case con gli aghi di pino della pineta, giocare a golf con le pigne e che d'estate casa tua sarà solo un appoggio. Vuol dire sudare, giocare in strada e poter sentire le urla di tua madre  quanto il canto della civetta. E di sera i grilli cantare. Perché anche se in piazza è arrivato il wifi, quel cartello è stato buttato giù a forza di pallonate.

Vuol dire che se per il resto del mondo sei Zaza, qui - prima di tutto – sei “Simone”. Quello che dribblava anche le foglie nel campetto dietro la chiesa, che nessuno voleva aver contro, che se prendeva palla, per sottrargliela, dovevi spingerlo. Simone, che diventa famoso e a Natale t'illumina quel borgo dimenticato anche da Dio; che sui social sceglie le Tavole Palatine come “immagine di copertina” perché sia chiaro che lui è Simone Zaza, DI Metaponto. Che va alla Juve un comune venerdì 17 (luglio) e ti insegna che, tutto sommato, non porta poi così tanta sfiga.

E sceglie la maglia numero sette. Sette, come le note, i re di Roma, i colori dell'arcobaleno. Sette come i vizi e le virtù. Sette: la perfezione di una somma, 3+4. Settimo come il cielo che Simone ieri ha toccato con un dito, mentre, nel frattempo, quello di Metaponto si stava tingendo di bianconero. Da un grande potere derivano grandi responsabilità. Copriti bene, Simo: a Torino fa freddo!

 

Alba Gallo

Read 3158 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 11:51
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