Giovedì, 28 Ottobre 2021

"Quando arrivò la ferrovia…" Featured

Treno a vaporePotrei scrivere a lungo su quella vecchia rotaia di ferro tanto acclamata dai progressisti dell’epoca che guardavano a lei, bella e sfuggente, come la panacea contro tutti i mali del meridione. A quell’epoca la nostra terra era insalubre, le pianure malariche, i paesi arroccati come tante fortezze inespugnabili. Eravamo fratelli e figli della comune madre lucana, ma non ci conoscevamo, non c’incontravamo. La terra era brulla, le zolle aspre, le colture poche, eppure erano le nostre uniche fonti di sopravvivenza. Non conoscevamo il turismo, non conoscevamo neppure il viandante ed eravamo stranieri della nostra città.

Ne era certo Beppo, noto barbiere prestato alla politica che tentò invano la scalata alla provincia di Basilicata, che nei suoi comizi diceva che qui con la strada ferrata sarebbe arrivato il vero sviluppo e l’uscita dall’arretratezza, in molti gli credevano. Il parroco, don Liborio, al sentir tuonare queste parole si aggirava guardingo tra la folla munito di aspersorio e acqua benedetta, sussurrando parole che solo nelle ricorrenze pasquali era concesso sentir pronunciare. Ahi ahi ahi la ferrovia! Tanto attraente eppure tanto riluttante per i cattolici e simpatizzanti di Gregorio XVI tra cui la dolce catechista Amalia che, dall’alto delle sue guance rosate, con occhi sbarrati ci ricordava le parole del papa: il treno è “satana su rotaia”.

Mio padre coltivava la terra di don Giulio, ma non c’erano case per noi a ridosso della campagna. Il padrone diceva che la ferrovia avrebbe avvicinato i mercati del nord a quelli del sud, avrebbe favorito i commerci e gli scambi, avrebbe accorciato la giornata lavorativa di mio padre che al cantare del gallo partiva dal paese e, sul dorso del suo mulo, al paese ritornava dopo le ore nei campi. Tutto si sarebbe striminzito con l’arrivo del treno e forse avrei potuto finalmente giocare e fare la merenda con lui. La nostra casa era piccola e umida, ci abitavamo in sette e sono ancora convinto che le macchie di muffa sul muro siano state salubri perché in effetti erano soltanto l’impronta dei nostri respiri.. perché i respiri lasciano un’impronta, un marchio, un segno che modifica ineluttabilmente le nostre mura, le pareti della nostra anima dove siamo soliti viaggiare.

Anche il respiro della prima vaporiera che, finalmente giunse sulle nostre colline, rimase impresso così nella mia mente a simboleggiare la vittoria dei progressisti, la sconfitta dei conservatori, la disfatta della superstizione. Con quei carboni ardenti e il denso fumo nero rievocava davvero il demonio in persona eppure lui, quel mostro dentato, quel primo treno arrivò rumoroso e sprezzante delle alture, delle pendenze e procedeva con l’autorità di uno dei patriarchi come se, benedetto dal signore, ci annunciava l’inizio di una nuova stirpe. Maledizione e benedizione si fusero sinapticamente in un unico e indissolubile concetto figlio unigenito di don Giulio, Beppo, Amalia e don Liborio.

Passarono gli anni e crebbi in men che non si dica, senza riuscire a godermi una sola fetta di pane e marmellata con mio padre. La ferrovia era lì e sembrava quasi giacere dormiente sulla vallata, don Giulio continuò a maledire tutti i giorni quel portento di tecnologia che danni aveva arrecato al suo fatturato. La stazione era troppo lontana dalla sua tenuta cosicché  trasportare le arance, per aprirle al mercato del nord, significava passare dal carro trainato da buoi fino alle desertiche fermate e calcolare, per aggiunta, il tempo dei trasbordi data la diversità dello scartamento. E così i costi aumentavano, la arance di Laurenza diventavano poco competitive rispetto a quelle che arrivavano a gran velocità da Napoli.

Ahi Ahi Ahi la ferrovia! Che destino funesto! Don Giulio si trasferì nella città partenopea, Beppo, per la vergogna, non salì più sul palchetto del paese ed emigrò nel Venezuela, don Liborio sghignazzando non girò più con l’aspersorio, Amalia si ritirò nel convento delle suore orsoline e vissero tutti felici e disuniti.

 

AVVERTENZE: il racconto è frutto di un’ora di fantasia, ogni riferimento a persone realmente vissute è puramente casuale, un po’ meno casuale il destino delle ferrovie lucane soprattutto quelle a scartamento ridotto.

 

 

 

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