Giovedì, 26 Maggio 2022

Memento mori: lingue e letterature in estinzione

Appartengo sicuramente a quell’antipatica categoria di persone note ai più come Grammar Nazi. Lo sterminio dei 4 sbattuti in pagella per un’acca al posto sbagliato, una bomba a mano su un congiuntivo storpiato, una scarica elettrica per ogni accento ballerino e così via; eppure, non ho potuto non condividere (quasi) in toto le riflessioni di Diego Marani circa la morte delle lingue. Di obiezioni ne avrei una carriola piena, ma sorvolo e mi limito a sorridere per una strana coincidenza. Questa mattina mi sono svegliata con un pensiero macabro nel cervello: la Letteratura è morta, defunta, caput e poche ore più tardi ecco spuntare sulla mia home page di Facebook l’articolo di Marani. E subito parte il flashback. 

Prima lezione di Latino al liceo, la professoressa che ci detta un brano dal titolo “Latino vivo”. L’autore (di cui francamente ho gettato il nome nel dimenticatoio) sostiene che il latino non è una lingua morta in quanto sopravvive in frasi fatte e parole che usiamo tutti i giorni (e spesso a sproposito in verità, aggiunge la mia attuale coscienza).

All’epoca ci ho riso su perché non era certo una spiegazione sufficiente per avvicinarmi ad una materia nuova, ostica, inutile (sì, l’ho odiato veramente tanto quello stupido latino); oggi rido ancora di quell’insufficienza, rido persino della me stessa di allora e mi chiedo perché non abbia alzato la manina per ribattere. Perché non ho detto alla mia professoressa che non aveva motivo di giustificarsi con noi? Perché ci legge questo brano, prof? Non sarebbe stato più semplice dirci la verità per quanto lontana e difficile da capire? Il latino non è morto, questo è ovvio. È sopravvissuto e lo parliamo tutti i giorni, come i Francesi, gli Spagnoli, i Portoghesi, i Rumeni… Ed è chiaro che non sia uguale a quello di Cicerone, sono passati millenni, accipicchia, e sarebbe davvero buffo stupirsi di quanto sia cambiato nel tempo: tu sei la stessa di dieci anni fa? Anzi, sei proprio certa di essere assolutamente identica a com’eri ieri? Figuriamoci allora quanto il latino abbia avuto tutto il diritto di cambiarsi d’abito e farsi lingua – o meglio lingue – romanza. Una lingua nasce, cresce, si riproduce e si rincarna. O si dirama, o chissà quante altre belle metafore, ma di certo non muore, a meno che non sia stata creata ad hoc ed esaurito il suo compito (o dimostratasene incapace) non sia messa in disparte volontariamente. E non c’è proprio nulla di strano, prof.

Marani la pensa pressappoco (e molto più naturalmente) così, ma – ed eccoci al cuore della faccenda – conclude:

«Non ci accorgiamo che quel che sta veramente morendo non è la lingua ma il pensiero. Basta leggere i giornali, guardare la televisione o sfogliare molti dei libri più venduti per accorgersene. Ovunque scompaiono la complessità del ragionamento, la capacità di astrazione, la costruzione dell’idea. Non tanto la parola, ma il suo uso. La nostra lingua è come un articolato impianto di pensiero che un tempo concepì sistemi e mondi ma di cui oggi siamo capaci di usare solo due o tre ingranaggi. Il linguaggio moderno non conosce più l’articolazione, lo svolgersi di un ragionamento, non ha più il tempo di sviluppare un dire che abbia contenuto. È diventato quasi ideogramma, fatto di centoni dal significato incerto, che cambia a seconda di chi lo usa e di chi lo ascolta. E noi siamo sempre più come quei barbari che si aggirano fra i templi di grandi civiltà estinte senza capire a cosa servano. Presto ci pascoleremo le capre, però grugnendo di sollievo che la nostra lingua sia ancora viva.»

Mi ha levato le parole di bocca. Stavo lì e imprecavo contro gli autori contemporanei (per fortuna non tutti) che hanno distrutto la bellezza non solo della nostra lingua, ma anche di ciò che essa può veicolare. Non meno gentili gli epiteti per i lettori che osannano questi pennivendoli da quattro soldi, questi impostori, questi ruffiani incapaci che parlano di aria fritta. Romanzi che sembrano gusci vuoti, orologi rotti, lumache rinsecchite, fari spenti. Ci hanno derubati della più preziosa ricchezza che abbiamo ereditato, di quell’estasi, di quella grandezza che era la nostra Letteratura, la nostra Storia, la nostra Cultura. Ora siamo smarriti e neanche sappiamo usare la bussola, forse neanche ci rendiamo conto di aver perso un pezzo di noi stessi. Ci accontentiamo di sguazzare sulla superficie di un laghetto. Proprio noi che non abbiamo avuto paura della profondità dell’oceano, ora siamo delle paperelle da vasche da bagno e galleggiamo per inerzia. Così, senza chiederci il perché, senza guardarci attorno, senza cercare di scoprire se c’è altro. Leggiamo e va bene così: frase di senso compiuto (si spera), significato semplice e immediato, immagini banali, trame scopiazzate dal best seller del momento, clichés a go-go e amen. Il vocabolario s’impoverisce e le nostre storie, la nostra fantasia pure. E finiamo con l’impoverire noi stessi, col privarci di quella meraviglia che sola può garantirci di conoscerci e scriverci ancora.

SARA CALCULLI

Read 1389 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 11:35
Rate this item
(0 votes)