Martedì, 17 Maggio 2022

C’era una volta…la nostalgia

“Un fatto della nostra vita ha valore non perché è vero, ma perché ha significato qualcosa” (Goethe). Perché ci ha lasciato un segno, forse un interrogativo, un input, dei pensieri sparsi. O semplicemente qualcosa da raccontare.

Come le fiabe: innegabilmente irreali, ma profondamente vere. Ed è per questo che non bisogna mai smettere di leggerle e, soprattutto, rileggerle. Né di raccontarle, come il Vecchio Marinaio di Coleridge che la sua storia di Vita e Vita-in-Morte l’ha narrata ancora e ancora perché non se ne perdesse il significato.

Il bello è che ogni volta sarà sempre e comunque la prima, perché le fiabe hanno il potere di scuoterci e tirar fuori da noi stessi un qualcosa di indefinito e indefinibile, qualcosa che già c’è ed è sempre stata lì, anche se non lo sappiamo, anche se non sappiamo dargli un nome: ci e(x)ducano, se siamo disposti ad ascoltarle. Perché non c’è educazione se non c’è una volontà attiva e reciproca, se non c’è una fessura (una ferita?), se non c’è un contatto di sguardi, un confronto. Educare vuol dire prendere un pezzo di legno qualunque e farne un burattino piuttosto che la gamba di un tavolo o un ceppo da ardere. Essere educato vuol dire lasciarsi intagliare, lasciarsi attaccare a dei fili immaginari che ci guidino alla scoperta del mondo. L’educazione è quella coperta senza la quale Linus si sente smarrito, divorato da quella vertigine che è la nostalgia (“dolore del ritorno; νόστος: ritorno άλγος: dolore): quel senso di vuoto che ci rivela che non apparteniamo solo ed esclusivamente a noi stessi, che nella nostra dimensione di “animali sociali” abbiamo bisogno di essere compresi e, soprattutto, accolti. Ma questo Andersen ha saputo spiegarlo meglio di me.

Il brutto anatroccolo sin dai suoi primi giorni di vita si scontra con il meschino mondo dell’apparenza e della produttività che altro non vede se non la sua goffaggine e la sua futilità: fra tutti i suoi fratellini è il più grasso e il più sgraziato, a lui piace sguazzare nell’acqua e di certo non sa far le uova come una gallina né le fusa come un gatto, perciò non merita che ingiurie e beccate, disavventure e solitudine. Nella sua diversità l’anatroccolo si fa Albatros baudeliariano, estraneo sulla terraferma, viandante smarrito in terra straniera e laddove le altre anatre si realizzano pienamente, lui vive un esilio forzato che lo rende alieno persino a se stesso. E mentre sta lì a tormentarsi e farsi tormentare ecco che il cielo lo (ri)chiama a sé: il volo di uno stormo di cigni lo colpisce come un fulmine, come una scarica di elettricità che pone fine al lungo black out e restituisce luce ai suoi desideri innati. Con un urlo acuto esprime tutta la sua inspiegabile tristezza, l’amore degno di quelle creature quasi divine che neanche osa invidiare. Resiste all’inverno brutale, sopravvive al gelo, alla cattiveria e alla sfortuna e nel suo inferno personale il suo corpo muta e si tempra: ora le sue ali e le sue zampe sono più vigorose e, mentre fuori sboccia la primavera, lui è pronto per esplorare quel mondo che, appena uscito dal guscio, credeva tanto grande. In un giardino baciato dal sole e dalla primavera vede tre bellissimi cigni bianchi che decide di avvicinare sfidando la sorte. Non gli importa se lo beccheranno per il suo aspetto sgradevole o lo uccideranno per la brama di poter stare accanto a loro, lui vuole volare e raggiungerli a costo della vita! Ma, inaspettatamente, gli altri uccelli lo accerchiano con un gran frullio d’ali e, con sua grande sorpresa, quando china il capo invocando la morte, il lago gli mostra un riflesso rinnovato: si riconosce cigno e da quelle acque si genera una nuova consapevolezza di sé. Un’ignota ed ambita sensazione di completezza, la Meraviglia di scoprirsi straordinario, proprio lui, esserino brutto e inutile secondo i più: è questo il suo Ritorno, la primavera di un animo che si rincontra e riconcilia con se stesso. I suoi simili lo accolgono accarezzandolo con quello stesso becco con cui gli altri animali lo avevano ferito e i bambini che giocano attorno al lago lo ammirano come il più bello fra tutti. Al dolore, alla nostalgia, non resta allora che stringersi timidamente nelle piccole ali ed inchinarsi dinanzi a tanta bellezza: alla bellezza di un’anima che ha incontrato la Felicità. Una bellezza che accecherebbe i Nani (piccoli uomini, o meglio uomini piccoli, omuncoli) di Narnia…

 

Queste riflessioni, poche, sparse, vaghe, forse sciocche e persino false sono state condotte qui fuori, su questo foglio, da quel “qualcosa” che per me ha significato l’incontro “Educare con le fiabe” organizzato dall’Associazione “L’imprevisto” nella serata del 5 agosto. Ringrazio perciò i relatori, la professoressa Rosanna Leo e i professori Andrea e Michele Borraccia, che con i loro interventi su “Le Avventure di Pinocchio”, “Il brutto anatroccolo” e “Le Cronache di Narnia” mi hanno ispirata e…educata.

Sara Calculli

 

 

Read 1222 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 10:52
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