Martedì, 17 Maggio 2022

Mito, fantascienza e realtà negli Hunger Games di Suzanne Collins

Settantaquattro anni fa i tredici distretti di Panem tentarono una rivolta contro il governo centrale di Capitol City. La ribellione fu sedata, il tredicesimo distretto completamente distrutto. Un trionfo per la Capitale che ora tiene sotto scacco la misera periferia. Una vittoria che, da allora, viene celebrata ogni anno con un evento magnifico e spettacolare, gli Hunger Games. La città è in delirio, le televisioni non trasmettono altro. E mentre Capitol City esplode di gioia, i distretti si preparano a piangere le proprie vittime. Perché gli Hunger Games non sono certo le Olimpiadi o i Mondiali, non sono neanche “giochi” per la verità. Sono una trappola, un massacro, la tremenda punizione che permette a Capitol City d’imporre la propria supremazia sull’intera nazione e di riaffermare ciclicamente il proprio potere nel modo più brutale. È propaganda, è terrore autorizzato, è totalitarismo che riecheggia nei colpi di frusta dei Pacificatori, che s’inala durante la cerimonia della “Mietitura”, che si legge nel ghigno compiaciuto del Presidente, che si schiera tra le fila dei giovani in attesa del verdetto.

“Tributi” è l’appellativo dei fortunati estratti, come fossero un sacchetto di monete da restituire al Signore in cambio della sua protezione o un omaggio che il suddito riconoscente rende al suo equo Sovrano. “Tributi” perché vengono da comunità ridotte a forme primitive di sussistenza e relazione, da tribù. È il destino a sceglierli sorteggiando i loro nomi da una boccia di cristallo durante la cerimonia della “Mietitura”. Ancora un riferimento al mondo agricolo, alle società legate alla terra, alle radici della civiltà e della vita che vengono afferrate e strappate. Mietitura, come fossero spighe in un campo di grano falciate dal contadino cotto dal sole di un maggio incandescente. Invece non sono che corpi portati a giudizio davanti al Tristo Mietitore. Un po’ come accadeva nell’Atene di Teseo, quando Minosse, il leggendario re di Creta, imponeva alla città sottomessa di sfamare il Minotauro con il sangue dei suoi figli. Sangue per pagare altro sangue, quello versato dagli Ateniesi che avevano ucciso suo figlio Androgeo, colpevole d’averli umiliati nei giochi. Il prezzo del sangue reale è salato quanto le acqua del mare che divide le due città nemiche: ogni nove anni il labirinto in cui il Minotauro è rinchiuso si apre per accogliere la carne fresca di sette fanciulle e sette fanciulli ateniesi. Nessuno fra loro potrà sottrarsi alla bocca famelica della belva umana. Negli Hunger Games, invece, ad uno dei 24 tributi (un ragazzo e una ragazza per ciascuno dei 12 distretti) è consentito uscire vivo dal “labirinto”, ovvero dall’Arena.

Ma l’istinto di sopravvivenza non ha freni nell’arena. L’unica legge che è vietato infrangere è quella di Darwin: selezione naturale. Uno. Uno solo può uscire dall’arena, il più forte, il più furbo, il più veloce, il più disperato, colui che ha più sostenitori fuori e dentro l’arena, quello che ha collezionato più vittime. Perché una volta gettati lì dentro come gladiatori nell’antica Roma, ragazzi e ragazze  diventano bestie più feroci dei leoni pronti a sbranare i cristiani. È necessario che almeno uno di loro si salvi perché, come ben sa il Presidente, il terrore non funziona se non è alimentato da un minuscolo brandello di speranza. Ciò che realmente distingue i due riti sacrificali, allora, è la spettacolarizzazione della morte: gli Hunger Games un vero e proprio reality show. Dalla Mietitura in poi le telecamere osservano i tributi e li offrono al pubblico, li danno in pasto ai feroci cittadini di Capitol City, ne mostrano l’abbrutimento e il sacrificio agli abitanti dell’intera Panem: l’Arena è l’altare sul quale Capitol City non si limita ad immolare i tributi, bensì li degrada, li distrugge. Li priva dell’umanità. Non hanno pietà se non per se stessi. Si freddano fra loro, come se in quell’arena dimenticassero chi è il vero nemico. Ma alla fine “non ci sono vincitori, solo sopravvissuti” perseguitati dall’orrore di quei giorni che rivivranno per sempre in incubi e allucinazioni. Chi torna non è più lo stesso. Non muore solo il tributo, muore l’Uomo, muore il Paese stesso, perché quando un Paese perde i suoi giovani, perde anche il futuro. Le braccia che lavoreranno la terra, i grembi che accoglieranno la vita, le teste che un giorno guideranno la comunità. La forza, il sangue, le idee e il coraggio: è questo che Capitol City vuole annientare. Capitol City decide la vita e la morte, decide il come, il dove, il perché di ogni cosa. È Controllo, è Disciplina, è Legge. È il centro da cui si dirama l’urlo inquietante della distopia. E tutti devono saperlo, devono capirlo, impararlo, accettarlo, ingoiare senza resistenza quell’ingombrante presenza che sola può offrire verità. È un occhio vigile e onnisciente che s’innerva nelle fondamenta del sistema e lo governa. The Big Brother, quello di orwelliana memoria e quello che, ahimè, è uno show televisivo di infimo gusto e altissimo audience. Il tutto coronato dall’abilità degli Strateghi che nulla lascia al caso e dall’infinito potere delle tecnologie che costruiscono e distruggono mondi. Una partita a Risiko in cui solo a Capitol City è concesso di lanciare i dadi.

Ma poi è arrivata Katniss Everdeen. Lei non si è arresa, lei ha accecato il Ciclope. Katniss, tributo volontaria del Distretto 12, ha scalfito le fondamenta di quel sistema distorto come una piccola scossa di terremoto che crepa appena le pareti ma rivela la presenza di una falla. Da quella crepa dipende la sopravvivenza di Capitol City: se nessuno la noterà, se nessuno farà nulla per scavarla fino a farne un tunnel segreto, la Capitale sarà salva. Ma così non è stato. Il gesto di Katniss non è passato inosservato: ha strattonato dalle mani dello Stratega le redini della situazione. La settantaquattresima edizione degli Hunger Games, infatti, ha visto il trionfo di due vincitori: la coppia dei tributi provenienti dal distretto più povero di Panem, Katniss Everdeen e Peeta Mellark. Nessuno dei due poteva sopravvivere senza l’altra, la versione a lieto fine di Romeo e Giulietta. O due vincitori, o nessuno. E il sistema è imploso. Qualcosa è andato in corto circuito.

Katniss e Peeta hanno vinto davvero, non sono semplici sopravvissuti. Katniss ha messo a repentaglio la sua vita per proteggere la sorellina di 12 anni, nell’arena ha trovato un’amica ed alleata, non ha ucciso se non per legittima difesa e infine ha salvato non solo se stessa ma anche il suo compagno. Minacciando il suicidio lei e Peeta hanno smascherato il Grande Fratello, ne hanno reso chiaro l’intento e, soprattutto, hanno mostrato alla nazione intera quanto quella struttura di vetro sia fragile. E se una persona, da sola, è in grado di farla vacillare, è ovvio che basta poco per farla crollare: basta che il popolo s’accorga che è stata aperta una breccia che il nemico non ha modo di sanare. È proprio questo ciò che Katniss ha fatto: come un’Amazzone ha scagliato una freccia dritta nel tallone d’Achille di Capitol City. Ha agito da sola ma per il bene di molti, come una ghiandaia imitatrice, uccello solitario dal forte istinto materno dedito alla difesa dal territorio. Ora Katniss è un simbolo, è coraggio, è astuzia, è forza, ma soprattutto è speranza. Anche se ancora non è pronta a sopportare il peso di questo fardello.

 

 

 

Quest’articolo vuole offrire una lettura incrociata del primo romanzo di Suzanne Collins dedicato alla saga degli Hunger Games e del rispettivo adattamento cinematografico diretto da Gary Ross. Non è una recensione né una critica, solo un punto di vista: una fotografia scattata da un angolo nascosto, ma con un’ottima visuale.

Sara Calculli

 

Read 2345 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 10:42
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