Martedì, 17 Maggio 2022

“Santini”, un romanzo da leggere prima di andare a…votare

“Oggi ho fato una cosa come mi pare ammè. Aggio votato senza dar retta a quegli malfatori, richioni, impuniti che ci arrubbano pure le sigarete. Meno male che ho trovato per davanti quel bravo uaglione che ma portato ala cabina. Quello ma deto fotitene e io cosi’ ho fato. Grazie presidente".

Un presidente di seggio così onesto, sensibile, illuminato (e anche un po’ sboccato) può esistere solo tra le pagine di un romanzo. Soprattutto se la sua specialissima sezione si trova all’interno di un manicomio e se proprio da quella gabbia di matti provengono tre dei candidati. Da uscirci pazzi. E forse è stato proprio un raptus di follia a guidare la piccola rivoluzione di Marcello Galtieri quel quattro giugno. Una domenica elettorale come tante nel resto della regione, ma non per lui che è stato assegnato a quell’istituto psichiatrico. Tra la demenza incurabile che stravolgeva i votanti nell’aspetto e nell’animo, quella “certa animazione che serpeggiava tra le fila dei sorveglianti”, le pressioni del partito travestite da rappresentante di lista e i “tre pezzi da novanta a darsi battaglia”, il suo primo incarico da presidente di seggio si prospettava alquanto spinoso. Ma se proprio bisogna pungersi e sanguinare, beh, tanto vale scegliere da quale spina lasciarsi ferire e dove. “Non nella dignità, non nell’onore, non nell’umanità, che sia un taglietto superficiale insomma!”, sembra implorare Marcello. Così lo fa: fa la cosa giusta. Lo fa per il megalomane Pinuccio il presidente, per l’architetto Gennaro e il suo ribrezzo per le linee rette, per Teresa la monaca e “il suo cantico antico e disperato”, per Mariannina, per Emilio, per Vincenzo… per tutti loro. E per tutti noi. Che importa delle conseguenze? Al massimo tornerà a fissare il suo “attestato di disoccupazione” (il titolo di Dottore in Lettere) appeso alla parete per coprire lo scempio lasciato da un chiodo. La dubbia utilità del famigerato pezzo di carta è paragonabile solo a quella dei santini dei politici.

“Santini”, romanzo di Domenico Brancucci edito da Edigrafema a marzo 2014, è ammiccante sin dalla copertina sgargiante che calamita tutta la curiosità del lettore. Compresso nel suo centinaio di pagine, leggero nel formato tascabile che ben si sposa con la levità e la piacevolezza dello stile, non può non incoraggiare persino i più pigri. Eppure “Santini” è denso di significati, è ricco di citazioni pregevoli, porta sul dorso il peso della verità. È pirandelliano quasi. È una commedia che si fa tragedia e viceversa. L’ironia troneggia, sole inesauribile che scalda le prime pagine. La bocca si apre in una sonora risata quando l’occhio si sofferma su quello slogan sbattuto in copertina, “Scegli uno come te, Schiavo”. Si ride, si sorride come fa Felice Schiavo nella foto del santino. Ma poi, mentre il protagonista snocciola le vicende, mentre nuovi personaggi s’affacciano sulla scena, pian piano quella risata si fa sempre più amara. E infine si spegne. Si spegne il sorriso e s’accende il cervello. Fa riflettere, “Santini”, e su tante cose. Un libro da leggere non prima di andare a dormire, bensì prima di andare a votare.

Sara Calculli
Read 1535 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 10:42
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