Martedì, 17 Maggio 2022

Ne 'La grande bellezza' il fallimento esistenziale di una generazione

Il Premio Oscar assegnato a “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, nonché la  sua immediata programmazione sulle reti Mediaset, martedì 4 marzo, ha offerto un’utile opportunità per riflettere su temi di non poco conto in un panorama culturale asfittico e spesso troppo schiacciato sul contingente e sull’attualità.

Dal punto di vista stilistico l’opera di Sorrentino ha recuperato il meglio del linguaggio proprio dei migliori Fellini e Bergmann e sono piaciute le immagini con tanto di richiamo al cromatismo caravaggesco che pure aveva caratterizzato “Sussurri e Grida” di Ingmar Bergmann.

Per quel che concerne i temi, a nostro avviso, la differenza, rispetto ai due maestri del cinema citati in precedenza, è rilevante anche se, nel contesto odierno della cinematografia, rappresentano una vigorosa sollecitazione ad occuparci meno del transitorio e un po’ più del permanente.

In altre parole, nelle opere di Fellini (soprattutto “Otto e Mezzo” e “La Dolce Vita”) e Bergmann (“Il Posto delle Fragole”, “Il Settimo Sigillo”) il disagio esistenziale, la ricerca dell’Assoluto, spesso frustrata e percepita senza esito positivo, è ontologica cioè connaturata al nostro stesso essere. La loro riflessione perciò appare più profonda, dotata di una dimensione radicalmente e decisamente verticale.

Nell’opera di Sorrentino invece è  il fallimento esistenziale di una generazione, quella degli intellettuali anni ’70, ad essere posta sotto la lente di ingrandimento dell’autore. E spesso questo fallimento esistenziale è collegato a singolari fallimenti mondani, relativi alle loro carriere e alle loro ambizioni di successo. Vi è inoltre una  sostanziale  rinuncia a porsi domande radicali e profonde che possano scalfire la superficie epidermica della crisi e del disagio spirituale ed arrivare in profondità. Dice il protagonista, Jep Gambardella, il quale si considera “principe della mondanità”:. La religione e il Sacro non riescono  a dare risposte “risarcitive” e congruenti rispetto al disagio e alla crisi spirituale che vivono i personaggi del film. Al riguardo, ci è sembrata del tutto inappropriata e di cattivo gusto la caricatura allusiva a Madre Teresa di Calcutta.

Fa da contrappunto alla sostanziale disperazione che anima questo mondo l’immobile e perdurante bellezza di angoli, paesaggi, luoghi e monumenti di una Roma vivificata e splendente nei colori e nelle immagini scelte dal regista. Questa “Grande Bellezza” appare al protagonista come unica e certa consolazione, fonte di “risarcimento” morale e spirituale che blocca il protagonista sul ciglio della disperazione.

Ma di fronte a questa sorta di messaggio finale dell’opera è lecita la domanda: siamo proprio sicuri che dietro la bellezza degli splendidi scorci paesaggistici del film non vi sia quell’Altrove cui faceva cenno in conclusione Jep Gambardella? I tanti monumenti e le significative opere d’arte che la macchina del regista inquadra e riprende e che, immobili e fermi, testimoniano l’eterno di fronte al fluire della contingenza nulla hanno a che fare con un’umanità che largamente  “attinse” ispirazione, sentimenti, passioni, ardori e tensione spirituale da quell’Altrove?

Leonardo Giordano

Read 1896 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 10:37
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