Giovedì, 08 Dicembre 2022

Mamma, ho perso l’a…ccento

Non parlo mai di film. È una questione di umiltà, so di non essere in grado neanche di atteggiarmi a critica cinematografica. Tuttavia dopo la notte degli Oscar è un must, come dimostra la mia bacheca di Facebook: tutti inneggiano al trionfo de “La Grande Bellezza”, impazzano post, stati e articoli che festeggiano la grande vittoria (esattamente come fino a qualche settimana fa prolificano commenti negativi sull’ultimo lavoro di Sorrentino).

Chiaramente io non l’ho neanche visto, ero impegnata a leggere probabilmente. Ma oggi, dicevo, devo necessariamente parlare di film. Allora ho scelto un lungometraggio di cui mai nessuno ha sentito parlare, forse perché è stato girato solo nella mia testa. Un vero peccato, giacché l’ho immaginato interessante ed istruttivo, oltre che drammatico.

“Mamma, ho perso l’accento” è infatti la storia di alcune fra le numerose e dimenticate vittime dello sterminio della Grammatica Italiana. Un docufilm commovente, a tratti struggente, ricco di suggestioni e spunti di riflessione. Tra testimonianze scioccanti e aneddoti tragicomici la vicenda narrata rivela l’immensa sofferenza dei protagonisti. Devastati e umiliati, confinati in un ghetto, raccontano dei molteplici tentativi di rivolta per riconquistare il proprio status di Verbi, Forme Pronominali, Avverbi. Una serie di battaglie che ancora oggi non ha portato risultati, una guerra avvolta nelle pieghe della storia, ma che tutti, grandi e piccini, dovrebbero conoscere.

La voce narrante è quella di Dà, terza persona del presente indicativo del Verbo dare. Quella di Dà è indubbiamente l’esperienza più angosciosa: non bastava lo sterminio, per lui ogni giorno potrebbe essere l’ultimo. “Sono uno tra i Verbi più usati, eppure mi confondono inevitabilmente con il mio omofono Da” – racconta tra le lacrime – “e questo sì, è ingiusto, profondamente ingiusto, ma quasi riesco ad accettarlo. Davvero, posso capirlo. Stesso suono, stessa grafia, sembra un errore logico più che una dimenticanza”. Cerca l’appoggio dei suoi compagni reclusi, ma l’indignazione è troppo forte, nessuno appare convinto dalla sua diplomazia. Tre loschi figuri, sullo sfondo, se la ridono di gusto. “Quelli sono Sta, Va e Fa” – spiega Dà incrociando lo sguardo interrogativo della telecamera – “dei veri mostri. Bulli. Sono i miei peggiori nemici: l’accento me l’hanno rubato loro. Sapeste quante volte… No, basta. Non ce la faccio, non riesco a parlarne senza accendermi di rabbia”.
Una rabbia che sfoga piangendo. Il rumore di quelle lacrime di bile è coperto da un sottofondo musicale: la canzone del Dì.

“Un dì persi l’accento, che disdetta
Tutta colpa della Preposizione maledetta.
Di tutte è lei la più usata:
rende una parola specificata.
Perché ci confondono davvero non saprei
Di’, dimmelo su, anche tu vittima di lei.
Accento e apostrofo sono i nostri segni,
delle corone, i nostri regni.
Ma non importa a nessuno di quel dì,
Di’, dimmi tu, la colpa è di chi?

Dì non parla mai, si limita a scrivere. Perciò è Di’ a cantare, in qualità di voce del Verbo dire. È costretto a farlo, essendo un Imperativo singolare. A consolarlo c’è Là, l’Avverbio di luogo minacciato dall’Articolo e Pronome femminile singolare La. “La amo” – confessa allo schermo – “ma lei niente, non mi guarda neppure. È la sorte di chi vive relegato in quel ghetto là”. Volta le spalle al cameramen e si allontana silenzioso per sfogliare un album di foto. “Sì, un tempo vivevamo tutti insieme. All’epoca La e Là erano molto intimi, non so se mi spiego. Si era felici, sì, si era tanto felici…” Si riassume così la storia di Sì, Interiezione affermativa che vive oggi nell’ombra della sua gemella più fortunata, il Si Particella Pronominale. Neanche si parlano più, nell’ultima guerriglia Sì le ha scaraventato il suo accento in testa attirandosi le ire di suo cognato Se.
Se è bipolare perciò nessuno si stupisce dei suoi comportamenti.

“Va capito, è molto turbato” – dichiara la sua parte conciliante – “se funzionassi ora da Particella Pronominale, ora da Congiunzione, come ti sentiresti? Poi sta sempre vicino a Stesso… una compagnia non raccomandabile, lo rovina. Diventa ancora più egoista, addirittura egocentrico quando sta con lui. Onestamente preferisco quando va in giro da solo. E poi l’accento indubbiamente lo rende più affascinante”. Strana storia quella di Se: se introduce ipotesi niente accento, quando funge da pronome dipende. La telecamera lo inquadra: Stesso lo sta picchiando perché ha osato mettersi l’accento in testa in sua presenza. Non c’è da stupirsi se è fortemente disturbato. “Non supererà il trauma né ora né mai” – conclude pessimisticamente Né, Congiunzione disgiuntiva – “Ne so qualcosa io” sussurra indicando con lo sguardo triste la collega Particella Pronominale Ne.

Ci sarebbero ancora molte altre storie da raccontare. Mi auguro perciò che la S.O.S.GramaticaProduction continui ad interessarsi alle vittime del Grande Sterminio. La vita nel ghetto è dura, la convivenza diventa ogni giorno più difficile. La grande fortuna, però, è che noi possiamo contribuire alla causa. Possiamo e dobbiamo. Perché la nostra Lingua, davvero, è la più Grande Bellezza.

Sara Calculli

Read 1781 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 10:37
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