Sabato, 10 Dicembre 2022

Frammenti de ''La grande bellezza''

Tutto ha inizio con la bellezza.

La grande bellezza che con un colpo di cannone si manifesta agli occhi dello spettatore. Perché Roma è bella e Sorrentino ce la presenta subito con il suo abito migliore.

L’acqua scorre incessantemente dal “fontanone” del Gianicolo, scorre mentre il coro gregoriano continua a cantare e i turisti cercano la storia, l’arte, perdendosi tra passato e presente; scorre come un panta rei verso il divenire e ci conduce al quadro successivo. 

In una cornice mutata di senso, moderna, che ha poco a che vedere con l’immensità stratificata dal classicismo delle panoramiche del Gianicolo, ecco il protagonista, Jep Gambardella. Dalla bolgia della festa di compleanno di una soubrette decaduta, un Tony Servillo teatrale entra in scena con la sua sigaretta, creando una scissione.

La musica classica lascia il posto alla disco music e i panorami romani si convertono in gabbie chiuse, dove l’essere umano dà sfogo ai suoi vizi peggiori ballando fino all’alba, nell’ipocrita mondanità condita di niente, quella dei trenini delle feste “che sono belli perché non vanno da nessuna parte”.

Tuttavia il niente di Sorrentino è un niente letterario, che si consuma anche sulle terrazze borghesi con eruditi riferimenti, da Proust ad Ammaniti, sottolineando l’assenza di un contenuto proprio dei personaggi che ruotano attorno a Jep. Di contro, nel protagonista, tali contenuti si rivelano sedimentati e preludono alla scrittura di un secondo romanzo, tutto da creare, dopo l’unica e sola esperienza del suo romanzo giovanile “L’apparato umano”.

Severo è il giudizio che Jep pronuncia sulla copiosità di produzione “pseudo letteraria” che Stefania, l’emblema radical chic, si compiace di aver scritto. Il protagonista, dandy prosaico di una società che non ha più niente da dire, che ha esaurito gli slanci vitali della Roma felliniana, mette a nudo con l’arma sferzante dell’ironia l‘insensatezza della realtà che lo circonda e, al tempo stesso, sulla linea di Proust e Joyce, ne cerca il senso in epifanie che definisce “sparuti incostanti sprazzi di bellezza”.

E’ in viaggio Jep, il suo è un viaggio che ha inizio al termine della notte, il cui percorso è segnato nel prologo dalle parole di Ferdinand Cèline: “Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l'immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia.”

E’ in viaggio Sorrentino che incanta con l’espressività delle sue immagini e con la perizia della sua sceneggiatura.

E’ in viaggio lo spettatore alla ricerca del senso del vivere contemporaneo.

Alessia Devincenzis

 

Read 2060 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 10:37
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