Martedì, 17 Maggio 2022

Dimmi cosa mangi e ti dirò… cos’è

Ricomincia l’università. Lezioni dalle 8 del mattino alle 8 di sera, corse da un piano all’altro della facoltà (nei giorni peggiori da una parte all’altra della città) alla ricerca delle aule perdute e poco, troppo poco, tempo per sé. Addio zuppe genuine, addio fumanti piatti di pasta per affrontare l’inverno e ancora addio ai lunghi pranzi attorno a tavole imbandite. Addio sedie comode, addio caffè postprandiale, addio pennichella pomeridiana. Tocca ripiegare su qualcosa da preparare velocemente e consumare in fretta, che non appesantisca eccessivamente lo stomaco di coloro i quali si apprestano a nutrire il cervello.

Purtroppo quando si studiano discipline linguistiche non è facile decidere. Non è facile affatto se si pensa a cosa in realtà si sta mangiando. Per esempio, non toccherei mai un sandwich, un hot dog o un hamburger. Non sono mica cannibale, né mangerei mai un cane o un aggeggio usato per frenare i treni. Mi spiego meglio:

il sandwich deve il suo nome niente di meno che ad un conte, il politico britannico John Montagu (1720-1792), IV conte di Sandwich. Sembra che l’impegnatissimo conte trascorresse le sue giornate a giocare a carte o a golf e non volesse allontanarsi dalle sue occupazioni neanche per mangiare. Certi biografi smentiscono e raccontano che il conte lavorava per ore ed ore nel suo studio, senza mai staccarsi dalla scrivania. Ad ogni modo, il suo pasto ideale non poteva essere che un panino al volo. Fratello italiano del sandwich è il tramezzino, “panino di forma triangolare farcito con salse, salumi e verdure, solitamente composto da due fette di pan carré tagliate diagonalmente”, nato a Torino nel 1925. Sostanzialmente si tratta in entrambi i casi di pane imbottito. E tuttavia D’Annunzio proprio non poteva accettare un termine “bastardo” nel vocabolario dell’Italia fascista, perciò optò per un nuovo nome purosangue. Peccato per la scarsa originalità: il “tramezzo” è semplicemente qualcosa sta fra due cose, nulla di fantastico, nessun personaggio famoso si cela dietro l’invenzione del sandwich nostrano.

- L’origine del termine “hot dog” è decisamente più controversa. Pare che il termine sia stato coniato nel 1867 da un venditore ambulante che, non riuscendo a vendere i propri wurstel, finse che fossero salsicce di cane: “chi vuole le mie salsicce di cane?” – urlava per lo stadio. Il successo della sua “operazione di marketing” fece sì che molti altri venditori adottassero la stessa strategia commerciale ed anzi la rendessero ancora più efficace abbreviando lo slogan in “cane caldo!”. Simile è la seconda interpretazione: alcuni ritengono che “hot dog” sia la traduzione di “Dachshund sausages”, letteralmente “salsicce di bassotto”, così definite per la loro forma. Il disegnatore di vignette sportive P.A. Dorgan li disegnava come panini farciti con un bassotto. In effetti l’associazione non è troppo stravagante: tanto i wurstel quanto i bassotti provengono dalla Germania e si caratterizzano entrambi per la lunghezza. L’attributo “hot” è naturalmente tratto dall’invito dei venditori a comprare le salsicce ancora calde. Ma “dog”, in inglese, designa non solo il “cane”, ma anche “il dente di arresto” e più precisamente la “briglia” che i ferrovieri usavano per bloccare le rotaie. Ancora una volta l’associazione riguarderebbe la lunghezza giacché le briglie misuravano circa 15 cm ed essendo usate sui binari dei treni assorbivano il calore del ferro. Ancora una volta, dunque, “hot dog”.

- Infine, dulcis in fundo, l’interpretazione più esilarante riguarda l’hamburger. Il famoso disco di carne bovina è stato introdotto negli Stati Uniti negli anni ’30 dell’800. Si chiamava “hamburger” in quanto originario di Amburgo: infatti, in tedesco, aggettivi e sostantivi che esprimono una relazione di provenienza si formano per suffissazione: al nome della città o del paese viene apposto il suffisso –er. In altre parole, gli Hamburger sarebbero non solo i prodotti di Amburgo, ma anche i suoi cittadini. Quando il termine raggiunse l’America fu decisamente male interpretato a causa dell’affinità fonetica della prima parte con l’inglese “ham”, che, guarda caso, significa “prosciutto, coscia di maiale” e dunque “carne”. Per di più, normalmente l’hamburger veniva servito all’interno di un panino. Si iniziò quindi a pensare che la parola fosse costituita da due parti distinte e poi agglutinate: il già noto “ham” per indicare il contenuto e l’innovazione “burger” per indicare il contenitore, ovvero il panino. Quest’ultima particella, di per sé priva di significato, si è infine affermata come vero e proprio affisso produttivo. Oggi abbiamo quindi il cheeseburger, il miniburger, il Burger King…

La riflessione linguistica, tuttavia, non si ferma alle sole “storie” e traduzioni letterali di questi nomi, ma va oltre e può raccontarci qualcosa di più interessante perché intrecciato con la realtà. Questi termini, infatti, ci informano sulle abitudini alimentari e culturali di altri Paesi, addirittura ci descrivono un meccanismo mentale, un vero e proprio processo creativo, che rispecchia un modo di vivere e di pensare. Prendo come esempio la traduzione più scioccante, l’ “hot dog”. Come si è visto, indipendentemente da quale sia l’origine effettiva del termine, il nome è nato per analogia, per una somiglianza percettibile non per tramite del gusto, bensì della vista, ovvero del più rapido dei nostri sensi. È bastata un’impressione, un colpo d’occhio, per notare la similarità tra due entità, un animale (o una briglia di arresto) ed un panino in questo caso. Lo stesso può dirsi dell’hamburger, con la sola differenza che a favorire l’identificazione fra la cosa e la parola corrispondente è stato l’udito. Dal colpo d’occhio siamo passati dunque ad una sorta d’interferenza acustica, eppure il risultato non cambia: in entrambi casi si tratta di impressioni, non di dati oggettivi.

In altri termini è affascinate notare la velocità con cui sono nati e si sono affermati tali termini, una velocità che si riscontra nel corrispettivo modo di mangiare, l’altrettanto celere “fast food”. Le chiamerei perciò “fast word”, parole nate quasi per caso, inventate nel tempo necessario a consumare uno spuntino. Perché di questo si tratta, non dimentichiamolo: John Montagu mangiava il suo panino in piedi, forse giocando a golf, forse compilando scartoffie, giusto per placare un buco nello stomaco. Tanto il suo pasto principale non era certo il pranzo, bensì la famosa colazione all’inglese o, la domenica, il brunch. Il momento del sandwich è tutt’altro che un momento d’aggregazione e comunione, è “fast”, rapido e indolore, funzionale ad un’esigenza animale, ad un istinto, è l’esatto contrario del pranzo così come lo intendiamo noi Italiani. Nessun alone di sacralità, non c’è un rito, non c’è scambio né condivisione. Per dirla tutta non c’è neanche una sedia.

Forse è per questo che nessuno si è mai premurato di cambiare il nome a quel lugubre “cane caldo”: mentre lo si consuma non c’è neanche il tempo di riflettere su cosa significhi (o se è poi davvero così gustoso, se non è forse un attentato al colesterolo…). Forse è per questo che il “fast food” coincide il più delle volte con il “cibo spazzatura”: sebbene permetta di risparmiare tempo, non stimola la mente, non i sentimenti, a stento sazia. Il tempo che abbiamo risparmiato è stato rubato all’attività cerebrale. È come la tv che ci propina un flusso di immagini che immagazziniamo nel cervello senza mediazione: ci spegne non appena l’accendiamo. Per questo è cibo spazzatura soprattutto per gli studenti. E chiamo le parole di Virginia Woolf nel primo capitolo di “Una stanza tutta per sé” come testimoni: “L’impalcatura umana essendo quella che è – e cioè cuore, corpo, cervello, tutti mescolati insieme e non sistemati in compartimenti separati come senza dubbio saranno tra un milione di anni – una bella cena è molto importante per una buona conversazione. Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si è cenato bene”.

Sara Calculli

Read 1810 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 10:26
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