Lucana, nata a Policoro, architetta e fondatrice di Alima Studio. Ippolita Curto vive e lavora nel Lazio e ha fatto della creatività, della tecnica e dell’ascolto gli elementi strutturali del suo spazio professionale.
Ha scelto un mondo fatto di ricerca, di confronto, di bellezza e pragmatismo, ma anche di competizione, un settore in cui il disequilibrio di genere è macroscopico. Ma gli ostacoli – proprio come i vincoli imposti a volte dal mestiere – sono spesso il giusto slancio per vincere le sfide più audaci.
Ama la musica, che occupa un posto speciale nel suo cuore, influenzando il suo modo di vedere e interpretare il mondo, “arricchisce le creazioni di ritmo, armonia e dinamismo”.
Ippolita Curto è presente sui social e più in generale sul web dove svolge attività di affiancamento e mentoring per i professionisti e progettisti, a dicembre riapriranno le iscrizioni.
Facendo un giro su Google, a livello mondiale, quando si prova a cercare l’ipotetica “top ten” degli architetti, trovare una donna in lista è difficile, se non fosse per Zaha Hadid. Ecco, viste le premesse, quando hai scelto “cosa fare da grande” cosa ti ha ispirata: perché l’architetto?
Quando ho scelto di diventare architetto, non ho pensato alle classifiche o a quante donne fossero rappresentate nelle ‘top ten’. Ho scelto questa strada perché l’architettura mi ha sempre parlato come un linguaggio universale, capace di unire bellezza, funzionalità e creatività. Quello che mi ha ispirata è stata la possibilità di trasformare spazi e dare forma a luoghi che migliorano la vita delle persone, integrandosi armoniosamente con il contesto.
Essere una donna in un campo tradizionalmente dominato da uomini è certamente una sfida, ma anche un’opportunità per portare nuove sensibilità e punti di vista. La figura di Zaha Hadid è senz’altro iconica e rappresenta un punto di riferimento, ma ogni giorno traggo ispirazione anche da tante donne, spesso meno note, che lavorano con passione e talento dietro le quinte del mondo dell’architettura.
Per me, fare l’architetto è una vocazione, non una competizione. È un modo per connettere sogni e realtà, creare spazi che raccontano storie e rispondono alle esigenze del presente.
Zoom sull’Italia: qui pare che gli architetti siano poco più di 150mila. Il 40% è fatto da donne.
Francamente pensavo peggio in termini percentuali: tu che ci stai dentro alla professione e alle sue dinamiche cosa sai dirci di più? Mi spiego: è più difficile per una donna crescere professionalmente fra cantieri, calcoli, progetti, ponteggi, uffici tecnici, mastri, muratori, cartongessisti, idraulici ecc…?
Certo, i numeri sull’Italia ci raccontano una situazione che, se guardata superficialmente, sembra più incoraggiante rispetto a quanto si potrebbe immaginare. Il 40% di donne nella professione è un dato significativo dovremmo, però, andare oltre le percentuali e guardare alle reali dinamiche della crescita professionale.
La verità è che le difficoltà esistono. L’architettura è un mondo complesso, fatto di creatività ma anche di tecnica, pragmatismo e una buona dose di negoziazione e leadership, soprattutto in cantiere. Per una donna, può essere inizialmente difficile essere riconosciuta e rispettata in ambienti che, per tradizione e mentalità, sono ancora dominati da uomini. All’inizio capita spesso di dover “dimostrare” il proprio valore più di quanto non debba fare un collega uomo: essere preparate, ferme nelle decisioni e capaci di gestire le relazioni con i diversi attori è fondamentale. La sfida più grande, però, è rompere i pregiudizi impliciti, quelli che associano la donna a un ruolo più estetico nella progettazione e meno tecnico.
Personalmente, ho trovato che lavorare nei cantieri o confrontarmi con muratori e artigiani sia anche una straordinaria occasione di crescita. Dimostrare? Sì, ma solo a se stesse.
È più difficile? Si, ma questo non deve essere un ostacolo.
Come ogni cosa, l’architettura ha grandi maestri: c’è qualche architetto, nella storia o contemporaneo, a cui ti ispiri?
Due figure che mi ispirano profondamente sono Claude Parent e Jean Nouvel, ciascuno per motivi diversi ma complementari.
Claude Parent, con la sua teoria della ‘funzione obliqua’, ha rivoluzionato il modo di concepire lo spazio architettonico. Mi affascina il suo coraggio nel rompere con la tradizione delle superfici orizzontali e verticali, proponendo invece inclinazioni che invitano il corpo a interagire con lo spazio in modi nuovi. Il suo lavoro mi ricorda che l’architettura non è solo un insieme di volumi statici, ma un’esperienza fisica e dinamica, capace di influenzare il modo in cui viviamo e percepiamo il mondo.
Dall’altra parte, Jean Nouvel è un maestro nell’arte di dialogare con i contesti, di creare opere uniche che non si impongono, ma si integrano, trasformandosi insieme al paesaggio e alle persone. Amo il modo in cui utilizza la luce come materiale, rendendola parte integrante del progetto, e il suo approccio sempre sperimentale, che non si ripete mai ma trova soluzioni specifiche per ogni luogo e ogni cultura.
Ciò che mi ispira in entrambi è la loro capacità di reinventare il linguaggio architettonico, ognuno a suo modo, spingendo i limiti della creatività e portando sempre una dimensione poetica nei loro progetti. Quando progetto, cerco di portare con me questi insegnamenti: il coraggio di pensare oltre le convenzioni e la sensibilità di creare spazi che dialoghino con chi li vive e con ciò che li circonda.
Quando progetti qual è la prima cosa a cui pensi?
La prima cosa a cui penso quando progetto è la persona che vivrà lo spazio. Mi chiedo: come deve sentirsi qui? Quali emozioni voglio suscitare? Che esigenze devono essere soddisfatte?
L’architettura, per me, nasce sempre dall’ascolto: delle persone, del luogo, della luce e del contesto. Ogni progetto ha una storia unica, e il mio obiettivo è tradurla in uno spazio che non sia solo funzionale ed esteticamente bello, ma che diventi un’estensione dell’identità e dei sogni di chi lo abiterà. Allo stesso tempo, penso al rapporto con l’ambiente: come lo spazio dialoga con l’esterno, come la luce entra e si muove, quali materiali possono raccontare una storia coerente e sostenibile. In definitiva, ogni progetto inizia da una visione che unisce umanità e contesto. È come un viaggio: la prima cosa è immaginare la destinazione, il modo in cui le persone e lo spazio potranno trovare un’armonia che sia concreta e al tempo stesso emozionante.
“Alima” Studio, piccola curiosità, cosa c’è dietro la scelta del nome Alima?
Il nome ‘Alima’ è stato scelto con grande attenzione perché racchiude il senso più profondo di ciò che facciamo e di come lo facciamo. È un acronimo di ‘A Little of My Architecture’, e rappresenta l’idea che ogni progetto è un frammento di me, della mia visione e del mio modo di concepire lo spazio. Ogni volta che lavoro a un progetto, cerco di lasciare un’impronta personale, un piccolo pezzo di ciò che credo sia essenziale nell’architettura: armonia.
Ma il nome ha anche un’altra dimensione: richiama la parola ‘anima’. Questo legame non è casuale, perché per me l’architettura non è solo tecnica o design, ma è qualcosa che deve avere profondità, un senso, un respiro. Ogni spazio deve avere un’anima, deve saper raccontare una storia e connettersi con chi lo vive.
La cosa che da architetto ti piace sentirti dire?
La cosa che più mi piace sentirmi dire è: “Questo spazio mi rappresenta, è come l’ho sempre immaginato, ma non avrei mai saputo descriverlo così.” Per me, questa frase racchiude tutto ciò che significa essere un architetto: riuscire a trasformare i desideri, spesso non espressi o difficili da definire, in spazi concreti che risuonano con chi li vive. Amo sapere che sono riuscita a interpretare le esigenze, le emozioni e i sogni delle persone, andando magari anche oltre le loro aspettative.
La cosa che invece professionalmente detesti ascoltare?
Detesto quando qualcuno dice: ‘Questo non si può fare’
, senza nemmeno considerare alternative o nuove possibilità. L’architettura è fatta di sfide, ed è proprio nei vincoli che spesso si trovano le idee migliori. Per me, il dialogo e la collaborazione con clienti e professionisti sono fondamentali, e un atteggiamento chiuso spegne il potenziale di un progetto.
Non mi riconosco nella figura dell’architetto distante o snob, che impone le sue idee senza considerare i desideri o le intuizioni del cliente. Credo fortemente in un rapporto lavorativo fatto di dialogo, contaminazione e capacità di mettersi in discussione per trovare la soluzione inaspettata.
C’è chi progetta e costruisce la propria vita lontano dal luogo natio, ecco immagina che nel tuo paese di origine, Scanzano Jonico, ci fosse un concorso di idee volto a promuovere la “socialità” su come riqualificare un’area: cosa proporresti?
Domanda complessa. Riflettendoci, immagino una piazza che non sia solo un luogo di passaggio, ma un vero e proprio polo di aggregazione, dove si mescolano tradizione e innovazione. Una piazza viva, multifunzionale, pensata per tutte le generazioni.
Potrebbe essere articolata in diversi spazi:
Un’area verde con alberi da frutta, ombreggiata e accogliente, per incentivare la sosta e il relax, ma anche per raccontare il legame con il territorio. Spazi polifunzionali flessibili, come una pedana o una struttura leggera, che possano ospitare mercatini, eventi culturali, spettacoli e incontri.
Percorsi e sedute ‘smart’ che incoraggino la socializzazione: panchine integrate con tavolini, magari posizionate lungo una pavimentazione che racconta la storia del luogo attraverso incisioni o giochi grafici. Un’area dedicata ai bambini e alle famiglie, dove il gioco sia integrato con l’ambiente e la creatività. Un sistema di illuminazione scenografico, per rendere la piazza un luogo sicuro e suggestivo anche di sera, magari con luci che variano per sottolineare momenti particolari della vita della comunità. Inoltre, vorrei integrare elementi che valorizzino la cultura e le tradizioni di Scanzano Jonico, magari con installazioni artistiche o pannelli interattivi che raccontino la storia, i volti e le storie del paese.
Credo che la chiave per riqualificare uno spazio pubblico stia nel renderlo aperto, inclusivo e capace di far sentire ogni cittadino parte di una comunità.
Un luogo che sia bello da vivere ogni giorno, ma anche capace di evolvere con le necessità delle persone.
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